Racconti: Suoanok della tempesta

lightning on the sky

Oggi pubblicazione diversa da solito, uno dei miei racconti, spero vi possa piacere.

 

Suoanok della tempesta

Nell’istantanea luce danza l’eternità.

 

Affacciato alla finestra della sua vecchia casa, il vecchio Suoanok osservava il temporale lontano, le cui nubi nere, sorte dal mare, si avvicinavano sempre più.

“Boom” era il suono del tuono, del martello divino che batteva su di un’incudine ventosa e che giungeva lento seguendo la luce del lampo fratello.

Il vecchio guardava e osservava, quanti temporali erano passati nel corso dei suoi lunghi anni? Troppi da ricordare, ma troppo belli perché anche dopo l’ennesimo la meraviglia sparisse. Quando tutti andavano senza tornare: quando morivano, quando partivano, il temporale sempre solo tornava accompagnato dai suoi alti tamburi.

E ora, solo, Suoanok lo guardava, vedeva il vento scuotere e la pioggia cadere sul mare mentre la folgore forava divina l’aria e sempre, alla fine, il tuono chiudeva ciò che il fulmine aveva iniziato e poi, ciò che restava, era solo buio e silenzio.

Quale uomo, seppure il più vecchio, seppure il più stanco, non torna bambino davanti al temporale? Chi, dinnanzi ad esso, non vede magnifiche e strane forme nascere e perire nell’istante; vive, solo nell’ombra del lampo e cantanti nel ruggito sommesso che precede il tuono?

E non era quello forse l’ultimo dei temporali? Non era quella sua l’età di tutte le ultime cose? In verità Suoanok non poteva dire di aver rimpianti della sua vita: essa era stata comune, calma e, in fondo felice. Eppure quello gli mancava… quello solo per un istante lo avrebbe ancora voluto, essere fermo in quel momento che passa fra il lampo e il tuono; quel momento di assoluta libertà in cui tutto il mondo si ferma, attendendo il battito del cielo, quella furia sommessa e dolorosa che, generosamente, la natura elargisce e che, gelosamente, l’uomo nasconde sotto il nome di libertà.

Il temporale si avvicinava e Suoanok mise una mano sul vetro freddo, esso tremolava leggermente sotto la spinta del vento. Dall’altra parte le nubi coprivano ormai tutto il cielo e il mare in tempesta fremeva sotto i colpi di un dio più alto.

In quell’istante, accadde qualcosa: un lampo più forte degli altri cadde tanto vicino da accecarlo e sotto la sua mano Suoanok sentì il vetro andare in frantumi. Il vecchio sentì la pelle ardere, come bruciante di viva fiamma, ma nessun tuono seguì l’esplosione, nessun suono seguì quella luce.

Suoanok di nuovo aprì gli occhi e mai avrebbe potuto descrivere tale meraviglia.

Camminava il vecchio sulle alte nubi e il forte vento era il suo araldo, luce divampava dal suo corpo e scintilla era il suo sguardo. Un passo portava Suoanok fra i cieli e di brillante lampo era il suo cavallo. Non più vecchiaia o umana carne, ma assoluta e totale libertà, la violenta purezza della natura.

Era ora freddo ed era buio e ora rovente luce, la corsa selvaggia fra i cieli del mondo; silenziosa, come la neve che cade ma con un ruggito sommesso che strisciava nel profondo.

Ah l’altare umano dove la purezza è stata sacrificata alla norma, che ne sapevano loro della divina folgore!? Che ne sapevano del tuono!? Che ne sapevano dell’urlo che nel buio incalza e di rabbia e felicità urla il suo dominio!?

E Suoanok dall’alto rideva correndo nel vento e fra le fate e gridava fra neri demoni d’acqua e angeli di bianca fiamma. Né limiti mortali né divini, né di una mente che sta sotto o sopra al cielo, ma di un giullare ridente che fra bene e male corre, spinto dal vento dell’unica vera libertà, quella pura e animale follia della tempesta, frenesia del cosmo e dei sensi; bellissima violenza nel suo più puro stato di natura.

E urla quindi Suoanok! E ridi nel lampo e nel vento! Nell’istante che dura un’eternità… Tu, immerso, fra vita e morte balli nel cielo, nel punto selvaggio dove angeli e demoni s’incontrano e nel vuoto dell’aria amano e allo stesso tempo si combattono con spade.

Quindi corri Suoanok! Libero nel freddo e nel caldo, fra buio e luce senza più paura, senza più dolore, senza nulla che nell’umano limiti il tutto. Come un animale d’aria e di fiamma, recuperi ciò che l’uomo che ha perso, la purezza totale dell’abbandono all’invisibili onde che vibrano nel cielo!

Non più corpo, ma spirito in attesa nel silenzio, nell’attesa e nella fuga dal tuono, che lì, coincide, con la furia ridente del temporale. E qui un’eternità passa, e mille terre scorrono sotto la nube e mille genti e mille mari. Quante volte hai visto il Sole sorgere e ritirarsi? Quante hai corso nel cielo seguendo la Luna? Quante… che gli astri ora ti chiamano amico e compagno!

Corri Suoanok, corri nel cielo, e non fermarti, non lasciare che il tuono ti raggiunga. Esso è l’ultimo tamburo divino.

Balla fra le nubi, grida fra esse, libero fino a che ancora hai da dare e da prendere dal cielo, perché solo l’ultimo suono attende oltre quel tempo!

E così corse Suoanok, e vide l’infinito, vide la meraviglia dei colori dell’aurora e della bufera in montagna. Nubi di cenere nella bocca del vulcano e vorticante sabbia nel deserto arso.

E alla fine… stanco e pronto, dopo la corsa dell’infinito, dopo essersi perso nei sentieri celesti dell’eternità, si fermò Suoanok, in un posto che nella sua memoria risiedeva lontano, ma che ancora nel suo cuore batteva.

Cori di angeli e demoni attorno a lui lo implorarono allora di tornare alla corsa selvaggia, di lasciare quel posto mortale per abbracciare di nuovo i forti venti. Lui però non rispose, ma sorrise e attese, in piedi, davanti al vetro infranto, nessun rimpianto albergava in lui.

Il tuono lo raggiunse, un vecchio tuono in attesa di un vecchio lampo e in quel battito celeste il suo ultimo battito accorse e Suoanok, il vecchio e ormai antico Suoanok della tempesta, nella tempesta e con un sorriso, cadde infine.


P.S. Per altri miei racconti o per le recensioni letterarie, fai un salto alla Libreria

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