Come un certo tipo d’istruzione allontana i giovani dalla letteratura

La cultura è la più grande eredità del popolo italiano. Sotto molto punti di vista: pittura, scultura, scrittura e poesia, musica; l’Italia ha un passato assolutamente glorioso ben riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo… in tutto il mondo tranne che però, a volte pare, proprio in Italia, almeno a sentire quello che i media dicono in continuazione.

È una cosa in realtà spesso molto tipica il dare per scontato ciò che si ha, e a dire la verità probabilmente non è un problema solo italiano; lo consideriamo tale solo perché ovviamente ne abbiamo una percezione più diretta. Nonostante ciò sta di fatto che il popolo italiano non è certo pieno di lettori e che i lettori e che i lettori che ci sono abbiano gusti che per carità sono gusti e sui cui quindi non discuto, ma i libri di Totti e di Favij sono fra i bestseller, sul serio?

Cercando una risposta al perché di questo fenomeno, che di certo ha molteplici cause che non comprendo e nessuno comprende a pieno, mi sono però dato una risposta su uno dei possibili problemi. Ovvero il modo in cui viene affrontata l’istruzione di queste materie.

L’arte non è matematica

Sembra superfluo dirlo ma nella mia esperienza scolastica, sembra che, pur con tutte le migliori intenzioni, alcuni professori o forse il ministero dell’istruzione che decide i programmi, questo non lo capisca. La letteratura ad esempio viene trattata generalmente come qualcosa di meccanico: testo, lettura, parafrasi, riassunto, commento (non il proprio commento o la propria opinione, ma l’interpretazione data da qualcun altro che andrà quindi imparata a memoria).

E questo è davvero un problema per il semplice fatto che gli leva il senso. Se io voglio essere informato, non leggo un romanzo o una poesia, io leggo un trattato. La forza dell’arte in ogni sua forma sta soprattutto nella sua ambiguità, nella sua interpretabilità. Indubbiamente alcune interpretazioni magari saranno più corrette di altre, più vicine a ciò che l’autore voleva esprimere ma questo è davvero così importante? Se a me quel pezzo d’arte comunica questo perché per me è questo, forse proprio questa interpretazione mi porterà a riflettere, forse proprio ciò mi porterà a conoscere meglio me stesso, perché mi farà capire cosa voglio o cerco di vedere nelle cose.

Leggere un buon libro secondo me è un po’ come guardare una nuvola; non è tanto la forma che conta ma ciò che tu ci vedi in quella forma, perché è ciò che tu vedi che ti insegna qualcosa su te stesso. È un po’ come le macchie di Rorschach, quelle macchie d’inchiostro che si usano per i test psicologici, non importa quello che la macchia raffigura, ma il modo in cui viene interpretata. Studiare un pezzo d’arte partendo dalla sua interpretazione è un po’ come qualcuno che ti indica una nuvola e ti dice: “ecco quello è un cavallo, se ci vedi qualcos’altro, stai sbagliando”.

La differenza fra spiegare e interpretare

Questa è una cosa forse un po’ sottile ma credo sia importante. Se, ad esempio, la classe d’inglese prende mano a “1984” di Orwell, ha molto senso contestualizzare il libro. Ha senso ad esempio contestualizzarlo nell’ambito del dopoguerra e nel post rivoluzioni comuniste e socialiste in Russia e nel clima di paura che generavano.

Allo stesso tempo se leggo, “Dei sepolcri” di Ugo Foscolo, può avere senso contestualizzarlo nell’ambito delle rivoluzioni francesi e via dicendo.

Questo è utile perché il contesto in cui a volte sono scritti i libri cambia nello spazio e nel tempo. Il mondo in cui viviamo noi non è l’Inghilterra in cui viveva Orwell né tantomeno l’Italia di Foscolo.

La spiegazione serve quindi a fornire i mezzi all’osservatore per interpretare in modo migliore possibile. Questo però è diverso dal fornire un interpretazione e dire: “questa è, fattela piacere”.

Riconoscere i propri limiti

C’è una piccola parte nazionalista dentro di me che si sta rivoltando e provando un dolore fisico mentre scrivo queste parole ma io credo fermamente che il primo passo per risolvere un problema sia ammettere che quel problema esiste. Il problema in questione è che, qualitativamente, la letteratura moderna italiana non è al livello di quella anglosassone.

Spiace anche a me dirlo ma è vero, nonostante la presenza di singoli autori di bravura eccezionale, di Pirandello o di Leopardi (che è un po’ più vecchio ma lo lascio lo stesso) ad esempio ho parlato anche nella rubrica delle recensioni letterarie. Se prendiamo in generale la letteratura italiana degli ultimi 150 anni e la confrontiamo con quella inglese-americana purtroppo non regge il confronto se togliamo alcuni generi come il giallo e il romantico in cui andiamo forte.

D’altronde però non ci si può aspettare di essere sempre e costantemente i migliori in tutto, quello che è importante è avere l’umiltà d’imparare dai migliori. Per secoli, i popoli d’Europa e America hanno studiato l’arte classica italiana e alcuni scrittori famosissimi inglesi si sono ispirati a nostri compatrioti (Chaucer si ispirò a Boccaccio ad esempio, Milton a Giovan Battista Andreini). Allora perché noi non possiamo avere l’umiltà d’insegnare anche un po’ di più autori esteri, magari tentando così di formare gli autori di domani?

“I promessi sposi” ad esempio è un buon libro, un ottimo romanzo storico, ma davanti a “I pilastri della terra” di Ken Follet non regge il confronto. Il punto è che forzare gli studenti a leggere testi che, hanno sì uno straordinario significato storico e culturale come “I promessi sposi” ma che al contempo (ovviamente mi riferisco anche ad un mio gusto personale) sono carenti dal punto di vista “artistico” li allontanerà dal leggere.

Al contrario io credo, e lo credo perché davvero non riesco ad immaginare altro, che una persona che legge ad esempio “Dune” di Frank Herbert, “Il mondo nuovo di Huxley”, o “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche (trovi le recensioni di questi nella Libreria) poi smetta di leggere perché fidatevi, sono libri che dopo averli letti non torni più indietro.


Detto questo, spero di non essermi inimicato troppo tutti i cultori della letteratura italiana che bazzicano i blog vari su WordPress, dopotutto il fatto che la letteratura inglese dell’ultimo secolo abbia superato quella italiana non vuol dire che anche quella del prossimo secolo lo farà, il futuro, in fondo, non è ancora stato scritto.

11 pensieri riguardo “Come un certo tipo d’istruzione allontana i giovani dalla letteratura

  1. La letteratura è anche svago. Parlo per esperienza: quello che ho odiato della letteratura a scuola era che dovevi leggere quello che voleva il docente, e fin qui ci può anche stare, ma anche fartelo piacere e commentarlo come piaceva al docente. Sostenere che preferivi Kipling a Conrad o che apprezzavi più Poe, Lovecraft e Howard di altri autori italiani eran votacci. Perché il fantastico e la fantascienza erano “spazzatura” perché un romanzo senza pipponi psicoanalitici non è un romanzo etc. etc.
    Troppa concezione accademica della letteratura allontana ed annoia, allo stesso modo che una impostazione puramente meccanicistica (formuletta calcoletto) della matematica spesso allontana e disgusta dalla materia.

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      1. Imho la scuola dovrebbe avvicinare al piacere della lettura ma senza giudicare i gusti o indirizzare verso quell’autore o quell’altro. Ti piace Lovecraft, bene. Preferisci F. Herbert o Zelazny? bene lo stesso. Apprezzi Conrad e non ti piace Kipling, benissimo. Ami Kipling e non sopporti Conrad, nessun problema. L’importante è che piaccia leggere e che riesca ad estrarre il messaggio dall’opera, non che ami svisceratamente lo stesso autore che adora il tuo docente.
        L’errore è fare indottrinamento.

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  2. Io insegnavo italiano come seconda lingua in una scuola in lingua tedesca in Alto Adige, quindi il discorso è un po’ diverso, perché tutto, letture comprese, era finalizzato all’apprendimento della lingua. Però non del tutto diverso. Tutti i miei colleghi, per ogni cosa che si leggeva, avevano tutte le loro belle schede per farli lavorare, io mi sono sempre rifiutata di fargli fare qualunque lavoro, per non guastargli il gusto della lettura: meglio una lettura con parti non capite che una lettura in cui ogni tre minuti ii ritrovi a dire ma che palle. Per l’apprendimento preferivo usare strumenti diversi, magari anche letture, ma letture costruite ad hoc, non testi in cui ci sia qualcosa da gustare. I miei colleghi si scandalizzavano del fatto che “non li fai lavorare”, io mi scandalizzavo del loro lavoro distruttivo nei confronti di un possibile futuro di lettori nei nostri ragazzi.

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  3. Il problema a mio avviso è che la scuola ha ancora un concetto nozionistico della cultura, del sapere, senza mai andare in profondità a comprendere il “senso” di quel sapere, le sue ricadute psicologiche e morali

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