I casi editoriali, fra Dan Brown e Stephanie Meyer

Bene, eccomi di nuovo qui dopo essermi preso una pausa per digerire le immense quantità di cibo di questo periodo natalizio; come di consueto per il mercoledì, vi porto un paio di recensioni-opinioni su alcune opere di un paio di scrittori accumunati da un medesimo teme che, oggi e nello specifico è il caso editoriale, quel romanzo che, in qualche modo, riesce ad esplodere dando luogo ad un fenomeno. Vediamo come hanno fatto

Dan Brown e il thriller fantasy-religioso

Chi oramai, dopo la fama raggiunta sul grande schermo, non conosce Robert Langdon? L’iconico personaggio di Dan Brown, professore di simbologia di Harvard, è ormai una realtà consolidata e conosciuta dell’editoria, nonché l’esempio perfetto di un personaggio poliedrico ed originale.

Innanzitutto partiamo con il genere; è interessante notare come sia molto difficile inserirlo in un genere specifico. I romanzi di Dan Brown (non li cito tutti perché tanto già li conoscete, sappiate che il mio preferito resta “Il simbolo perduto”, quello che mi piace meno “Inferno”) sono infatti thriller principalmente, ma contengono elementi strani, quasi alieni alla tipicità del genere. Una retorica artistica e religiosa che non appartiene certo al thriller classico, il tutto unito da elementi d’azione, di retorica, di fantasia o di fantascienza.

In secondo luogo vi è l’ambientazione, tutto è a sua volta inserito infatti in un’ambientazione frenetica nella sua velocità, spesso con l’intera storia che si riassume in pochi giorni o, addirittura come nel caso di Origin, in una sola notte, in un’unità temporale che avrebbe reso felici i tragediografi greci. È uno stile serrato che porta il lettore a divorare il libro, non ci sono spazi per le pause, un capitolo è fatto per tirare quello successivo in un domino continuo e rapido.

Poi c’è anche un’altra cosa, che è il motivo forse più di ogni altro che ha fatto famoso Dan Brown nonché purtroppo il motivo per cui io, dopo essere stato suo fan per anni, mi allontano da lui. Le sue trame sono terribilmente costanti.

Si dice che la definizione perfetta per “qualità” sia la capacità di soddisfare le aspettative e, in questo Dan Brown è bravissimo, dando al pubblico esattamente quello che si aspetta. Allora, qualcuno muore in circostanze misteriose attorniato da strani simboli, Robert viene tirato fuori da Harvard, piazzato sulla scena del crimine da cui poi lui dovrà scappare dopo dieci minuti perché avrà capito che la polizia è contro di lui. Incontra una donna bellissima, intelligente, sui trentacinque e con un passato oscuro che lo aiuterà e da cui ci sarà alla fine un doloroso distacco. Verso la fine ci sarà un completo plot twist e si rivelerà che uno dei personaggi buoni è in realtà cattivo o/e che uno dei cattivi è in realtà buono. Credo che queste cento parole circa siano una buona descrizione di ogni singolo romanzo della serie.

Il punto secondo me, e lo dico senza volontà di polemica o di accusa, ma anzi con forte rispetto con un autore che, ad ogni modo, è stato e resta uno dei miei preferiti anche solo per la capacità di tenerti così incollato alle pagine; è che Dan Brown abbia creato praticamente un modello standard dei suoi romanzi un po’ in stile fast food, e li replichi ogni due anni cambiando un poco l’ambientazione. In questo modo il pubblico, sa esattamente cosa sta per leggere quando vede il libro in libreria, e, essendogli piaciuta la prima o la seconda volta, lo prende una terza.

I libri ad ogni modo sono davvero ben scritti, senza buchi di trama e, nonostante le ovvie romanzate, anche ben studiati nel loro artistico, religioso o scientifico che sia. I personaggi sono ben definiti e caratterizzati, anche se, come già detto, tendono a ritornare di romanzo in romanzo solo con nomi diversi.

Per chi fosse interessato ad acquistare, i libri pur essendo basati sullo stesso protagonista, non sono collegati l’uno all’altro, possono quindi essere letti anche da soli. Origin  ; Il Codice da Vinci  ;Angeli e demoni

Stephanie Meyer, può un vampiro essere sexy?

Forse il Dracula di Bram Stocker si rivolterebbe nella tomba con Twilight, la celeberrima opera della scrittrice americana Stephane Meyer (Dracula che si rivolta nella tomba… l’avete capita?), ad ogni modo, personalmente, devo dire di pensare che tutto l’odio che si sia riversato su questa scrittrice sia ingiustificato.

Sarà che sono dell’idea che, di fronte a qualcuno che ha avuto successo, non abbia senso perdere tempo a denigrarlo ma piuttosto si debba capire in cosa sia stato bravo, sarà che i suoi libri mi sono genuinamente piaciuti, sarà che non ho visto i film e forse quel fanno davvero schifo come si dice, chi lo sa?

Ad ogni modo parliamo della saga di Twilight, una storia d’amore horror, un teen fantasy di straordinario e innegabile successo.

Allora io credo che il principale motivo per cui i libri sono diventati famosi, è che sono stati davvero originali. Imitati da tutti negli seguenti, Twilight ha aperto il mondo dello urban fantasy per giovani adulti e dalla fusione di generi che raramente sono accostati come l’horror e il romance. È anche un libro ben scritto, molto ben scritto con una trama che riesce a creare la giusta suspence anche se a volte sembra un po’ priva del pathos che in genere caratterizza questi romanzi.

Twilight è una storia d’amore prima di ogni altra cosa e, anche per questo, l’autrice lascia molto spazio, e infonde molta della sua abilità, nella caratterizzazione emotiva dei personaggi che è davvero straordinaria. Tormento, amore, un groviglio di emozioni che hanno per il lettore (consideriamo che il target medio è giovane e femminile) la funzione della catarsi, la funzione di permettere di riversare su di essa tutta la propria emotività in subbuglio adolescenziale.

Allo stesso tempo l’autrice crea attorno a sé un piccolo mondo di fantasia, molto coinvolgente e per questo molto imitato, abitato da esseri che, infondo, assumo proprio un ruolo dove tutti si sentono a proprio agio: la ragazza nel ruolo della protetta e il ragazzo nel ruolo del protettore (piccola nota: non dicendo che questi ruoli debbano essere così, ma sto sottolineando come, in genere, sono i ruoli in cui le persone sono a loro agio).

Unica nota negativa forse, come già accennato prima, la mancanza di pathos in punti dove me ne sarebbe piaciuto un po’ di più. Il finale di New Moon ad esempio, o di Breaking Dawn (che è anche il finale della serie), dopo aver aumentato e tenuta alta la tensione per un intero romanzo finiscono così, con due parole e senza un nulla di fatto, ammetto che mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca.

Ad ogni modo consiglio vivamente la lettura di questa serie e, in caso voleste acquistare, ecco il link da cui potete comodamente farlo:
Twilight

Un pensiero riguardo “I casi editoriali, fra Dan Brown e Stephanie Meyer

  1. Mi trovo a concordare in entrambi i casi. Io ho letto Angeli e Demoni, poi il Codice da Vinci poi “me so’ stufato”, appunto perchè avevo incominciato a capire l’andazzo della trama, per quanto fosse in sé ben congegnata ed estremamente godibile (Angeli e Demoni l’ho finito in un giorno e mezzo). Cosa che non è solo di Dan Brown, molti altri autori hanno serializzato la propria produzione. Penso a Bernard Cornwell per quanto riguarda il genere storico, ma se ne potrebbero fare molti altri di esempi.

    Non ho letto la Meyer, ho conosciuto però chi l’ha letta e mi sono visto i film. Aggiungo una cosa interessante: la Meyer è una mormone praticante, nella serie di Twilight si può trovare una sottotraccia “religiosa”: per dirne una, Belle ed Edward non possono consumare il rapporto e quindi devono saper resistere alla tentazione, concetto molto religioso appunto.

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