Il senso della vita, fra felicità e responsabilità

Oggi ho pensato di proporre un articolo di filosofia su un argomento secondo me molto importante e che, nei secoli, ha occupato i filosofi di tutto il mondo al punto tale che si potrebbe dire che essa sia la domanda fondamentale della filosofia tutta, ma che, per qualche ragione, ultimamente è un po’ passato in sordina.

Qual’è il senso della vita?

Domandona difficile eh? Impegnativa soprattutto per un piccolo blog su WordPress considerando che gente più abile e certamente più intelligente di me ci ha speso interi trattati a proposito e non certo un articolo di un migliaio di parole; ad ogni modo però, vorrei tentare d’intavolare con voi una discussione a proposito.

La domanda a cui cerchiamo di rispondere

Tendenzialmente mentre la scienza descrive il come, la filosofia cerca di rispondere al perché, ma non è questo il caso. Il perché la vita esista non è una domanda a cui la scienza in un certo senso ha già risposto con la biologia, la fisica, la chimica e la casualità. La vita esiste in quanto evento casuale, come unione ordinato di particelle costituite in modo da tentare di replicare sé stesse in una medesima o simile forma (che è anche il concetto dell’evoluzionismo). E per quanto le modalità con cui ciò sia avvenuto siano argomento di dibattito sia scientifico che religioso, ritengo che la vera domanda a cui la filosofia mira in questo specifico caso sia il “cosa”.

Cosa? Una volta che so che sono un agglomerato di molecole (o, se sono religioso, che sono stato plasmato da un Dio) cosa ne faccio della mia vita? È questa la domanda madre della filosofia, la disciplina che si è occupata di cercare il “corretto” modo di vivere.

Il moto biologico

Nel momento in cui c’interpelliamo sul senso della vita, sarebbe anche interessante soffermarsi, se pur brevemente, su quale sia il senso della vita di esseri che noi consideriamo inferiori come animali, piante o batteri; addirittura ci si potrebbe chiedere quale sia il senso della vita di ogni singola cellula che costituisca il nostro corpo.

Da un punto di vista strettamente biologico infatti, ogni nostra cellula è, a tutti gli effetti, viva, ogni cellula che ci costituisce è un essere vivente a sé stante e “Io” non sono nulla più se non l’unione coloniale di questi esseri viventi.

L’essere coloniale

La direzione verso cui si muove l’evoluzione è l’efficenza, dove suddetta efficenza costituisce una serie di strategie tali da massimizzare la possibilità di replicazione genica dell’individuo.

Da un punto di vista biologico il modo con cui il nostro corpo quindi regola il comportamento umano verso la direzione che l’evoluzione ha determinato essere migliore e più efficiente è attraverso i sentimenti che chiamiamo di soddisfazione o di disagio.

Essendo l’essere umano non solo un essere vivente ma l’espressione di una colonia di viventi, i suoi comportamenti devono, almeno nell’ottica dell’evoluzione che ha plasmato la colonia stessa, essere a vantaggio di suddetta colonia e, per comunicare allo stesso essere umano la correttezza o scorrettezza dei suoi comportamenti, alcune cellule, attraverso la produzione e ricezione di sostanze chimiche generano all’interno del cervello i sentimenti rispettivamente di soddisfazione come premio per le azioni utili e di disagio come punizione per le azioni controproducenti.

Utilità e controutilità

La domanda ovvia a questo punto è in cosa siano utili le azioni utili e in cosa siano controproducenti quelle che potremmo definire “controutili”.

Ci sono due livelli in questo, ovvero quello personale e quello collettivo. Essendo infatti a sua volta l’essere umano non solo un’essere a sé stante ma la parte di una colonia superiore che viene definito “comunità” oltre al livello personale vi è infatti il livello sociale (ne parlavamo nell’articolo sul concetto di egoismo). Un’azione può essere utile o controutile quindi sia rispetto all’individuo che rispetto alla comunità e non sempre gli interessi di questi due agenti coincidono.

In ciò s’intersecano quindi due fattori quali felicità e responsabilità come le parti da cui ottenere soddisfazione. Per felicità intendiamo qui quella edonistica, ovvero mirata alla soddisfazione personale, per responsabilità intendiamo quella sociale, ovvero mirata ad ottenere la soddisfazione della comunità.

La soddisfazione

Possiamo dire che la natura stessa dell’uomo, così come quella di ogni essere vivente, sia quella della ricerca della soddisfazione in quanto la soddisfazione stessa esiste per indicare all’essere vivente il comportamento “corretto”.

Tendenzialmente, sia nella filosofia che nella religione lungo la storia, la sfida di determinare il senso della vita non sia nulla più che cercare la strada migliore per giungere a quello stato di soddisfazione tale che elimini, o che permetta di superare, il dolore dell’esistenza.

Diverse culture o diversi periodi storici hanno tra l’altro avuto opinioni diverse su cosa, fra felicità e responsabilità, dovesse avere la precedenza. Possiamo constatare ad esempio come la tradizione cristiana medievale prediligesse in assoluto la responsabilità e l’ordine sociale mentre la modernità al contrario la felicità personale.

Quest’opposizione fra le due dipende dal fatto che una comunità i cui membri sono tutti felici forse è una società felice, ma non necessariamente è forte e, in presenza di un’altra società i cui membri sono abituati al sacrificio quest’ultima potrebbe facilmente prevalere sulla prima. Allo stesso tempo una società i cui cittadini sono rigidamente imbrigliati in un sistema di sacrifici e privi di momenti di semplice gioia genera in essi rabbia e odio che possono portare alla lotta interna e quindi al collasso. Ciò dipendentemente dal fatto che il contrappeso della felicità è la mollezza, mentre il contrappeso della responsabilità è la frustrazione.

Depressione, il male del ventunesimo secolo

È interessante notare come, nel periodo della storia tutta in cui forse è data la maggiore priorità alla felicità sulla responsabilità (ciò anche in conseguenza delle mutate condizioni di qualità della vita rispetto all’epoca antica), sia anche il periodo più depresso della storia, dove depressione è intesa nel senso psicopatologico del termine.

La depressione è attualmente una delle principali cause invalidanti nei paesi occidentali, una delle principali cause di morte fra i giovani ed è un problema in costante crescita di anno in anno.

Ciò da un punto di vista superficiale sembra assurdo no? Perché mai l’uomo del ventunesimo secolo dovrebbe essere depresso? Infondo, almeno nei paesi occidentali, perfino un barbone che vive per la strada si trova a vivere in una condizione migliore di quella in cui si trovasse l’uomo medio dell’alto medioevo. Avrà cibo alla caritas ad esempio, avrà vestiti, vivrà in un ambiente salubre e relativamente senza malattie, e il rischio di essere ucciso o che gli venga fatta violenza sarà decisamente inferiore.

Allo stesso tempo l’uomo del ventunesimo secolo può abbandonarsi alla felicità edonistica senza più i vincoli della pressione sociale e religiosa che la limitava a favore della responsabilità… eppure egli è depresso, perché?

Felicità e responsabilità

La risposta che mi sono dato (che ovviamente è puramente una mia personale teoria) è che la felicità non sia, come viene generalmente narrato, coincidente con la soddisfazione ma sia più che altro una parte di essa, una parte che s’alterna con la responsabilità e che sia quest’ultima che nel ventunesimo secolo sia carente.

Ciò implica che pur se una persona si trovi nella condizione di poter soddisfare tutti i propri bisogni edonistici possa comunque essere depressa. Pensate ad esempio a quei musicisti o artisti arrivati alla celebrità che pur avendo tutto finiscono comunque in circoli di droghe o finanche al suicidio.

Rifuggendo infatti da un ambiente puritano a livello soffocante che uccideva la felicità quindi, l’uomo moderno è decaduto da una religiosità che iper-acclamava la responsabilità demonizzando l’edonismo ad una che iper-acclama l’edonismo a sfavore dell’azione per il benessere sociale.

La mancanza infatti del sacrificio di almeno parte del piacere genera, nell’uomo moderno, una dipendenza dannosa e quasi drogata dallo stesso e genera incapacità d’affrontare gli inevitabili problemi della vita. Una persona che ricavi la propria soddisfazione solo dall’edonismo infatti si troverà del tutto persa nel momento in cui le cause della vita dovessero togliergli anche solo per un breve periodo (per capire meglio questo concetto osservate ad esempio quelle persone che sviluppano una dipendenza compulsiva dal gioco d’azzardo, queste persone tendenzialmente possono arrivare a sviluppare un vero e proprio disprezzo ed insofferenza per il gioco, consci della propria situazione, ma sono incapaci di smettere proprio perché dall’azione del giocare dipende tutta la loro soddisfazione), chi invece s’affida anche alla responsabilità avrà perlomeno un’altra cosa su cui contare per sentirsi utile ed apprezzato nella società.

Allo stesso tempo la nuda e sola responsabilità nemmeno può bastare a dare significato alla vita umana. Come già detto, troppa responsabilità senza piacere genera frustrazione che pure è lesiva sia per l’individuo che per la società stessa.

La ricerca del senso

A questo punto propongo la mia risposta all’annosa domanda. Io ritengo che il senso della vita stia nel trovare il proprio personale equilibrio fra felicità e responsabilità che generi in noi la massima soddisfazione.

Questo equilibrio è ovviamente altamente personale in quanto le proporzioni dell’uno o dell’altro fattore che siano in noi ottime non lo sono necessariamente per tutti, anche se in tutti questi fattori devono comunque concorrere in una qualche misura.

Ciò che quindi spetta a ciascuno, e in cui nessuno può essere aiutato in quanto spetta all’individuo farlo, è trovare quell’equilibrio ottimo e personale…

buona fortuna quindi, e se avete aperto l’articolo sperando in una formula magica servita su un piatto sarete delusi perché la ricerca di quell’equilibrio è qualcosa che dovrete fare voi.

Saluti, e ci sentiamo domani per un prossimo articolo.


 

3 pensieri riguardo “Il senso della vita, fra felicità e responsabilità

  1. I tuoi articoli iniziano a viziarmi! Provo a dire umilmente qualche cosa. Dalle mie letture (un po’ vecchiotte) di biologia evoluzionistica approcciata con la matematica ricordo che il più grosso ostacolo alla spiegazione casuale dell’origine della vita è il poco tempo che è passato dalla formazione della Terra rispetto alle possibili combinazioni di particelle, proteine, cellule eccetera. La spiegazione divina invece ha il problema che in quanto tale non può essere conosciuta da noi che ci stiamo dentro. Se anche Dio ha messo un “elàn” vitale (come si diceva una volta) nelle cellule, come possiamo studiarlo?

    Concordo in pieno sul discorso tra felicità e responsabilità, in assenza di una fede (in qualcosa o qualcuno) sincera è l’unica possibile. Mi è piaciuta la dicotomia tra il medioevo (o senza andare tanto lontano l’epoca vittoriana/ottocentesca) e il mondo contemporaneo che hai descritto. A proposito, non ricordo chi disse che si può capire un’epoca vedendo la malattia psichiatrica più diffusa: nell’800 era un fiorire di donne isteriche (dalla eccessiva repressione) oggi si va con la depressione (la società punta troppo alla felicità personale e poco alla responsabilità).
    Ottimo articolo, complimenti!

    Piace a 1 persona

    1. In realtà il periodo che intercorre fra la presenza di acqua liquida sul pianeta e le prime tracce fossili di vita di oltre un miliardo e mezzo di anni quindi il problema non è tanto temporale quanto casuale, ovvero il trovare un modello che spieghi come si sia formato il cosiddetto “replicatore” ovvero la prima molecola che sia stata in grado d’autoreplicarsi e soprattutto determinare come la casualità sia stata in grado di creare una molecola così complessa.
      A tal proposito esistono diversi modelli scientifici anche se, a causa della mancanza di sufficienti reperti fossili e della difficoltà di replicare in laboratorio l’enormità dei possibili diversi ambienti che possono essere coesistiti in quel miliardo e mezzo di anni nella Terra primordiale (se vuoi approfondire la pagina di wikipedia sull’origine è abbastanza completa a proposito).
      Per quanto riguarda la questione della fede e Dio, pur essendo io ateo ho pensato fosse corretto citarli in quanto, infondo, la religione si è occupata davvero tanto degli stessi temi, ovvero del rapporto fra felicità individuale e responsabilità sociale, di cui si parla nell’articolo oltre che elaborare teorie proprie sull’origine della vita, ovviamente sono teorie che mancano dell’onere della prova quindi non mi ci soffermo molto.
      Grazie dei complimenti comunque, oramai sei il “top commentator” del blog 😉

      Piace a 1 persona

      1. E’ molto bello, io sono credente e la discussione è comunque molto stimolante! Per il problema dell’origine della vita, lessi anni fa qualche libro di Stuart Kauffman (che consiglio, a parte che servono conoscenze universitarie), il problema temporale è invece importante, perchè nonostante le apparenze i miliardi di anni di vita della Terra sono davvero pochi perchè una sequenza di amminoacidi si leghi a formare una proteina (esempio a caso) soprattutto in assenza di enzimi! Se avessi tempo sarebbe bello riapprofondire questi discorsi. Continua così!

        Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...