La verità è stata uccisa dai social network o dagli stessi giornali?

person reading the daily fake news newspaper sitting on gray couch

Stamattina stavo scrollando la home di facebook, cazzeggiavo un po’ mentre aspettavo che arrivasse l’autobus fino a che l’occhio mi è caduto su un certo articolo. Questo articolo, pubblicato su un giornale anche abbastanza conosciuto che io non citerò per non fargli fare altro clickbait, verteva su una sentenza di un tribunale irlandese in cui un accusato di stupro, a dire del giornale, è stato assolto perché la vittima indossava un tanga… sorpresa, l’articolo era falso, l’imputato è stato assolto per mancanza di prove a suo carico e la questione dell’abbigliamento era stata solo tirata fuori dall’avvocato della difesa durante un arringa (piccola parentesi prima che qualcuno fraintenda, nessun abito, in alcun modo e mai, giustifica uno stupro e fosse per me argomentazioni del genere non dovrebbero proprio entrare nei tribunali… sta di fatto, che dichiarare che questo è il motivo dell’assoluzione è assolutamente falso).

La morte della verità

In continuazione, ogni qualche mese, qualche giornale lancia la nuova campagna contro le fake news, contro la disinformazione del web, ma quello che mi chiedo è se prima di fare queste campagne vedano la trave nel loro stesso occhio.

Titoli clickbait degni del più trash dei canali youtube posti senza vergogna su testate nazionali, articoli di cronaca inframmezzati dall’ultimo outfit di Diletta Leotta ed importantissime discussioni sull’acqua di Chiara Ferragni, questioni scientifiche e sociologiche (come già trattato in questo articolo) di cui si parla in termini talmente semplicistici da renderle ridicole. Prese di posizioni politiche dello stesso spessore di cori da stadio, notizie non verificate, esagerate, sensazionalistiche al limite dell’allarmismo, nonché i processi fatti sui media anziché nelle aule dei tribunali. Il giornalismo italiano di oggi è più o a meno questo.

E questo meccanismo coinvolge tutta l’informazione, cartacea, online e televisiva. Pensiamo alle Iene… perché non facciamo un video su un gioco che spinge la gente a suicidarsi con video di suicidi del tutto non correlati e, una volta scoperti, diciamo che questo comunque non cambia il senso del servizio. Perché non facciamo un video sulla sessualizzazione minorile in Giappone e poi intervistiamo una ragazza per poi “sbagliare casualmente” a tradurre due informazioni come l’età e il lavoro della ragazza? Tanto dai, il senso del servizio non cambia.

Una mezza verità è molto peggio di una bugia

Il punto credo che sia che l’informazione non si divide tanto fra vera e falsa, ma fra onesta e disonesta.

Prendiamo l’esempio di prima. È vero che un avvocato, durante un processo per stupro ha citato fra le argomentazioni a difesa l’abbigliamento della ragazza? Sì è vero. È giusto che l’abbia fatto? No, secondo me no, secondo me quell’avvocato dovrebbe imparare a fare meglio il suo lavoro e avrei apprezzato anche leggere un articolo d’opinione su questo. È vero, però, che l’imputato è stato assolto perché la ragazza indossava un tanga? No, questo è falso, è assolutamente falso e questa “piccola” informazione inficia molto sul senso dell’articolo. (Di nuovo, mi rifiuto di citare direttamente questi servizi, ma se proprio volete cercarli sappiate che guadagneranno per ogni click.)

In realtà credo che la questione delle fake news, sia molto esagerata, questo perché le persone che credono alla cugina di Laura Bordini milionaria perché lo hanno letto su “cose-che-i-poteri-forti-ti-nascondono.com” fondamentalmente sono idiote (cioè senza offesa per nessuno ma se credi davvero a questo tipo di cose sveglio non sei). Al contrario però, articoli del genere, mezzi veri e mezzi falsi, clickbait, lanciati e rilanciati su testate abbastanza conosciute, fanno invece cadere in trappola un po’ tutti, gente con l’unica colpa magari di essersi fidata troppo di una testata che considerava degna di fiducia e il cui scopo è, principalmente, far arrabbiare le persone in modo da spingerle a condividere l’articolo.

Pensate a quelle “emergenze” che vengono fuori ogni tanto, quelle mediche come l’influenza suina o l’ebola, quelle sociali come il terrorismo o l’immigrazione… questi non è che non siano o non siano stati problemi reali, ma il modo in cui sono stati trattati ha ingigantito la percezione del pericolo in proporzioni tali da renderli del tutto non aderenti alla realtà. Lo dico di nuovo, il non mentire in un articolo, non vuol dire essere onesti.

Di chi è la colpa?

Chi ha ucciso la verità?

Una riflessione sui social network andrebbe fatta credo. I social sono spesso stati accusati, e non completamente a torto, di aver creato un certo tipo di ambiente (e diciamocelo Mark Zuckerberg ha forgiato questa era più di chiunque altro).

Ha creato un’ambiente in cui le persone non cercano più informazione, ma conferma ai propri pregiudizi, tutti vogliano che gli venga detto ciò che già sanno, vogliono emozione, vogliono un articolo che non li faccia pensare ma li faccia arrabbiare… e i giornali gli hanno dato quello che volevano.

Forse il punto è proprio il rapporto fra intrattenimento e informazione e della sopraffazione del primo sulla seconda. Il fatto che un certo tipo di serietà sembra essere sparita soggiogata dal dover fare visualizzazioni a tutti i costi e con ogni mezzo possibile.

Il fatto che però i social abbiano in questo una parte di responsabilità, responsabilità che deriva dal tipo di ambiente culturale che hanno creato non vuol dire che i giornalisti non abbiano colpe, ognuno, credo, è responsabile delle proprie azioni e non ci si può giustificare dicendo “sono figlio dei tempi” perché i tempi si cambiano e si affrontano con l’esempio e non inchinandosi passivamente e pavidamente ad essi.

Inoltre, se questo meccanismo di clickbait fosse davvero inevitabile, allora non esisterebbero esempi virtuosi di gente che riesce a lavorare, anche sul web, senza farsi trascinare in questo buco nero. Ne cito uno per tutti, SHY di Breaking Italy (se non lo conoscete cercatelo su youtube), ma ce ne sono diversi.

Cosa fare?

Bella domanda eh? È questa nei fatti una questione estremamente complicata che passa dalla tutela della libertà di stampa al diritto del cittadino ad un informazione decente.

In mancanza di altro, il mio consiglio è quello di smettere di seguire quei giornali che fanno questo tipo d’informazione, di ignorarli. Questo tipo di disinformazione infatti è alimentato anche dal clickbait e, l’unico motivo per combatterla, è ignorarla perché se non la ignoriamo, la responsabilità della sua esistenza è anche nostra.

Quando vedete un giornale che pubblica questo genere di articoli falsi, non è colpa vostra se cadete nel tranello, magari anche solo per curiosità, cliccando sull’articolo, io stesso oggi l’ho fatto, quello che possiamo fare è, una volta che la nostra fiducia è stata stata tradita, non aprire mai più un link di quel giornale, non guardare mai più un servizio di quel programma e così via, questo è il nostro potere in quanto consumatori, quello di scelta. Questo perché se continuamo a dare visibilità a chi fa questo tipo d’informazione, questa sarà l’informazione che riceveremo.

 

4 pensieri riguardo “La verità è stata uccisa dai social network o dagli stessi giornali?

    1. Quello che la gente non capisce è che l’informazione non è solo carta, ma è un potere enorme che lasciato senza controllo e contrappeso rischia di esplodere. Grazie del commento comunque, è bello sapere che c’è gente a cui interessa l’argomento.

      Piace a 1 persona

      1. L’argomento è di fondamentale importanza. La società, e la nostra vita, dipendono ormai dal potere dei media di controllare e manipolare l’informazione e condizionate le nostre scelte in tutti i campi e settori dell’attività umana. Chi lo ha capito può tentare di difendersi (ma non è detto che ci riesca). Chi non lo ha capito è come un burattino appeso ad un filo, illuso di essere libero ed inconsapevole di essere manovrato dal burattinaio. Coraggio.

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