Perché sono contrario ai Social Justice Warrior all’americana

Devo dire che, recentemente, inizio a maturare l’idea che gli Stati Uniti siano un paese di gente così poco istruita che, come vasi vuoti, accettano acriticamente ogni singola cosa che gli viene riversata sopra.

Insomma, non voglio essere troppo polemico, troppo aggressivo, ma dopo aver visto in quel paese nascere i testimoni di Geova, Scientology, il terrapiattismo, l’antievoluzionismo e, ultimi ma non per importanza i social justice warrior (SJW) permettetemi di essere scettico sulla grande america.

SJW, chi sono?

Allora partiamo da questo, da un po’ di storia e di osservazioni per evitare di trattare il problema per partito preso.

Gli Stati Uniti hanno una storia di discriminazioni interna molto pesante, molto più pesante della nostra italiana. Lo schiavismo, l’apartheid, i recessi del puritanesimo che si scaricavano sugli omosessuali, le politiche del don’t tell don’t ask dell’esercito e via dicendo. Come spesso accade però quando una situazione è molto sbilanciata in un senso però, il risultato di questo non è stato tanto raggiungere un punto d’equilibrio, ma bensì cadere negli anni successivi nell’estremo opposto, ed ecco i social justice warrior.

Per SJW s’intende generalmente un gruppo politico che negli stati uniti si ritrova ad essere molto interessato all’uguaglianza sociale e alla tutele delle minoranze, ma lo fa estremizzando la cosa al ridicolo. Per fare un esempio, Prada, che è stata recentemente accusa di razzismo perché vendeva un accessorio, una scimmietta, che per qualcuno ricordava vagamente la caricatura di un africano; il fatto che secondo alcuni i bianchi negli stati uniti non dovrebbero farsi le treccine perché è “appropriazione culturale”, il fatto che ci siano state delle espulsioni nelle scuole per ragazzi che avevano detto che i generi non sono più di due. È un esempio il movimento “metoo” che, inizialmente, era partito con l’intento, secondo me giustissimo di tirare fuori quel sommerso di ricatti e abusi sessuali a cui le donne, o anche gli uomini, possono essere costrette anche nella vita di tutti i giorni, ma che poi è decaduto in una sostanziale gogna senza processo per gli uomini accusati fino ad arrivare a situazioni paradossali come quella di Asia Argento che, prima invoca la fine del garantismo, poi nel momento in cui è lei stessa l’accusata, chiede tutele.

La polarizzazione dell’opinione

Né ho già scritto in passato, ma questo è un grosso problema della società che credo che i sjw stiano aumentando, questo perché spesso e volentieri, la loro politica è del tipo o con me o contro di me (dove il contro, nel panorama politico americano, è l’alt right); eppure io ad esempio sono a favore di quasi tutte le loro battaglie. Sono favorevole ai matrimoni omosessuali, sono favorevole a pari diritti per uomini e donne, bianchi e neri e via dicendo. Questo gruppo però va molto oltre.

Va alla censura, il voler censurare comici, personaggi pubblici o dell’internet (generalmente e fortunatamente non riuscendoci) come PewDiePie, Jordan Peterson, Luis CK, Rick Gervais. Va alla vittimizzazione, trattando ogni questione, anche la più piccola incomprensione, alla stregua di un genocidio, vedasi ad esempio il casino accaduto per la scimmietta di Prada che ha costretto l’azienda a ritirare il prodotto e a fare pubbliche scuse e sinceramente io ho letto troppo Orwell perché cose del genere mi possano piacere.

La modifica del vocabolario

Ma per cosa combattono questi guerrieri della giustizia sociale? Molto semplice, per sentirsi moralmente superiori e vi spiegherò perché.

Negli ultimi anni, gli strascichi di questa battaglia culturale che sta avvenendo negli USA stanno arrivando anche da noi e, ne abbiamo avuto un rimo contatto con quei tentativi di alcuni esponenti politici come Laura Boldrini, sul sostituire alcune parole perché offensive: ad esempio “barbone” andrebbe cambiato in “clochard”, “prostituta” in “sex worker” e via dicendo… ora permettetemi di fare alcune considerazioni.

Le parole non sono mai offensive di per sé, le parole sono solo suoni che veicolano concetti, i concetti possono essere offensivi, possono esserlo nelle intenzioni di chi parla, o nell’orecchio di chi ascolta. Il punto è che… ok barbone è offensivo, ma è offensiva la parola o il concetto che veicola? Cioè se io chiamo qualcuno barbone questo qualcuno si offende per la parola che ho scelto di usare o perché lo sto accusando di essere un poveraccio? Se io chiamo qualcuna puttana si offende per la parola o perché si sente giudicata nella sua condotta sessuale?

Ovviamente voi mi potete dire: ok, ma in realtà clochard o sex worker, a primo acchito, non suonano così offensive come le loro controparti, al colpo d’orecchio almeno… e questo è vero, ma considerate che queste parole non sono usate. Nel momento in cui infatti, le nuove parole andassero a sostituire in toto le parole vecchie, senza però cambiare la cultura dietro a quelle parole, allora le nuove parole assumerebbero anche tutti i significati delle vecchie, comprese le accezioni offensive.

A questo punto quindi, qual è il punto di cambiare il vocabolario? Perché, detto fra noi, non credo che i barboni che vivono al freddo per strada di punto in bianco si accorgano di essere clochard e sono subito super felici per questo, non credo in realtà che gliene freghi niente, hanno problemi più gravi di questo. Il punto è solo questo, far sentire le persone che usano le nuove parole come se fossero moralmente superiori senza che in realtà stiano facendo alcunché di pratico.

È lo stesso concetto se volete che si è sviluppato con la parola “negro” (tra l’altro, non so se lo sapete, ma in America è sostanzialmente vietato, a livello sociale, per bianco, usare questa parola in qualsiasi contesto). In Italia era usata, dalle vecchie generazioni, in maniera assolutamente neutra e non offensiva, era semplicemente la parola che definiva gli africani subshaariani, poi qualcuno ha iniziato a dire che era razzista ed è stata sostituita un po’ alla volta, ma non è che questo abbia in alcun modo combattuto il razzismo o la percezione che il popolo italiano aveva dei neri, l’unica utilità è stata quella di far sentire un gruppo di persone moralmente superiori per il semplice fatto di fare una differenza semantica.

La vittimizzazione

E arriviamo all’ultimo punto, questo fare le vittime per qualsiasi cosa, per qualsiasi battuta, per qualsiasi piccola critica od osservazione.

Come abbiamo detto prima infatti, l’offesa sta nel concetto di chi parla, o di chi ascolta. Il punto è che se tu ti senti offeso per qualcosa, questo sentirti offeso sta a te, non è un problema di chi parla se lui non voleva essere offensivo, non puoi pretendere che tutti tacciano per non rischiare di urtare le tue emozioni.

Nelle università inglesi e statunitensi si stanno ad esempio diffondendo i “safe space” spazi ovvero in cui una persona che si sente offesa da qualcosa può nascondersi per tutelare i propri sentimenti e, lasciate che lo dica, credo sia davvero qualcosa di ridicolo.

Il punto è che non puoi comportarti continuamente da vittima e poi voler essere trattato da pari. Il mondo non è bel posto, non lo è per moltissime persone e bisogna essere forti contro gli eventi della vita perché se ti comporti da debole, sarai trattato da debole.

Se frigni per ogni cosa ridicola, come di nuovo la scimmietta di Prada, quando ci sarà davvero una battaglia da combattere quella non avrà magari la giusta attenzione perché oramai la gente si sarà stancata. Se dai del razzista a chiunque solo perché usa un vocabolario diverso dal tuo, ma senza intenti razzisti, tu puoi anche credere di star combattendo il razzismo, ma forse lo stai addirittura rinforzando, dando dei punti d’argomentazione ai tuoi oppositori politici e detto fra noi, se io fossi un politico di estrema destra, sarei molto felice di avere dall’altra parte qualcuno in stile SJW.

A questo punto solo un ultima osservazione. La prossima volta che vi sentite offesi da qualcosa, prima di chiamare la psicopolizia, fermatevi un attimo e pensate: era nelle intenzioni di chi parlava offendermi o ci sto costruendo qualcosa io nelle mia mente? Solo poi, agite.


7 pensieri riguardo “Perché sono contrario ai Social Justice Warrior all’americana

  1. Sono d’accordo che gli americani (intesi come cittadini USA) affrontino ogni problema in maniera per così dire particolare e si pongono sempre in situazioni di contrapposizione estrema della serie o con noi o contro di noi, ma non credo che i Social Justice Warriors di cui parli siano assimilabili a chi combatte per cambiare il linguaggio. Le parole hanno un forte potere e cambiare il modo con cui ci si riferisce ad una situazione è un passo verso una comprensione più profonda di tale situazione. Certo che al barbone non cambia niente sentirsi chiamare clochard, ma nella nostra mente intanto cambia l’attenzione che prestiamo al tema. Poi una nuova parola porta con sé nuove sfumature e ne perde altre, quindi il soggetto piano piano evolve anche grazie al linguaggio. Pensa agli omosessuali e a quante più parole ci siano oggi per parlare del fenomeno rispetto anche solo a 15 anni fa. Siamo sicuri che se non ci fosse stata un’evoluzione del linguaggio avremmo avuto le aperture che abbiamo oggi sul tema?

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    1. Io non sono d’accordo. Il linguaggio avrà anche un potere ma quel potere è solo quello che gli diamo noi. Le parole in sé, non sono né buone né cattive, sono solo suoni, è il concetto che portano che può essere buono o cattivo al limite. L’esempio che porto nel testo, quello della parola negro che, inizialmente, almeno dalle mie parti, non era “cattiva” o offensiva, ma neutra ed è stata resa offensiva da chi voleva combattere il razzismo, è un esempio secondo me ottimo dell’inesattezza di questo cercare di risolvere problemi reali cambiandone la semantica. Se la percezione di un fenomeno non cambia alla base, può cambiare tutte le parole che vuoi per definirlo, ma quelle parole diventeranno via via considerate offensive. Quelli che erano i “minorati” sono negli anni stati trasformati in invalidi, handicappati, portatori di handicap, disabili e infine diversamente abili, di volta in volta la parola usata era offensiva e di volta in volta la si cambiava con una parola nuova che “diventava” offensiva nel momento in cui era associata ad un gruppo considerato inferiore.
      Il linguaggio non crea il pensiero, il linguaggio è solo una convenzione di suoni che “esprimono” il pensiero, non puoi cambiare il pensiero cambiando il linguaggio.

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      1. Mi viene in mente 1984, in cui vengono cancellate le parole che esprimono opposizione o ribellione, per cancellare i fenomeni. Ma l’umanità non ha dovuto aspettare che qualcuno inventasse la parola “no” per rifiutare qualcosa. Quello di cambiare le parole poi è comunque un gioco a perdere perché dopo che storpio è stato sostituito da invalido, invalido da handicappato, handicappato da disabile, disabile da diversamente abile, prima o poi, dato che diversamente abile indica comunque lo storpio, il monco, il paralitico, finirà per essere sentito offensivo anche quello. E allora come li chiameremo, ‘mmazza quanto so’ abbili?

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  2. Per quanto riguarda poi gli effetti delle “nobili battaglie”, l’esempio più emblematico è la grande vittoria dei BDS che sono riusciti a far chiudere la fabbrica israeliana Sodastream di Ma’ale Adumim, in Giudea. Dopodiché Israele ha aperto la fabbrica da un’altra parte e 500 operai palestinesi sono rimasti senza lavoro.

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