Sulla polarizzazione dell’opinione

human fist

Vi è mai capitato di assistere ad una discussione sui social network? Magari una di quelle che si sviluppano sotto l’articolo di un qualche giornale che tratta di un tema caldo dell’opinione pubblica come ad esempio l’immigrazione o una qualche battaglia per i diritti sociali? Vi è mai capitato di vedere queste discussioni svilupparsi e continuare per centinaia e centinaia di commenti?

Se la risposta è sì vi faccio uno spoiler: dal commento numero otto in poi sono tutti e solo insulti alle rispettive madri.

Se la risposta è sì però, direi che può anche valere la pena di fermarsi un attimo per fare una riflessione su questo fenomeno che, mi sembra, di anno in anno si faccia sempre più forte e rumoroso, questa continua polarizzazione dell’opinione verso gli estremi e la conseguente morte di ogni discorso costruttivo…ma da cosa deriva tutto ciò?

Il problema è più vecchio di quanto pensiamo

La risposta semplice, la risposta che si danno sempre tutti è “la colpa è dei social.”

Ahh, i social network come capri espiatori di ogni problema della società… perché no? Dopotutto è solo la versione 2.0 del “i cartoni animati giapponesi renderanno i vostri figli dei mostri violenti.”

Ma restiamo nel tema. La polarizzazione e l’estremizzazione delle idee in realtà, se ci pensate, non sono affatto un fenomeno nuovo e nato nell’era di internet, al contrario, questi sono accadimenti molto comuni e che si sono presentati spesso nella storia e sono esattamente il modo in cui ogni massa di persone sempre, in ogni periodo e luogo, si è comportata quando si è sentita minacciata.

Pensate alle guerre, periodi in cui non esistevano le sfumature: bene o male, nero o bianco, amici o nemici, noi o loro. Questo è quello che è sempre accaduto in quei periodi in cui l’istinto di sopravvivenza schiaccia ogni razionalità. Pensate alle epidemie e alla caccia ad untori e streghe, non era questa estremizzazione dell’opinione verso i poli?

Il ruolo della paura

La vera domanda da porsi quindi non è tanto “perché questa polarizzazione avviene?” La risposta a questo è infatti ovvia: avviene perché è così che le persone si comportano quando si sentono attaccate, quando sono guidate dal più primordiale degli istinti di sopravvivenza: esse si chiudono in gruppi fidati, sospettano che ognuno sia un nemico, non osano mai nemmeno pensare di essere anche solo parzialmente in errore perché questo significherebbe che loro, gli altri, i cattivi, hanno parzialmente ragione.

La vera domanda in realtà è: perché in un periodo di sostanziale pace, un periodo senza più vere epidemie o fame (almeno nel mondo occidentale) avviene questo? Perché ci sentiamo tutti costantemente attaccati? Perché non riusciamo più ad accettare che altri abbiano idee diverse dalle nostre e prendiamo ogni altra opinione come un sostanziale attacco personale?

Prendiamo ad esempio il caso dell’immigrazione in Italia.

Semplificando molto un dibattito sostanzialmente infinito e che credo continuerà fino a che l’umanità non scoprirà una razza aliena su un pianeta lontano che, da un lato, si dovrà “aiutare sul pianeta loro” e, dall’altro, “faranno i lavori che i terrestri non vogliono più fare” (tipo, suppongo, riparare cyborg o simili), credo che il problema della percezione del fenomeno derivi principalmente dalla semplificazione estrema che viene fatta sempre e per ogni singola questione sia dalla politica sia dalla maggior parte dei media. Questo perché in Italia ovviamente, più una questione è complicata e ricca di sfumature, più viene trattata con slogan tipo: “ruspa!” o in alternativa con una serie di video strappalacrime sui morti in mare.

Dal un lato la mia impressione è che la posizione della destra sul tema sia quella di dare voce a quelle persone che, tendenzialmente, subiscono il problema in modo maggiore. Se è infatti vero che l’immigrazione in Italia è di gran lunga sovrastimata da parte della popolazione, è anche vero che non tutta la popolazione subisce la questione allo stesso modo: persone che vivono nelle periferie delle città ad esempio, luoghi dove si concentrano più immigrati, di prima o seconda generazione che siano, percepiscono gli effetti negativi di un’immigrazione mal gestita in modo più pesante di chi vive in altre zone. Allo stesso tempo però, la stessa destra ignora che, di fatto e al netto degli slogan, l’immigrazione in un modo o nell’altro continuerà qualsiasi sia la politica adottata, e questo semplicemente perché il mare non può essere chiuso, perché non è così semplice effettuare i rimpatri e perché di fatto anche parte dell’elettorato di destra pur chiedendo una maggiore rigidità, davanti a quei video di naufragi, tace.

Dall’altro la sinistra si concentra invece sul lato umanitario, sugli aiuti a persone che se scelgono di abbandonare tutte le loro vite per partire alla ventura in una nazione di cui non sanno nulla, di certo non lo fanno per una scommessa persa, ma lo fanno spesso perché spinti da cause estremamente gravi e dalla speranza di migliorare le proprie condizioni di vita. Allo stesso tempo però, la sinistra stessa spesso ignora il lato economico e di impatto sociale della questione, e sembra voler ignorare anche il semplice fatto che, se una porzione di popolazione non ama la presenza di migranti questo non li configura immediatamente come stupidi, ignoranti e razzisti, o che magari li configura pure come tali ma che chiamarli in tal modo di certo non li convincerà a cambiare idea, non li convincerà a votarti ma anzi, probabilmente li porterà ad estremizzarsi ancora di più.

La morte del dialogo

Quello che credo che i politici non si rendano conto così come anche i giornalisti (o che peggio se ne rendano conto e cavalchino quest’onda proprio perché, si sa, la gente che urla fa più audience di quelle che parla) è che il parlare continuamente di quanto la parte avversa sia stupida, ignorante, razzista, buonista, etc… non porterà mai alcune di queste persone a voler cercare di capire il tuo punto di vista, ma al contrario, la farà sentire attaccate nel personale, la farà chiudere nel proprio guscio ideologico e, probabilmente, le spingerà ad attaccare a loro volta su questa linea creando una sorta di ping-pong.

Io attacco te dandoti del razzista, tu ti chiudi un po’ e ti sposti verso un polo; tu attacchi me dandomi del “radical chic”, io mi chiudo un po’ e mi sposto verso un polo e così via fino a che tutto quello che resta del dibattito sono un gruppo di persone urlanti ed impaurite le une dalle altre e che si lanciano il corrispettivo internettiano degli escrementi.

A questo punto io posso anche capire un’obiezione abbastanza ovvia a questa considerazione: ovvero che è difficile rispondere nel merito di questioni con gente che le tratta all’acqua di rose in maniera ideologica e di fatto lo è, sono d’accordo, è estremamente difficile. È però vero, e credo sia innegabile, che rispondere con altri insulti e altre ideologie a qualcuno che si comporta così non lo farà mai cambiare idea, ma, al contrario, lo allontanerà sempre di più da noi, danneggiando e non aiutando la posizione che sosteniamo.

Quando cerchiamo il dialogo quindi, e non la sopraffazione, la prima domanda da porsi quindi dovrebbe sempre essere: qual’è il mio obiettivo? Perché se vuoi passare per il più figo del tuo gruppo prendendo in giro l’avversario, attaccandolo personalmente e via dicendo, allora fallo; ma se invece vuoi convincere qualcuno prima lo devi capire, devi capire cosa lo ha portato a sbagliare se vuoi correggerlo, e per capirlo devi imparare ad ascoltarlo, anche se non ti piace, anche se non sei d’accordo con lui.

A questo punto l’ultima domanda che resta in sospeso è… questo circolo vizioso della polarizzazione, questo ping-pong che sta fagocitando giornali e politica si può spezzare?

Lascio a voi l’arduo compito di dare una risposta.

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