Come la produzione artistica esprime la vera essenza di un popolo

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Che cosa ha fatto un popolo? Quali sono stati i suoi successi, le sue sconfitte, le sue battaglie? Com’è nato, come si è sviluppato e perché si è sviluppato in un modo e non in un altro? Queste sono tutte domande molto importanti a cui la Storia, cerca, coi suoi studi, di dare una risposta, ma alla domanda “cosa un popolo è?” chi è che risponde? È sufficiente conoscere i nomi dei sette re di Roma per comprendere la cultura romana? È sufficiente conoscere le battaglie fra le città del Peloponneso per conoscere quelle greca?

In questo ci viene d’aiuto quindi lo studio di un’altra disciplina, quella disciplina in cui ogni popolo e, nello specifico anche ogni individuo, inserisce in modo più o a meno cosciente sé stesso, inserisce i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, la propria visione del mondo. Questa è l’arte.

Storie di dei e di lupi mannari

Partiamo dalla letteratura e, in particolare, dalla narrazione mitica e prendiamo ad esempio quattro popoli: gli antichi Greci, i Romani, e norreni.

Iniziamo parlando del rapporto fra i popoli e le proprie divinità. I greci e i romani erano un popolo di agricoltori e pastori innanzitutto e a capo del loro Pantheon c’era quindi un dio della pioggia, erano popoli di navigatori e un’altro dei loro dei più importanti era il dio del mare. Per quanto concerne i romani nello specifico agli inizi furono semplici pastori di collina che via via si militarizzarono sempre di più, fino a diventare una società altamente militare (indicativo di questo, è il passaggio di Marte, originariamente divinità dell’agricoltura, a dio della guerra, oltre alla diffusione di molti altri dei protettori dell’arte militare come Bellona, Mitra o, in una certa misura, Giano bifronte).

Al contrario i Greci erano forse meno militarizzati, al meno a livello professionale, ma avevano una forte cultura dell’eroismo. Molti dei loro miti rappresentano un uomo solo contro le avversità come Ercole o, addirittura e pensiamo ad Ulisse, contro gli dei stessi.

I greci furono poi i creatori della tragedia, l’arte della catarsi delle passioni che mostrava agli uomini una certa filosofia e, d’altro canto, filosofi erano i greci. I romani dal canto proprio erano forse meno filosofi ma più politici, meno retori e più avvocati e crearono il genere dalla satira.

E cosa dire invece dei Norreni? Popoli che, essendo nati in un ambiente ostile, vivevano di razzia a capo del loro Pantheon c’era un dio della guerra. Un popolo che quindi dava ai guerrieri e ai coraggiosi e a loro soltanto l’onore dei loro paradiso. Allo stesso tempo un popolo, similarità questa con i greci, che credeva fortemente nell’ineluttabilità del destino, un destino che in Ragnarok avrebbe decretato la morte degli dei stessi.

Prendo d’esempio un’altro mito molto comune in molte culture, quello della metamorfosi animale. I greci, un popolo che guardava al cielo e all’etereo, avevano come popolo una certa repulsione della natura, pensiamo a miti come la morte di Pan, agli eroi come Ercole o Teseo che lottano contro mostri in parte animali (i semi-animali, a parte rari casi come chirone, sono quasi sempre personaggi negativi). Il mito di Licaone in questo è indicativo, un uomo reo di cannibalismo punito da Zeus ad essere trasformato in un lupo.

Nei romani il rapporto è un po’ diverso invece. Un popolo che nasceva come pastorale aveva per gli animali e i lupi nello specifico una sorta di rapporto ambivalente, un timore reverenziale comunque tendenzialmente negativo. Se nel mito di Romolo e Remo è proprio una lupa a salvare i gemelli, i lupercalia erano ad esempio una festa d’esorcismo delle paure dell’attacco dei lupi dal bestiame e, nel Satyricon (primo secolo) la licantropia è descritta come maledizione.

Ciò cambia radicalmente nei Berserker nordici. In questi guerrieri scelti la metamorfosi rituale diventava la fusione spirituale con un animale totemico che donava forza, insensibilità al dolore e vigore in battaglia. Ciò anche dovuto al rapporto molto stretto che questi popoli avevano con il selvaggio, con il naturale.

Le arti

Ovviamente se volessimo questo stesso discorso preso ad esempio si potrebbe fare con qualsiasi popolo e qualsiasi arte. Prendiamo gli Egizi e il pantheon estremamente vasto ma anche molto gerarchico, piramidale come la loro società, diviso non fra bene e male ma fra ordine e caos.

Prendiamo ad esempio la poesia in tempi anche molto più recenti, che passa dall’essere religiosa in epoca medievale, ad essere nella società industriale una malinconica fuga dal grigiore delle città. Prendiamo la musica, i canti contro l’invasore o lo straniero che si sviluppano in tempo di guerra e che via via in epoca di pace diventano più leggeri fino a diventare in quest’epoca in cui sembra che la depressione sia, nei paesi occidentali, uno dei principali mali della società, puro intrattenimento spesso privo di messaggio ma che permette così alla gente, per un po’, di non pensare e di rilassarsi (ovviamente questa è una mia visione non mi aspetto che tutti siate d’accordo).

Pensiamo alla cultura delle droghe e non credo di dire nulla di scandaloso se sostengo che spesso gli artisti ne sono stati influenzati. Pensiamo al vino, sacro per i greci e per i romani al punto da dedicargli un dio o ai funghi allucinogeni d’amanita usati dai berserker nei loro riti. Pensiamo a come questa cultura sia stata osteggiata dal cristianesimo prima e dal perbenismo americano poi, per risorgere nel dopo guerra fra i giovani. Fino ad arrivare alla sostanziale accettazione delle droghe leggere nell’età moderna.

Pensiamo alla pittura, che prima tende sempre di più verso il realismo e poi, con l’avvento della società industriale e della fotografia fugge, muovendosi verso l’espressione dell’emotività. Pensiamo alla fotografia stessa che nasce nel ritratto e poi, nell’era della cultura della pubblicità diventa espressione della società consumistica (ricordate Andy Warhol e ai fagioli Campbell).

Pensiamo a quanto, nella società di oggi, le nostre arti parlino di un ritorno alla natura e alla fantasia. Di quanto vadano di moda romanzi fantasy e medievaleggianti.

Pensiamo se no quanto la fotografia sia diventata fondamentale nella cultura dell’apparenza, nella cultura del se non posti non esisti, di quanto tutte le foto che pubblichiamo esprimano non tanto la vita che abbiamo ma quella che vorremmo avere. Nessuno posta foto della pasta che mangia sei giorni su sette, ma del sushi che mangia la settima, nessuno posta foto delle discussioni col o con la partner che magari si fanno quotidianamente, ma tutti postano quelle dell’unico momento allegro. Anche questo esprime molto del tipo di società che siamo.

L’arte è espressione

Il punto è questo alla fine, la storia esprime cosa fai, ma è l’arte che produci o che semplicemente apprezzi da spettatore, che dice chi sei.

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