Quel particolare rapporto fra droghe ed artisti

Gli scrittori maledetti e il loro assenzio, Conan Doyle che andava di cocaina, i pittori bohémien e l’hashish, i Beatles e l’LSD e Baudelair e più o meno ogni sostanza che circolasse per le vie di Parigi. L’arte e la droga, che ci piaccia sentirlo oppure no, che ci piaccia ammetterlo o pure no, hanno sempre avuto un rapporto stretto e particolare, ma perché succede questo?

Un po’ di storia sulle droghe

Allora partiamo da questo e cerchiamo di definire meglio cosa s’intende per droga. Innanzitutto bisogna considerare che il concetto di stupefacente è abbastanza vago, da un punto di vista scientifico anche nicotina, cacao, alcol etilico, caffeina, teina e perfino l’incenso sono tutte droghe, quindi non si parla solo di quelle illegali, l’alcol ad esempio ha accompagnato una marea di scrittori dall’alba dei tempi.

Nonostante nella società moderna siano in gran parte demonizzati (per motivi negli intenti nobili, si vuole giustamente scoraggiare i giovani dal consumo) gli stupefacenti hanno da sempre fatto parte della cultura umana, dei rituali, delle religioni e delle cerimonie sociali. Il vino aveva ad esempio un ruolo assolutamente importante nelle culture greca e romana, ruolo sociale e socializzante che si è mantenuto fino ai giorni nostri, la cannabis è un elemento ricorrente nella religione induista e le popolazioni germaniche erano note per compiere rituali o addirittura combattere sotto gli effetti psicoattivi del fungo Amanita Muscaria (quello rosso coi pallini bianchi che vostra nonna vi diceva di non toccare nei boschi).

E possiamo continuare: sempre il vino si è ricavato un posticino speciale nella religione cristiana, così come il fumo d’incenso nelle funzioni (è un leggerissimo rilassante), il papavero da oppio in Italia veniva usato come antico antidolorifico mentre dall’altra parte del mondo gli indiani d’America fumavano tabacco e mangiavano peyote nei loro rituali sciamanici.

Perché questo rapporto così stretto con l’arte?

A questo punto torniamo quindi alla domanda iniziale, perché questo rapporto così particolare con l’arte? Cosa differenzia un Van Gogh che fuma hashish e crea la “notte stellata” e un sedicenne che dopo aver fumato riesce solo a finire un kebab? Cosa differenzia Conan Doyle che assume cocaina (abitudine che si rifletterà nel suo Sherlock Holmes) e crea uno dei personaggi letterari più di successo della storia e Lapo Elkann che finisce a fingere un rapimento da parte di un transessuale a New York per spillare soldi alla famiglia?

Per rispondere a questa domanda credo sia utile chiederci chi sia effettivamente l’artista. L’artista è fondamentalmente qualcuno che riesce a prendere cose già esistenti, già reali e tangibili e riformularle in una chiave nuova e diversa, l’artista è una persona che da vita ad un sogno o una visione con la sua sensibilità ed abilità.

Il punto è che per fare ciò a volte può essergli utile uscire da quei binari su cui la mente viaggia di solito. La mente infatti in genere ragiona in un modo, vede le cose in un modo e tende, imperterrita a continuare sulla sua propria strada. Farla uscire può quindi permettere di vedere le cose “da fuori” di permettere una visione che, nello stordimento, sia per assurdo potenzialmente più profonda della realtà vera.

Ciò ovviamente non significa che la droga crei l’artista, è il discorso di prima su Lapo Elkann, se non avete talento per la scrittura potete assumere tutto quello che volete ma non uscirà un nuovo Sherlok Holmes; se non avete talento per la pittura, potete fumare tutta l’erba di questo mondo ma non verrà fuori né un Van Gogh né un Picasso, statene certi.

Questo perché non esiste sostanza a questo mondo che possa donare la sensibilità o la “forma mentis” artistica, tutto quello che le droghe fanno, come già detto, è donare una nuova prospettiva da cui guardare ma la capacità di vedere deve già esserci nella persona altrimenti, e scusate il gioco di parole, è solo fumo negli occhi.

4 pensieri riguardo “Quel particolare rapporto fra droghe ed artisti

    1. Senza dati o prove certe è un po’ un tirare ad indovinare. Di certo c’è che ai tempi di dante gli oppiacei esistevano ed erano usati come sedativi naturali e che in genere l’alcol in una qualche proporzione c’è sempre stato.

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      1. Per esserci, c’è sempre stato tutto (se per caso frequenti Bibbia e dintorni, prova a leggere il libro di Ezechiele e dimmi se ti sembra irragionevole pensare che fosse stabilmente strafatto – sospetto condiviso anche da un rabbino ortodosso con cui ho avuto occasione di parlarne); e non solo c’era, ma era anche molto più libero e disponibile di oggi: quando ero bambina, per esempio, quando avevo mal di pancia mi davano lo sciroppo al laudano, che è un oppiaceo, che veniva liberamente venduto in farmacia, e in cui l’oppio era sufficientemente consistente da poter essere usato, aumentando le dosi, proprio come droga, fenomeno tutt’altro che infrequente. Il punto non è – restando nel tema del tuo post – che cosa fosse disponibile, bensì di vedere se le creazioni artistiche più straordinarie, e “fantastiche”, abbiano sempre bisogno dell’aiutino, o se il bisogno dell’aiutino sia solo una scusa per una dipendenza da cui non si riesce a liberarsi, e una mente veramente creativa possa creare qualunque cosa unicamente in virtù delle proprie capacità.

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      2. Beh di sicuro in molti artisti non avranno toccato niente, diciamo solo che, tendenzialmente, l’uso di sostanze sia o perlomeno sembra essere più diffuso nelle persone creative che non; poi è ovvio che non tutti usavano “l’aiutino”.

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