Il mio libro: Dio della Polvere

Buongiorno a tutti, l’articolo di oggi sarà un po’ diverso dato che tratterà di un autore e di un libro di cui difficilmente qualcuno di voi avrà sentito parlare, ovvero me.

Il libro che ho scritto, e di cui troverete il link più in basso sia per la versione cartacea sia per l’e-book si chiama “Dio della Polvere” e si tratta, dopo alcuni racconti brevi, del primo romanzo in assoluto che ho tentato di scrivere.

Ad essere sinceri il libro è pronto da un po’ e da un po’ è disponibile negli store di Amazon, piattaforma sul quale l’ho pubblicato, ma sinceramente avevo un po’ di paura a renderlo davvero pubblico, ad esporre così un pezzo di me stesso perché, diciamocelo, che sia bella o brutta tutta l’arte racconta qualcosa del suo autore ed è in una qualche misura come aprire a qualcuno una finestrella sulla propria anima.

Allo stesso tempo essendo un libro scritto da me non posso essere davvero oggettivo nel giudicarlo, potrebbe essere bello o brutto, se lo riscrivessi adesso dopo un paio di anni forse sarebbe diverso ma personalmente mi ritengo fiero del mio lavoro e soddisfatto del risultato finale.

Il romanzo è un distopico, un po’ noir, che narra le vicende di Zero, un uomo rinchiuso in un mondo in cui l’essere umano si è evoluto, è progredito ad uno stato tale da sembrare una divinità, lasciando però delle persone indietro, i disgiunti, uomini e donne che si ritrovano rispetto al cospetto del nuovo essere umano rappresentato dal Collettivo come insetti impotenti e schiacciati, continuamente vessati per rinunciare alla propria libertà in cambio del dono della sostanziale onnipotenza promesso dai nuovi dei del mondo.

Dato che non voglio che quest’articolo sia troppo una marchetta (e dato che, come ho detto, non sono bravo a giudicare il mio stesso lavoro) non vi descriverò i motivi per cui dovreste comprare il mio libro ma vi lascio qui sotto il primo capitolo come estratto, giudicate pure voi. In caso quel che leggete vi dovesse piacere qui sotto potrete trovare il link Amazon per acquistare la vostra copia e vi ringrazio tutti in anticipo per l’attenzione e per il supporto, sia di chi magari arriva qui per la prima volta, sia di chi legge e commenta spesso questo mio piccolo blog. Grazie a tutti e non vi preoccupate, continueranno ad arrivare altri articoli in futuro

Dio della Polvere

Nota: questa è la versione cartacea; nello store di Kindle è disponibile anche la versione e-book che può anche essere scaricata gratuitamente per i possessori di Kindle unlimited.




Capitolo 1

Il vento urlava forte quella mattina mentre le prime luci dell’alba gettavano i loro raggi sulla città grigia. 

Come ci era arrivato là sopra? Zero non ricordava nemmeno di essersi alzato quel giorno, forse aveva camminato nel sonno o forse si era semplicemente mosso senza proprio rendersene conto. Gli faceva un po’ male il braccio sinistro che gli formicolava, ma per il resto stava bene.

Guardò verso il basso, l’edificio in cui si trovava, e in cui abitava, era un vecchio caseggiato che doveva avere almeno un secolo e mezzo, era uno di quei palazzi dell’età post-industriale senza infamia e senza lode: aveva, o almeno aveva avuto, le comodità minime degli standard del tempo e nulla più: uguale a cento altri palazzi di quelle zone di periferia che nell’insieme davano a tutto il paesaggio una sensazione imperante di deja-vu che faceva sembrare tutto il mondo una pallida fotocopia di sé stesso e un’ancora più misera parodia di ciò che avrebbe potuto essere.

“E avrebbe potuto esserlo se non fosse stato per quei mostri che ce lo hanno strappato.”

Una folata di vento più violenta delle altre minacciò quasi di farlo cadere di sotto. Zero si strinse più forte al parapetto guardando nel vuoto davanti a sé dove la luce cominciava ad illuminare le strade, abbastanza intensamente da permettergli di vedere chiaramente le vie completamente vuote, che, se non fosse stato per qualche sporadico cubo della punizione sparso qua e là, sarebbero sembrate quasi normali. 

Il vento autunnale continuava a soffiare dandogli quella sensazione d’aria fresca e pura sulla pelle che gli piaceva nonostante il freddo. Doveva essere più o a meno ottobre a giudicare dalla luce e dalla temperatura, o per lo meno, doveva essere il periodo che nel tempo prima del Collettivo era stato chiamato ottobre e che oramai era stato cancellato assieme ai calendari. Alla natura però quello non importava e continuava a mandargli quella sensazione di aria fra i capelli assieme all’urlo del vento fra i palazzi, Zero adorava quel periodo, gli dava l’impressione che esistesse ancora qualcosa di selvaggio in quel mondo, di incontaminato. 

“Quindi c’è ancora qualcosa che sfugge al loro controllo, qualcosa che combatte con le unghie e con i denti, qualcosa che sopravvive senza piegarsi”pensò, senza però crederci davvero.

Il suo orologio da polso iniziò a suonare. “Sono già le sette?” Si alzò gettando un’ultima occhiata all’alba e si diresse verso la porta che permetteva l’accesso al terrazzo su cui si trovava. 

L’interno del caseggiato era volutamente deprimente: chiuso in una decadenza che un tempo sarebbe stata quasi imbarazzante. 

Originariamente quel palazzo avrebbe dovuto ospitare almeno una decina di famiglie, ma ora era deserto a parte lui, per lo meno per quanto ne sapesse. Non che, in realtà, come cosa fosse un male dato che non ci poteva più fidare che le poche persone che di tanto in tanto si potevano incontrare nelle strade, al lavoro, o da ogni altra parte fossero davvero persone. Zero scese le scale sporche e piene di polvere fino a raggiungere il suo appartamento al secondo piano. Entrò chiudendosi la porta alle spalle.

L’interno era abbastanza sudicio e disordinato, non diversamente da tutto il resto della città e del mondo dopotutto. 

Andò nella stanza da letto e raccolse alcuni dei vestiti che aveva abbandonato sulla sedia della sua scrivania un paio di giorni prima, l’ultima volta che era uscito per andare al lavoro, e si cambiò lasciando la vecchia tuta logora che utilizzava come pigiama buttata sul letto.

Dovette rimuovere alcune fogli dal tavolo per prendere i buoni che gli servivano, parzialmente nascosti da cartacce e da una scatoletta di frutta liofilizzata vuota che aveva abbandonato lì la sera precedente.

Quella lattina faceva parte oramai delle sue ultime razioni di viveri, considerando che erano ormai almeno due settimane che non passava agli uffici per prenderne altre. Diede un’occhiata a quella che erano le sue scorte: aveva ormai accumulato una buona dozzina di buoni e avrebbe fatto meglio a muoversi se voleva raggiungere gli uffici della carità prima che si formasse la solita fila che avrebbe limitato i viveri costringendoli al razionamento e costringendo lui a tornare in un’altra occasione.

Li piegò e se li ficcò in tasca, prendendo poi i tubetti rosa di Felix che aveva dimenticato sul tavolo e andando a infilarli nel suo piccolo nascondiglio: un buco nella parete coperto da un piccolo quadro di un vaso con dei fiori che Zero aveva trovato già lì quando era stato deportato nella città circa sei anni prima. 

Controllò la sua piccola riserva nascosta: dal suo ultimo scambio aveva accumulato ormai circa trenta dosi della droga, corrispondenti più o a meno a trecento millilitri. Si appuntò mentalmente che avrebbe fatto meglio a scambiarla con qualcosa che fosse legale prima di rischiare il sequestro all’ispezione seguente.

Si diede una rapida sistemata in bagno pulendosi il viso e sistemandosi i capelli, più per una questione legata ad una vecchia abitudine piuttosto che gli importasse davvero del suo aspetto. 

Zero si asciugò guardandosi nello specchio: non aveva sempre avuto quell’aspetto. “Non riesco più neanche a riconoscere il mio stesso volto”, pensò. 

Come molti altri durante il primo anno dell’Epurazione si era fatto rifare i connotati e aveva distrutto i suoi vecchi documenti in modo da non essere riconoscibile. L’uomo che aveva davanti ora non era né brutto né particolarmente bello, i lunghi capelli neri erano i suoi unici tratti somatici originali, mentre gli occhi azzurri, il naso e la mascella erano stati modificati chirurgicamente per rendersi irriconoscibile. 

Uscì dal bagno e si mise la giacca preparandosi per uscire e assicurandosi accuratamente che tutte le luci fossero spente: l’elettricità, come ogni altro bene, era razionato fino all’osso per chi ancora non faceva parte del Collettivo e poteva accadere che se si dimenticava una luce accesa per mezza giornata poi essa sarebbe stata tagliata per un paio di giorni, cosa che avrebbe poi portato parte del cibo nel frigorifero a deteriorarsi costringendolo così a turni supplementari di lavoro. 

Uscito dall’appartamento scese fino al pianerottolo deserto al pian terreno e guardò l’orologio: 07.58. Doveva aspettare ancora due minuti prima di uscire in modo che scadesse il coprifuoco. 

Da quattro anni a quella parte il Collettivo vietava ai disgiunti di uscire per le strade fra le ore ventuno e le otto.  

Mentre camminava per le vie della città Zero notò altre persone uscire dai caseggiati, mosse come uno sciame d’api che esce dall’alveare. Ai lati della strada, fermi come statue, gli assorbiti fissavano la folla che via via riempiva la via principale, li trapassavano con lo sguardo come un lupo che aspetta la sua preda. 

Era solo quello che molti di quei mostri facevano: fissavano. Gli assorbiti restavano in piedi, senza compiere nessun movimento a parte il semplice girare la testa per seguire qualcuno con gli occhi, il loro era un sguardo fisso e penetrante, inquietante nonchè imbarazzante allo stesso tempo; uno sguardo che trasmetteva un senso di altezzosa superiorità e commiserazione. C’è ne erano almeno tre di loro fermi ai lati della strada per ognuno che camminava, e, considerando che anche fra questi ultimi si poteva legittimamente supporre che almeno la metà, se non di più, fossero assorbiti in incognito, rendeva la loro presenza ancora più schiacciante. Dopo tanti anni ancora non si era abituato a quella sensazione.

“Non possono farmi niente”,si ripeté, “assolutamente niente.”

A volte, inoltre, gli assorbiti si mettevano a seguirti, a volte per qualche minuto o altre per giornate intere fino a casa, sempre e solo fissandoti, senza provare a parlare o ad interagire in qualche modo e delle volte potevano continuare così per giorni, aspettandoti in piedi davanti a casa di notte da soli o in gruppo, senza mai fare una pausa per nessuna ragione o mostrare segno di disagio o stanchezza.

C’era qualcosa di profondamente disumano ed inquietante nella sensazione costante di avere occhi piantati su di sé, qualcosa che risaliva ai tempi delle prede e dei predatori. Zero passava e loro lo fissavano: immobili come ragni che aspettano una mosca, non spostavano il peso da una gamba all’altra, non ondeggiavano leggermente le braccia o davano segno di respirare, non battevano nemmeno le palpebre, semplicemente giravano il collo e la testa al tuo passaggio per seguirti con lo sguardo.

“Non devo fare questi pensieri.”

Zero cercò di calmarsi concentrandosi sul respiro. “Inspira, espira. Non è saggio fare pensieri negativi quando si era fuori casa.”

Era risaputo e ampiamente osservato che membri del Collettivo avessero una strana capacità di percepire le emozioni e in particolare fossero attratti dal dolore, che fosse esso fisico o psicologico, e più ne sentivano più loro si concentravano sulla persona da cui esso aveva origine creando uno strano circolo vizioso: più loro ti fissavano più aumentava il disagio e più aumentava il disagio più loro ti fissavano, perforandoti con lo sguardo.

Alcuni dicevano che gli assorbiti potessero leggere il pensiero e che fosse così che riuscissero sempre a concentrarsi sulle persone più vulnerabili, lui però non ci credeva, o perlomeno non credeva che lo leggessero nella vecchia accezione della letteratura. 

Credeva piuttosto che essi potessero sentire l’insieme di segnali chimici che creavano le emozioni nel cervello capendo così se eri triste, felice o depresso, anche se, doveva ammetterlo, poteva essere che fosse tutta una sua speculazione.

Finalmente Zero raggiunse l’area degli uffici della carità: un grande spiazzo libero che probabilmente era stato creato dalla deflagrazione di una bomba durante la Guerra Atomica, grande circa cinquecento metri di diametro. I tre uffici si trovano rispettivamente nelle parti nord, nord-est e nord-ovest dello spiazzo e nonostante Zero abitasse relativamente lì vicino e fosse uscito di casa subito, c’era una lunga fila di almeno trenta persone davanti alla porta dell’ufficio centrale, l’unico aperto in quel momento; di lì a pochi minuti la coda sarebbe raddoppiata.

Zero si mise nella coda guardando in basso e cercando di evitare lo sguardo degli assorbiti che formavano due seconde file rispettivamente a destra e a sinistra di quella in cui si trovava… era sempre meglio fare finta di niente con loro, reagire in qualsiasi modo era inutile se non controproducente. Fece un passo avanti quando il tizio davanti a lui lo fece, tenendo la testa bassa.

«Ciao Zero.»

Di riflesso, sentendosi chiamare, alzò gli occhi fino ad incontrare quelli di Christine che aveva parlato. 

Zero conosceva, o meglio aveva conosciuto la donna fino ad un mese prima quando era sparita e fino ad allora aveva sperato fosse stata semplicemente deportata, o che al limite, avesse rinunciato ai privilegi di lavoratrice per trasferirsi nel ghetto, purtroppo non era stata così fortunata.

“Lei non è più davvero lei, lei se n’è andata.”

La donna non aveva nulla di diverso nell’aspetto rispetto ad un mese prima: una signora di mezza età bassa e un po’ tarchiata con dei capelli grigi che avevano invaso la chioma un tempo nera. L’unica vera differenza stava nell’espressione.

Ora aveva quel tipico sguardo che avevano gli assorbiti che loro chiamavano “scout”, ovvero quelli che andavano attivamente fra le persone cercando di convincerle ad entrare nel Collettivo, passando principalmente da tutte le persone che avevano conosciuto. Era un misto di estasi e pace zen con una punta di superiorità e condiscendenza, una facciata studiata alla perfezione in modo da far cadere i più deboli psicologicamente. Lei però non era davvero Christine, la sua vecchia collega era morta e ne restava solo il corpo oramai.

«Non ricambi il saluto Zero? È educazione ricambiare il saluto, siamo amici ricordi?»

Ignorarla non avrebbe funzionato bene come con gli osservatori, in genere la tecnica migliore con gli scout era accettare i loro tentativi d’interazione in modo passivo aspettando che passassero a qualcun altro. «Noi non siamo amici.»

La donna fece un’espressione di shock talmente melodrammatica da essere quasi comica. «Ma come no!? Abbiamo lavorato assieme per un intero anno! Io sono ancora la stessa Zero, ho solo trovato la Verità, io ti amo. Noi tutti ti amiamo, se solo tu accettassi di vedere la luce!»

Noi…Non si era mai abituato a quella tendenza degli assorbiti di parlare al plurale, lo faceva rabbrividire, come se la mente-alveare del Collettivo fosse in grado di annullare tutto ciò che di personale c’era nelle persone.

Tutt’ora, dopo quasi sei anni, né Zero né nessun altro era stato in grado di definire quella forma di controllo. Era schiavismo? Lavaggio del cervello? 

Loro dicevano di essere felici era vero, ma quelle non erano più davvero le loro parole, qualcos’altro le controllava… questa era l’unica cosa di cui tutti erano certi. 

Christine, ciò che era stata, ammesso che ancora esistesse, era ormai sepolta sotto quella solida facciata, sotto quella tecnologia parassitaria che controllava i suoi gesti e le sue parole come burattini, e così erano tutti gli altri.

Abbassò lo sguardo e fece un passo avanti. «Si Christine, come dici tu.»

La donna gli lanciò uno sguardo pieno di commiserazione e pietà, del genere che si può lanciare a qualcuno troppo stupido o folle per comprendere l’immenso dono che lui stava rifiutando. Gli mise una mano sulla spalla. «Sento il tuo dolore amico mio, un giorno sarai con noi e troverai la vera felicità.»

Improvvisamente tutti gli osservatori si voltarono nella loro direzione, parlando con una tale perfetta sincronia da far sembrare le loro un’unica voce. «L’Unione è vita, l’Unione è pace, l’Unione è amore.» 

Gli osservatori si voltarono poi di nuovo a fissare gli umani che avevano davanti e Christine lo lasciò per proseguire con il suo giro. «Noi ti amiamo Zero», disse con un sorriso. «Ricordalo.» 

Fece alcuni passi avanti recuperando la strada che aveva perso. “Sto attirando l’attenzione, non è un bene.”

Si sentiva su di sé lo sguardo di molti osservatori, aveva bisogno di rilassarsi e pensare ad altro. “Non possono farmi niente”, pensò. “Non possono farmi niente che io non voglia, non possono farlo a nessuno.”

Mancavano ancora poco più di venti persone prima che fosse il suo turno quando la campana dell’ufficio della carità suono un lungo squillo che indicava che le scorte erano momentaneamente finite. Un tizio, l’ultimo ad essere entrato, uscì dall’edificio con una borsa piena di viveri e una grossa saracinesca scese a chiuderne l’entrata appena questi fu fuori. 

Quello era il momento in cui bisognava essere pronti per cogliere l’occasione, Zero si preparò allo scatto.

Una seconda campana annunciò l’apertura dell’ufficio di nord-ovest e tutti scattarono all’unisono verso l’entrata. Zero aveva ventinove anni e non era in eccezionale forma atletica, ma riuscì comunque a guadagnarsi una buona posizione: dodicesimo in fila. Gli assorbiti si spostarono velocemente per seguirli e sedare le zuffe che si stavano formando per un posto, non fu difficile per loro considerando che ognuno sembrava avere la forza di dieci uomini. 

L’ufficio aprì la saracinesca, facendo entrare il primo, un ragazzo di poco più di vent’anni che doveva aver aspettato pazientemente quel momento in modo da correre ad essere il primo ad arrivare.

Non c’era un vero schema in effetti con cui i tre uffici della carità si alternavano. A volte lavorava solo lo stesso edificio per dieci giorni di seguito, a volte si alternavano cinque volte in un solo pomeriggio, quello era solo uno dei molti modi che il Collettivo usava per alimentare la sensazione di essere schiacciati da una forza molto più grande di sé. 

“Nulla di ciò che fanno è casuale. Ogni cosa è stata attentamente studiata da un punto di vista psicologico fin nei minimi dettagli.”

Non aveva dubbi che il nome stesso degli uffici fosse stato accuratamente scelto e studiato a quello scopo. Zero aveva lavorato duramente per i buoni che gli sarebbero serviti per le provviste, definire quello scambio carità era sminuire il suo lavoro e il tempo che aveva impiegato per farlo. 

Lui sapeva, come tutti, che il Collettivo non poteva arrecargli assolutamente alcun tipo di danno fisico. La Polvere, la tecnologia che aveva reso possibile la loro mente-alveare gli impediva anche di danneggiare un qualsiasi essere umano, da ciò che aveva capito era una specie di vincolo di programmazione, non potevano ferirti in modo più o meno diretto.

Ad ogni modo questo nel tempo aveva portato il Collettivo a sviluppare una serie di sottili mezzi psicologici per fare in modo di assorbire o togliere di mezzo sempre più persone, e, per quanto essi si declinassero in una moltitudine di modi, questi potevano essere riassunti in una semplice procedura: dare una speranza e poi toglierla.

Era una strategia semplice, nemmeno troppo nascosta in realtà, e anzi, spesso e volentieri del tutto manifesta. Col tempo si imparava la semplice realtà che tutto, ogni singola cosa che nella propria vita che avrebbe potuto essere bella o piacevole era una bugia che sarebbe stata strappata via a tempo debito, ovvero nell’istante esatto in cui avresti sentito di non poter vivere più senza. Quello era infatti il momento in cui, togliendotela, tu cedevi e loro ti prendevano, o in alternativa in cui la facevi finita buttandoti da un tetto o ingurgitando una dose di veleno. In ogni caso loro vincevano.

Zero procedette nella fila, era quasi il suo turno. “Questa è l’unica forma di ribellione che può ancora esistere, andare avanti, sopportare. In un mondo dove ai leoni erano strappati i denti e gli artigli, portati via dai loro affetti e schiacciati, giorno dopo giorno, ora dopo ora, il sopportare diventa un atto di coraggio.”

Col tempo si sviluppava l’abilità di essere resilienti, di non affezionarsi a niente e soprattutto di non amare niente, mai, lasciando che la vita scorresse via come sabbia fra le mani, ogni affetto, ogni piccola dipendenza che fosse fisica o emotiva, ti avrebbe prima o poi fatto a pezzi e distrutto lentamente, nel modo più doloroso possibile.

Alzò gli occhi per guardare le altre persone in fila. Una buona metà di loro probabilmente non erano nemmeno persone, erano assorbiti in incognito, di quelli che di nascosto e, imitando alla perfezione il comportamento umano, diventavano il tuo migliore amico, il tuo confidente, la tua amante e piano piano ti convincevano a lasciarti andare e a unirti o, se fallivano minacciavano di abbandonarti e isolarti in un doloroso distacco che spesso portava la vittima al suicidio.

Ciò che restava di questa lotta era quindi la totale assenza di fiducia, quella fobia che avevano sviluppato tutti gli ultimi veri umani rimasti e che li portava a chiudersi in un buco abbastanza profondo e dimenticare e dove fare finta di niente e nascondersi dal mondo esterno dando te stesso all’oblio in modo da non cedere alla pressione e al disagio che derivava dal non potersi fidare assolutamente di nessuno. 

Per quanto ne poteva sapere in effetti, era perfettamente possibile che lui fosse l’unico vero umano presente sulla Terra.

Era il suo turno, Zero entrò nell’edificio cercando di dimenticare gli occhi piantati nella schiena. 

L’interno dell’ufficio della carità era caldo e tranquillo con una musica da camera a basso volume e un delicato profumo di cioccolato che veniva da chissà dove, un insieme di particolari che creava una differenza strana e profonda con l’ambiente esterno, una piccola oasi di calma e pace col marchio del Collettivo, studiata per farti sentire a tuo agio. 

Non era molto grande in realtà, una piccola stanza di dieci metri quadrati con un solo scout seduto davanti ad una grande scrivania in legno, dietro al quale c’era una porta che dava al magazzino.

L’assorbito alla scrivania, un uomo di circa sessant’anni con i capelli bianchi e l’aria rilassata che non aveva mai visto, gli sorrise non appena lo vide arrivare. «Benvenuto Zero, siediti pure» disse indicando la sedia vuota davanti alla scrivania.

Zero ormai si era abituato al fatto che persone che apparentemente non avesse mai incontrato lo conoscessero in modo praticamente perfetto; quell’uomo condivideva la stessa mente e gli stessi ricordi di Christine e della moltitudine che lo fissava ogni minuto in cui era fuori casa, si sedette tirando fuori i buoni dalla tasca e allungandoli sul grande tavolo di mogano scuro.

L’uomo gli sorrise di nuovo. «Ah, dritto al punto vedo. Bravo, così si fa Zero, è per questo che sei uno dei nostri preferiti. Noi ti amiamo molto Zero, lo sai questo?»

Annuì cercando di tenere gli occhi bassi e gli passò i buoni facendoli scivolare sul tavolo.

«Ah ecco qui. Ben dodici! Complimenti Zero hai lavorato molto di recente. Sai, è appena arrivata la notizia che non dovremmo dare più di sette razioni per volta a causa dell’esaurimento delle scorte, ma al diavolo, per te faremo volentieri un’eccezione Zero. Tu sei davvero speciale, per questo ti amiamo, lo capisci questo, vero?»

Improvvisamente la porta del magazzino si aprì lasciando uscire un tizio con una grossa sacca nera che doveva contenere le sue provviste, l’appoggiò sul pavimento davanti a lui, sorridendogli. «Ecco a te Zero» disse continuando il discorso dell’anziano come se fosse stato lui a parlare fino a quel momento. «Spero che te le godrai mentre pensi ai benefici dell’Unione, perché ci stai pensando, vero?»

L’anziano riprese a parlare. «Offriamo molto con essa Zero: la pace, l’immortalità…»

«E non chiediamo nulla in cambio se non la tua eterna felicità» concluse il magazziniere con un’inquietante sorriso a trentadue denti.

“Niente pensieri tristi, niente emozioni, niente dolore che loro possano sentire e usare.”

Zero si alzò e prese la sacca sollevandola con una smorfia, era pesantissima. «Si» disse cercando di non fissarli negli occhi. «Ci sto pensando.»

 Uscì dall’edificio barcollando un po’ sotto il peso della borsa e la saracinesca si chiuse immediatamente alle sue spalle segnalando così la chiusura dell’ufficio. Alcune persone lasciarono scivolare su di lui sguardi carichi d’odio, ma solo per un istante. Tutti si stavano preparando per lo scatto.

Questa volta toccò all’ufficio a nord-est ad essere aperto e le persone si mossero rapidamente per mettersi in fila e guadagnarsi una buona posizione. Questa volta ci furono più baruffe rispetto a poco prima e gli assorbiti intervennero per mantenere l’ordine. 

“Non possono ferirci” ricordò a sé stesso. “Questo non vuol dire che non possano farci niente”.

«Non è giusto, ero primo!»

Zero si voltò verso il fondo della fila, dove un tizio sulla quarantina stava spintonando la donna davanti a lui litigando per il posto. In pochi istanti gli assorbiti gli furono attorno, separandolo dalla donna e accerchiandolo.

«Non avete alcun diritto! Mostri, siete solo mostri!» L’uomo si infilò una mano nella pesante giacca tirando fuori una vecchia pistola automatica, una di quelle che erano andate di moda negli anni post-industriali e che oramai sarebbe stata bene in un museo di storia militare. Alzò la pistola e sparò un colpo all’assorbito davanti a lui, dritto in mezzo agli occhi, facendolo crollare a terra di peso.

Gli assorbiti che gli erano attorno parlavano con una sola voce. «Johna ti prego, il tuo comportamento è del tutto inappropriato.»

L’uomo che doveva chiamarsi Johna sparò altri colpi agli assorbiti, tutti alla testa con una mira che fece credere a Zero che l’uomo un tempo avrebbe potuto essere un soldato o comunque un tiratore. Scaricò su di loro tutto il caricatore e gli assorbiti caddero a terra come pesi morti.

Poi, così come si erano aperte, le ferite nella pelle degli assorbiti si richiusero e i proiettili uscirono dalle loro teste cadendo quindi a terra e tintinnando. Passarono solo pochi secondi e il primo a cui l’uomo aveva sparato si era già rialzato in piedi, ripulendosi il sangue dalla fronte con un fazzoletto bianco. «Johna ti prego, noi ti amiamo.»

L’uomo fissava gli assorbiti con un misto di stupore e terrore, poi di scatto si strinse la testa fra le mani. «No, no, no!» 

Buttò il caricatore e ne mise un altro da otto colpi nella pistola, scaricandone sette tutti addosso allo scout che aveva davanti, crivellandolo nella testa e nel petto. 

Tempo un minuto e l’assorbito era di nuovo in piedi con solo alcuni buchi nei vestiti a testimonio delle pallottole che aveva preso.

«Johna ti prego, stai soffrendo molto, perché non vieni con noi? Smetterai di soffrire» disse.

«Smetterai di soffrire.» Ripeterono in coro gli altri mentre poco a poco si stringevano attorno a lui.

L’uomo si prese di nuovo la testa fra le mani, aveva le lacrime agli occhi, e la mano in cui teneva l’arma tremava vistosamente. «NO!»

«Johna è inutile non hai ancora capito? È tutto inutile.»

L’uomo guardò l’assorbito per un lungo istante, poi girò la pistola puntandosela alla sua stessa testa. «Lo so» disse, e premette il grilletto.

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