L’essere umano può sopportare la civiltà?

Nel 1962, uno scienziato statunitense, tale John Calhoun, creò un esperimento per dimostrare i danni dell’aumento della popolazione osservando ciò che sarebbe poi stato definito come: “estinzione da utopia” o la “fogna del comportamento”.

L’esperimento: universo 25

Vennero prese quattro coppie di topi, selezionati fra i migliori in termini di salute e di genetica e vennero posti all’interno di un grande granaio in campagna. Il granaio era stato costruito per essere un vero e proprio paradiso per topi: venivano forniti cibo e acqua in abbondanza, ogni mese l’ambiente veniva pulito, erano presenti 256 nidi ognuno in grado di ospitare almeno quindici topi, per un totale di 3800 e diverso spazio per muoversi.

Come prevedibile, i topi iniziarono a riprodursi, arrivando in fretta ad un punto “esponenziale” arrivando a raddoppiare in numero ogni due mesi circa; i primi problemi arrivarono però quando il numero dei topi raggiunse i circa 600 esemplari.

Nonostante la presenza di cibo ed acqua in abbondanza infatti, alcuni topi iniziarono a mostrare disturbi comportamentali. Alcuni topi divennero violenti, alcuni maschi alpha iniziarono a rifiutare il proprio ruolo di protezione delle femmine e queste fuggirono rintanandosi in nidi più nascosti, si verificarono addirittura episodi di cannibalismo pur in presenza di cibo.

Lentamente la situazione degenerò fino a raggiungere gli oltre duemila esemplari (ricordo comunque che, potenzialmente, cibo e acqua erano sufficienti per oltre tremila esemplari). A questo punto ogni ordine sociale che era connaturato ai topi era scomparso: nei nidi inferiori esplosioni di violenza e cannibalismo erano intervallate da lungo periodi di inattività in cui i roditori rimanevano semplicemente fermi. Le femmine per sfuggire dalle violenze scapparono in dei nidi-ginecei uccidendo anche i loro stessi figli o scacciandoli per mantenere l’omeostasi di quei luoghi mentre un terzo gruppo, che Calhoun definì “i belli” si allontanarono da tutto e da tutti passando le giornate a lisciarsi il pelo e basta.

La mortalità infantile era vicina al cento per cento e, così, la popolazione calò sempre di più, quando tornò ai livelli iniziali inoltre, neppure gli individui ancora sani riuscirono a riprodursi avendo perso “la capacità sociale” di farlo, la comunità si avviava quindi all’estinzione, un ‘estinzione da utopia.

L’interpretazione, cosa c’insegna l’esperimento?

La vecchia teoria era che il problema della sovrappopolazione fosse la mancanza delle risorse, Calhoun dimostrò però che così non era, la sovrappopolazione era un problema di per sé.

La responsabilità dei danni psicologici dei topi fu data all’esaurimento delle nicchie sociali e all’eccesso d’interazioni.

La mancanza di nicchie libere spingeva infatti i topi ad essere ipercompetitivi in ogni ambito. Nel momento in cui infatti, un maschio alpha si trovava a dover compiere moltissimi scontri ogni giorno contro i molteplici pretendenti alle femmine, lo stress derivante dal ruolo deve aver, ad un certo punto, superato la gratificazione derivante dallo stesso spingendo questi maschi a ritirarsi dalla propria nicchia sociale. Ciò portò le femmine a fuggire per evitare violenze fisiche e sessuali.

La mancanza di nicchie portava così ad una lotta fra i giovani topi e i vecchi che competevano per uno stesso mansione, una lotta violenta ed esauriente per entrambe le parti nonché esasperata dall’eccesso d’interazioni a cui ogni topo era sottoposto non potendo fare nulla da solo ma essendo in costante contatto con altri individui. Ciò portò alla caduta dei sistemi sociali che regolavano il comportamento reciproco dei roditori.

Gli umani

Osservo nella nostra e ancor più in altre società l’avvento nell’universo 25 di Calhoun.

Uno dei grossi problemi in Italia e, generalmente nelle società occidentali è infatti la mancanza di posizioni per i giovani, di nicchie che le nuove generazioni possano occupare.

Ciò è dovuto ad una molteplicità di fattori economici, storici e demografici ma riconoscerete che rispetto a qualcuno nato nella generazione degli anni 30 ad esempio, ove ognuno aveva un occupazione e una casa, o uno degli anni 60 in cui comunque si riusciva in qualche modo, ad emergere. La generazione anni 80 e 90 si è trovata in un ambiente sostanzialmente già saturo ove anche i lavori storicamente fatti dai giovani, come il fattorino, sono occupati da individui più vecchi.

Il risultato di ciò è stata una fuga della società verso l’iper-specializzazione e l’iper-scolarizzazione. Se il problema sono infatti la mancanza di nicchie la soluzione sembrerebbe essere quella di creare nuove nicchie specializzandosi il più possibile su un singolo campo, ciò però richiede tempi di studio sempre più lunghi che non permettono ai giovani di rendersi indipendenti economicamente in tempi brevi.

Allo stesso tempo è interessante rapportare il fenomeno dei topi dell’universo 25 ad alcuni fenomeni sociali odierni quali: depressione, autolesionismo, incel (su di loro andrebbe scritto un articolo a parte) e gli hikikomori (per chi non lo sapesse, sono ragazzi che si chiudono in camera per anni, rifiutandosi di uscire all’esterno, problema nato in Giappone, guarda caso società iper-competitiva ad altissima densità di popolazione, recentemente è stato osservato in crescita anche in Italia; anche su di loro servirebbe un articolo intero.)

Era infatti frequente fra i topi di Calhoun casi estremi di violenza contro sé stessi dovuti probabilmente allo stress enorme che quel tipo di società imponeva ai suoi membri e ai danni che questo generava. Allo stesso tempo non è difficile considerare gli hikikomori, persone che rifiutano il contatto sociale, come espressione di ciò.

E che dire invece dei belli, ovvero di quei topi che, nell’esperimento, si tirarono fuori da ogni violenza non tentando nemmeno di riprodursi, occupando le loro giornate a lisciarsi ossessivamente il pelo? Forse il paragone è forzato, me ne rendo conto, ma a me viene in mente facilmente la nostra società focalizzata sull’immagine data attraverso i social network.

Quindi la società è condannata?

No, credo di no. Nello specifico credo che forse abbiamo schivato un proiettile senza rendercene conto. La popolazione infatti, è ormai sostanzialmente stabile e nonostante siamo in un sostanziale periodo d’assestamento sociale, vendesi i discorso dei prima sui giovani, sono relativamente fiducioso sul futuro.

Ma… c’è un ma. Questa cosa del collasso sociale, come dimostrato da Calhoun non dipende tanto dalla popolazione in sé, ma dal rapporto fra essa e le nicchie sociali disponibili, ciò implica che, nell’ambito di una società umana, in essa c’è anche una responsabilità politica, vanno quindi create nicchie, che nella nostra società dipendono principalmente dal lavoro. È quindi importante ricordare che, nonostante il proiettile sia stato schivato, ci vuole un attimo, una crisi economica di troppo, perché uno nuovo ci esploda in faccia.

Allo stesso tempo è importante ricordare di come, non debba essere l’uomo ad evolversi per combaciare con la società ma deve essere la società che, sviluppandosi, resti a misura d’uomo, perché se non lo fa, se l’uomo e la società sono in competizione, ad un certo punto, uno dei due ucciderà l’altro, e non so voi ma non è una guerra a cui io voglio assistere.

3 pensieri riguardo “L’essere umano può sopportare la civiltà?

  1. Questa volta il tuo articolo non mi coglie impreparato perchè era venuto a conoscenza di questa esperimento giusto qualche mese fa! Devo dire che ero giunto a riflessioni molto simili alle tue (nicchie sociali) e sono d’accordo sul problema del lavoro.

    Finora le varie rivoluzioni industriali hanno solitamente creato tanti posti di lavori quanti ne distruggevano (contadini che diventano operai tra ‘700 e ‘800, operai che diventano terziario nel ‘900), il problema è adesso. Cosa si fa dopo il terziario? Forse si va verso un terziario “avanzato” che darà lavoro. Il problema è che questo terziario avanzato non può essere di massa com’era una volta, perchè è costituito da lavori iperspecializzati (scienziati, ingegneri, informatici ecc) o poliedrici (il discorso che facevamo sullo scrittore che oggi deve saper fare più cose e che si applica a molte altre attività, come l’insegnamento). Una transizione che non ritengo facile da gestire né tantomeno così scontata. Qui potrebbero esserci i problemi.

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