Il fascino del cattivo, fra Oscar Wilde e John Milton

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Chiunque abbia l’abitudine alla lettura si sarà di certo reso conto di come, a volte, in alcune storie siano proprio i cattivi i personaggi più interessanti, quelli più carismatici e tormentati, a tutto tondo nella descrizione psicologica della loro depravazione.

Sarà forse per questo che a volte alcuni scrittori scelgono direttamente di renderli protagonisti, stravolgendo in parte quelle norme che vogliono sempre un eroe buono e giusto. Nella recensione letteraria di oggi parlerò quindi di due opere e dei rispettivi autori: “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde e il “Paradiso perduto” di John Milton.

Dorian Gray e la critica dell’ipocrisia

“L’unico elemento di colore che sia rimasto nella vita moderna è il peccato.”

Immaginate di vivere in un epoca sotto molti punti di vista depravata fino al ridicolo, e nella città in assoluto più decadente e depravata di quell’epoca. Immaginate una società “bene” che vi circonda riempiendovi le orecchie di discorsi sulla morale, sul giusto, sui buoni costumi solo per poi rivelarsi per quello che è davvero appena dietro il sottilissimo velo del “se la gente non vede, allora nulla è successo.”

Questa è l’ipocrisia dell’Inghilterra vittoriana, padrona di mezzo mondo la sua elite si chiude in salotti fatti di perbenismi solo per poi rivelare la sua vera natura  quando nessuno vede e lì, tutti quegli istinti vitali repressi esplodono, ma in maniera controllata, perché nonostante siano tutti depravati la depravazione va comunque nascosta perché nulla, assolutamente nulla è più importante dell’immagine, del mantenere la faccia nella società.

Dorian Gray è simbolo di questo, è un simbolo atto a sottolineare e ridicolizzare quell’ipocrisia della gente che passa la vita a sparlare degli altri solo per nascondere quello che vorrebbe e non può fare o che peggio, lo fa e lo nasconde per vergogna.

Dorian è un ragazzo estremamente bello, di una bellezza che travolge chi gli si avvicina, bellezza però destinata a svanire in quanto effimera e, nella disperazione e nel timore che questo accade egli stringe un patto diabolico, un suo ritratto che sarà poi conservato in soffitta, invecchierà e imbruttirà al posto suo mentre lui rimarrà giovane e bello.

Quella che inizialmente sembrava una fortuna assume però via i tratti della maledizione perché nemmeno nella bellezza e nell’eterna giovinezza, nemmeno nell’apprezzamento che con questi doni riceve all’interno della società Dorian riesce a trovare la felicità ma anzi, la sua lenta ma inesorabile caduta morale arriva a fargli odiare sé stesso fino a fargli desiderare perfino la bruttezza e la vecchiaia come liberazioni.

In tutto ciò Dorian si fa quindi immagine di una critica alla società perbenista, è un personaggio che fugge dall’ipocrisia per rifugiarsi nella bellezza, nella ricerca spasmodica dell’immagine che porta però al suo lento sfacelo morale.

Nella forma, il romanzo si presenta come una straordinaria e perfettamente riuscita alternanza fra trama e filosofia che si concretizza nei dialoghi fra Lord Herny e Dorian, permettendo così alle idee di Wilde di trasparire senza però pesare rallentando il ritmo del racconto.

Per chi fosse interessato ad acquistare: Il ritratto di Dorian Gray

Un’ode al diavolo

“Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso.”

Fu certamente un tentativo coraggioso quello di John Milton di scrivere, nel lontano diciassettesimo secolo, un poema epico dedicato nientedimeno che a Lucifero stesso nella sua angelica e demoniaca figura.

Un tempo la più bella e la preferita delle creature di Dio, Lucifero è offeso, dopo la creazione dell’uomo, di essere posto dal padre in secondo piano rispetto a questa nuova creatura, così si ribella, si oppone a quel potere tirannico che viene dall’alto e, perdendo, cade, trascinando giù con sé molti degli angeli del cielo.

Eppure all’inferno accade qualcosa. In un certo senso e una certa forma, Lucifero nelle fiamme trova la libertà che in cielo, in quella gabbia dorata, non aveva; da un servitore celeste diviene quindi un monarca oscuro e tartarico, condottiero di un’armata di angeli e demoni e qui prepara la sua vendetta, la sua rivincita contro quel Dio che aveva preferito l’essere umano al suo angelo più splendente, avrebbe corrotto l’uomo, traviandolo dalla via del padre.

La cosa più interessante di questo romanzo a mio parere è l’interpretazione che viene data alla figura di Lucifero, il diavolo che, per assurdo, non è per nulla demonizzata ma anzi; rappresenta dall’inizio alla fine l’eroe triste ed oscuro della vicenda, forse archetipo di quegli antieroi dannati che avrebbero invaso la letteratura fino ai giorni nostri.

Lucifero è un eroe potente, carismatico, coraggioso, è un ribelle che nella sua arroganza, tradizionalmente il difetto del diavolo, oppone il suo desiderio di libertà alla tirannide di un potere infinito. In ciò Lucifero è anche simbolo del libero arbitrio dell’uomo: se, infatti, la via di Dio fosse l’unica via, l’arbitrio non potrebbe esistere e solo il fatto che ci sia un alternativa lo rende possibile, Lucifero stesso è l’alternativa, l’alternativa al bene, è quel desiderio di ribellione che brucia nell’animo umano.

Stilisticamente l’opera di Milton ricalca i poemi epici classici, i toni sono aulici e il linguaggio, come dopotutto è dovuto a questo genere di testi, è indubbiamente difficile e nei tratti che sostanzialmente toccano la scrittura lirica il linguaggio profondamente simbolico si fonde con la narrazione forzando il lettore a riflettere su ogni parola e su ogni frase senza perdersi nemmeno una riga di testo. È comunque e nella sua difficoltà, un testo che indubbiamente vale la pena leggere tanto quanto lo vale leggere un poema come la Divina Commedia.

Per chi fosse interessato ad acquistare, per un testo di questo genere, molto poetico, vi consiglio un edizione mista italiano/inglese che ho molto apprezzato. Su una pagina troverete la versione tradotta e su quella accanto la versione originale in questo modo avrete sottomano la scrittura di Milton, ma non perderete gli elementi della trama in caso il vostro inglese non sia perfetto. Paradiso perduto.


Per altre recensioni letterarie o per i miei racconti originali, passate dalla Libreria.

2 pensieri riguardo “Il fascino del cattivo, fra Oscar Wilde e John Milton

  1. Bello, non ho letto “un’ode al diavolo”, ma ora sono incuriosito!
    Sulla dicotomia buoni/cattivi mi piace molto anche lo stile del più moderno Stephen King che nei suoi romanzi fa vedere sempre come non ci siano solo bianco e nero, ma varie sfumature che cambiano in continuazione. La cosa viene fuori in molti dei suoi libri, ma in particolare penso a “l’ombra dello scorpione” dove in un mondo post apocalittico i due poteri, il bene ed il male, devono raggruppare le loro forze e le poche persone ancora in vita sulla terra vengono piano piano attirate verso uno dei due poli. Ma nella storia si scopre che chi va verso il bene non è buono al 100% e chi va verso il male non è invece totalmente cattivo. Per di più alcuni personaggi cambiano indole nel cammino per via di avvenimenti imprevisti.
    Mi piace questa narrativa perché in qualche modo umanizza il bene ed il male ed umanizzare dei concetti normalmente astratti ed intrisi di morale può far nascere delle riflessioni profonde.

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