Perché le battaglie sociali devono sempre degenerare?

Mi è capito di recente di avere una discussione con un amica riguardo al movimento metoo e la conclusione a cui siamo giunti ad un certo punto è che il movimento è sì nato sotto tutti i migliori auspici, le migliori intenzioni e con nobili e giusti intenti, ma che alla fine sia degenerato in una sorta di coro da stadio per la vittimizzazione delle donne e la demonizzazione degli uomini. Ma perché le battaglie sociali sembra che finiscano sempre per degenerare?

Il caso metoo

Allora com’è nato e perché il metoo? Probabilmente lo sapete già ma facciamo un ripassino; diverse attrici a quanto pare sono state molestate dal produttore cinematografico Harvey Weinstein (fra cui Asia Argento di cui parleremo dopo), dopo che il caso è venuto alla luce, moltissime altre donne hanno colto la palla al balzo per raccontare episodi di piccole e grandi violenze o molestie di stampo sessuale, il movimento è poi diventato famoso a livello mondiale e non è esagerato dire che sia stato uno degli eventi più importanti del 2018 a livello sociale.

Ora, senza trattare nessun caso nello specifico, ci sono già una marea di articoli in internet che lo fanno, ma prendendo il movimento in sé nella sua totalità io, almeno inizialmente, mi sarei anche sentito di condividerne la battaglia.

Il concetto iniziale infatti era quello di rompere un muro di silenzio ed ipocrisia (cosa che io condivido sempre), di far emergere la verità, di eliminare la vergogna e l’imbarazzo sociale che alcune donne vittime di violenza possono effettivamente provare a livello psicologico e che le impedisce di denunciare. Tutte queste battaglie sono credo ampiamente condivisibili, sono a mio parere assolutamente giuste, ma…

La degenerazione

Ma le battaglie sociali sembrano condividere un triste destino.

Quello che era iniziato come un movimento di lotta all’ipocrisia è diventato profondamente ipocrita, quello che era nato come un movimento contro la vergogna ha usato la vergogna come sua arma principale.

Quello che all’inizio era “believe the victim” (credi alla vittima), all’inizio significava che i poliziotti dovevano accettare con empatia e comprensione le accuse mosse da una presunta vittima, significava prendere l’accusa sul serio e senza pregiudizi; alla fine è diventato un processare uomini sulla base delle nude parole di qualcuno, senza affidarsi a prove, ma distruggendo la reputazione delle persone e considerando automaticamente un accusato come un colpevole. E se l’accusato fosse lui stesso una vittima di false accuse? In questo caso non vale il “believe the victim?”

Abbiamo visto ad esempio l’apoteosi dell’ipocrisia con Asia Argento, che prima chiedeva che la sua parola fosse presa in automatico per vera e sosteneva che il garantismo fosse materia superata, salvo poi chiederlo per sé stessa una volta essere stata accusata da Jimmy Bennet.

Abbiamo visto i processo sommari fatti su internet perché si sa: a cosa servono i giudici quando esistono gli utenti di Facebook e Twitter? A cosa servono le prove oggettive quando hai la parola di qualcuno che spergiura di dire la verità?

Perché accade questo?

Il punto è che questa cosa succede spesso. Negli anni ho visto le giuste battaglie contro la discriminazione e per l’accettazione per l’omosessualità diventare un sostanziale linciaggio mediatico per chi si azzardi anche solo a fare una battuta a riguardo. Ho visto i giornali dichiaratamente contro il razzismo scrivere pagine di articoli sul corazziere nero che riceve Salvini perché si sa, sottolineare la razza di un membro di un corpo d’onore dei carabinieri considerandolo solo in base al colore della sua pelle… è così che si combatte il razzismo, grandi così.

Io credo che tutto questo derivi principalmente dall’immensa spettacolarizzazione con cui ogni cosa è trattata. Non c’è più evento al mondo che non sia uno show, che non sia un circo in cui tutti cercano i propri cinque minuti di celebrità, in cui tutti cercano il dramma perché in televisione una persona che piange fa più audience di una che spiega.

Tutto questo ci porta a trattare ogni cosa in maniera emotiva. Ogni evento che accade sembra uno spettacolo di una serie televisiva melodrammatica che le persone seguono con le lacrime agli occhi e una mano sul cuore e non c’è più spazio per la razionalità, non c’è più spazio per fermarsi a chiedersi un attimo: “cosa stiamo facendo?”

Non c’è più il dibattito o la discussione, ma solo persone che si urlano contro l’una con l’altra, ognuna tenendo fermamente la propria bandiera senza nemmeno cercare di capire gli altri perché è questo che il pubblico vuole, l’emozione, lo spettacolo e non l’informazione.

L’impressione che ho è che tutte queste battaglie degenerino per questo, perché tutto oramai deve diventare la parte di una partita di calcio. Bisogna sfidarsi su un campo a testa bassa mentre le persone sugli spalti applaudono o fischiano, ognuno seguendo ciecamente la propria squadra del cuore e facendo il tifo con post su internet.

L’unica cosa che mi chiedo a volte e se questo processo di fermerà mai o se andrà sempre peggio.

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