Perché la lingua italiana non sta morendo

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Capita, ogni tanto, di sentire pareri a dir poco catastrofici su come la lingua italiana sia in punto di morte, uccisa da quei giovani rei di usare anglicismi e di conoscere le lingue straniere (ah sembrano lontani quei tempi in cui Mussolini per eliminare i riferimenti esteri sostituì il cocktail alla coda di gallo eh?).

Un po’ di storia noiosa che probabilmente scorrerai verso il basso

Allora, innanzitutto facciamo una considerazione che a me sembra ovvia, ma che ovviamente per qualcuno non lo è: la lingua si evolve. Tutte le lingue esistono come processo in continua evoluzione e come tutti i processi in evoluzione ciò che, alla fine tende a dominare (che è anche il motivo per cui l’evoluzione avviene) è la ricerca dell’efficenza.

Il latino è una lingua morta o si è evoluta nelle lingue romanze? Lo è il germanico o ancora vive nelle lingue del nord Europa? L’Hindi non è lo sviluppo del sanscrito? Il russo… no in effetti il russo non lo sa nessuno da dove viene… R.I.P.

Questo è il punto, anche se le lingue ci possono dare l’impressione di morire nell’arco di quelli che sono millenni, in realtà esse non scompaiono mai davvero (o quasi) semplicemente si trasformano in altre lingue loro figlie in un processo che è assolutamente naturale e spontaneo ed è guidato principalmente da due fattori: quantità e specializzazione.

Come le lingue si evolvono

Allora, quantità e specializzazione, partiamo dal primo.

Per quantità intendo semplicemente quanto una vecchia lingua fosse effettivamente parlata in una zona, fattore abbastanza ovvio in realtà. Naturalmente in Italia mi aspetto più latinismi che in Germania e in Germania più che in Cina, ciò dovutamente alla storia di questi paesi e a quanto essi siano stati in contatto con la cultura latina (completamente immersa come l’Italia, ai margini come la Germania o sostanzialmente intoccata come la Cina).

Questo fattore ovviamente deriva moltissimo da tutta una serie di fenomeni storici: dalle guerre, al colonialismo, alle migrazioni, alla vicinanza geografica, perfino alla letteratura (senza la divina commedia, l’italiano moderno probabilmente non sarebbe quello che è).

Il secondo punto è il più complicato e allo stesso tempo il più interessante, specialmente in merito alla questione attuale del complicato rapporto fra italiano e inglese, la specializzazione.

Perché molte parole della tecnologia vengono dall’inglese? Perché molte parole dell’enologia dal francese? Perché all’estero molte parole sulla cucina vengono dall’italiano? Perché molti termini di filosofia vengono dal tedesco o addirittura dal greco antico e sono sopravvissuti fin ora? Molto semplice, perché ci sono settori in cui un determinato popolo fa scuola e da cui gli altri imparano assorbendone anche la terminologia.

Gli eschimesi hanno cinque parole per dire neve

Sì e allo stesso modo gli arabi ne hanno tre per dire deserto, ciò avviene perché certe popolazioni, per necessità o semplice caso, arrivano a sviluppare una conoscenza più approfondita di un argomento e, per una questione di efficenza, ciò porta anche a sviluppare un vocabolario più preciso per esso.

Siete mai stati, ad esempio, negli USA? Lì hanno tre parole per dire: “pasta” ovvero il generico pasta, spaghetti e maccheroni, parola totivalente con cui identificano tutto ciò che non è spaghetti (e hanno pure il coraggio di ritenersi qualcosa di più di un branco di barbari pieni di armi…pff), noi in Italia invece abbiamo una parola diversa per ogni singola sfumatura della pasta per un totale di dozzine. Questo perché la pasta è un settore in cui noi facciamo scuola e, statene certi, chi lavora nella ristorazione anche americana e vuole trattare questi prodotti un po’ d’italiano in più se lo imparerà.

Oltre al cibo anche la musica lirica e alcuni strumenti musicali in generale, l’arte, il creare governi che non durino più di sei mesi, sono tutti settori in cui è l’Italia a fare scuola e in cui, quindi esportiamo anche parole.

Allo stesso tempo ci sono settori in cui la scuola la fanno altri. La tecnologia ad esempio, social network, computer, videogiochi, tutti settori in cui gli americano oggettivamente insegnano e, nel farlo, dove creano anche un linguaggio specifico che sia d’utilità per la comunità che si approccio a questi mondi, vocabolario che, ovviamente, sarà in inglese.

Vi faccio un esempio, la parola camperare (che ho impiegato quattro minuti a scrivere perché il correttore continuava a cambiarla in “campare”) indica l’atteggiamento di un giocatore di videogiochi, generalmente un cecchino, che aspetta in un punto nascosto il passaggio di altri giocatori per ucciderli senza farsi nemmeno vedere. Questa parola, a chi non gioca ai videogiochi, è ovviamente superflua, ma è utile a chi, invece, ci gioca e non ha una parola nella sua lingua per descrivere questo comportamento.

Perché l’italiano non sta morendo

Perché innanzitutto, pur assorbendo magari parole in cui altre nazioni fanno scuola, noi tendiamo ad “italianizzarle”. La parola camperare di cui ho parlato prima ad esempio, non esiste in inglese, in inglese il verbo è “to camp”, presa in prestito la radice quindi, e per comodità di linguaggio, la comunità italiana dei videogiochi ha nei fatti creato un neologismo che è un po’ inglese, ma anche un po’ italiano.

In secondo luogo, anche se forse sono un po’ di parte a dirlo, perché è una lingua meravigliosa. Nonostante spesso gli italiani siano i primi a storpiare i modi e i tempi verbali l’italiano resta la quarta lingua più studiata come seconda lingua e, se ad esempio l’inglese è studiato per necessità essendo la lingua internazionale, lo spagnolo anche e in parte anche il francese, se l’italiano viene studiato è sostanzialmente perché piace dato che dubito che la gente lo impari per la centralità economica dell’Italia.

Questo perché sia a livello sintattico (quei modi e tempi verbali) sia a livello di vocabolario, estremamente ricco il nostro, l’italiano resta, anche per via delle cause storiche e degli infiniti popoli che sono passati dalla penisola portando tutti un po’ della propria (greci, latini, etruschi, galli, germani etc.), una lingua straordinaria.

Anche da un punto di vista letterario, sia della prosa che della poesia, oggettivamente sia per esempi del passato, sia di possibilità offerte dalla lingua stessa per gli autori del futuro, la nostra è una lingua che non ha assolutamente nulla da invidiare nemmeno all’inglese… ma ovviamente di questo ve ne renderete conto quando mi deciderò a far uscire il mio romanzo.

Coming soon.

 

P.S.

No, tranquilli, non sono così arrogante da pensare che il mio romanzo darà una scossa al panorama letterario italiano, era una battuta… in realtà credo che uscirà, non se lo filerà nessuno, io cadrò in depressione e per riprendermi farò quindi un viaggio spirituale in Nepal dove aprirò un allevamento di alpaca.

Curiosità del giorno: la lingua Russa ha origini aliene, fatevene una ragione.

 

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