Il nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza

Ciao a tutti.

Il motivo per cui ho rubato una frase a Daniel Boorsitin, un saggista americano, in modo da fare il titolo, non è perché non abbia idee, ma perché volevo usarla come un punto di partenza per affrontare una discussione che si fa sempre più accesa, ovvero quella fra cultura ed ignoranza. La grande guerra che, in un mondo di antivaccinisti, terrapiattisti e gente che alla fine di un piatto di pasta non fa la scarpetta, ci fa capire sempre di più come il mondo (piatto) sia sempre più pieno di gente che non solo non sa nulla, ma che ne va fiera.

Chi è il vero nemico?

Mia nonna è un anziana signora cresciuta nel dopoguerra e che, come molte altre donne dei suoi anni e del suo ceto economico, non proseguì gli studi oltre la scuola elementare.

Mia nonna è quindi probabilmente molto meno istruita, a livello accademico, della media della popolazione e della media della porzione più complottista, eppure non va in giro dicendo che la terra è piatta, che la NASA è un complotto e che i vaccini fanno venire l’autismo.

Tutto il contrario. Mio nonno era capitano di nave della marina italiana mercantile prima, e capitano di navi da crociera poi e ha viaggiato con lui mezzo mondo imparando la geografia. Quando il medico le diceva di portare poi i suoi figli a farsi vaccinare, lei ce li portava, punto, di certo non si metteva a discutere col medico.

Un po’ di anni fa girava su internet la bufala sul ossido di diidrogeno, una sostanza chimica presente in quasi tutti gli alimenti che era anche un componente di moltissimi corrosivi dell’industria chimica, delle pioggia acide e usato negli impianti nucleari, sostanza trovata anche nell’ambiente e nel corpo umano.

Sorpresa sorpresa, ossido di diidrogeno è il nome chimico dell’acqua H2 (diidrogeno) O (ossido) H2O.

Ecco, io credo che il punto centrale della questione sia più o a meno qua. Biasimiamo internet di aver portato ignoranza alle persone ma non è così, tutte le informazioni sull’ossido di diidrogeno ad esempio sono vere: è usato in svariati corrosivi (l’acqua è un solvente di numerosissime sostanze chimiche), è usato negli impianti nucleari (nel raffreddamento ad esempio si usa acqua, o si usa vapore per azionare una turbina che produca elettricità) e la pioggia acida beh, è fatta di acqua. Internet non ha reso le persone più ignoranti, anzi, probabilmente le ha rese più colte, il vero problema è che una mezza verità è spesso più dannosa dell’ignoranza, il credere di sapere, è peggio del non sapere.

Mia nonna sa di non sapere nulla di medicina, per questo si fida del medico. Non fa una ricerca di un paio d’ore sul web e si mette in testa di sapere ciò che un altro ha impiegato anni ad imparare. È conscia della sua ignoranza in alcuni ambiti e chiede aiuto agli altri in quei settori (come chiedere a me, continuamente, come funzionano i messaggi… continuamente.)

Sapere non è capire

C’è una differenza, enorme, fra comprendere una cosa, assimilandola e facendola propria, e ripetere a macchietta una cosa che si è letta come un pappagallo.

Il fatto che tu veda un video su internet che ti spieghi che i vaccini contengono mercurio può anche essere vero, ma è una verità del tutto incompleta e che tu non sei in grado d’interpretare perché se lo fossi sapresti innanzitutto che il solo fatto che l’elemento mercurio sia velenoso non implica che i suoi composti lo siano e che, per inciso, in sostanzialmente tutti i paesi del primo mondo i vaccini al mercurio già non si usano più.

Le persone nella nostra era sono sommerse da una quantità infinita d’informazione e questo di per sé non è un problema, il problema è che in genere non capiscono cosa hanno davanti e che, quindi, fanno quello che le persone che non capiscono fanno sempre, si arrabbiano e sbraitano.

L’ignoranza viene additata generalmente come la causa di questa atteggiamento antiscientifico moderno, ma questo è ridicolo, la persona moderna non è più ignorante di una di cento anni fa, la differenza sta nel fatto che la persona moderna non crede di esserlo. No, la gente crede di essere dottori, avvocati, politici, ingegneri, tutto perché hanno un cellulare in mano. Il problema vero è l’arroganza.

Tutti siamo ignoranti

Credo che sia importante capire che l’ignoranza di per sé non sia il problema, in quanto l’ignoranza è la naturale condizione dell’essere umano.

Tutti noi, diciamocelo, siamo ignoranti su quasi tutto. Tutti noi riusciamo, se siamo fortunati, ad imparare una frazione di ciò che c’è da sapere su una frazione delle cose che ci sono da conoscere. Alcuni sono più specializzati, altri più generalisti, ma avete capito il concetto, c’è sempre qualcosa che non sappiamo.

Il problema non è quindi l’ignoranza, il problema è quest’atteggiamento di usare l’ignoranza come uno stendardo, di essere così arroganti da non accettare l’esistenza di qualcosa che non sappiamo e fingere, a noi stessi e agli altri, si saperla. Al pretendere di essere degli esperti di cose che non sappiamo.

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“Fight Club” di Chuck Palahniuk, manifesto dell’anarchia

Sono sicuro che quasi tutti voi conoscerete già la trama di questo libro se non altro perché avete visto il film, diventato ormai un cult del cinema mondiale, quindi non mi farò troppi scrupoli a fare qualche spoiler qua e là e, se ancora non avete né letto il libro né visto il film, fermatevi pure qui e tornate dopo averlo fatto.

Fight Club è il primo romanzo del celebre autore americano ad essere stato pubblicato. Nonché il trampolino a lanciarlo nell’Olimpo della grande letteratura. È un libro folle, una severissima e fortissima critica sociale della generazione X (anni 65-80) verso la generazione dei baby-boomers (nati negli anni 45-65 circa); scritto con uno stile eccezionalmente personale e originale per un autore esordiente.

In questo libro il protagonista è anche la voce narrante in prima persona. Un personaggio fondamentalmente depresso, ordinario, comune, una persona come mille altre che sembra vivere una buona vita nella media. Ha un bell’appartamentino che ha arredato finemente, un buon lavoro, è in salute, è praticamente perfetto… o no?

La figura di Tyler Durden, si manifesta presto nella vita del protagonista. Tyler è un uomo completamente diverso dal protagonista, vive in una casa fatiscente in attesa di essere abbattuta, sopravvive con dei lavoretti, fa il protezionista in un vecchio cinema in cui inserisce i fotogrammi di organi genitali maschili e femminili, fa il cameriere in hotel dove piscia nelle zuppe che deve consegnare. Tyler però è libero, sembra essere una forza della natura dotata di fascino, carisma e coraggio, è un novello Lucifero, un ribelle oscuro in lotta contro il potere altissimo e divino della società del capitalismo americano più spietato. Tyler sarà il potere degli eventi, il corruttore che porterà il protagonista e le masse verso il caos.

“Il modo in cui la vedeva Tyler era che attirare l’attenzione di Dio per essere stati cattivi era meglio che non attirarla per niente. Forse perché l’odio di Dio era meglio della sua indifferenza.”

La società è presentata nel libro come qualcosa di ingiusto, schiavista e castrante. Le generazioni precedenti hanno esaurito le risorse, inquinato, si sono arricchite a scapito del mondo che le generazioni successive devono con i loro sforzi recuperare e una moltitudine di uomini è servo di questo sistema che odia. La bassa manovalanza, la piccola borghesia, perfino quelli che chiameremmo privilegiati, tutti si sentono piccoli davanti alla Storia, testimoni di eventi su cui non hanno nessun potere o influenza, tutti si sentono privi di scopo o senso.

“Siamo una generazione di uomini cresciuta da donne” annuncia l’autore attraverso le parole di Tyler. Una generazione di uomini svirilizzati e la cui virilità è invece biasimata, in cui un uomo non ha più nessuno degli ostacoli che la natura ci ha evoluti per affrontare e che quindi vegeta e muore lentamente dentro.

Tyler si offre come una soluzione a questo e lo fa attraverso i “Fight Club.”

I Fight Club sono associazioni maschili, in cui non si paga perché: “non vogliamo i tuoi soldi, vogliamo te.” In cui nessuno ha un nome, un conto in banca, una famiglia. Tutti sono uguali, tutti combattono; tutti hanno uno scopo, uno sfogo, una catarsi.

“Forse la soluzione non è l’auto-miglioramento, forse è l’auto-distruzione.”

Nei Fight Club le persone possono essere libere in tutti i modi in cui non si può essere liberi nella società. Tutti possono levare quella maschera di perfezione che il mondo gli impone e retrocedere per una notte allo stato puro di selvaggi.

E pian piano il progetto Fight Club diventa qualcosa di più grande e Tyler Durden diventa qualcosa di più grande. Diventa il progetto Caos, un vero e proprio gruppo terroristico dedito all’anarchia, caos organizzato.

Il tutto è ovviamente scritto con lo stile estremamente personale di Palahniuk, tanti periodi brevi, quasi singhiozzanti che comunicano l’immediatezza del pensiero. Toni crudi, a volte iperdescrittivi e costellato da ripetizioni che ritornano come dei mantra attraverso tutto il testo.

“Tu non sei un delicato e irripetibile fiocco di neve. Tu sei la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione.”

L’autore riesce, attraverso circa trecento pagine di libro, a descrivere una visione cruda e realistica delle persone lasciate ai margini della società. Dei figli di mezzo dimenticati della storia che, senza uno scopo o uno sfogo, ribollono come una pentola a pressione accumulando rabbia, frustrazione e risentimento. Accumulando una furia che Tyler non crea davvero, ma che indirizza, focalizzandola in una sola direzione, al cuore stesso di quella società che lui non vuole né cambiare né salvare, ma solo fare a pezzi.

In un certo senso credo che sia un libro che racconta molto più di quanto sembra, assolutamente brillante oltre che ben scritto. Una spiegazione nuda e cinica di quei moti di rabbia e frustrazione che vediamo sorgere attorno a noi e infiammarsi nella società. Ne consiglio a tutti la lettura, ma ricordatevi: “la prima regola è non parlare mai del Fight Club.”


I libri del mese: “The Outsider” di Stephen King; “La forchetta, la strega e il drago” di Christopher Paolini e “La Gladiatrice” di Vladimiro Maccari

Allora, è da un po’ che ho sospeso la rubrica delle recensioni letterarie ma credo che sia ora di ricominciare con qualche libro che ho letto in questi giorni e, per accontentare tutti, ho qui tre libri che non potevano che essere l’uno più diverso dall’altro. Come sempre le recensioni saranno quanto più possibile senza spoiler.

The Outsider di Stephen King

Da assiduo lettore mi sentivo quasi in imbarazzo a non aver mai letto niente di uno dei più prolifici autori dell’horror americano di sempre, così, una volta caduto il mio occhio sulla copertina del nuovo romanzo di King ho deciso di comprarlo.

Allora, parto dicendo che il romanzo è buono, non potevo aspettarmi qualcosa di meno da un pilastro come della letteratura contemporanea come Stephen King, ma che sinceramente non l’ho trovato eccelso.

La trama, detta molto in sintesi e molto spoiler free, è un misto horror-giallo che narra le vicende di uomo, accusato di un crimine orribile con prove assolutamente schiaccianti, ma che al contempo ha un alibi assolutamente di ferro. Il tutto unito a leggende di esseri misteriosi e mostruosi e ad un profondo senso di mistero che accompagnerà il lettore dall’inizio alla fine del romanzo.

Tecnicamente la scrittura è ottima, i personaggi sono vari e ben caratterizzati, le descrizioni dei luoghi e delle persone sono raccontate in modo molto preciso e “visivo” sempre attraverso gli occhi di qualche altro personaggio. Il testo è poi densissimo, si susseguono velocemente moltissimi punti di vista differenti; invece che usare scene lunghe, King preferisce usare moltissime scene brevi e ricche di avvenimenti sparate con una velocità che però è quasi disorientante.

Forse questo è il principale problema, che succedono troppe cose tutte assieme. Non hai tempo di affezionarti ad un personaggio o provare quel batticuore che dovrebbe darti un horror perché sei troppo preso a correre dietro al ritmo eccessivamente incalzante del romanzo.

Non fraintendetemi non è un brutto libro assolutamente, anzi mi sento anche di consigliarlo agli amanti del genere (in particolare del giallo che è predominante, sopratutto nella prima parte, rispetto all’horror), ma diciamo che non incontra completate il mio gusto.

La forchetta, la strega e il drago di Christopher Paolini

Forse ricorderete il nome di Christopher Paolini, scrittore americano di origini italiane diventato celebre giovanissimo per aver scritto la saga fantasy di Eragon. Dopo la fine del ciclo dell’eredità però di lui non si è saputo più molto, un vero peccato considerando che era, ed è, il mio scrittore fantasy preferito, fino a pochi mesi fa quando è uscito il suo ultimo libro con l’emblematico titolo riportato sopra.

“La forchetta, la strega e il drago” è un libro ambientato sempre nel mondo di Alagaesia (ovvero quello di Eragon) e si presenta come l’unione di tre racconti che approfondiscono alcuni aspetti di alcuni personaggi del ciclo, tutti uniti da una sotto-trama comune rappresentata dal viaggio di Eragon oltre i confini del mondo conosciuto.

Come ho già detto, io amo lo stile di scrittura di Paolini, e non posso quindi fare altro che elogiarlo assieme alla fantasia e alla coerenza del suo mondo immaginario. Questo autore ha la capacità di far sentire davvero i suoi personaggi come vivi e reali e le sue ambientazioni fantastiche come concrete e a portata di mano. I tre racconti brevi, sono tre piccole opere di ottima letteratura fantasy, corte e poco impegnative ma ottime.

Unico lato negativo: il libro è un po’ scarno. Poche pagine con un carattere e un interlinea enormi che mi ricordano un po’ quando al liceo dovevo fare una ricerca e scrivevo più grande per far sembrare che avessi fatto di più. Da un autore che prima dei venticinque anni aveva pubblicato quattro libri per un totale di oltre duemila pagine mi sarei aspettato qualcosina di più per il suo grande ritorno. Comunque diciamo di prediligere la qualità alla quantità e, in questi termini, nulla da eccepire.

La gladiatrice di Vladimiro Maccari

Dato che l’autore segue questo blog spero non si risenta di questa postilla sul suo libro che più che una vera e propria recensione, che forse non sarebbe corretto fare al fianco di nomi molti più grandi della letteratura, vuole essere più che altro un insieme di considerazioni più generali e rilassate.

La gladiatrice, romanzo che per ora credo sia disponibile solo in formato e-book, è come accennato un breve (relativamente alla media del genere) romanzo storico con protagonista “Fenice”, una gladiatrice donna dell’epoca della Roma Domiziano. Il romanzo si svolge attraverso una serie di intrighi di potere e vicende personali e sentimentali con un ottima cura al dettaglio storico che ci trasporta nella violenza del mondo dei gladiatori romani d’epoca imperiale.

Il romanzo è scritto davvero bene, cosa non scontata se ricordiamo che l’autore è un indipendente autopubblicato e ho molto apprezzato la caratterizzazione dei protagonisti. Forse l’unica critica che posso muovere è un po’ di lentezza nell’ingranare verso l’inizio e la presenza di alcuni termini e riferimenti un po’ difficili per chi non conosca bene l’ambiente dell’antica Roma (cosa che comunque è aiutata dal glossario alla fine del libro). In generale è però un ottimo lavoro e ogni tanto fa piacere leggere un italiano fra tanti stranieri; inoltre se lo scrittore un giorno dovesse fare successo potrò dire di essere stato fra i primi a leggerlo.

Attentato in Nuova Zelanda, cosa c’entrano i videogiochi?

Come immagino tutti saprete, alcuni giorni fa un avvenimento tragico ha devastato la Nuova Zelanda quando il terrorista Brenton Harris Tarrant ha aperto il fuoco sulla moschea di Christchurch uccidendo 50 persone e ferendone molte altre.

Ovviamente a seguito di questo fatto sono iniziati i vari dibattiti, dibattiti sulla facilità di accedere ad armi da fuoco, alla radicalizzazione di estrema destra, sul razzismo, sulla responsabilità morale e, in ultimo, sui videogiochi e sugli youtubers.

Il manifesto

Avrei voluto riuscire a trovare il manifesto originale e leggerlo per portare qualche informazione in più, ma non sono riuscito a trovarlo, quello che sappiamo però è che il killer ha scritto 87 pagine di manifesto in cui spiegava le sue ragioni diffondendole su 8chan, un sito internet libero da censura e che per questo nel tempo ha sviluppato comunità di persone che sarebbero state bannate in ogni altro posto.

A quanto pare Tarrant voleva più di ogni altra cosa però che il suo gesto non passasse inosservato, voleva che il suo messaggio risuonasse e rimbalzasse per i media di tutto il mondo, voleva ricevere attenzione.

È probabilmente per questo che a diffuso in diretta streaming il suo attentato su Facebook gridando una frase prima di iniziare, un meme ormai famosissimo fra i giovani di tutto il mondo: “subscribe to PewDiePie”.

La battaglia di T-Series

Ora per quelli di voi che non seguono l’ambiente di YouTube è d’obbligo qualche spiegazione.

PewDiePie è uno youtuber svedese naturalizzato inglese che, da cinque anni a questa parte, è anche lo youtuber con più iscritti al mondo (ad ora ne ha quasi 90 milioni, in pratica più di una volta e mezza l’intera popolazione italiana). I suoi video sono storicamente di gaming, ovvero consistono in lui che gioca ai videogiochi e li commenta anche se negli ultimi anni ad essi si sono aggiunti video di commenti all’attualità e le meme review, ovvero recensioni di meme. Per darvi un idea delle dimensioni della fama di PewDiePie considerate che Elon Musk, il multimiliardario proprietario della Tesla e della Space-X, ha accettato di co-presentare con lui una puntata del meme review sul suo canale.

Diversi mesi fa però un canale YouTube indiano, T-series, che è sostanzialmente un aggregatore di musica di vari artisti indiani ed asiatici, è cresciuto precipitosamente in iscritti minacciando la prima posizione di PewDiePie, cosa a cui lui ha risposto con una canzone ironica “Bitch Lasagna” dando inizio ad un meme che ha catalizzato l’attenzione di molti utenti di YouTube e di altri social media per mesi.

Le accuse a PewDiePie

Vi starete quindi chiedendo cosa centra tutto questo con l’attentato in Nuova Zelanda; la risposta breve è fondamentalmente niente, però a quanto pare ogni occasione è buona per alcuni giornali ed utenti social di dimostrare che il diritto di voto universale forse non era proprio questa grande idea.

Il punto è che, come abbiamo detto, l’attentatore ha voluto massimizzare l’impatto mediatico di quello che faceva. È per questo che ha citato il meme di “subscribe to PewDiePie”, per cercare di raccogliere l’attenzione di quei 90 milioni d’iscritti dello youtuber svedese.

Ciò è saltato ulteriormente all’occhio in quanto nel suo passato PewDiePie ha subito accuse di razzismo e di vicinanza all’alt right, conseguentemente ad aver avuto ospite Ben Shapiro, un commentatore politico di destra come ospite nel suo canale e ad alcune battute di black humor. Inoltre diversi dei suoi video come abbiamo già detto sono di videogiochi, molti dei quali sono sparatutto violenti e per questo la gente è insorta contro di lui su twitter, accusandolo di responsabilità morale della strage.

La ricerca dea via semplice

Ora, non voglio perdere nemmeno tanto tempo sottolineando quanto queste accuse siano ridicole ed infondate, considerare quello che è sostanzialmente un comico (che per inciso ha raccolto milioni in beneficenza nel corso degli anni) come responsabile delle azioni di un fanatico è offensivo sia per lui tanto per le vittime stesse, ma volevo soffermarmi un attimo su questa tempesta mediatica.

Cioè davvero siamo arrivati al punto di accusare i videogiochi violenti e gli youtuber per le azioni di un violento esaltato? Credo che cose del genere siano il sintomo di una società che è talmente incapace di analizzare una questione complessa che semplicemente se ne frega e punta il dito contro la prima cosa che vede.

Un uomo, dopo aver scritto un manifesto di 87 pagine, dopo aver passato mesi a progettare un attacco, dopo aver discusso su forum su internet della sua ideologia malata commette un atto orribile, quante considerazioni potremmo fare su questo?

Potremmo parlare della depressione che avanza nella società che porta alla radicalizzazione di gruppi di uomini, del modo in cui il mondo occidentale e quello musulmano stanno reciprocamente cercando di adattarsi l’uno alla presenza dell’altro e degli effetti che questo fenomeno, ormai inevitabile, sta avendo sulla popolazione. Però non lo facciamo giusto?

No, le persone devono politicizzare e scandalizzare anche questa tragedia, creando ulteriore divisione, creando ulteriori danni oltre a quelli già creati dall’attentato stesso. Il motivo per cui lo fanno è ovvio, perché è la strada facile, è più facile puntare il dito alla prima cosa che ci si para davanti, i videogiochi in cui si spara, il divo di internet reo di aver ospitato un politico sul suo canale una sola volta oltre un anno fa. Soffermarsi a ragionare è difficile, pensare è difficile, ma accusare la prima cosa che ti si para davanti è facile.

È la cosa più assurda è che in tutto questo si sta facendo il gioco dell’attentatore, il suo obbiettivo: dividere, creare caos e devastazione non solo non viene opposto ma viene sospinto, complimenti.

Legittima difesa: come l’era in cui tutto è spettacolo distrugge la politica

Guardate mai un programma televisivo o comunque un video provando un leggero senso di disgusto? Magari non tanto per le opinioni espresse le quali possono essere più o meno condivisibili, ma per i modi: tutti urlano, s’insultano a vicenda sbraitano come scimmie in un degrado del dibattito e dell’informazione che ormai è diventato tanto profondo, tanto connaturato nell’ambiente in cui viviamo che a malapena ce ne rendiamo conto.

Da quando la televisione è entrata nelle vite di ciascuno infatti, e poi da quando è entrato internet, possiamo dire che in un certo senso sia iniziata una nuova era della società occidentale, l’era della spettacolarizzazione, l’era in cui tutto deve fare audience, scandalo, divertimento.

Il ruolo dei media

Hanno sempre influito sull’opinione pubblica, anche ai tempi dei giornali e, da quando la democrazia a suffragio universale ha reso l’opinione pubblica sinonimo di governo, hanno influito enormemente su ogni aspetto della vita pubblica.

Allo stesso tempo però in epoca dei giornali c’erano dei meccanismi che evitavano che tutto cadesse nello spettacolo fine a sé stesso, che l’informazione degenerasse. Ad esempio c’era il fatto che le persone fossero in genere abbonate ai giornali, il giornale ti veniva consegnato a casa (o al bar dove lo leggevi) e i giornalisti non avevano quindi bisogno di titoli clickbait e sensazionalistici per attrarre le persone (o al più lo si metteva come titolo di copertina).

Con l’era d’internet però questo è morto, i singoli articoli si diffondono nel web seguendo i fili dorati dei complicati algoritmi dei social network che in genere premiano le interazioni, ovvero quanti cliccano l’articolo, quanti commentano, quanti condividono e ciò porta a premiare quegli articoli che non generano informazione, ma bensì emozione, che essa sia pietà o indignazione poco importa, basta che si diffonda.

E poi l’avvento della televisione, così descritta dallo scrittore Neil Gailman nel suo romanzo “American Gods”: sono la scatola scema. Sono la Tv. Sono l’occhio che tutto vede e il mondo del tubo catodico. Sono la grande sorella. Sono il tempietto intorno a cui si riunisce la famiglia per pregare.

La televisione ha radicalmente cambiato il modo in cui percepiamo e recepiamo l’informazione per il semplice fatto che, una persona seduta ad ascoltare due politici che parlano per mezz’ora di complicati e tecnici argomenti di economia e geopolitica si annoia, cambia canale. Ma una persona che è seduta a guardare due politici sbraitarsi contro l’un l’altro lanciandosi i peggio e più fantasiosi epiteti invece sarà divertita, sarà eccitata e, se il programma è proprio buono, sarà coinvolta. Si sentirà quindi partecipe di uno o dell’altro politico, sentirà ogni insulto come un attacco personale, ogni osservazione o argomentazione come una sfida.

Ciò sui Social Network raggiunge la massima potenza. Ogni piccolo evento è campagna elettorale, è uno spettacolo per smuovere la pancia delle folle, cosa che viene fatta sia a destra che a sinistra ma che sia la destra che la sinistra accusano l’altro di fare.

E così l’opinione diventa sempre più polarizzata come se la politica fossero gli spalti di una partita di calcio in cui si fa il tifo per questo o per quello, senza fermarsi a pensare di volta in volta al senso, alla fattibilità e al realismo delle proposte, senza arrivare, magari attraverso la discussione a comprendere il punto di vista dell’altro ma cercando di annientarlo e sommergerlo con un fiume di post, sagaci battute e insulti.

Legittima difesa

Vi faccio un esempio pratico di quello che intendo: la legge sulla legittima difesa appena passata in parlamento e in attesa dell’approvazione in senato, sapete cosa cambierà con quella legge? Più o a meno nulla, a parte il fatto che ad un imputato che a processo sia riconosciuto di aver agito per difesa è garantito il patrocinio di stato (ovvero il non dover pagare le spese legali) e ad un leggero aumento di pena per alcuni reati.

Per intenderci la vecchia legge è stata modificata aggiungendo il particolare che la difesa sia “sempre legittima”: cosa che di fatto però era sottintesa nella vecchie legge, nonché nel concetto stesso di “difesa”. Se però qualcuno ti da uno spintone e tu gli tiri venti coltellate alla schiena, questa semplicemente non è più difesa, non lo era prima e non lo è adesso. La zona di confine fra difesa e offesa è ovviamente poi un po’ vaga e il compito di tirare una linea spetta ai singoli tribunali (questo è il ruolo del potere giuridico) e fondamentalmente continuerà a farlo, ora come allora.

Quando un ladro entra in casa di qualcuno adesso, e quel qualcuno gli spara, poi quel qualcuno finisce sotto indagine, magari anche sotto processo, e i media utilizzano questa cosa per fare i loro titolini clickbait in modo da infiammare l’opinione pubblica; quello che nessuno scrive però, e non lo scrive perché fa meno notizia, è che alla fine raramente la persona viene condannata e che, di fatto, le indagini dovessero essere fatte come sempre lo devono essere quando ci scappa un morto.

Il punto è che ora, con la nuova legge, non cambierà sostanzialmente niente. Le persone continueranno ad essere indagate se uccidono qualcuno anche in casa propria e le indagini e il giudice decideranno se l’omicidio sia stato o meno per legittima difesa.

Allora perché tutto questo casino? Perché c’è il circo mediatico.

I giornali infiammano l’opinione pubblica e la polarizzano e i politici cavalcano queste onde. Da un lato Salvini e la Lega che creano una legge sostanzialmente inutile per risolvere un problema che non c’era e che comunque che se c’era in una qualche proporzione ora non è stato risolto, dall’altro la frammentata sinistra italiana che se possibile fa qualcosa di perfino più inutile che promulgare una legge inutile, ovvero gli fa ostruzionismo, si fa pubblicità con allarmismi infondati sull’Italia che diventa un Far West iper-militarizzato nonostante, di nuovo, non sia cambiato quasi niente rispetto a prima.

Tutta questa battaglia quindi, sia a livello prettamente politico sia a livello sociale, è solo fumo negli occhi, ma un fumo sentitissimo da tutti. Introducete l’argomento coi vostri amici e vedrete che ne uscirà sempre una discussione infiammata e probabilmente la gente inizierà a citare di questo e quel caso in cui tizio è stato indagato dopo aver sparato al ladro, l’altro di come statisticamente avere un’arma in casa sia più pericoloso di non averla etcetera etcetera; un sacco di discussioni che gireranno attorno all’argomento senza però approfondirlo perché la verità è che nel profondo la questione non esiste, è solo uno spettacolo di superficie per muovere le masse.

E così via via l’opinione si fa più polarizzata, il cittadino si sente sempre di più un soldato in trincea contro il mostro di quel partito avversario e tutti sono più tesi, più arrabbiati, più infervorati sul nulla, tutto perché un qualche giornalista doveva campare estremizzando, spettacolarizzando e stravolgendo una notizia di cronaca, siamo messi bene.


Quel particolare rapporto fra droghe ed artisti

Gli scrittori maledetti e il loro assenzio, Conan Doyle che andava di cocaina, i pittori bohémien e l’hashish, i Beatles e l’LSD e Baudelair e più o meno ogni sostanza che circolasse per le vie di Parigi. L’arte e la droga, che ci piaccia sentirlo oppure no, che ci piaccia ammetterlo o pure no, hanno sempre avuto un rapporto stretto e particolare, ma perché succede questo?

Un po’ di storia sulle droghe

Allora partiamo da questo e cerchiamo di definire meglio cosa s’intende per droga. Innanzitutto bisogna considerare che il concetto di stupefacente è abbastanza vago, da un punto di vista scientifico anche nicotina, cacao, alcol etilico, caffeina, teina e perfino l’incenso sono tutte droghe, quindi non si parla solo di quelle illegali, l’alcol ad esempio ha accompagnato una marea di scrittori dall’alba dei tempi.

Nonostante nella società moderna siano in gran parte demonizzati (per motivi negli intenti nobili, si vuole giustamente scoraggiare i giovani dal consumo) gli stupefacenti hanno da sempre fatto parte della cultura umana, dei rituali, delle religioni e delle cerimonie sociali. Il vino aveva ad esempio un ruolo assolutamente importante nelle culture greca e romana, ruolo sociale e socializzante che si è mantenuto fino ai giorni nostri, la cannabis è un elemento ricorrente nella religione induista e le popolazioni germaniche erano note per compiere rituali o addirittura combattere sotto gli effetti psicoattivi del fungo Amanita Muscaria (quello rosso coi pallini bianchi che vostra nonna vi diceva di non toccare nei boschi).

E possiamo continuare: sempre il vino si è ricavato un posticino speciale nella religione cristiana, così come il fumo d’incenso nelle funzioni (è un leggerissimo rilassante), il papavero da oppio in Italia veniva usato come antico antidolorifico mentre dall’altra parte del mondo gli indiani d’America fumavano tabacco e mangiavano peyote nei loro rituali sciamanici.

Perché questo rapporto così stretto con l’arte?

A questo punto torniamo quindi alla domanda iniziale, perché questo rapporto così particolare con l’arte? Cosa differenzia un Van Gogh che fuma hashish e crea la “notte stellata” e un sedicenne che dopo aver fumato riesce solo a finire un kebab? Cosa differenzia Conan Doyle che assume cocaina (abitudine che si rifletterà nel suo Sherlock Holmes) e crea uno dei personaggi letterari più di successo della storia e Lapo Elkann che finisce a fingere un rapimento da parte di un transessuale a New York per spillare soldi alla famiglia?

Per rispondere a questa domanda credo sia utile chiederci chi sia effettivamente l’artista. L’artista è fondamentalmente qualcuno che riesce a prendere cose già esistenti, già reali e tangibili e riformularle in una chiave nuova e diversa, l’artista è una persona che da vita ad un sogno o una visione con la sua sensibilità ed abilità.

Il punto è che per fare ciò a volte può essergli utile uscire da quei binari su cui la mente viaggia di solito. La mente infatti in genere ragiona in un modo, vede le cose in un modo e tende, imperterrita a continuare sulla sua propria strada. Farla uscire può quindi permettere di vedere le cose “da fuori” di permettere una visione che, nello stordimento, sia per assurdo potenzialmente più profonda della realtà vera.

Ciò ovviamente non significa che la droga crei l’artista, è il discorso di prima su Lapo Elkann, se non avete talento per la scrittura potete assumere tutto quello che volete ma non uscirà un nuovo Sherlok Holmes; se non avete talento per la pittura, potete fumare tutta l’erba di questo mondo ma non verrà fuori né un Van Gogh né un Picasso, statene certi.

Questo perché non esiste sostanza a questo mondo che possa donare la sensibilità o la “forma mentis” artistica, tutto quello che le droghe fanno, come già detto, è donare una nuova prospettiva da cui guardare ma la capacità di vedere deve già esserci nella persona altrimenti, e scusate il gioco di parole, è solo fumo negli occhi.

Perdonate l’assenza

Ehilà, ciao a tutti.

Allora ultimamente avrete notato che sono un po’ sparito dal sito e in effetti è stato così, la sessione d’esami quest’anno ha picchiato duro e in fondo è giusto dare priorità allo studio e non ho quindi avuto tempo di scrivere, leggere, o quant’altro.

Da domani però ricomincio a pubblicare, quindi… ci si vede.

Perché le battaglie sociali devono sempre degenerare?

Mi è capito di recente di avere una discussione con un amica riguardo al movimento metoo e la conclusione a cui siamo giunti ad un certo punto è che il movimento è sì nato sotto tutti i migliori auspici, le migliori intenzioni e con nobili e giusti intenti, ma che alla fine sia degenerato in una sorta di coro da stadio per la vittimizzazione delle donne e la demonizzazione degli uomini. Ma perché le battaglie sociali sembra che finiscano sempre per degenerare?

Il caso metoo

Allora com’è nato e perché il metoo? Probabilmente lo sapete già ma facciamo un ripassino; diverse attrici a quanto pare sono state molestate dal produttore cinematografico Harvey Weinstein (fra cui Asia Argento di cui parleremo dopo), dopo che il caso è venuto alla luce, moltissime altre donne hanno colto la palla al balzo per raccontare episodi di piccole e grandi violenze o molestie di stampo sessuale, il movimento è poi diventato famoso a livello mondiale e non è esagerato dire che sia stato uno degli eventi più importanti del 2018 a livello sociale.

Ora, senza trattare nessun caso nello specifico, ci sono già una marea di articoli in internet che lo fanno, ma prendendo il movimento in sé nella sua totalità io, almeno inizialmente, mi sarei anche sentito di condividerne la battaglia.

Il concetto iniziale infatti era quello di rompere un muro di silenzio ed ipocrisia (cosa che io condivido sempre), di far emergere la verità, di eliminare la vergogna e l’imbarazzo sociale che alcune donne vittime di violenza possono effettivamente provare a livello psicologico e che le impedisce di denunciare. Tutte queste battaglie sono credo ampiamente condivisibili, sono a mio parere assolutamente giuste, ma…

La degenerazione

Ma le battaglie sociali sembrano condividere un triste destino.

Quello che era iniziato come un movimento di lotta all’ipocrisia è diventato profondamente ipocrita, quello che era nato come un movimento contro la vergogna ha usato la vergogna come sua arma principale.

Quello che all’inizio era “believe the victim” (credi alla vittima), all’inizio significava che i poliziotti dovevano accettare con empatia e comprensione le accuse mosse da una presunta vittima, significava prendere l’accusa sul serio e senza pregiudizi; alla fine è diventato un processare uomini sulla base delle nude parole di qualcuno, senza affidarsi a prove, ma distruggendo la reputazione delle persone e considerando automaticamente un accusato come un colpevole. E se l’accusato fosse lui stesso una vittima di false accuse? In questo caso non vale il “believe the victim?”

Abbiamo visto ad esempio l’apoteosi dell’ipocrisia con Asia Argento, che prima chiedeva che la sua parola fosse presa in automatico per vera e sosteneva che il garantismo fosse materia superata, salvo poi chiederlo per sé stessa una volta essere stata accusata da Jimmy Bennet.

Abbiamo visto i processo sommari fatti su internet perché si sa: a cosa servono i giudici quando esistono gli utenti di Facebook e Twitter? A cosa servono le prove oggettive quando hai la parola di qualcuno che spergiura di dire la verità?

Perché accade questo?

Il punto è che questa cosa succede spesso. Negli anni ho visto le giuste battaglie contro la discriminazione e per l’accettazione per l’omosessualità diventare un sostanziale linciaggio mediatico per chi si azzardi anche solo a fare una battuta a riguardo. Ho visto i giornali dichiaratamente contro il razzismo scrivere pagine di articoli sul corazziere nero che riceve Salvini perché si sa, sottolineare la razza di un membro di un corpo d’onore dei carabinieri considerandolo solo in base al colore della sua pelle… è così che si combatte il razzismo, grandi così.

Io credo che tutto questo derivi principalmente dall’immensa spettacolarizzazione con cui ogni cosa è trattata. Non c’è più evento al mondo che non sia uno show, che non sia un circo in cui tutti cercano i propri cinque minuti di celebrità, in cui tutti cercano il dramma perché in televisione una persona che piange fa più audience di una che spiega.

Tutto questo ci porta a trattare ogni cosa in maniera emotiva. Ogni evento che accade sembra uno spettacolo di una serie televisiva melodrammatica che le persone seguono con le lacrime agli occhi e una mano sul cuore e non c’è più spazio per la razionalità, non c’è più spazio per fermarsi a chiedersi un attimo: “cosa stiamo facendo?”

Non c’è più il dibattito o la discussione, ma solo persone che si urlano contro l’una con l’altra, ognuna tenendo fermamente la propria bandiera senza nemmeno cercare di capire gli altri perché è questo che il pubblico vuole, l’emozione, lo spettacolo e non l’informazione.

L’impressione che ho è che tutte queste battaglie degenerino per questo, perché tutto oramai deve diventare la parte di una partita di calcio. Bisogna sfidarsi su un campo a testa bassa mentre le persone sugli spalti applaudono o fischiano, ognuno seguendo ciecamente la propria squadra del cuore e facendo il tifo con post su internet.

L’unica cosa che mi chiedo a volte e se questo processo di fermerà mai o se andrà sempre peggio.

La differenza fra fantasy e fantascienza

Fantasy e fantascienza, due generi per certi versi molto simili fra loro e che spesso vengono confusi l’uno con l’altro, ma quali sono le differenze fra queste due tipologie di romanzo e le rispettive peculiarità?

Il fantasy

Partiamo dal fantasy, il più vecchio dei due generi, nonché uno dei più antichi generi letterari in assoluto e che, in quanto tale, nel corso della storia ha sviluppato una lunga serie di sottogeneri; se ci pensate di fatto alcuni dei più antichi testi di narrativa della storia, quali l’Iliade o l’epopea di Gilgamesh, ricadono all’interno del fantasy e più nello specifico nel sottogenere “epico” dello stesso. Attraverso la storia poi il fantasy ha continuato ad evolversi adattandosi alle più molteplici situazioni e simbolismi, dalle metamorfosi di Ovidio, all’ ”Orlando furioso” di Ariosto il fantasy ha accompagnato la letteratura occidentale per millenni senza mai essere però essere davvero definito come genere fino all’epoca moderna con il “Signore degli Anelli” di Tolkien.

Questa grande varietà di temi, stili e sottogeneri rende però molto difficile delimitare i confini del fantasy e definirlo in maniera soddisfacente. È un genere che contiene favole per bambini e l’epica classica passando per “Harry Potter”.

È difficile definirlo anche perché c’è un certo pregiudizio verso questo genere, qualche lettore ad esempio potrebbe aver storto il naso avendo letto che considero l’Iliade un fantasy, ma di fatto se ci riflettete dovrete ammettere che se l’iliade fosse pubblicata oggi, contendo magie, superuomini e forze ed esseri sovrannaturali questo libro sarebbe inserito a tutti gli effetti nella sezione fantasy di ogni libreria.

Ciò che definisce il fantasy come genere è per l’appunto questo, la presenza di elementi inesistenti nella realtà, impossibili ed immaginari. Questo lo rende un ottimo strumento per tutti quei casi in cui si vuole dare ad un romanzo una valenza simbolica o tastare i limiti dell’immaginazione umana. Ma questo non si potrebbe dire anche della fantascienza?

La fantascienza

La fantascienza è un genere per ovvie ragioni molto più moderno che, come il fantasy, si caratterizza per la presenza di elementi insistenti e d’immaginazione ed è per questo che i due generi sono spesso confusi.

In un certo senso in effetti, se immaginiamo un futuro abbastanza lontano, una scienza abbastanza avanzata, magari una dimensione parallela, in questo caso la tecnologia presentata potrebbe essere, ai nostri occhi, qualcosa di relativamente simile alla magia. Noi potremmo immaginare ad esempio un antefatto di Harry Potter in cui si spiega di come una razza aliena sia scesa sulla terra diffondendo una tecnologia che viene controllata da parole in latino e strane bacchette di legno da persone speciali.

Cosa distingue quindi fantascienza e fantasy?

Io credo che la differenza sia per l’appunto la presenza di un’ambientazione o un antefatto che sia, in qualche maniera, legato a ciò che sappiamo essere possibile (per quanto magari anche improbabile) e da quanta importanza sia effettivamente data a questa parte all’interno della storia.

Prendiamo un caso secondo me emblematico, Star Wars, come esempio; è un fantasy o è fantascienza? 

L’universo di Star Wars se ci pensiamo, assomiglia ad un universo fantascientico, ma di fatto praticamente nulla al suo interno è scientifico o è costruito per sembrarlo. Se tu prendi le sparatorie dei film western e sostituisci le rivoltelle con le pistole laser senza cambiare nient’altro, se prendi i duelli di spada in stile samurai e ci metti le spade laser, se prendi la magia e la chiami forza tu non hai creato un film di fantascienza, hai creato un film fantasy a tema fantascientifico.

La differenza fra fantasy e fantascienza sta nel fatto che nel secondo caso si cerca di creare un cosmo che sia razionalmente coerente e limitato dalle conoscenze fisiche e scientifiche; la forza ad esempio potrebbe anche essere considerata scientifica se però fosse spiegata, se fosse spiegato come funziona il perché solo un essere vivente può controllarla e non si può, ad esempio, costruire una macchina alimentata a forza o cose simili. Il punto è che c’è la fantascienza e c’è quindi il fantasy a tema fantascientifico, e queste sono cose molto diverse fra loro.

Un altro esempio potrebbero essere tutti quei film di supereroi usciti in questi anni. 

Tu puoi prendere Thor dalla mitologia norrena, presentarlo come un alieno, presentare il suo martello come una tecnologia iperavanzata etcetera, ma questo non lo rende un personaggio fantascientifico, non se non spieghi come funziona quella tecnologia, se non spieghi come fa il suo corpo ad essere così forte e resistente e via dicendo. Puoi dire che Spiderman ha ottenuto i suoi poteri attraverso l’ingegneria genetica, ma la genetica nei fatti della scienza non funziona proprio così, puoi dire che Dottor Strange ha ottenuto i suoi poteri dalle “energie transdimensionali”, ma sempre magia rimane.

Il tema fantascientifico viene quindi aggiunto al fantasy per dargli più profondità e realismo soprattutto quando questo ha ambientazione moderna, ma si distingue da esso per la mancanza di aderenza a delle basi scientifiche reali.

I punti di forza e le debolezze

Parliamo infine di quelli che, nella mia opinione, sono i rispettivi punti di forza e di debolezza di ciascun genere.

Il fantasy come già detto, ha la forza di offrire all’amore il massimo grado di libertà e creatività, si può creare ogni cosa, ogni ambientazione per quanto assurda e ogni situazione, questa è però allo stesso tempo forse la sua debolezza, la mancanza di regole infatti può danneggiare la tensione delle opere e il rischio di risolvere tutto con il solito deus ex machina è concreto.

La fantascienza invece è più limitata, offre ambientazioni che, se non sono reali, sono perlomeno teoricamente realistiche e che quindi possono coinvolgere forse meglio il lettore o lo spettatore. Il suo problema più grande forse è che invecchia in fretta, l’evoluzione tecnologica è spesso infatti così rapida e caotica da rendersi imprevedibile e far perdere di credibilità al lato scientifico dell’opera.

Qual è il destino della società?

Le società nascono, crescono, a volte si riproducono generando e perpetuando la propria cultura e, alla fine muoiono. Nell’arco dei secoli si evolvono poi, modificano sé stesse adattandosi alla mutabilità delle condizioni. Sotto molti aspetti, la società umana può essere vista sostanzialmente come un essere vivente a se stante o, per lo meno, ci assomiglia.

Le domande a cui vorrei rispondere oggi quindi, se avrete voglia di accompagnarmi in questa piccola elucubrazione mentale, sono se la società possa essere vista come un essere vivente, una sorta di animale collettivo, e se, in questo caso, possiamo riuscire a prevederne il futuro.

Cos’è un essere vivente?

Per capire se la società possa essere considerata tale bisogna quindi prima definire cosa sia un essere vivente. Direi che una buona definizione potrebbe essere: “è un organismo derivante dall’espressione di una programmazione mirata a protrarre sé stessa” dove la programmazione è, negli esseri biologici generalmente rappresentata dal codice genetico.

Nell’animale collettivo però questo codice potrebbe semplicemente essere diverso. Prendete per esempio le idee, i rituali, le religioni e le morali dei popoli, tutte queste cose non sono codificate geneticamente, ma sono comunque un informazione, informazione che è codificata mentalmente all’interno delle menti dell’individuo.

Se voi raccogliete poi tutta quest’informazione presente nei vari individui di una stessa società noterete probabilmente una coerenza di fondo, delle tendenze più o a meno marcate attorno alla quale queste norme sociali si aggregano. Prendendo ad esempio la sola morale, è ovvio che essa sia qualcosa di fortemente personale, ma se ci pensate in fondo più o a meno tutta la cultura occidentale e gli individui facenti parte condividono dei parametri simili. Ad esempio alcune persone saranno a favore o contro la pena di morte, qualcuno può essere a favore o contro all’uccisione per legittima difesa e può venire discusso quali sono i limiti di questo, ma queste sono in fondo differenze minime rispetto alla coerenza di fondo ovvero che tutti, o quasi, concorderanno che l’omicidio è un atto in sé immorale.

Allo stesso modo ad esempio vi è la pedofilia. Ogni nazione ha le proprie leggi che determinano l’età del consenso (ovvero l’età alla quale un ragazzo o ragazza può ufficialmente dare consenso valido ad un rapporto sessuale) e oltre alle leggi ogni persona ha le proprie personali opinioni secondo le quali giudicherà la moralità di un rapporto sulla base della differenza d’età dei praticanti. Nonostante queste differenze però, che vanno generalmente da un età di quattordici e diciotto anni e sono quindi in realtà minime, la società occidentale condivide un metro morale comune che considera la pedofilia immorale.

A questo punto potremmo definire quindi di fatto come se la società fosse un essere vivente definito da un programma che non è genetico, ma mentale, rappresentando quella coerenza comportamentale interna ad ogni popolo. Questo essere vivente ha tutte le caratteristiche di quelli biologici, nasce, si sviluppa, cerca di espandersi se possibile colonizzando altre menti, è soggetto alla selezione naturale in quanto i sistemi sociali fallimentari collassano in fretta (prendete ad esempio il comunismo sovietico) lasciando posto a quelli più efficienti, si riproduce (pensate come le norme sociali moderne siano figlie della cultura scientifica e da quella cristiana di origini medievali, la quale a sua volta è figlia di quella greco-romana ed ebraica), e alla fine muore nell’atto che in genere viene chiamato “rivoluzione” lasciando il suo posto a qualcosa di nuovo.

L’animale collettivo nella società di tecnologica

Avendo definito la società come essere vivente sarebbe interessante provare a capirne e ad osservarne i comportamenti per cercare di prevederne il futuro.

Anticamente le società umane sono sempre state in prevalenze rurale e, quindi, a bassa densità di popolazione. L’evoluzione della tecnologia ha però posto le basi per un diverso ordinamento della società, basato su agglomerati urbani di dimensioni enormemente superiori a quelle antiche e con densità di popolazione enormemente superiore.

Ciò ha richiesto all’uomo moderno una discreta dose di adattamento per inserirsi nella società da lui stesso creata (ne parlavo anche in questo articolo) e come prezzo per il benessere fisico, ha generalmente sacrificato quello psicologico.

Il punto è che un uomo del medioevo difficilmente viveva una vita che oggi potremmo definire bella. Era una vita caratterizzata da lavoro duro, nessun agio, lo spettro continuo di violenza, guerra e malattia, eppure non cadeva in depressione quanto l’uomo moderno, eppure non sviluppava i disordini di personalità dell’uomo moderno. Questo credo fondamentalmente perché l’uomo moderno è sottoposto continuamente ad una fonte incredibile di stress per essere un buon individuo sociale.

Il nostro metro morale odierno è estremamente esigente se ci pensate: parole che non si possono dire, emozioni che non si possono provare, istinti che non si possono avere; è forse sotto certi aspetti più esigente di quello di diverse teocrazie del passato ed è un metro che si rende necessario a sopportare la densità della popolazione. È infatti risaputo che troppe persone chiuse in poco spazio svilupperanno violenza e insofferenza reciproca, per mantenerle a loro posto quindi è necessaria una fortissima morale che indirizzi il comportamento reciproco di ognuno, la pressione di sottoporsi a questa morale genera però stress che genera infelicità.

Allo stesso tempo è richiesto un numero sempre maggiore di nicchie sociali in modo da scaricare e dare un ruolo alle persone nella macchina sociale. Per fare ciò è necessario che le persone siano sempre in uno stato di desiderio, lo stesso stato in cui si trovava un uomo primitivo rispetto al cibo l’uomo moderno che di cibo ne ha fin troppo lo deve scaricare su prodotti secondari e voluttuari, per generare ciò il marketing bombarda l’uomo moderno di pubblicità per fargli desiderare il prodotto, in questo modo l’uomo comprerà facendo funzionare l’economia e nutrendo così l’animale sociale. Il prezzo di ciò è però di nuovo lo stress, l’insoddisfazione e quindi l’infelicità.

Ciò inoltre va a generare una lunga serie di co-dipendenze all’interno della società. Se un tempo l’essere umano era semi-autonomo, ora ogni più piccolo compito è diventato così specialistico da richiedere qualcuno di specifico e ogni persone diventa così dipendente dalle altre, dando così forza all’animale sociale a scapito però dell’individuo che non si sente realizzato e non si sente libero. Se infatti è vero che all’apparenza l’uomo moderno goda, rispetto a quello antico, di una libertà estremamente alta in moltissime nicchie come quella sessuale, di espressione e parola, è anche vero che nella pratica i dati (qui un articolo del corriere che tratta l’argomento) ci dicono che le generazioni più giovani fanno ad esempio meno sesso di quelle precedenti e, nonostante gli sia garantita la libertà di parola, la loro voce è persa nel fiume dilagante dell’informazione di massa. La società quindi, spegne tutte le luci e poi dà a tutti la libertà di guardare ciò che vogliono.

Anche l’appariscenza e il bisogno di essa è ad esempio una dipendenza. La necessità imperante di postare ogni cosa sui social e di dare su essi un’immagine migliorata di noi stessi deriva fondamentalmente dal tentativo di sopprimere una serie di fobie sociali che la società dei social stessi ha creato, generando un circolo vizioso di dipendenza da essi.

Se dovessi quindi, basandomi su queste osservazioni cercare di fare una previsione sul futuro della società direi che non è troppo difficile prevederlo. L’animale sociale avrà sempre più bisogno, per essere coeso, di sopprimere le differenze fra le persone a favore della coesione comune, avrà sempre più bisogno quindi, di sopprimere la libertà della persone (attraverso un processo che, come abbiamo visto col sesso, non sarà coercitivo, ma più un blando indirizzamento).

L’unica domanda interessante da chiedersi a questo punto è se quindi questo processo si rivelerà efficiente oppure no, se, alla fine, la società tecnologica riuscirà nel suo intento è anche possibile che sul lungo termine riesca anche a sopprimere quelle emozioni d’infelicità che attanagliano l’uomo moderno che ne fa parte. L’alternativa è ovviamente che collassi, che muoia lasciando posto a qualcos’altro.