Gli atleti “modificati” e l’etica dello sport

Tutti noi conosciamo la storia di Oscar Pistorius, l’atleta Sudafricano amputato ad entrambe le gambe che, grazie a protesi artificiali high tech si ritagliò un posto alle paralimpiadi fino ad arrivare ad essere ammesso ai giochi olimpici “normali” ai quali non partecipò non per questioni sportive ma per aver ucciso la propria fidanzata.

Recentemente è salito alle cronache l’interessante caso di Blake Leeper, atleta americano, a sua volta amputato ad entrambe le gambe, le quali a loro volta sono state sostituite da protesi molto simili a quelle di Pistorius; al momento Leeper concorre nelle paralimpiadi (400 metri piani) nelle quali ha stabilito il nuovo record nazionale americano, ma ha espresso interesse nel seguire la stessa strada che fece il suo ex-collega sul richiedere un approvazione per concorrere coi normo abili.

Percorsi diversi ma stesi dubbi si affacciano anche sugli atleti/atlete transessuali, in particolare e per ovvie ragioni quelli che compiono un percorso M to F, ovvero biologicamente uomini che fanno la transizione verso le donne, è il caso ad esempio di Mary Gregory, powerlifter che ha stabilito un nuovo record, stavolta addirittura mondiale, di sollevamento pesi allo squat femminile.

Dopo questa lunga premessa, andiamo alle varie argomentazioni che si snodano in questo terreno nuovo e complicato della bio-etica e dell’etica sportiva, ovvero quella degli essere umani “modificati”.

Il corpo umano

Il corpo umano è una macchina che si è evoluta per millenni al fine di sopportare una moltitudine di condizioni; l’attività sportiva ad alti livelli tendenzialmente è, concettualmente, lo spingere la capacità di adattamento del corpo umano al massimo di una condizione specifica.

Tutte le persone (normo abili) ad esempio possono correre, ma solo una potrà farlo più veloce di chiunque altra e solo una sarà in grado di farlo nei cento metri mentre un’altra nella maratona. Fisici diversi, allenamenti diversi, persone diverse che giungono all’apice umano in ogni ambito… ma qual’è l’apice umano?

Il corpo umano si è evoluto per essere in un certo modo, le nostre gambe, sono fatte sì per correre, ma anche per darci equilibrio, per saltare, per scalciare, per arrampicarci etc., e anche nella corsa possono essere fatte per fare sprint o lunghe distanze di resistenza.

Il punto adesso è, cosa succede se io invece metto ad una persona una protesi che non sia una replica esatta di una gamba, ma sia una struttura costruita apposta per fare una cosa e una soltanto e farla alla perfezione, magari costituita di materiali super resistenti e leggeri di ultima invenzione? Posso mettere delle gambe iper-leggere per lo sprint, elastiche per le lunghe distanze, molleggiate per il salto. Se un nuotatore si fosse fatto mettere protesi alle gambe palmate?

Ovviamente sto estremizzando moltissimo, ma lo sto facendo per un motivo. Ci stiamo avvicinando in fretta ad un punto in cui la tecnologia potrà forse superare la biologia, fosse anche per un ambito estremamente specifico ed è un argomento di cui non siamo pronti per discutere.

C’è un vantaggio?

Alcuni argomentano che ogni essere umano abbia vantaggi e svantaggi rispetto ad altri, Bolt, campione dei cento metri ad esempio è praticamente tutto gambe, avrà dei muscoli predisposti geneticamente per lo sprint (nel tessuto muscolare ci sono muscoli che lavorano meglio su scatti veloci o sulla resistenza, la proporzione è parzialmente genetica e parzialmente determinata dall’allenamento).

Questa argomentazione, pur essendo vera, non credo però rientri nel dibattito. Non credo abbia senso paragonare un atleta che, avendo delle caratteristiche innate che lo rendono portato per uno sport vi si applica con uno a cui caratteristiche vengono aggiunte da un laboratorio.

Torniamo all’esempio estremo che ho fatto prima, dell’ipotetico nuotatore che avendo perso un arto se ne fa mettere uno con una pinna palmata attaccata. Sareste d’accordo a farlo competere con atleti normali? Rischierebbe di rendere nulla la competizione dello sport.

Prendiamo un altro caso ad esempio, testosterone e steroidi anabolizzanti. Non tutti gli uomini hanno lo stesso livello di testosterone (che come sappiamo ha forte influenza sullo sviluppo di massa muscolare), ma c’è una bella differenza fra una persona che ha livelli naturalmente un po’ più alti di testosterone e una che se lo inietta con una siringa. E il problema maggiore non è nemmeno il vantaggio che questo sportivo “chimico” ha sul suo collega pulito, ma anche che si permettesse l’utilizzo degli steroidi si porrebbe gli atleti proffessionisti nella condizione di non essere più competitivi coi loro colleghi senza modificare il proprio corpo.

Quindi dove si tira la linea?

Nell’esempio del nuotatore con delle pinne attaccate credo che saremmo tutti d’accordo nella presenza di un ingiusto vantaggio rispetto a persone normali, allo stesso tempo immagino delle modifiche molto più piccole come potrebbe essere ad esempio la chirurgia laser agli occhi che direi non apportare un vantaggio tale da invalidare la competizione, in quanto non danno un aiuto funzionale diretto ma levano solo dall’impiccio di indossare occhiali o lenti. La linea direi che è da qualche parte nelle sfumature fra questi estremi, un punto che vada valutato caso per caso.

Atlete transessuali e iperandriche

Altro paio di maniche, ma collegate all’argomento, quello in cui le modifiche del corpo non siano meccaniche, ma endocrine, ovvero relative al sistema ormonale, in genere al testosterone per le sopracitate capacità di aggiungere massa muscolare.

Negli USA c’è un forte dibattito, che è ancora poco sentito in italia, su dove debbano competere gli atleti transessuali professionisti. Dibattito che per ovvie ragione si riversa principalmente nello sport femminile dato che è raro (e non credo sia proprio mai accaduto, ma se avete più informazioni correggetemi pure) che un atleta F to M (da donna a uomo) sia stata competitiva nello sport maschile, al contrario alcune competizioni femminili si sono viste dominate da atleti M to F.

Secondo alcune opinioni una volta che una persona, biologicamente uomo, fa la cura ormonale il vantaggio che aveva smette di essere, e compete quindi allo stesso livello di una donna biologica, personalmente però, e con tutto il rispetto per le persone transessuali, penso siano argomentazioni un po’ deboli.

Considerando infatti che i transessuali e transgender sono circa lo 0,5 per cento della popolazione e che solo una minuscola frazione di questi si applichino allo sport a livello professionistico, considerando inoltre che sono persone che vanno incontro a grandi squilibri fisici e ormonali durante la transizione direi che il solo fatto che in così tanti riescano a primeggiare e addirittura ad infrangere i record assoluti femminili sia già di per sé la dimostrazione che esiste un vantaggio e a chi dice, argomento che abbiamo già trattato prima, che tutti hanno potenzialmente un vantaggio dato che ogni persona è diversa, rispondo con a risposta di prima, che una cosa è una persona con proprie caratteristiche genetiche, un’altra è una modificata in laboratorio.

Tra l’altro non viene considerato che il testosterone potrebbe non essere l’unica differenza fisica e muscolare fra uomini e donne, se no non si spiegherebbe tra l’altro perché non vi siano atleti rilevanti F to M, se ad una donna bastasse prendere testosterone per essere forte come un uomo allora perché non ci sono atleti rilevanti F to M come ce ne sono M to F?

Diverso invece a mio parere il caso di donne iperandriche. tempo fa ci fu una discussione su Caster Semeneya (medaglia d’oro negli 800 metri), atleta biologicamente donna, ma affetta da una condizione ormonale che induce il suo corpo a produrre più ormoni maschili di quanto dovrebbe fare; la discussione verté sul fatto che una donna con questa condizione avrebbe avuto, rispetto alle altre atlete, un vantaggio dovuto sempre al testosterone in circolo. In questo caso la commissione di atletica leggera ha deliberati che le donne con iperandrogenismo avrebbero dovuto abbassare i livelli di testosterone con una cura ormonale.

Ecco, in questo caso invece io do ragione all’atleta, per la stessa ragione per cui do torto agli altri. Per quanto il suo vantaggio sia reale infatti non dobbiamo perdere di vista il fatto che sia un vantaggio di origine biologica, così come lo sono i muscoli scattanti di Bolt o le spalle immensamente larghe di Michael Phelps, o l’altezza dei giocatori professionisti di basket e che quindi rientra nell’ambito della variabilità con cui si può sviluppare un essere umano.

Ma il diritto allo sport?

Veniamo all’ultimo argomento, argomento che credo che sia molto figlio del clima intellettuale in cui viviamo. Questi atleti, tutti, devono poter partecipare perché lo sport è un diritto.

Ecco sì… ma no.

Lo sport è un diritto, sono d’accordo con questo, ma il diritto consiste nel praticare sport, non nel competere a livello agonistico contro atleti privi del vantaggio che i laboratorio ti ha dato. Questa è la solita differenza che intercorre fra il non-discriminare qualcuno e il finire per avvantaggiarlo per paura di essere additati come discriminatori.

Il futuro

A questo punto viene da porsi un’ultima domanda, questi atleti modificati, forse non devono competere coi normo abili… ma allora dove devono competere? Perché se non è giusto che queste persone competano con persone non modificate, nulla vieterebbe di aprire ex-novo una nuova branca dello sport agonistico che raccolga queste nuove persone. Sarebbe ad esempio assurdo fare competere nelle paralimpiadi atleti che sono troppo forti anche per le gare “normali”; e i/le trans invece?

Non faccio fatica ad immaginare ad esempio come una possibile soluzione a questi problemi e in un ottica in cui pian piano (ma neanche troppo) la tecnologia si evolve sempre di più sia la creazione di nuove leghe. Ci potrebbe ad esempio un giorno essere la gara “biologica” e quella, in vari modi, “modificata”.

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