Racconti: ultima spiaggia

photo of person walking on deserted island

Nonostante probabilmente se segui il blog è per gli articoli di attualità misti a sagaci battute o per gli articoli filosofici un po’ Tumbrl, questo spazio è nato anche per far conoscere la mia attività da scrittore.

Ti lascio quindi qui sotto uno dei miei primi racconti, spero ti piaccia e, se vuoi, fammi sapere cosa ne pensi con un commento.

 

Ultima spiaggia

Una notte a Shan’etiar, la grande isola, l’unica isola del mare infinito, un giovane sentì il richiamo del mare.

Una voce dolce come i flutti che s’infrangevano sulla spiaggia, l’ultima spiaggia prima del mare infinito, melliflua, un suono che scivolava nella mente come un sussurro.

Così il giovane si alzò e scese e si sedette sulla spiaggia guardando il mare, poi si voltò e guardò l’isola, la grande isola di Shan’etiar, l’unica del mondo: subito alle sue spalle, appoggiata sulla spiaggia, c’era una città che pur spegnendosi ancora si godeva il calore dei fuochi che la illuminavano; una città di pietra bianca e azzurra slavata dal sale portato dal vento e dalle tempeste, che si godeva la brezza della sera calda. Era una città grande, con annessi villaggi e piccoli paesi che insieme costeggiavano la riva più bassa e più dolce dell’unica isola; all’interno, invece, c’era la grande pianura, ricca in ogni dove delle più diverse coltivazioni, mentre dal lato opposto c’era la montagna che da un lato torreggiava sulla valle, donando ad essa la sua acqua dolce, l’unica simile dell’infinito, mentre dall’altro calava a picco sul mare e gli scogli dove un tempo c’era stata un’altra spiaggia e un antico porticciolo, che il mare aveva ormai eroso.

Era una bella isola quella, Shan’etiar, l’unica isola del mondo, e grande, ma non tanto da occupare una vita, c’era molto da vedere, ma non abbastanza, neanche lontanamente, o almeno questo diceva il richiamo.

La marea intanto saliva e le onde iniziarono a bagnargli i piedi. Guardò il mare nero dove le uniche luci erano le stelle e la Luna che si riflettevano sulle onde, da dove veniva quella voce? Non c’era più niente nell’infinito, niente dopo l’ultima spiaggia di Shan’etiar, solo il mare nero e senza fine, tanto profondo che la luce del sole non lo attraversava.

Di giorno, lì davanti, c’erano molte navi dei pescatori, esse andavano un po’ in là, ma mai troppo da perdere l’isola di vista; e chi, nell’infinito, rischierebbe di perdere la vista dell’unica isola? Quando le navi tornarono, nessuno mai aveva detto di aver visto qualcos’altro, e nemmeno quei rari sfortunati che si perdevano in mare e che la sorte e buoni venti riportavano mezzi morti alla spiaggia, neppure loro dicevano di aver mai visto altra terra.

Dicevano altre cose certo, dei demoni che strisciano fra le onde e dei mostri che nel buio delle profondità si annidano, in silenzio, e che aspettano che qualcosa passi.

Ma se non c’era niente da dove veniva quella voce?

All’improvviso mentre guardava l’acqua, qualcosa sembrò muoversi fra le onde, una luce che correva veloce, come se uno dei riflessi delle stelle sul mare gli stesse venendo in contro.

Più si avvicinava e più prendeva forma, un vascello d’oro e brillante, con le vele gonfie di un vento che non c’era, che si avvicinò alla spiaggia, fermandosi appena prima che le acque per il pesante scafo diventassero troppo poco profonde.

Il giovane si alzò e guardò il veliero, fermo lì, poco distante da lui e dall’ultima spiaggia e di nuovo sentì il richiamo, stavolta più forte, come un battito sulla coscienza, e una parola all’orecchio.

Si mosse e si buttò in mare, nuotando fra le onde, alle sue spalle sentì delle voci chiamarlo e urlare, ma non si voltò perché già il vascello si stava girando e faceva per partire. Si aggrappò alle corde che pendevano dal fianco e si issò a bordo proprio mentre questo iniziava a muoversi e accelerava.

Davanti ai suoi occhi, la grande isola di Shan’etiar, l’unica dell’infinito, pian piano si faceva più piccola e lontana e le luci dei fuochi della città si confondevano fra loro; ben presto, la grande isola sembrò sullo sfondo non più di una piccola stelle fra molte altre, poi, scomparve, inghiottita dal mare.

Il giovane cercò a lungo nel vascello, ma benché ci fossero cibo e acqua dolce in quantità, non c’era anima viva a bordo, né equipaggio che lo controllasse, esso da solo solcava le onde, mancava perfino il timone e da sole le vele si gonfiavano, anche senza vento o con aria avversa.

Sorse e il sole e un nuovo giorno, che finì senza che altra terra fosse avvistata, e così la notte seguente, passarono poi anche le settimane, i mesi e gli anni, passò un tempo che al giovane sembrò essere più lungo della durata della vita mortale, ma lì a bordo non invecchiava, condannato ad un viaggio eterno nell’infinito. Molte volte durante quelle notti sognò l’isola di Shan’etiar e molte durante i giorni malediceva il momento in cui l’aveva lasciata indietro.

In quel tempo però vide anche molte cose: vide l’oscurità calare nelle notti senza Luna e con il cielo coperto, tanto profonda e densa da far confondere il cielo con il mare, e vide l’acqua brillare dei colori dell’arcobaleno al suo passaggio col veliero. Vide il mare contorcersi e pulsare in un groviglio di serpi e tentacoli che lottavano per il sangue, mentre leviatani e mostri strappavano brandelli coi denti; e vide forme leggiadre ed eteree muoversi sull’acqua cantando con voci delicate. Sentì sulla sua pelle la tempesta e udì il fragore del tuono, lampi di luce che illuminavano gli orrori nascosti per un istante, per lasciargli poi fuggire di nuovo nell’ombra. E vide anche l’abisso, la fossa profonda oltre ogni misura, dove il bacio del sole mai era e mai sarebbe giunto, l’antro freddo e profondo dove giungevano le carcasse che affondavano e dove i mostri prosperavano protetti dal buio, uscendo solo a volte per terrorizzare con un ghigno e sparendo poi fra i flutti.

Vide tutto ciò e lo amò e ne ebbe paura e meraviglia.

Accadde infine, un giorno, che al mattino il giovane si accorse di essersi fermato: il vascello d’oro era all’ancora, poco distante da una nuova terra, enorme anche se coperta da una nebbia leggera, forse tanto infinita quanto il mare. Sorrise e si tuffò, ignorando il vascello che, appena lui fu sceso, si voltò e ripartì sparendo all’orizzonte, nuotò quindi in fretta fino a riva.

Davanti a lui, aprendosi nella nebbia, due colonne immense che sembravano scolpite dall’uomo, ma con una stazza che avrebbe richiesto giganti, alte fino al cielo, le cime si perdevano alla vista nella nebbia. Esse delimitavano l’ingresso di una grande gola, che come una cicatrice si apriva nella terra, e sentì un ticchettio nella testa, il richiamo di nuovo e sempre più forte, l’ordine dolce che lo attirava in avanti.

Camminò per ore nella gola e nella nebbia, fino a che anche questa lo abbandonò, ritirandosi e tornando al mare. Ora vedeva più chiaramente, una profonda cicatrice nella roccia, due alte pareti che si chiudevano attorno a lui, qua là però vedeva anche pezzi di statue e di colonnati che mani umane sembravano aver tentato di scolpire nella nuda pietra bianca e azzurra, lasciando però il lavoro a metà, o forse erano stati solo tanto slavati dal tempo e dalle intemperie da sparire in parte.

Era notte quando finalmente, esausto, ne raggiunse la fine, una notte buia e stellata come quella in cui era partito.

Arrivato, trovò solo un grande bacino d’acqua chiuso nella roccia, tanto profondo che sembrava scivolare nelle profondità della Terra e sulla cui superfice brillavano i riflessi della luce delle stelle.

Lì era più forte il richiamo, più potente, quello che era stato un graffio leggero sulla coscienza, ora era un battito e un urlo, una larva che scavava e mordeva, facendosi strada coi denti, era un grido e una promessa.

Fece un altro passo verso l’acqua e verso il richiamo, l’ultimo segreto del mare infinito e della terra buia che si stendeva sotto esso, poi si tuffò ed iniziò a nuotare verso il basso nell’oscurità e per un istante, l’ultimo istante prima che l’aria finisse, li vide, i demoni, che sul fondo dell’abisso danzano attorno ad una fiamma nera.


Gli abitanti della città bianca di Shan’etiar guardarono per un’ultima volta il corpo e scossero la testa. Com’era potuto accadere? Da quale follia era stato colto quell’uomo? Solitario, la notte prima era stato visto, correre e iniziare a nuotare come un pazzo verso il mare gridando di un vascello, e lì, solo poco distante dalla riva, affogare, nei pochi metri d’acqua che a Shan’etiar dolcemente accarezzavano l’ultima spiaggia prima del mare infinito.

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