Esistono davvero i “cattivi?”

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Photo by Jimmy Chan on Pexels.com

Il sistema carcerario italiano (ma si potrebbe benissimo dire quello di quasi ogni paese) e più nello specifico il recente caso Cucchi, hanno portato alla luce una certa caratteristica della percezione di “buono” e “cattivo” in questa nazione che per molti versi è ancora figlia ideologica della vecchia morale cattolica.

Tutte le persone credono di essere buone.

Per capire tutto il resto, credo serva essere d’accordo su almeno questo punto. Tutti noi, tutti quanti, quando facciamo qualcosa, la facciamo perché pensiamo, per qualche ragione, che sia giusto farla; altrimenti non faremmo nulla.

Ci sarà tempo e spazio sulla discussione sul perché pensiamo che fare una cosa sia giusta, ma sul fatto che mentre la facciamo crediamo che lo sia… beh credo sia lapalissiano. Magari ci pentiamo subito dopo certo, come quando il mattino seguente una sbronza guardiamo il cellulare e notiamo la “simpatica chat” di soli trenta messaggi e quattro vocali che abbiamo mandato alla nostra ex sotto il magico potere della birra. Sta però di fatto che, nel mentre che quei trenta messaggi li mandavamo, qualcosa nel nostro cervello annebbiato ci ha fatto credere che mandarli fosse la cosa migliore da fare, altrimenti non avremmo mandato proprio niente.

L’impressione che ho è che le persone abbiano una visione macchiettistica dei criminali. Come in un cartone animato noi li immaginiamo come dei tizi seduti, per qualche motivo, al centro di una stanza buia e che ridacchiano strofinandosi i baffi pensando a quanto sono malvagi… ma di cosa stiamo parlando?

Il sistema carcerario

Il discorso che abbiamo appena fatto serve anche a spiegare alcune questioni sul funzionamento del sistema carcerario in Italia e nel mondo occidentale. Negli obbiettivi, il senso di questo sistema dovrebbe essere non la punizione, ma la rieducazione.

Perché questo? Si fa presto a dirsi, perché se tutti quanti, tutti, dal santo al mostro, dall’eroe all’assassino, dal benefattore al ladro pensano che quello che fanno sia giusto, questo implica che i buoni o i cattivi semplicemente non esistono, non al di fuori dei libri di religione perlomeno. Esistono solo persone che hanno sviluppato, per una qualche ragione, un concetto antisociale di “giusto.”

Ed è proprio questo il motivo per cui non ci ergiamo a dei sulla terra, il motivo per cui non ci arroghiamo, almeno nelle intenzioni, dato che i fatti sono tutta un’altra storia, il diritto a punire ma piuttosto quello a rieducare in modo che le azioni di una persona tornino a combaciare con quelle delle collettività. Ed è anche il motivo per cui paesi come la Norvegia che hanno un sistema più improntato sull’educazione hanno tassi di recidiva molto più bassi del nostro.

Il caso cucchi

Tutto molto bello, la rieducazione, la legge che deve fare la legge e non la morale et cetera et cetera. Ma questo fino a quanto dura in genere? Perché abbiamo alcuni pesanti doppi standard rispetto ad alcuni casi di cronaca rispetto ad altri?

Capita ogni tanto all’interno del dibattito pubblico e in particolare del dibattito polarizzato sui social, che qualche evento di cronaca apra una discussione su quanto poco pesante sia la mano dello stato su alcune persone.

Pensiamo ad esempio al caso Cucchi perché… dai, anche prima che uno dei carabinieri confessasse quanto vi sembrava probabile che fosse inciampato dalle scale? Eppure buona parte del mondo politico e dell’opinione sostenne quelle prime versioni ufficiali.

Quello che mi chiedo e vi chiedo è, secondo voi, se Cucchi fosse stato qualcuno di meglio inserito nella società… pensate ad un medico o che ne so, un panettiere, se non fosse stato un drogato e un piccolo spacciatore pensate che la gente ci avrebbe creduto così volentieri al suo “inciampare dalle scale”? Io credo di no.

Io credo che questo moralismo e paternalismo sia quasi capillare nella società italiana. Questo nostro dividere il mondo fra i buoni e i cattivi senza renderci conto che i cattivi sono persone che, proprio come noi, pensavano di essere buoni e che un bel giorno potremmo svegliarci e renderci conto che i cattivi siamo diventati noi.

E a poco valgono quelle polemiche della serie: “e se fosse successo a te?” “E se fosse successo a tuo figlio?” Saresti così indulgente con un assassino che uccide un tuo famigliare? Diresti che non andrebbe punito ma rieducato se qualcuno avesse ammazzato proprio tuo figlio? Davvero non lo vorresti vedere esangue e torturato?

La risposta a questa domanda è: non lo so, sinceramente, non mi è mai successo e spero che mai mi capiti, credo che nessuno lo speri. Ma penso anche che ci sia un motivo se esistono i giudici e se i giudici non debbano avere coinvolgimento emotivo col processo e credo anche che questo moralismo a singhiozzi, questa disparità di trattamento fra persone considerate degne o non di ricevere la nostra empatia, non faccia bene a nessuno. Credo che nonostante la rabbia o l’odio in queste situazioni siano sentimenti umani e comprensibili esse non debbano sostituirsi alla ratio, al senso che si pone dietro le azioni della giustizia.

Questo perché anche a te che, sicuramente, sei onesto, che sei magari vittima, che un carcerato esca dalla prigione più arrabbiato verso la società di quando ci è entrato, o che non ci esca proprio, lasciandosi magari dietro parenti e un opinione pubblica in pieno odio delle istituzioni, non ti farà bene né ti restituirà ciò che ti è stato tolto.

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