Racconti: l’albero della valle

loneliness-2066696_1920Come ogni martedì pubblico uno dei miei racconti originali, spero vi piaccia.


 

L’albero della valle

Un tempo nella regione di R’uk, l’albero antico della grande valle, i cui alti rami coprivano la piana d’ombra, percepì del movimento in lontananza, di una specie che nemmeno lui, in millenni di vita aveva mai visto né conosciuto.

Vennero gli uomini in una grande migrazione. Dei fuggitivi, scacciati da condizioni avverse della loro terra. L’albero li sentì arrivare, lentamente, trascinando sulla grande madre i loro stracci. Creature strane, come ebbe modo di vedere in seguito, sembravano sempre agitate, sempre indaffarate, portavano con loro anche strane effigi che veneravano come se fosse il corpo della grande madre.

Era primavera quando giunsero e l’antico albero fu fiero come non mai di fare sfoggio dei suoi doni davanti a quelle nuove e strane creature. Poteva sentire chiaramente il loro potenziale, era tangibile.

I fiori bianchi dell’antico albero furono spazzati dal vento inondando gli occhi degli uomini di bellezza e il loro olfatto di profumi, essi erano stupiti e intimoriti della grandezza immensa dell’albero e lo acclamarono come un dono dei loro dei decidendo di stabilirsi alle sue radici.

Quale orgoglio fu per l’albero poter essere mentore ed osservatore di una specie così giovane e così promettente. Quell’estate l’albero produsse una frutta più abbondante e più dolce di quanto avesse mai fatto e gli uomini lo ringraziarono con invocazioni ed offerte, essi posero perfino le loro effigi alla sua base così che lui potesse entrare nel loro giovane Pantheon.

Il tempo passava e il popolo cresceva, essi non crescevano come lui in altezza, bensì in numero e la vita di ognuno di loro era così breve che spesso l’albero vedeva i suoi prediletti morire prima ancora che potesse entrare in contatto con loro; spesso molti morivano perfino prima che lui si accorgesse che erano nati.

Eppure perfino in quest’esseri effimeri esistevano dei saggi e con essi l’albero riusciva perfino a parlare. «Oh Gers che con tanta voracità hai osservato ed ascoltato i miei insegnamenti, chiedi ai tuoi di porre i corpi dei tuoi fratelli fra le mie radici, li proteggerò nel viaggio.»

E così fece Gers, anziano della nuova città, e i corpi dei morti furono seppelliti alla base dell’albero e quest’ultimo dal canto suo rispettò la sua promessa e assorbì in sé l’essenza di quelle persone.

Uomini, donne, bambini, la loro vita era così breve eppure così spensierata. L’antico albero si chiese come doveva essere, la spinta della necessità e il non avere molto tempo per pensare: queste cose che facevano di quegli esseri delle creature curiose, appena a un passo dalla consapevolezza, e a solo un salto dal baratro.

L’albero protesse i morti e, di nuovo, gli abitanti gli furono grati.

Un giorno un uomo venne dall’albero, con gli occhi pieni di lacrime ed urlò alle sue fronde. «Com’è, oh albero, una vita immortale fra i morti, quale segreto nasconde la tua pace!?»

L’albero sentì la grandezza in quell’uomo, così come sentì il dolore e per un attimo intuì il suo percorso; egli cercava la pace, ma avrebbe trovato solo la fama. «Alcuni cercano la grandezza, ad altri è imposta, ma cosa è la grandezza in un animo infelice se non un ulteriore peso di aspettative infrante?»

L’uomo non fu felice della risposta, ma col tempo capì. Egli divenne Behk della casa di Gers e la nuova città crebbe sotto la sua guida sottomettendo l’intera regione di R’uk, e inseguito, prendendo il nome del suo eroe, e quando finalmente l’albero prese il suo corpo in esso non sentì pace, ma nemmeno dolore.

La città di Behk intanto cresceva diventando un’oasi di immenso splendore all’ombra dell’albero. Monumenti d’oro e d’argento vennero costruiti fra piogge di fiori bianchi, splendenti famiglie si saziavano coi suoi frutti. La città crebbe tento da uscire perfino dalla sua ombra e gettandone una propria, chiedendo per sé quei raggi di Sole.

Per mille anni, genti di tutte le genti vennero a Behk raccontando di meraviglie e rimanendo comunque impressionati dalla grandezza della città e dalla magnifica dimensione e splendore dell’albero.

Ma qualcosa lentamente cambiava, troppo lentamente perché esseri effimeri potessero vederlo, ma cambiava. Una nuova arroganza si faceva strada fra le genti di Behk, nessuno più perdeva tempo a conversare con l’albero, essi si vantavano di lui certo, ma sembrava comunque che avessero dimenticato della sua eterna esperienza.

Altri seicento anni passarono e la città crebbe ancora, e nonostante l’incapacità degli uomini di sentire, perfino la magnificenza crebbe. La città di Behk occupava ormai tutta la grande valle e perfino l’antico albero doveva sforzarsi per vederne i confini. I suoi palazzi, erano ormai tanto alti da raggiungere i suoi rami e l’albero si stupì delle capacità degli esseri umani.

Essi continuavano a inumare i loro morti fra le sue radici, e da questi corpi l’albero comprese quanto fossero progredite le loro conoscenze, ma al contempo, si accorse con orrore di quanto in loro la conoscenza fosse disgiunta dalla saggezza.

Altri secoli passarono e divenne ben presto chiaro di come l’albero fosse oramai solo un intralcio per la crescita della splendente città, e un inverno, più freddo degli altri, gli uomini pregarono le loro effigi per avere un po’ di tregua. Ma la tregua non venne.

Le preghiere degli uomini si disperdevano nel vento, mentre i loro figli morivano. Un giorno più buio e più freddo degli altri un uomo vestito dei colori dei frutti maturi si incamminò fra la strada principale di Behk chiamando a sé i suoi fratelli.

«Oh compagni di questa gloriosa città, non è forse vero che i nostri dei sono sempre stati misericordiosi con noi? Da duemila anni essi ci sorvegliano e ci proteggono. Ma la loro benevolenza ora ci viene meno a causa della vostra mancanza di fede, del vostro idolatrismo. Il grande albero già ci ruba il poco Sole che giunge a noi dall’alto del cielo con la sua grande chioma, gli lascerete anche prendersi la vostra vita?»

L’antico albero ascoltò ognuna di queste parole e vide la paura, prima nascosta nel cuore degli uomini uscire e trasformarsi in rabbia, poi in odio. Egli vide le loro asce avvicinarsi senza potersi muovere, e calare violente su di lui.

Sciocchi, quale affronto verso il figlio maggiore della grande madre, quale stoltezza verso chi vi ha aiutato e sfamato, queste furono le ultime parole dell’albero, inudibili ad alcuno.

Il tronco dell’antico albero fu abbattuto e i suoi rami tagliati, un’enorme moltitudine di funi sorresse il legno affinché non schiacciasse la città e ben presto le genti nel raggio di migliaia di chilometri seppero che il grande albero, simbolo ed araldo della gloriosa Behk, era stato abbattuto.

L’inverno cessò e gli abitanti di Behk, dietro suggerimenti dell’uomo vestito di porpora, richiamarono i migliori e più grandi intagliatori di legno del mondo. Essi lavorarono giorno e notte, per più di due anni per intagliare il tronco, e da esso ricavarono la più grande effige divina che il mondo avesse mai visto.

A volte, mentre intagliavano, alcuni scultori giurarono di sentire sospiri e imprecazioni provenire dal legno, altri, molti altri, giurarono di aver visto una resina rossa di densità strana per la linfa di un albero; l’uomo in porpora assicurò tutti dicendo che quelli erano segni dei loro dei e che erano buoni auspici. Ciò nonostante, almeno trentadue scultori abbandonarono l’opera prima del suo compimento di cui sei in circostanze incerte. Degli altri quarantuno negli anni e nei decenni seguenti fu appurato che almeno otto si suicidarono, il destino di molti altri, fu perfino peggiore.

Gli anni passarono nella città di Behk, così tanti che nessuno più conosceva l’origine del nome della città, né l’origine del suo popolo fuori dalla piana di R’uk, né il saggio e antico Gers le cui parole ancora guidavano i riti di sepoltura nel suolo ove, chi scavava nei giardini destinati ai cadaveri all’interno della città, spesso ancora trovava i resti delle radici dell’albero antico e ad esso continuavano ad affidare i propri morti, in un rito che ora mai era vuoto e privo di senso, un riflesso di chi lo eseguiva.

Passarono i secoli e Behk divenne una città d’oro, d’argento e di marmo, uno splendore ineguagliato nel mondo, la gente veniva da ogni dove ad osservare l’immensa effige di legno al centro della piazza principale della città. E dire che la leggenda voleva che essa fosse stata ricavata da un solo albero, eppure in pochi ci credevano, quale pianta mai avrebbe potuto raggiungere anche solo un decimo di così grandiose proporzioni?

Venne un giorno infine, dopo innumerevoli anni, in cui l’ultimo popolo, l’ultimo nemico che strenuamente si opponeva all’egemonia di Behk capitolò, schiacciato dal potere immenso della città della piana di R’uk; un mese di festeggiamenti continui fu indetta per celebrare l’evento. Behk era a capo del mondo ora, e i sacerdoti in porpora ringraziarono le loro immense effigi offrendo doni e sacrifici.

Una folla immensa affluì a Behk per i festeggiamenti, chi mai con la fortuna di essere nato in un periodo di tanto splendore nei pressi della più splendida delle città avrebbe potuto rinunciare ad un simile evento? Per decenni, o forse per secoli a venire se ne sarebbe parlato.

Fu portato il vino migliore dai vigneti del Deshar che si dicesse fosse il più dolce del mondo, la migliore carne dalle montagne di Ker che si raccontasse fosse degna di un re e frutta colorata ed esotica da ogni angolo del globo. Danzatrici e circensi vennero chiamati ed ogni divertimento possibile fu scelto, molti artisti vennero anche non chiamati sperando comunque di guadagnare intrattenendo l’immensa folla.

Il mese dei festeggiamenti iniziò il giorno dopo dei funerali dei morti in guerra, fu una cerimonia sbrigativa, fatta per immagine, in cui i morti furono distrattamente affidati alle radici.

I giorni passarono ed il lusso più sfrenato invase la città, molti nelle classi nobiliari dilapidarono piccole fortune per intrattenere gli ospiti e perfino le classi più basse si diedero all’accesso.

L’ultima notte dei festeggiamenti, la città sembrava sul punto di scoppiare per il tripudio di genti in essa contenuta, tutti si accalcarono vicino alla piazza centrale, dove i sacerdoti facevano i loro riti nei pressi dell’effige per ringraziare gli dei di Behk della benevolenza mostrata e chiudere così i festeggiamenti.

Poi accadde qualcosa. Il vento cambiò e un odore dolce e fruttato invase l’aria e alcuni fiori bianchi comparvero nel cielo, trasportati da chissà dove dal vento, prima solo alcuni, poi un’infinità, tanto che sembrava che le stelle stesse del cielo fossero state sostituite dai fiori.

La folla esultò pensando che fosse un ultimo segno di benevolenza dei loro dei, poi, arrivarono le urla.

Il terreno esplose e le grandi lastre di marmo bianco che coprivano le strade si frantumarono; dal suolo, lentamente, strisciarono fuori esseri orribilmente deformi. Uomini, donne, perfino bambini, i loro corpi sembravano in parte umani, ma in parte le loro carni erano state sostituite da legno e radici, laddove il tempo le aveva consumate e tutti quanti in oltre, ognuno di loro aveva due candidi fiori al posto degli occhi.

Passarono tre anni prima che un altro essere umano ebbe il coraggio di mettere piede nella piana di R’uk, sede di Behk, la città che fu la più splendente del mondo. I pochi resoconti fatti da pastori dei colli limitrofi, raccontavano di urla strazianti, tanto forti da coprire ogni altro suono, tanto terribili da generare terrore nel ricordo. Fu un piccolo manipolo di soldati ad infrangere il tabù, essi giunsero a Behk, ormai città in rovina e maledetta, dove un’infinità di gente era andata per non tornare mai più. La città era deserta, le vie, le case, i templi, tutto era vuoto.

Infine, i soldati raggiunsero il centro della città dove era stata un tempo l’immensa effige degli dei di Behk che si raccontava fosse stata scolpita da un singolo tronco e che aveva protetto la città tanto a lungo. Ma l’effige era scomparsa e l’intera piazza centrale era ricoperta da una palude formata da un denso liquido rosso che i soldati credettero essere il sangue degli abitanti di Behk.

E al centro della palude, al centro della morte, sorgeva da solo un arbusto, slanciato verso il cielo.


 

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