“Fight Club” di Chuck Palahniuk, manifesto dell’anarchia

Sono sicuro che quasi tutti voi conoscerete già la trama di questo libro se non altro perché avete visto il film, diventato ormai un cult del cinema mondiale, quindi non mi farò troppi scrupoli a fare qualche spoiler qua e là e, se ancora non avete né letto il libro né visto il film, fermatevi pure qui e tornate dopo averlo fatto.

Fight Club è il primo romanzo del celebre autore americano ad essere stato pubblicato. Nonché il trampolino a lanciarlo nell’Olimpo della grande letteratura. È un libro folle, una severissima e fortissima critica sociale della generazione X (anni 65-80) verso la generazione dei baby-boomers (nati negli anni 45-65 circa); scritto con uno stile eccezionalmente personale e originale per un autore esordiente.

In questo libro il protagonista è anche la voce narrante in prima persona. Un personaggio fondamentalmente depresso, ordinario, comune, una persona come mille altre che sembra vivere una buona vita nella media. Ha un bell’appartamentino che ha arredato finemente, un buon lavoro, è in salute, è praticamente perfetto… o no?

La figura di Tyler Durden, si manifesta presto nella vita del protagonista. Tyler è un uomo completamente diverso dal protagonista, vive in una casa fatiscente in attesa di essere abbattuta, sopravvive con dei lavoretti, fa il protezionista in un vecchio cinema in cui inserisce i fotogrammi di organi genitali maschili e femminili, fa il cameriere in hotel dove piscia nelle zuppe che deve consegnare. Tyler però è libero, sembra essere una forza della natura dotata di fascino, carisma e coraggio, è un novello Lucifero, un ribelle oscuro in lotta contro il potere altissimo e divino della società del capitalismo americano più spietato. Tyler sarà il potere degli eventi, il corruttore che porterà il protagonista e le masse verso il caos.

“Il modo in cui la vedeva Tyler era che attirare l’attenzione di Dio per essere stati cattivi era meglio che non attirarla per niente. Forse perché l’odio di Dio era meglio della sua indifferenza.”

La società è presentata nel libro come qualcosa di ingiusto, schiavista e castrante. Le generazioni precedenti hanno esaurito le risorse, inquinato, si sono arricchite a scapito del mondo che le generazioni successive devono con i loro sforzi recuperare e una moltitudine di uomini è servo di questo sistema che odia. La bassa manovalanza, la piccola borghesia, perfino quelli che chiameremmo privilegiati, tutti si sentono piccoli davanti alla Storia, testimoni di eventi su cui non hanno nessun potere o influenza, tutti si sentono privi di scopo o senso.

“Siamo una generazione di uomini cresciuta da donne” annuncia l’autore attraverso le parole di Tyler. Una generazione di uomini svirilizzati e la cui virilità è invece biasimata, in cui un uomo non ha più nessuno degli ostacoli che la natura ci ha evoluti per affrontare e che quindi vegeta e muore lentamente dentro.

Tyler si offre come una soluzione a questo e lo fa attraverso i “Fight Club.”

I Fight Club sono associazioni maschili, in cui non si paga perché: “non vogliamo i tuoi soldi, vogliamo te.” In cui nessuno ha un nome, un conto in banca, una famiglia. Tutti sono uguali, tutti combattono; tutti hanno uno scopo, uno sfogo, una catarsi.

“Forse la soluzione non è l’auto-miglioramento, forse è l’auto-distruzione.”

Nei Fight Club le persone possono essere libere in tutti i modi in cui non si può essere liberi nella società. Tutti possono levare quella maschera di perfezione che il mondo gli impone e retrocedere per una notte allo stato puro di selvaggi.

E pian piano il progetto Fight Club diventa qualcosa di più grande e Tyler Durden diventa qualcosa di più grande. Diventa il progetto Caos, un vero e proprio gruppo terroristico dedito all’anarchia, caos organizzato.

Il tutto è ovviamente scritto con lo stile estremamente personale di Palahniuk, tanti periodi brevi, quasi singhiozzanti che comunicano l’immediatezza del pensiero. Toni crudi, a volte iperdescrittivi e costellato da ripetizioni che ritornano come dei mantra attraverso tutto il testo.

“Tu non sei un delicato e irripetibile fiocco di neve. Tu sei la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione.”

L’autore riesce, attraverso circa trecento pagine di libro, a descrivere una visione cruda e realistica delle persone lasciate ai margini della società. Dei figli di mezzo dimenticati della storia che, senza uno scopo o uno sfogo, ribollono come una pentola a pressione accumulando rabbia, frustrazione e risentimento. Accumulando una furia che Tyler non crea davvero, ma che indirizza, focalizzandola in una sola direzione, al cuore stesso di quella società che lui non vuole né cambiare né salvare, ma solo fare a pezzi.

In un certo senso credo che sia un libro che racconta molto più di quanto sembra, assolutamente brillante oltre che ben scritto. Una spiegazione nuda e cinica di quei moti di rabbia e frustrazione che vediamo sorgere attorno a noi e infiammarsi nella società. Ne consiglio a tutti la lettura, ma ricordatevi: “la prima regola è non parlare mai del Fight Club.”


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