Qual è il destino della società?

Le società nascono, crescono, a volte si riproducono generando e perpetuando la propria cultura e, alla fine muoiono. Nell’arco dei secoli si evolvono poi, modificano sé stesse adattandosi alla mutabilità delle condizioni. Sotto molti aspetti, la società umana può essere vista sostanzialmente come un essere vivente a se stante o, per lo meno, ci assomiglia.

Le domande a cui vorrei rispondere oggi quindi, se avrete voglia di accompagnarmi in questa piccola elucubrazione mentale, sono se la società possa essere vista come un essere vivente, una sorta di animale collettivo, e se, in questo caso, possiamo riuscire a prevederne il futuro.

Cos’è un essere vivente?

Per capire se la società possa essere considerata tale bisogna quindi prima definire cosa sia un essere vivente. Direi che una buona definizione potrebbe essere: “è un organismo derivante dall’espressione di una programmazione mirata a protrarre sé stessa” dove la programmazione è, negli esseri biologici generalmente rappresentata dal codice genetico.

Nell’animale collettivo però questo codice potrebbe semplicemente essere diverso. Prendete per esempio le idee, i rituali, le religioni e le morali dei popoli, tutte queste cose non sono codificate geneticamente, ma sono comunque un informazione, informazione che è codificata mentalmente all’interno delle menti dell’individuo.

Se voi raccogliete poi tutta quest’informazione presente nei vari individui di una stessa società noterete probabilmente una coerenza di fondo, delle tendenze più o a meno marcate attorno alla quale queste norme sociali si aggregano. Prendendo ad esempio la sola morale, è ovvio che essa sia qualcosa di fortemente personale, ma se ci pensate in fondo più o a meno tutta la cultura occidentale e gli individui facenti parte condividono dei parametri simili. Ad esempio alcune persone saranno a favore o contro la pena di morte, qualcuno può essere a favore o contro all’uccisione per legittima difesa e può venire discusso quali sono i limiti di questo, ma queste sono in fondo differenze minime rispetto alla coerenza di fondo ovvero che tutti, o quasi, concorderanno che l’omicidio è un atto in sé immorale.

Allo stesso modo ad esempio vi è la pedofilia. Ogni nazione ha le proprie leggi che determinano l’età del consenso (ovvero l’età alla quale un ragazzo o ragazza può ufficialmente dare consenso valido ad un rapporto sessuale) e oltre alle leggi ogni persona ha le proprie personali opinioni secondo le quali giudicherà la moralità di un rapporto sulla base della differenza d’età dei praticanti. Nonostante queste differenze però, che vanno generalmente da un età di quattordici e diciotto anni e sono quindi in realtà minime, la società occidentale condivide un metro morale comune che considera la pedofilia immorale.

A questo punto potremmo definire quindi di fatto come se la società fosse un essere vivente definito da un programma che non è genetico, ma mentale, rappresentando quella coerenza comportamentale interna ad ogni popolo. Questo essere vivente ha tutte le caratteristiche di quelli biologici, nasce, si sviluppa, cerca di espandersi se possibile colonizzando altre menti, è soggetto alla selezione naturale in quanto i sistemi sociali fallimentari collassano in fretta (prendete ad esempio il comunismo sovietico) lasciando posto a quelli più efficienti, si riproduce (pensate come le norme sociali moderne siano figlie della cultura scientifica e da quella cristiana di origini medievali, la quale a sua volta è figlia di quella greco-romana ed ebraica), e alla fine muore nell’atto che in genere viene chiamato “rivoluzione” lasciando il suo posto a qualcosa di nuovo.

L’animale collettivo nella società di tecnologica

Avendo definito la società come essere vivente sarebbe interessante provare a capirne e ad osservarne i comportamenti per cercare di prevederne il futuro.

Anticamente le società umane sono sempre state in prevalenze rurale e, quindi, a bassa densità di popolazione. L’evoluzione della tecnologia ha però posto le basi per un diverso ordinamento della società, basato su agglomerati urbani di dimensioni enormemente superiori a quelle antiche e con densità di popolazione enormemente superiore.

Ciò ha richiesto all’uomo moderno una discreta dose di adattamento per inserirsi nella società da lui stesso creata (ne parlavo anche in questo articolo) e come prezzo per il benessere fisico, ha generalmente sacrificato quello psicologico.

Il punto è che un uomo del medioevo difficilmente viveva una vita che oggi potremmo definire bella. Era una vita caratterizzata da lavoro duro, nessun agio, lo spettro continuo di violenza, guerra e malattia, eppure non cadeva in depressione quanto l’uomo moderno, eppure non sviluppava i disordini di personalità dell’uomo moderno. Questo credo fondamentalmente perché l’uomo moderno è sottoposto continuamente ad una fonte incredibile di stress per essere un buon individuo sociale.

Il nostro metro morale odierno è estremamente esigente se ci pensate: parole che non si possono dire, emozioni che non si possono provare, istinti che non si possono avere; è forse sotto certi aspetti più esigente di quello di diverse teocrazie del passato ed è un metro che si rende necessario a sopportare la densità della popolazione. È infatti risaputo che troppe persone chiuse in poco spazio svilupperanno violenza e insofferenza reciproca, per mantenerle a loro posto quindi è necessaria una fortissima morale che indirizzi il comportamento reciproco di ognuno, la pressione di sottoporsi a questa morale genera però stress che genera infelicità.

Allo stesso tempo è richiesto un numero sempre maggiore di nicchie sociali in modo da scaricare e dare un ruolo alle persone nella macchina sociale. Per fare ciò è necessario che le persone siano sempre in uno stato di desiderio, lo stesso stato in cui si trovava un uomo primitivo rispetto al cibo l’uomo moderno che di cibo ne ha fin troppo lo deve scaricare su prodotti secondari e voluttuari, per generare ciò il marketing bombarda l’uomo moderno di pubblicità per fargli desiderare il prodotto, in questo modo l’uomo comprerà facendo funzionare l’economia e nutrendo così l’animale sociale. Il prezzo di ciò è però di nuovo lo stress, l’insoddisfazione e quindi l’infelicità.

Ciò inoltre va a generare una lunga serie di co-dipendenze all’interno della società. Se un tempo l’essere umano era semi-autonomo, ora ogni più piccolo compito è diventato così specialistico da richiedere qualcuno di specifico e ogni persone diventa così dipendente dalle altre, dando così forza all’animale sociale a scapito però dell’individuo che non si sente realizzato e non si sente libero. Se infatti è vero che all’apparenza l’uomo moderno goda, rispetto a quello antico, di una libertà estremamente alta in moltissime nicchie come quella sessuale, di espressione e parola, è anche vero che nella pratica i dati (qui un articolo del corriere che tratta l’argomento) ci dicono che le generazioni più giovani fanno ad esempio meno sesso di quelle precedenti e, nonostante gli sia garantita la libertà di parola, la loro voce è persa nel fiume dilagante dell’informazione di massa. La società quindi, spegne tutte le luci e poi dà a tutti la libertà di guardare ciò che vogliono.

Anche l’appariscenza e il bisogno di essa è ad esempio una dipendenza. La necessità imperante di postare ogni cosa sui social e di dare su essi un’immagine migliorata di noi stessi deriva fondamentalmente dal tentativo di sopprimere una serie di fobie sociali che la società dei social stessi ha creato, generando un circolo vizioso di dipendenza da essi.

Se dovessi quindi, basandomi su queste osservazioni cercare di fare una previsione sul futuro della società direi che non è troppo difficile prevederlo. L’animale sociale avrà sempre più bisogno, per essere coeso, di sopprimere le differenze fra le persone a favore della coesione comune, avrà sempre più bisogno quindi, di sopprimere la libertà della persone (attraverso un processo che, come abbiamo visto col sesso, non sarà coercitivo, ma più un blando indirizzamento).

L’unica domanda interessante da chiedersi a questo punto è se quindi questo processo si rivelerà efficiente oppure no, se, alla fine, la società tecnologica riuscirà nel suo intento è anche possibile che sul lungo termine riesca anche a sopprimere quelle emozioni d’infelicità che attanagliano l’uomo moderno che ne fa parte. L’alternativa è ovviamente che collassi, che muoia lasciando posto a qualcos’altro.

Un pensiero riguardo “Qual è il destino della società?

  1. Non sono d’accordo sulla questione delle rivoluzioni in seguito alle quali quello che c’era prima “lascia il posto a qualcosa di nuovo”: la rivoluzione francese ha spazzato via la monarchia e i privilegi di aristocrazia e clero, e poco dopo sono tornate più o meno le stesse cose, solo in forma diversa. La rivoluzione russa ha messo fine all’orribile oppressione zarista e ha messo al posto di quella la sua brutta copia (sì, è vero che la dittatura comunista è nata dal colpo di stato di ottobre e non dalla rivoluzione di febbraio, ma senza questa sarebbe stato estremamente difficile, se non impossibile, quello). I veri cambiamenti stabili e duraturi sono sempre nati dalle evoluzioni. come quella che va sotto il nome di rivoluzione industriale ma che è stata in realtà un’evoluzione, sviluppatasi nel corso di molti decenni e in cui il cambiamento del sistema di lavoro ha trascinato con sé, a poco a poco, i mutamenti sociali che conosciamo. O, in campo politico, le riforme, molto più efficaci e durature, anche se all’apparenza molto meno risolutive, delle rivoluzioni.
    Per quanto riguarda la depressione, ho vissuto un anno a Mogadiscio, dittatura militare in cui regnava la miseria, si moriva per infezioni curabili con cento lire di antibiotico, poliomielitici a chiedere l’elemosina su tutti i marciapiedi eccetera. Non ho mai conosciuto nessuno che soffrisse di depressione. Non ho mai incontrato nessuno che dicesse di avere sentito parlare di qualcuno che soffrisse di depressione. Cosa che ha confermato quanto, avendone sofferto per decenni, ho sempre affermato: la depressione non è una patologia, bensì uno stato d’animo, che si sviluppa unicamente quando non ci sono problemi vitali da affrontare, e unicamente fra persone di cultura medio-alta. Anche se sicuramente favorita dalla mancanza di sole (ho passato una vita a dire che il problema era quello, e mi davano della pazza. Poi dopo anni di studi e ricerche hanno scoperto che la terapia migliore è l’esposizione un’ora al giorno a lampade che simulano la luce solare. Che se lo chiedevano a me risparmiavano un sacco di tempo e dei soldi spesi per la ricerca si faceva a metà).

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