Sul concetto di perfezione

low angle photograph of the parthenon during daytime

Altro articolo a tema filosofico e su cui, quindi, mi aspetterei un po’ di discussione (che tanto non ci sarà perché sarete tipo in otto a leggere queste parole), articolo che per certi versi si rifà a quello di ieri sull’arte.

Il concetto di perfezione è un concetto straordinariamente ampio che, nelle sue varie accezioni, va a toccare diversi temi: dall’amore, a Dio, alla bellezza e via dicendo. Và da se quindi che come nel caso dell’arte, sia estremamente difficile anche solo definire cosa la perfezione sia.

In un certo senso, la definizione più intuitiva potrebbe essere: “ciò che non ha difetti”, ma la domanda che sorge a questo punto è… cosa non ne ha?

In senso oggettivo

Nulla… non da un punto di vista oggettivo per lo meno. Essendo il concetto stesso di pregio o di difetto soggettivo infatti, non troverete mai nulla che sia oggettivamente privo di difetti, mi dispiace. Se siete religiosi forse potrete sperare di trovarlo all’altro mondo ma, vi assicuro, su questa terra, la perfezione oggettiva non la troverete mai (anche se questo blog ci si avvicina perché no).

In senso soggettivo

Molto più interessante è invece questo tipo di discussione, ma per spiegarvi il mio punto di vista, sono obbligato a fare una piccola lezione di storia dell’arte.

Qualcuno di voi sa come erano fatti i templi greci? Ebbene i greci per le competenze architettoniche che possedevano erano potenzialmente in grado di creare un tempio geometricamente quasi perfetto ma… sceglievano di non farlo.

Le colonne d’angolo ad esempio erano un po’ più grandi delle altre e tutte le colonne erano leggermente rigonfie e inclinate verso l’interno. Lo stilobate (il piano su cui il colonnato poggia) era inoltre leggermente convesso.

Perché veniva fatto questo? Molto semplice, tutte queste pratiche sono definite “correzioni ottiche”, la loro utilità è bilanciare le illusioni ottiche a cui l’occhio umano, imperfetto per sua stessa natura (come tutto il resto d’altronde l’abbiamo detto prima) sarebbe stato sottoposto davanti a qualcosa di più vicino alla perfezione.

All’occhio umano infatti le colonne ad angolo sarebbero, illusoriamente, parse più sottili ade esempio e colonne perfettamente dritte sarebbero parse invece, all’imperfezione umana, pendere verso l’esterno e così lo stilobate sarebbe apparso concavo.

E qui se volete viene il grande paradosso che colpisce la perfezione in senso oggettivo: se davvero esistesse… noi potremmo apprezzarla? O ancora, come possiamo vedere qualcosa privo di difetti se i mezzi stessi con cui guardiamo sono difettevoli?

Le correzioni ottiche furono la risposta, nel soggettivo, a queste domande.

Costruiti attorno all’occhio umano

Questa fu la cosa straordinaria e geniale. Compreso che l’occhio umano era imperfetto e, trovandosi nell’impossibilità di cambiarlo, i greci smisero di fare templi cercando di avvicinarli alla perfezione oggettiva (che sarebbe comunque stata irraggiungibile) e iniziarono a mirare a qualcos’altro, alla perfezione soggettiva, ovvero a renderli, apparentemente privi di difetti e lo fecero proprio aggiungendo dei difetti.

Il risultato fu straordinario. Delle illusioni geometriche che bilanciavano delle illusioni ottiche, dei difetti architettonici che bilanciavano dei difetti biologici e, tutti questi difetti fusi assieme, crearono la perfezione.

Questa tipo di perfezione era diversa da quella oggettiva, da quella teorica degli dei. Era una cosa nuova, era qualcosa che esisteva solo nell’istante in cui l’occhio e il tempio coesistevano e in cui il secondo osservava il primo. Senza un occhio umano a guardarlo infatti, il tempio greco sarebbe rimasto un ammasso di pietra e colonne storte, senza quel tempio, senza quella bellezza, l’occhio sarebbe rimasto una, seppure meravigliosa, macchina biologica racchiusa ed incatenata da una limitatezza fisiologica.

Concettualmente, questo è il concetto di perfezione in cui quindi posso credere e che penso esista. Quella soggettiva che nasce da un certo tipo d’illusione, quella istantanea che si crea nell’atto in cui due imperfezioni combaciano in modo da bilanciarsi e completarsi vicendevolmente (e questa, probabilmente, è anche la cosa più Tumblr che io abbia mai scritto), la perfezione non è quindi una cosa, ma un atto vivo che può esistere solo nell’istante del contatto un osservatore ed un oggetto o, perché no, fra un osservatore ed un altro.

Questa è quindi la mia definizione di perfezione, dell’unico tipo che credo possa esistere: “è il contatto di due corpi i quali, difettosi separatamente, danno nell’insieme l’illusione di essere costruiti l’uno per completare l’altro”.

Wow, ho battuto il mio record di cose Tumblr nello stesso articolo, vai così.

 

Comunque spero che l’articolo vi sia piaciuto e se vi va seguitemi direttamente qui su WordPress o sulla pagina Facebook che trovate sotto.

Fate i bravi… ciao.

 

 

 

 

 

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