Racconti: Il monte degli dei

landscape photography of mountains covered in snow

Come ogni martedì, vi propongo, nella speranza che vi possa piacere, uno dei miei racconti.


 

Il monte degli dei

 

Davanti a me si ergono alte le colonne sulla montagna. Un lungo muro che circonda il perimetro del monte degli dei a circa metà altezza, e la cima del monte è tanto lontana che anche nei giorni migliori è solo un puntino nel cielo per chi alza la testa.

Ed eccole sorgere mentre mi avvicino al muro, le alte statue che bloccano il cammino, due uomini immensi di marmo bianco posti dagli dei in persona. Uno impugna una lancia e ha la testa di un rettile, uno ha una spada e il cranio di un lupo e le rispettive due armi s’incrociano nel mezzo, creando un arco stretto che è l’unico accesso.

Questo è l’ultimo punto, il non ritorno e il non plus ultra, è qui che la guida si congeda e fugge, sperando che nessuno noti il suo crimine, abbandonandomi infine davanti alle porte proibite.

Oltre questo punto il peccato non sarà perdonato, oltre può essere solo la fine mia o del tabù. Della vetta che è degli dei e che nessun uomo deve toccare o vedere perché sacra, o la fine del sacro stesso.

Il passaggio è basso e devo inginocchiarmi per passare sotto le armi in croce, strisciare nell’erba verde della montagna.

È fatta, non tornerò più indietro, e anche se solo l’aquila che passa nel cielo conosce il crimine esso sarà per certo scoperto. Esso infatti veniva scoperto sempre e farlo non era nemmeno difficile, perché chi tornava dalla montagna era colto dalla follia e la loro mente vaneggiava.

“Gli dei li avevano colpiti prima dell’uomo” diceva la gente, ma spetta a quest’ultimo rimediare al sacrilegio col sangue!

Deboli, questo erano, lo so. Uomini deboli che avevano intrapreso un viaggio sopra le loro possibilità, uomini pieni di timori che si erano concretizzati in follia nella solitudine del viaggio, ma nessuna vetta è irraggiungibile per chi ha coraggio e forza.

La salita inizia piano per poi diventare sempre più irta, sempre più difficile, ma continuo conscio che fino alla discesa nessuno mi potrà fermare, perché nessuno infrangerebbe il tabù per dare la caccia ad un folle.

Neanche il tuono mi ferma, o la tempesta, ma al contrario le sorrido e l’abbraccio, spegnendo il fuoco per ricevere il bacio freddo del vento e il pianto della pioggia. E soffia quindi tempesta! Esplodi fulmine e cadi! Io ti saluto e ti amo, perché i forti amano la forza e i coraggiosi la paura. Date il vostro meglio dei! E spingetevi più in alto mentre salgo o busserò alle vostre alte case più in fretta!

E che scenda la nebbia e urli la bufera di notte, nuvole cariche di lampi coprono la cima come il velo pudico di una vergine. Tentate avanti, ma nel cielo calmo del giorno che schiarisce la piana di una luce nuova io vedo una bellezza che nessun uomo ha mai visto, se non i folli. E la vedo anche in voi, tempeste e ghiaccio e vento che scendete dal cielo.

La purezza cieca di una magnifica violenza, forza pura che grida e sbatte e brucia, il fulmine mi sfiora e mi cade accanto ma mi riempie gli occhi di un milione di fiaccole e davanti alla sua furia rido, come i folli perché solo essi possono vedere ciò che vedo e sentire ciò che sento.

La scintilla di pazzia più vera della realtà che i folli vedono e che i savi temono; essa vive nel fuoco e nell’aria, e nel dolore e nell’aria che brucia. E chi abbraccia il dolore se non i matti?

Ed è in te, furia divina e sacra ira, schiaffo alle mortali virtù degli uomini, in te sogno cose che i loro occhi sbarrati non potranno mai vedere e anche se vedessero non capirebbero, tanto invischiati nell’illusione che chiamano “realtà”.

E mentre salgo due uccelli volano mi sopra la testa aspettandomi alla luce chiara dell’alba e congedandosi al tramonto con un fischio: l’aquila e l’avvoltoio che volano in un cerchio.

L’occhio degli dei e lo spazzino della montagna, una invoca la morte e l’altro l’aspetta.

Ci sono cadaveri sulla strada, eccoli gli scomparsi! Scheletri riuniti in attesa, comodamente sdraiati sorridono il prossimo folle, e invitano al loro banchetto.

Ma quello che non sanno è che in molti di quelli che tentano muoiono e ancora di più rinunciano e ugualmente falliscono, ma tutti quelli che arrivano hanno tentato!

Sorridete quindi scheletri e anche tu avvoltoio, ancora non hai finito di spolpare i vecchi non ti serve un nuovo arrivo. L’ora dei forti non è ancora giunta, ma i deboli hanno creato comode scale di ossa!

La nebbia avvolge la cima quindi, e dove sono le case degli dei? Neppure un nume attende quindi in alto? Procedo a tentoni, solo nuvole o nebbia, o altro ancora, un velo sottile di bianco velluto che prelude ormai alla vista anche il prossimo passo, che quindi cade avanti, incerto.

Che strana nebbia o nuvola è questa… che più si sale più si addensa. Sei tu il mistero della montagna sacra?

Solo urla distanti dei volatili mi dicono che non sono solo, grida acute, invocazioni, perfino preghiere che mi dicono di tornare. Alle preghiere rido, soprattutto a quelle dell’aquila, occhio degli dei mi confondi coi tuoi padroni che troppa paura ebbero e che in alto, sempre di più, sparendo fuggirono?

E poi come posso tornare ora? Gli uomini mi lascerebbero forse vivere fra loro ora che ho infranto il loro tabù? Crederebbero che il monte non è speciale, ma solo alto? Per vedere dovrebbero tentare, ma per tentare non dovrebbero essere pavidi davanti all’immagine che vedono allo specchio!

Salgo alla cieca ora e non so quanto manchi, ma solo che bisogna salire e lo so perché ad ogni passo un passo più in alto posso ancora fare.

Ed ecco nella nebbia i fantasmi che strisciano, visioni fugaci di fumosi spettri, sono loro che hanno reso pazzi i sopravvissuti. Essi appaiono e si nascondono in quella nebbia sopra troppo in alto perché la tempesta la raggiunga.

Essi pregano minacce e ringhiano avvertimenti: “non andare” dicono, ma io sputo nel vento. “Se morte certa attende chi torna e follia chi rimane, cosa c’è di peggio?” gli chiedo.

“Molto” dicono soffiando, contorcendosi in una danza macabra.

Risa isteriche si alternano alle urla e le grida, allucinazioni orribili e caotiche. Un turbine infinito e in esso compaiono i segreti degli dei. L’orrore e il vuoto, l’infinito tutto al di là di ciò che la mente contiene che quindi spinge sulla coscienza e la schiaccia.

Avanzo nella nebbia, più in fretta e ora corro sperando che il mio piede non incespichi in un sasso nascosto o cada in un crepaccio. Esso è il terrore, il padre della follia, è cosa è questa se non una difesa della mente? I sani temono la realtà e ne scappano, ma chi non può scappare impazzisce, chi troppo vede e non può non vedere cambia i suoi occhi!

E salgo inseguito da fantasmi intangibili, mentre la nebbia mi avvolge e mi copre.

Finalmente arrivo alla cima ed esco dalla foschia con la foga di chi da sott’acqua ha bisogno d’aria, la cima è libera dalla nebbia, e si vede tutto e anche i fantasmi, squali del mare di nebbia si fermano indietro sbuffando.

Troppo stanco, cado e mi siedo su rocce bianche come l’avorio e rido alla sorte e alle leggi degli uomini. Quei folli e deboli, vedo il villaggio da qui e molti altri ancora e tutti quei signori sono batteri da quell’altezza, troppo piccoli per essere afferrati dall’occhio che vede il tutto dall’alto.

Sopra di me si apre un cielo grande, stellato anche in pieno giorno. È lì che avete spostato le case, dei? Ora che l’ultimo e più alto dei monti è stato conquistato? E quanto ancora scapperete? Quanto indietro e quanto lontano sarete cacciati dai figli?

Qui, in alto, la tempesta non è più vostra amica, né il vento che pure è placato e la nebbia lambisce piano solo i piedi coprendo il suolo.

Ora solo i pensieri volano liberi, cosa fare ora? Accendere un fuoco sulla cima e fissare un’effige, che tutti vedano che il monte è preso e che gli dei sono fuggiti più lontano nel cielo. Né li protegge più la loro tempesta, e la follia è vinta infine.

Nel cielo svettano ancora e di nuovo i due grandi uccelli in cerchio, orfani, abbandonati indietro da pavidi padroni.

E mentre guardo il cielo, a terra la nebbia si dirada, scompare pian piano come un drappo bianco levato dal bianco corpo della montagna.

Ora il monte si rivela: nude pietre bianche ne costituiscono il suolo di tutta la cima che all’apparenza sembra gesso ma che uno sguardo più attento capisce nella sua vera natura. La nebbia infatti si dirada del tutto e lo vedo, esse non sono pietre, ma ossa.

Bianche e spolpate costituiscono tutta la montagna, in un intreccio macabro, gli scheletri degli avventori, quanto ero stato cieco, essi erano solo un avvertimento e le scale erano scavate nella montagna dai passi di chi ora costituiva la cima.

Non può essere, non possono così in tanti, eppure ora il monte sembra pulsare e ridere della stupidità dell’uomo, esso si nutre di noi e sorride con denti d’ossa.

Ora sento di nuovo i fantasmi, ma cieco resto ai loro visi. Scherniscono chi non ha seguito i loro avvertimenti, uscite dalla mia testa morti!

La montagna è presa, ma essa è un cimitero, questo dicono e ridono e piangono in urla disperate.

Mi alzo e guardo la strada, è lunga, ma è in discesa, posso farcela e fuggire, avvertirò gli uomini, chiederò perdono per aver infranto le sacre leggi e…

L’aquila scende in picchiata e gli artigli affondano nella carne. Non cerca il fegato del previdente, ma la vita, e in fretta la strappa e vola via, a portare agli dei gli occhi dell’hybris.

Ora giaccio, corpo morto sulla cima d’ossa, e nuova cima fra i corpi morti, l’avvoltoio becca la mia carne e pulisce il tutto, e aspetta il prossimo.


Per altri racconti o per le recensioni letterarie, passa dalla Libreria

 

Photo by eberhard grossgasteiger on Pexels.com

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