Cos’è la libertà?

La libertà è un concetto antico e con molti significati e che, come tutte le cose con molti significati, ha il difetto che alla fine arriva a non averne nessuno. Ma cosa vuol dire quindi, alla fine, essere liberi? Ed è possibile esserlo all’interno di una società?

Fare ciò che si vuole

Una definizione molto ampia potrebbe essere questa: essere liberi significa semplicemente fare ciò che si vuole, tutto ciò che si vuole quando lo si vuole, ovviamente nel limite delle possibilità fisiche.

Il problema con questa definizione forse però, è che è fin troppo ampia, di un ampiezza tale che fa perdere di significato alla parola.

Se ci pensate infatti, secondo questa definizione, siamo tutti sempre liberi, perché di fatto tutti noi facciamo quello che vogliamo.

Noi abbiamo sempre una scelta infatti, benché non sia sempre una scelta piacevole; anche una persona che fosse forzata a fare una cosa con la pistola puntata alla testa, avrebbe la scelta se fare quella cosa o farsi sparare. Anche una persona chiusa nella cella di una prigione sarebbe altrettanta libera di una che cammina in un prato, in quanto entrambi, nel limite delle loro possibilità fisiche, potrebbero scegliere di fare ciò che vogliono.

L’assenza di vincoli

Altra definizione possibile potrebbe essere questa: essere liberi significa mancare di vincoli, di freni all’azione.

Ciò risolverebbe i paradossi sollevati prima, un uomo con una pistola alla testa o chiuso in una cella, ha comunque e sempre una scelta volontaria, ma è una scelta vincolata da circostanze limitative.

Questa stessa definzione però, al contrario di quella di prima, è forse troppo restrittiva, in quanto porrebbe in essere che sostanzialmente nessuno mai sia libero, questo perché in qualche misura, non essendo onnipotenti, siamo sempre tutti vincolati dalle circostanze.

La libertà come sentimento

Fondamentalmente io credo che uno degli errori più grandi nel trattare il tema della libertà sia il considerarla come un assoluto, come un qualcosa di esistente di per sé stessa, quando invece la libertà è qualcosa di molto più simile ad uno stato d’animo.

Una persona ricca, che vive in una nazione permissiva, senza responsabilità e senza obblighi, può comunque sentirsi schiava, mentre una persona povera, soggetta a soprusi e asservita alle necessità, può comunque sentirsi libera. Curiosamente forse una persona che viva in una società moderna che offre molte possibilità spesso si sente meno libera che un proprio antico antenato che viveva in un mondo di dominazione del più forte.

Quella che chiamiamo libertà, è fondamentalmente un indice con cui esprimiamo il grado di quanto sentiamo che una cosa non ci sia stata imposta, che non derivi da manipolazione o da un ordine, o che la facciamo perché ci piace farla e non perché dobbiamo.

Per fare un esempio che tutti possiamo capire, provate a ricordare la sensazione che tutti noi abbiamo provato quando da bambini i nostri genitori ci chiedevano di fare qualcosa che noi comunque stavamo per fare. Magari noi stavamo per lavarci i denti o rifarci il letto, e appena prima di farlo nostra madre ci chiedeva di farlo. Non so a voi ma a me dava fastidio e mi passava automaticamente la voglia di farlo, anche se lo avrei comunque fatto se nessuno me lo avesse chiesto perché percepivo la cosa come un imposizione e quella piccola fiammella di ribellione che è sano tutti i bambini abbiano si ribellava un pochino.

Quindi io direi che una buona definizione di libertà è questa: è lo stato d’animo di chi sente che le proprie azioni siano proprie e di nessun altro.

Questo perché l’unica cosa su cui un uomo possa davvero avere il controllo è la propria mente, la propria mente è l’ambito in cui siamo onnipotenti, in cui non abbiamo vincoli e dove possiamo fare ciò che vogliamo. La libertà è la capacità della mente dell’essere umano di prendere in mano la propria vita, così come la schiavitù e l’incapacità di farlo lasciando che altri scelgano per noi.

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Gli atleti “modificati” e l’etica dello sport

Tutti noi conosciamo la storia di Oscar Pistorius, l’atleta Sudafricano amputato ad entrambe le gambe che, grazie a protesi artificiali high tech si ritagliò un posto alle paralimpiadi fino ad arrivare ad essere ammesso ai giochi olimpici “normali” ai quali non partecipò non per questioni sportive ma per aver ucciso la propria fidanzata.

Recentemente è salito alle cronache l’interessante caso di Blake Leeper, atleta americano, a sua volta amputato ad entrambe le gambe, le quali a loro volta sono state sostituite da protesi molto simili a quelle di Pistorius; al momento Leeper concorre nelle paralimpiadi (400 metri piani) nelle quali ha stabilito il nuovo record nazionale americano, ma ha espresso interesse nel seguire la stessa strada che fece il suo ex-collega sul richiedere un approvazione per concorrere coi normo abili.

Percorsi diversi ma stesi dubbi si affacciano anche sugli atleti/atlete transessuali, in particolare e per ovvie ragioni quelli che compiono un percorso M to F, ovvero biologicamente uomini che fanno la transizione verso le donne, è il caso ad esempio di Mary Gregory, powerlifter che ha stabilito un nuovo record, stavolta addirittura mondiale, di sollevamento pesi allo squat femminile.

Dopo questa lunga premessa, andiamo alle varie argomentazioni che si snodano in questo terreno nuovo e complicato della bio-etica e dell’etica sportiva, ovvero quella degli essere umani “modificati”.

Il corpo umano

Il corpo umano è una macchina che si è evoluta per millenni al fine di sopportare una moltitudine di condizioni; l’attività sportiva ad alti livelli tendenzialmente è, concettualmente, lo spingere la capacità di adattamento del corpo umano al massimo di una condizione specifica.

Tutte le persone (normo abili) ad esempio possono correre, ma solo una potrà farlo più veloce di chiunque altra e solo una sarà in grado di farlo nei cento metri mentre un’altra nella maratona. Fisici diversi, allenamenti diversi, persone diverse che giungono all’apice umano in ogni ambito… ma qual’è l’apice umano?

Il corpo umano si è evoluto per essere in un certo modo, le nostre gambe, sono fatte sì per correre, ma anche per darci equilibrio, per saltare, per scalciare, per arrampicarci etc., e anche nella corsa possono essere fatte per fare sprint o lunghe distanze di resistenza.

Il punto adesso è, cosa succede se io invece metto ad una persona una protesi che non sia una replica esatta di una gamba, ma sia una struttura costruita apposta per fare una cosa e una soltanto e farla alla perfezione, magari costituita di materiali super resistenti e leggeri di ultima invenzione? Posso mettere delle gambe iper-leggere per lo sprint, elastiche per le lunghe distanze, molleggiate per il salto. Se un nuotatore si fosse fatto mettere protesi alle gambe palmate?

Ovviamente sto estremizzando moltissimo, ma lo sto facendo per un motivo. Ci stiamo avvicinando in fretta ad un punto in cui la tecnologia potrà forse superare la biologia, fosse anche per un ambito estremamente specifico ed è un argomento di cui non siamo pronti per discutere.

C’è un vantaggio?

Alcuni argomentano che ogni essere umano abbia vantaggi e svantaggi rispetto ad altri, Bolt, campione dei cento metri ad esempio è praticamente tutto gambe, avrà dei muscoli predisposti geneticamente per lo sprint (nel tessuto muscolare ci sono muscoli che lavorano meglio su scatti veloci o sulla resistenza, la proporzione è parzialmente genetica e parzialmente determinata dall’allenamento).

Questa argomentazione, pur essendo vera, non credo però rientri nel dibattito. Non credo abbia senso paragonare un atleta che, avendo delle caratteristiche innate che lo rendono portato per uno sport vi si applica con uno a cui caratteristiche vengono aggiunte da un laboratorio.

Torniamo all’esempio estremo che ho fatto prima, dell’ipotetico nuotatore che avendo perso un arto se ne fa mettere uno con una pinna palmata attaccata. Sareste d’accordo a farlo competere con atleti normali? Rischierebbe di rendere nulla la competizione dello sport.

Prendiamo un altro caso ad esempio, testosterone e steroidi anabolizzanti. Non tutti gli uomini hanno lo stesso livello di testosterone (che come sappiamo ha forte influenza sullo sviluppo di massa muscolare), ma c’è una bella differenza fra una persona che ha livelli naturalmente un po’ più alti di testosterone e una che se lo inietta con una siringa. E il problema maggiore non è nemmeno il vantaggio che questo sportivo “chimico” ha sul suo collega pulito, ma anche che si permettesse l’utilizzo degli steroidi si porrebbe gli atleti proffessionisti nella condizione di non essere più competitivi coi loro colleghi senza modificare il proprio corpo.

Quindi dove si tira la linea?

Nell’esempio del nuotatore con delle pinne attaccate credo che saremmo tutti d’accordo nella presenza di un ingiusto vantaggio rispetto a persone normali, allo stesso tempo immagino delle modifiche molto più piccole come potrebbe essere ad esempio la chirurgia laser agli occhi che direi non apportare un vantaggio tale da invalidare la competizione, in quanto non danno un aiuto funzionale diretto ma levano solo dall’impiccio di indossare occhiali o lenti. La linea direi che è da qualche parte nelle sfumature fra questi estremi, un punto che vada valutato caso per caso.

Atlete transessuali e iperandriche

Altro paio di maniche, ma collegate all’argomento, quello in cui le modifiche del corpo non siano meccaniche, ma endocrine, ovvero relative al sistema ormonale, in genere al testosterone per le sopracitate capacità di aggiungere massa muscolare.

Negli USA c’è un forte dibattito, che è ancora poco sentito in italia, su dove debbano competere gli atleti transessuali professionisti. Dibattito che per ovvie ragione si riversa principalmente nello sport femminile dato che è raro (e non credo sia proprio mai accaduto, ma se avete più informazioni correggetemi pure) che un atleta F to M (da donna a uomo) sia stata competitiva nello sport maschile, al contrario alcune competizioni femminili si sono viste dominate da atleti M to F.

Secondo alcune opinioni una volta che una persona, biologicamente uomo, fa la cura ormonale il vantaggio che aveva smette di essere, e compete quindi allo stesso livello di una donna biologica, personalmente però, e con tutto il rispetto per le persone transessuali, penso siano argomentazioni un po’ deboli.

Considerando infatti che i transessuali e transgender sono circa lo 0,5 per cento della popolazione e che solo una minuscola frazione di questi si applichino allo sport a livello professionistico, considerando inoltre che sono persone che vanno incontro a grandi squilibri fisici e ormonali durante la transizione direi che il solo fatto che in così tanti riescano a primeggiare e addirittura ad infrangere i record assoluti femminili sia già di per sé la dimostrazione che esiste un vantaggio e a chi dice, argomento che abbiamo già trattato prima, che tutti hanno potenzialmente un vantaggio dato che ogni persona è diversa, rispondo con a risposta di prima, che una cosa è una persona con proprie caratteristiche genetiche, un’altra è una modificata in laboratorio.

Tra l’altro non viene considerato che il testosterone potrebbe non essere l’unica differenza fisica e muscolare fra uomini e donne, se no non si spiegherebbe tra l’altro perché non vi siano atleti rilevanti F to M, se ad una donna bastasse prendere testosterone per essere forte come un uomo allora perché non ci sono atleti rilevanti F to M come ce ne sono M to F?

Diverso invece a mio parere il caso di donne iperandriche. tempo fa ci fu una discussione su Caster Semeneya (medaglia d’oro negli 800 metri), atleta biologicamente donna, ma affetta da una condizione ormonale che induce il suo corpo a produrre più ormoni maschili di quanto dovrebbe fare; la discussione verté sul fatto che una donna con questa condizione avrebbe avuto, rispetto alle altre atlete, un vantaggio dovuto sempre al testosterone in circolo. In questo caso la commissione di atletica leggera ha deliberati che le donne con iperandrogenismo avrebbero dovuto abbassare i livelli di testosterone con una cura ormonale.

Ecco, in questo caso invece io do ragione all’atleta, per la stessa ragione per cui do torto agli altri. Per quanto il suo vantaggio sia reale infatti non dobbiamo perdere di vista il fatto che sia un vantaggio di origine biologica, così come lo sono i muscoli scattanti di Bolt o le spalle immensamente larghe di Michael Phelps, o l’altezza dei giocatori professionisti di basket e che quindi rientra nell’ambito della variabilità con cui si può sviluppare un essere umano.

Ma il diritto allo sport?

Veniamo all’ultimo argomento, argomento che credo che sia molto figlio del clima intellettuale in cui viviamo. Questi atleti, tutti, devono poter partecipare perché lo sport è un diritto.

Ecco sì… ma no.

Lo sport è un diritto, sono d’accordo con questo, ma il diritto consiste nel praticare sport, non nel competere a livello agonistico contro atleti privi del vantaggio che i laboratorio ti ha dato. Questa è la solita differenza che intercorre fra il non-discriminare qualcuno e il finire per avvantaggiarlo per paura di essere additati come discriminatori.

Il futuro

A questo punto viene da porsi un’ultima domanda, questi atleti modificati, forse non devono competere coi normo abili… ma allora dove devono competere? Perché se non è giusto che queste persone competano con persone non modificate, nulla vieterebbe di aprire ex-novo una nuova branca dello sport agonistico che raccolga queste nuove persone. Sarebbe ad esempio assurdo fare competere nelle paralimpiadi atleti che sono troppo forti anche per le gare “normali”; e i/le trans invece?

Non faccio fatica ad immaginare ad esempio come una possibile soluzione a questi problemi e in un ottica in cui pian piano (ma neanche troppo) la tecnologia si evolve sempre di più sia la creazione di nuove leghe. Ci potrebbe ad esempio un giorno essere la gara “biologica” e quella, in vari modi, “modificata”.

Il mio libro: Dio della Polvere

Buongiorno a tutti, l’articolo di oggi sarà un po’ diverso dato che tratterà di un autore e di un libro di cui difficilmente qualcuno di voi avrà sentito parlare, ovvero me.

Il libro che ho scritto, e di cui troverete il link più in basso sia per la versione cartacea sia per l’e-book si chiama “Dio della Polvere” e si tratta, dopo alcuni racconti brevi, del primo romanzo in assoluto che ho tentato di scrivere.

Ad essere sinceri il libro è pronto da un po’ e da un po’ è disponibile negli store di Amazon, piattaforma sul quale l’ho pubblicato, ma sinceramente avevo un po’ di paura a renderlo davvero pubblico, ad esporre così un pezzo di me stesso perché, diciamocelo, che sia bella o brutta tutta l’arte racconta qualcosa del suo autore ed è in una qualche misura come aprire a qualcuno una finestrella sulla propria anima.

Allo stesso tempo essendo un libro scritto da me non posso essere davvero oggettivo nel giudicarlo, potrebbe essere bello o brutto, se lo riscrivessi adesso dopo un paio di anni forse sarebbe diverso ma personalmente mi ritengo fiero del mio lavoro e soddisfatto del risultato finale.

Il romanzo è un distopico, un po’ noir, che narra le vicende di Zero, un uomo rinchiuso in un mondo in cui l’essere umano si è evoluto, è progredito ad uno stato tale da sembrare una divinità, lasciando però delle persone indietro, i disgiunti, uomini e donne che si ritrovano rispetto al cospetto del nuovo essere umano rappresentato dal Collettivo come insetti impotenti e schiacciati, continuamente vessati per rinunciare alla propria libertà in cambio del dono della sostanziale onnipotenza promesso dai nuovi dei del mondo.

Dato che non voglio che quest’articolo sia troppo una marchetta (e dato che, come ho detto, non sono bravo a giudicare il mio stesso lavoro) non vi descriverò i motivi per cui dovreste comprare il mio libro ma vi lascio qui sotto il primo capitolo come estratto, giudicate pure voi. In caso quel che leggete vi dovesse piacere qui sotto potrete trovare il link Amazon per acquistare la vostra copia e vi ringrazio tutti in anticipo per l’attenzione e per il supporto, sia di chi magari arriva qui per la prima volta, sia di chi legge e commenta spesso questo mio piccolo blog. Grazie a tutti e non vi preoccupate, continueranno ad arrivare altri articoli in futuro

Dio della Polvere

Nota: questa è la versione cartacea; nello store di Kindle è disponibile anche la versione e-book che può anche essere scaricata gratuitamente per i possessori di Kindle unlimited.




Capitolo 1

Il vento urlava forte quella mattina mentre le prime luci dell’alba gettavano i loro raggi sulla città grigia. 

Come ci era arrivato là sopra? Zero non ricordava nemmeno di essersi alzato quel giorno, forse aveva camminato nel sonno o forse si era semplicemente mosso senza proprio rendersene conto. Gli faceva un po’ male il braccio sinistro che gli formicolava, ma per il resto stava bene.

Guardò verso il basso, l’edificio in cui si trovava, e in cui abitava, era un vecchio caseggiato che doveva avere almeno un secolo e mezzo, era uno di quei palazzi dell’età post-industriale senza infamia e senza lode: aveva, o almeno aveva avuto, le comodità minime degli standard del tempo e nulla più: uguale a cento altri palazzi di quelle zone di periferia che nell’insieme davano a tutto il paesaggio una sensazione imperante di deja-vu che faceva sembrare tutto il mondo una pallida fotocopia di sé stesso e un’ancora più misera parodia di ciò che avrebbe potuto essere.

“E avrebbe potuto esserlo se non fosse stato per quei mostri che ce lo hanno strappato.”

Una folata di vento più violenta delle altre minacciò quasi di farlo cadere di sotto. Zero si strinse più forte al parapetto guardando nel vuoto davanti a sé dove la luce cominciava ad illuminare le strade, abbastanza intensamente da permettergli di vedere chiaramente le vie completamente vuote, che, se non fosse stato per qualche sporadico cubo della punizione sparso qua e là, sarebbero sembrate quasi normali. 

Il vento autunnale continuava a soffiare dandogli quella sensazione d’aria fresca e pura sulla pelle che gli piaceva nonostante il freddo. Doveva essere più o a meno ottobre a giudicare dalla luce e dalla temperatura, o per lo meno, doveva essere il periodo che nel tempo prima del Collettivo era stato chiamato ottobre e che oramai era stato cancellato assieme ai calendari. Alla natura però quello non importava e continuava a mandargli quella sensazione di aria fra i capelli assieme all’urlo del vento fra i palazzi, Zero adorava quel periodo, gli dava l’impressione che esistesse ancora qualcosa di selvaggio in quel mondo, di incontaminato. 

“Quindi c’è ancora qualcosa che sfugge al loro controllo, qualcosa che combatte con le unghie e con i denti, qualcosa che sopravvive senza piegarsi”pensò, senza però crederci davvero.

Il suo orologio da polso iniziò a suonare. “Sono già le sette?” Si alzò gettando un’ultima occhiata all’alba e si diresse verso la porta che permetteva l’accesso al terrazzo su cui si trovava. 

L’interno del caseggiato era volutamente deprimente: chiuso in una decadenza che un tempo sarebbe stata quasi imbarazzante. 

Originariamente quel palazzo avrebbe dovuto ospitare almeno una decina di famiglie, ma ora era deserto a parte lui, per lo meno per quanto ne sapesse. Non che, in realtà, come cosa fosse un male dato che non ci poteva più fidare che le poche persone che di tanto in tanto si potevano incontrare nelle strade, al lavoro, o da ogni altra parte fossero davvero persone. Zero scese le scale sporche e piene di polvere fino a raggiungere il suo appartamento al secondo piano. Entrò chiudendosi la porta alle spalle.

L’interno era abbastanza sudicio e disordinato, non diversamente da tutto il resto della città e del mondo dopotutto. 

Andò nella stanza da letto e raccolse alcuni dei vestiti che aveva abbandonato sulla sedia della sua scrivania un paio di giorni prima, l’ultima volta che era uscito per andare al lavoro, e si cambiò lasciando la vecchia tuta logora che utilizzava come pigiama buttata sul letto.

Dovette rimuovere alcune fogli dal tavolo per prendere i buoni che gli servivano, parzialmente nascosti da cartacce e da una scatoletta di frutta liofilizzata vuota che aveva abbandonato lì la sera precedente.

Quella lattina faceva parte oramai delle sue ultime razioni di viveri, considerando che erano ormai almeno due settimane che non passava agli uffici per prenderne altre. Diede un’occhiata a quella che erano le sue scorte: aveva ormai accumulato una buona dozzina di buoni e avrebbe fatto meglio a muoversi se voleva raggiungere gli uffici della carità prima che si formasse la solita fila che avrebbe limitato i viveri costringendoli al razionamento e costringendo lui a tornare in un’altra occasione.

Li piegò e se li ficcò in tasca, prendendo poi i tubetti rosa di Felix che aveva dimenticato sul tavolo e andando a infilarli nel suo piccolo nascondiglio: un buco nella parete coperto da un piccolo quadro di un vaso con dei fiori che Zero aveva trovato già lì quando era stato deportato nella città circa sei anni prima. 

Controllò la sua piccola riserva nascosta: dal suo ultimo scambio aveva accumulato ormai circa trenta dosi della droga, corrispondenti più o a meno a trecento millilitri. Si appuntò mentalmente che avrebbe fatto meglio a scambiarla con qualcosa che fosse legale prima di rischiare il sequestro all’ispezione seguente.

Si diede una rapida sistemata in bagno pulendosi il viso e sistemandosi i capelli, più per una questione legata ad una vecchia abitudine piuttosto che gli importasse davvero del suo aspetto. 

Zero si asciugò guardandosi nello specchio: non aveva sempre avuto quell’aspetto. “Non riesco più neanche a riconoscere il mio stesso volto”, pensò. 

Come molti altri durante il primo anno dell’Epurazione si era fatto rifare i connotati e aveva distrutto i suoi vecchi documenti in modo da non essere riconoscibile. L’uomo che aveva davanti ora non era né brutto né particolarmente bello, i lunghi capelli neri erano i suoi unici tratti somatici originali, mentre gli occhi azzurri, il naso e la mascella erano stati modificati chirurgicamente per rendersi irriconoscibile. 

Uscì dal bagno e si mise la giacca preparandosi per uscire e assicurandosi accuratamente che tutte le luci fossero spente: l’elettricità, come ogni altro bene, era razionato fino all’osso per chi ancora non faceva parte del Collettivo e poteva accadere che se si dimenticava una luce accesa per mezza giornata poi essa sarebbe stata tagliata per un paio di giorni, cosa che avrebbe poi portato parte del cibo nel frigorifero a deteriorarsi costringendolo così a turni supplementari di lavoro. 

Uscito dall’appartamento scese fino al pianerottolo deserto al pian terreno e guardò l’orologio: 07.58. Doveva aspettare ancora due minuti prima di uscire in modo che scadesse il coprifuoco. 

Da quattro anni a quella parte il Collettivo vietava ai disgiunti di uscire per le strade fra le ore ventuno e le otto.  

Mentre camminava per le vie della città Zero notò altre persone uscire dai caseggiati, mosse come uno sciame d’api che esce dall’alveare. Ai lati della strada, fermi come statue, gli assorbiti fissavano la folla che via via riempiva la via principale, li trapassavano con lo sguardo come un lupo che aspetta la sua preda. 

Era solo quello che molti di quei mostri facevano: fissavano. Gli assorbiti restavano in piedi, senza compiere nessun movimento a parte il semplice girare la testa per seguire qualcuno con gli occhi, il loro era un sguardo fisso e penetrante, inquietante nonchè imbarazzante allo stesso tempo; uno sguardo che trasmetteva un senso di altezzosa superiorità e commiserazione. C’è ne erano almeno tre di loro fermi ai lati della strada per ognuno che camminava, e, considerando che anche fra questi ultimi si poteva legittimamente supporre che almeno la metà, se non di più, fossero assorbiti in incognito, rendeva la loro presenza ancora più schiacciante. Dopo tanti anni ancora non si era abituato a quella sensazione.

“Non possono farmi niente”,si ripeté, “assolutamente niente.”

A volte, inoltre, gli assorbiti si mettevano a seguirti, a volte per qualche minuto o altre per giornate intere fino a casa, sempre e solo fissandoti, senza provare a parlare o ad interagire in qualche modo e delle volte potevano continuare così per giorni, aspettandoti in piedi davanti a casa di notte da soli o in gruppo, senza mai fare una pausa per nessuna ragione o mostrare segno di disagio o stanchezza.

C’era qualcosa di profondamente disumano ed inquietante nella sensazione costante di avere occhi piantati su di sé, qualcosa che risaliva ai tempi delle prede e dei predatori. Zero passava e loro lo fissavano: immobili come ragni che aspettano una mosca, non spostavano il peso da una gamba all’altra, non ondeggiavano leggermente le braccia o davano segno di respirare, non battevano nemmeno le palpebre, semplicemente giravano il collo e la testa al tuo passaggio per seguirti con lo sguardo.

“Non devo fare questi pensieri.”

Zero cercò di calmarsi concentrandosi sul respiro. “Inspira, espira. Non è saggio fare pensieri negativi quando si era fuori casa.”

Era risaputo e ampiamente osservato che membri del Collettivo avessero una strana capacità di percepire le emozioni e in particolare fossero attratti dal dolore, che fosse esso fisico o psicologico, e più ne sentivano più loro si concentravano sulla persona da cui esso aveva origine creando uno strano circolo vizioso: più loro ti fissavano più aumentava il disagio e più aumentava il disagio più loro ti fissavano, perforandoti con lo sguardo.

Alcuni dicevano che gli assorbiti potessero leggere il pensiero e che fosse così che riuscissero sempre a concentrarsi sulle persone più vulnerabili, lui però non ci credeva, o perlomeno non credeva che lo leggessero nella vecchia accezione della letteratura. 

Credeva piuttosto che essi potessero sentire l’insieme di segnali chimici che creavano le emozioni nel cervello capendo così se eri triste, felice o depresso, anche se, doveva ammetterlo, poteva essere che fosse tutta una sua speculazione.

Finalmente Zero raggiunse l’area degli uffici della carità: un grande spiazzo libero che probabilmente era stato creato dalla deflagrazione di una bomba durante la Guerra Atomica, grande circa cinquecento metri di diametro. I tre uffici si trovano rispettivamente nelle parti nord, nord-est e nord-ovest dello spiazzo e nonostante Zero abitasse relativamente lì vicino e fosse uscito di casa subito, c’era una lunga fila di almeno trenta persone davanti alla porta dell’ufficio centrale, l’unico aperto in quel momento; di lì a pochi minuti la coda sarebbe raddoppiata.

Zero si mise nella coda guardando in basso e cercando di evitare lo sguardo degli assorbiti che formavano due seconde file rispettivamente a destra e a sinistra di quella in cui si trovava… era sempre meglio fare finta di niente con loro, reagire in qualsiasi modo era inutile se non controproducente. Fece un passo avanti quando il tizio davanti a lui lo fece, tenendo la testa bassa.

«Ciao Zero.»

Di riflesso, sentendosi chiamare, alzò gli occhi fino ad incontrare quelli di Christine che aveva parlato. 

Zero conosceva, o meglio aveva conosciuto la donna fino ad un mese prima quando era sparita e fino ad allora aveva sperato fosse stata semplicemente deportata, o che al limite, avesse rinunciato ai privilegi di lavoratrice per trasferirsi nel ghetto, purtroppo non era stata così fortunata.

“Lei non è più davvero lei, lei se n’è andata.”

La donna non aveva nulla di diverso nell’aspetto rispetto ad un mese prima: una signora di mezza età bassa e un po’ tarchiata con dei capelli grigi che avevano invaso la chioma un tempo nera. L’unica vera differenza stava nell’espressione.

Ora aveva quel tipico sguardo che avevano gli assorbiti che loro chiamavano “scout”, ovvero quelli che andavano attivamente fra le persone cercando di convincerle ad entrare nel Collettivo, passando principalmente da tutte le persone che avevano conosciuto. Era un misto di estasi e pace zen con una punta di superiorità e condiscendenza, una facciata studiata alla perfezione in modo da far cadere i più deboli psicologicamente. Lei però non era davvero Christine, la sua vecchia collega era morta e ne restava solo il corpo oramai.

«Non ricambi il saluto Zero? È educazione ricambiare il saluto, siamo amici ricordi?»

Ignorarla non avrebbe funzionato bene come con gli osservatori, in genere la tecnica migliore con gli scout era accettare i loro tentativi d’interazione in modo passivo aspettando che passassero a qualcun altro. «Noi non siamo amici.»

La donna fece un’espressione di shock talmente melodrammatica da essere quasi comica. «Ma come no!? Abbiamo lavorato assieme per un intero anno! Io sono ancora la stessa Zero, ho solo trovato la Verità, io ti amo. Noi tutti ti amiamo, se solo tu accettassi di vedere la luce!»

Noi…Non si era mai abituato a quella tendenza degli assorbiti di parlare al plurale, lo faceva rabbrividire, come se la mente-alveare del Collettivo fosse in grado di annullare tutto ciò che di personale c’era nelle persone.

Tutt’ora, dopo quasi sei anni, né Zero né nessun altro era stato in grado di definire quella forma di controllo. Era schiavismo? Lavaggio del cervello? 

Loro dicevano di essere felici era vero, ma quelle non erano più davvero le loro parole, qualcos’altro le controllava… questa era l’unica cosa di cui tutti erano certi. 

Christine, ciò che era stata, ammesso che ancora esistesse, era ormai sepolta sotto quella solida facciata, sotto quella tecnologia parassitaria che controllava i suoi gesti e le sue parole come burattini, e così erano tutti gli altri.

Abbassò lo sguardo e fece un passo avanti. «Si Christine, come dici tu.»

La donna gli lanciò uno sguardo pieno di commiserazione e pietà, del genere che si può lanciare a qualcuno troppo stupido o folle per comprendere l’immenso dono che lui stava rifiutando. Gli mise una mano sulla spalla. «Sento il tuo dolore amico mio, un giorno sarai con noi e troverai la vera felicità.»

Improvvisamente tutti gli osservatori si voltarono nella loro direzione, parlando con una tale perfetta sincronia da far sembrare le loro un’unica voce. «L’Unione è vita, l’Unione è pace, l’Unione è amore.» 

Gli osservatori si voltarono poi di nuovo a fissare gli umani che avevano davanti e Christine lo lasciò per proseguire con il suo giro. «Noi ti amiamo Zero», disse con un sorriso. «Ricordalo.» 

Fece alcuni passi avanti recuperando la strada che aveva perso. “Sto attirando l’attenzione, non è un bene.”

Si sentiva su di sé lo sguardo di molti osservatori, aveva bisogno di rilassarsi e pensare ad altro. “Non possono farmi niente”, pensò. “Non possono farmi niente che io non voglia, non possono farlo a nessuno.”

Mancavano ancora poco più di venti persone prima che fosse il suo turno quando la campana dell’ufficio della carità suono un lungo squillo che indicava che le scorte erano momentaneamente finite. Un tizio, l’ultimo ad essere entrato, uscì dall’edificio con una borsa piena di viveri e una grossa saracinesca scese a chiuderne l’entrata appena questi fu fuori. 

Quello era il momento in cui bisognava essere pronti per cogliere l’occasione, Zero si preparò allo scatto.

Una seconda campana annunciò l’apertura dell’ufficio di nord-ovest e tutti scattarono all’unisono verso l’entrata. Zero aveva ventinove anni e non era in eccezionale forma atletica, ma riuscì comunque a guadagnarsi una buona posizione: dodicesimo in fila. Gli assorbiti si spostarono velocemente per seguirli e sedare le zuffe che si stavano formando per un posto, non fu difficile per loro considerando che ognuno sembrava avere la forza di dieci uomini. 

L’ufficio aprì la saracinesca, facendo entrare il primo, un ragazzo di poco più di vent’anni che doveva aver aspettato pazientemente quel momento in modo da correre ad essere il primo ad arrivare.

Non c’era un vero schema in effetti con cui i tre uffici della carità si alternavano. A volte lavorava solo lo stesso edificio per dieci giorni di seguito, a volte si alternavano cinque volte in un solo pomeriggio, quello era solo uno dei molti modi che il Collettivo usava per alimentare la sensazione di essere schiacciati da una forza molto più grande di sé. 

“Nulla di ciò che fanno è casuale. Ogni cosa è stata attentamente studiata da un punto di vista psicologico fin nei minimi dettagli.”

Non aveva dubbi che il nome stesso degli uffici fosse stato accuratamente scelto e studiato a quello scopo. Zero aveva lavorato duramente per i buoni che gli sarebbero serviti per le provviste, definire quello scambio carità era sminuire il suo lavoro e il tempo che aveva impiegato per farlo. 

Lui sapeva, come tutti, che il Collettivo non poteva arrecargli assolutamente alcun tipo di danno fisico. La Polvere, la tecnologia che aveva reso possibile la loro mente-alveare gli impediva anche di danneggiare un qualsiasi essere umano, da ciò che aveva capito era una specie di vincolo di programmazione, non potevano ferirti in modo più o meno diretto.

Ad ogni modo questo nel tempo aveva portato il Collettivo a sviluppare una serie di sottili mezzi psicologici per fare in modo di assorbire o togliere di mezzo sempre più persone, e, per quanto essi si declinassero in una moltitudine di modi, questi potevano essere riassunti in una semplice procedura: dare una speranza e poi toglierla.

Era una strategia semplice, nemmeno troppo nascosta in realtà, e anzi, spesso e volentieri del tutto manifesta. Col tempo si imparava la semplice realtà che tutto, ogni singola cosa che nella propria vita che avrebbe potuto essere bella o piacevole era una bugia che sarebbe stata strappata via a tempo debito, ovvero nell’istante esatto in cui avresti sentito di non poter vivere più senza. Quello era infatti il momento in cui, togliendotela, tu cedevi e loro ti prendevano, o in alternativa in cui la facevi finita buttandoti da un tetto o ingurgitando una dose di veleno. In ogni caso loro vincevano.

Zero procedette nella fila, era quasi il suo turno. “Questa è l’unica forma di ribellione che può ancora esistere, andare avanti, sopportare. In un mondo dove ai leoni erano strappati i denti e gli artigli, portati via dai loro affetti e schiacciati, giorno dopo giorno, ora dopo ora, il sopportare diventa un atto di coraggio.”

Col tempo si sviluppava l’abilità di essere resilienti, di non affezionarsi a niente e soprattutto di non amare niente, mai, lasciando che la vita scorresse via come sabbia fra le mani, ogni affetto, ogni piccola dipendenza che fosse fisica o emotiva, ti avrebbe prima o poi fatto a pezzi e distrutto lentamente, nel modo più doloroso possibile.

Alzò gli occhi per guardare le altre persone in fila. Una buona metà di loro probabilmente non erano nemmeno persone, erano assorbiti in incognito, di quelli che di nascosto e, imitando alla perfezione il comportamento umano, diventavano il tuo migliore amico, il tuo confidente, la tua amante e piano piano ti convincevano a lasciarti andare e a unirti o, se fallivano minacciavano di abbandonarti e isolarti in un doloroso distacco che spesso portava la vittima al suicidio.

Ciò che restava di questa lotta era quindi la totale assenza di fiducia, quella fobia che avevano sviluppato tutti gli ultimi veri umani rimasti e che li portava a chiudersi in un buco abbastanza profondo e dimenticare e dove fare finta di niente e nascondersi dal mondo esterno dando te stesso all’oblio in modo da non cedere alla pressione e al disagio che derivava dal non potersi fidare assolutamente di nessuno. 

Per quanto ne poteva sapere in effetti, era perfettamente possibile che lui fosse l’unico vero umano presente sulla Terra.

Era il suo turno, Zero entrò nell’edificio cercando di dimenticare gli occhi piantati nella schiena. 

L’interno dell’ufficio della carità era caldo e tranquillo con una musica da camera a basso volume e un delicato profumo di cioccolato che veniva da chissà dove, un insieme di particolari che creava una differenza strana e profonda con l’ambiente esterno, una piccola oasi di calma e pace col marchio del Collettivo, studiata per farti sentire a tuo agio. 

Non era molto grande in realtà, una piccola stanza di dieci metri quadrati con un solo scout seduto davanti ad una grande scrivania in legno, dietro al quale c’era una porta che dava al magazzino.

L’assorbito alla scrivania, un uomo di circa sessant’anni con i capelli bianchi e l’aria rilassata che non aveva mai visto, gli sorrise non appena lo vide arrivare. «Benvenuto Zero, siediti pure» disse indicando la sedia vuota davanti alla scrivania.

Zero ormai si era abituato al fatto che persone che apparentemente non avesse mai incontrato lo conoscessero in modo praticamente perfetto; quell’uomo condivideva la stessa mente e gli stessi ricordi di Christine e della moltitudine che lo fissava ogni minuto in cui era fuori casa, si sedette tirando fuori i buoni dalla tasca e allungandoli sul grande tavolo di mogano scuro.

L’uomo gli sorrise di nuovo. «Ah, dritto al punto vedo. Bravo, così si fa Zero, è per questo che sei uno dei nostri preferiti. Noi ti amiamo molto Zero, lo sai questo?»

Annuì cercando di tenere gli occhi bassi e gli passò i buoni facendoli scivolare sul tavolo.

«Ah ecco qui. Ben dodici! Complimenti Zero hai lavorato molto di recente. Sai, è appena arrivata la notizia che non dovremmo dare più di sette razioni per volta a causa dell’esaurimento delle scorte, ma al diavolo, per te faremo volentieri un’eccezione Zero. Tu sei davvero speciale, per questo ti amiamo, lo capisci questo, vero?»

Improvvisamente la porta del magazzino si aprì lasciando uscire un tizio con una grossa sacca nera che doveva contenere le sue provviste, l’appoggiò sul pavimento davanti a lui, sorridendogli. «Ecco a te Zero» disse continuando il discorso dell’anziano come se fosse stato lui a parlare fino a quel momento. «Spero che te le godrai mentre pensi ai benefici dell’Unione, perché ci stai pensando, vero?»

L’anziano riprese a parlare. «Offriamo molto con essa Zero: la pace, l’immortalità…»

«E non chiediamo nulla in cambio se non la tua eterna felicità» concluse il magazziniere con un’inquietante sorriso a trentadue denti.

“Niente pensieri tristi, niente emozioni, niente dolore che loro possano sentire e usare.”

Zero si alzò e prese la sacca sollevandola con una smorfia, era pesantissima. «Si» disse cercando di non fissarli negli occhi. «Ci sto pensando.»

 Uscì dall’edificio barcollando un po’ sotto il peso della borsa e la saracinesca si chiuse immediatamente alle sue spalle segnalando così la chiusura dell’ufficio. Alcune persone lasciarono scivolare su di lui sguardi carichi d’odio, ma solo per un istante. Tutti si stavano preparando per lo scatto.

Questa volta toccò all’ufficio a nord-est ad essere aperto e le persone si mossero rapidamente per mettersi in fila e guadagnarsi una buona posizione. Questa volta ci furono più baruffe rispetto a poco prima e gli assorbiti intervennero per mantenere l’ordine. 

“Non possono ferirci” ricordò a sé stesso. “Questo non vuol dire che non possano farci niente”.

«Non è giusto, ero primo!»

Zero si voltò verso il fondo della fila, dove un tizio sulla quarantina stava spintonando la donna davanti a lui litigando per il posto. In pochi istanti gli assorbiti gli furono attorno, separandolo dalla donna e accerchiandolo.

«Non avete alcun diritto! Mostri, siete solo mostri!» L’uomo si infilò una mano nella pesante giacca tirando fuori una vecchia pistola automatica, una di quelle che erano andate di moda negli anni post-industriali e che oramai sarebbe stata bene in un museo di storia militare. Alzò la pistola e sparò un colpo all’assorbito davanti a lui, dritto in mezzo agli occhi, facendolo crollare a terra di peso.

Gli assorbiti che gli erano attorno parlavano con una sola voce. «Johna ti prego, il tuo comportamento è del tutto inappropriato.»

L’uomo che doveva chiamarsi Johna sparò altri colpi agli assorbiti, tutti alla testa con una mira che fece credere a Zero che l’uomo un tempo avrebbe potuto essere un soldato o comunque un tiratore. Scaricò su di loro tutto il caricatore e gli assorbiti caddero a terra come pesi morti.

Poi, così come si erano aperte, le ferite nella pelle degli assorbiti si richiusero e i proiettili uscirono dalle loro teste cadendo quindi a terra e tintinnando. Passarono solo pochi secondi e il primo a cui l’uomo aveva sparato si era già rialzato in piedi, ripulendosi il sangue dalla fronte con un fazzoletto bianco. «Johna ti prego, noi ti amiamo.»

L’uomo fissava gli assorbiti con un misto di stupore e terrore, poi di scatto si strinse la testa fra le mani. «No, no, no!» 

Buttò il caricatore e ne mise un altro da otto colpi nella pistola, scaricandone sette tutti addosso allo scout che aveva davanti, crivellandolo nella testa e nel petto. 

Tempo un minuto e l’assorbito era di nuovo in piedi con solo alcuni buchi nei vestiti a testimonio delle pallottole che aveva preso.

«Johna ti prego, stai soffrendo molto, perché non vieni con noi? Smetterai di soffrire» disse.

«Smetterai di soffrire.» Ripeterono in coro gli altri mentre poco a poco si stringevano attorno a lui.

L’uomo si prese di nuovo la testa fra le mani, aveva le lacrime agli occhi, e la mano in cui teneva l’arma tremava vistosamente. «NO!»

«Johna è inutile non hai ancora capito? È tutto inutile.»

L’uomo guardò l’assorbito per un lungo istante, poi girò la pistola puntandosela alla sua stessa testa. «Lo so» disse, e premette il grilletto.

Il nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza

Ciao a tutti.

Il motivo per cui ho rubato una frase a Daniel Boorsitin, un saggista americano, in modo da fare il titolo, non è perché non abbia idee, ma perché volevo usarla come un punto di partenza per affrontare una discussione che si fa sempre più accesa, ovvero quella fra cultura ed ignoranza. La grande guerra che, in un mondo di antivaccinisti, terrapiattisti e gente che alla fine di un piatto di pasta non fa la scarpetta, ci fa capire sempre di più come il mondo (piatto) sia sempre più pieno di gente che non solo non sa nulla, ma che ne va fiera.

Chi è il vero nemico?

Mia nonna è un anziana signora cresciuta nel dopoguerra e che, come molte altre donne dei suoi anni e del suo ceto economico, non proseguì gli studi oltre la scuola elementare.

Mia nonna è quindi probabilmente molto meno istruita, a livello accademico, della media della popolazione e della media della porzione più complottista, eppure non va in giro dicendo che la terra è piatta, che la NASA è un complotto e che i vaccini fanno venire l’autismo.

Tutto il contrario. Mio nonno era capitano di nave della marina italiana mercantile prima, e capitano di navi da crociera poi e ha viaggiato con lui mezzo mondo imparando la geografia. Quando il medico le diceva di portare poi i suoi figli a farsi vaccinare, lei ce li portava, punto, di certo non si metteva a discutere col medico.

Un po’ di anni fa girava su internet la bufala sul ossido di diidrogeno, una sostanza chimica presente in quasi tutti gli alimenti che era anche un componente di moltissimi corrosivi dell’industria chimica, delle pioggia acide e usato negli impianti nucleari, sostanza trovata anche nell’ambiente e nel corpo umano.

Sorpresa sorpresa, ossido di diidrogeno è il nome chimico dell’acqua H2 (diidrogeno) O (ossido) H2O.

Ecco, io credo che il punto centrale della questione sia più o a meno qua. Biasimiamo internet di aver portato ignoranza alle persone ma non è così, tutte le informazioni sull’ossido di diidrogeno ad esempio sono vere: è usato in svariati corrosivi (l’acqua è un solvente di numerosissime sostanze chimiche), è usato negli impianti nucleari (nel raffreddamento ad esempio si usa acqua, o si usa vapore per azionare una turbina che produca elettricità) e la pioggia acida beh, è fatta di acqua. Internet non ha reso le persone più ignoranti, anzi, probabilmente le ha rese più colte, il vero problema è che una mezza verità è spesso più dannosa dell’ignoranza, il credere di sapere, è peggio del non sapere.

Mia nonna sa di non sapere nulla di medicina, per questo si fida del medico. Non fa una ricerca di un paio d’ore sul web e si mette in testa di sapere ciò che un altro ha impiegato anni ad imparare. È conscia della sua ignoranza in alcuni ambiti e chiede aiuto agli altri in quei settori (come chiedere a me, continuamente, come funzionano i messaggi… continuamente.)

Sapere non è capire

C’è una differenza, enorme, fra comprendere una cosa, assimilandola e facendola propria, e ripetere a macchietta una cosa che si è letta come un pappagallo.

Il fatto che tu veda un video su internet che ti spieghi che i vaccini contengono mercurio può anche essere vero, ma è una verità del tutto incompleta e che tu non sei in grado d’interpretare perché se lo fossi sapresti innanzitutto che il solo fatto che l’elemento mercurio sia velenoso non implica che i suoi composti lo siano e che, per inciso, in sostanzialmente tutti i paesi del primo mondo i vaccini al mercurio già non si usano più.

Le persone nella nostra era sono sommerse da una quantità infinita d’informazione e questo di per sé non è un problema, il problema è che in genere non capiscono cosa hanno davanti e che, quindi, fanno quello che le persone che non capiscono fanno sempre, si arrabbiano e sbraitano.

L’ignoranza viene additata generalmente come la causa di questa atteggiamento antiscientifico moderno, ma questo è ridicolo, la persona moderna non è più ignorante di una di cento anni fa, la differenza sta nel fatto che la persona moderna non crede di esserlo. No, la gente crede di essere dottori, avvocati, politici, ingegneri, tutto perché hanno un cellulare in mano. Il problema vero è l’arroganza.

Tutti siamo ignoranti

Credo che sia importante capire che l’ignoranza di per sé non sia il problema, in quanto l’ignoranza è la naturale condizione dell’essere umano.

Tutti noi, diciamocelo, siamo ignoranti su quasi tutto. Tutti noi riusciamo, se siamo fortunati, ad imparare una frazione di ciò che c’è da sapere su una frazione delle cose che ci sono da conoscere. Alcuni sono più specializzati, altri più generalisti, ma avete capito il concetto, c’è sempre qualcosa che non sappiamo.

Il problema non è quindi l’ignoranza, il problema è quest’atteggiamento di usare l’ignoranza come uno stendardo, di essere così arroganti da non accettare l’esistenza di qualcosa che non sappiamo e fingere, a noi stessi e agli altri, si saperla. Al pretendere di essere degli esperti di cose che non sappiamo.

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“Fight Club” di Chuck Palahniuk, manifesto dell’anarchia

Sono sicuro che quasi tutti voi conoscerete già la trama di questo libro se non altro perché avete visto il film, diventato ormai un cult del cinema mondiale, quindi non mi farò troppi scrupoli a fare qualche spoiler qua e là e, se ancora non avete né letto il libro né visto il film, fermatevi pure qui e tornate dopo averlo fatto.

Fight Club è il primo romanzo del celebre autore americano ad essere stato pubblicato. Nonché il trampolino a lanciarlo nell’Olimpo della grande letteratura. È un libro folle, una severissima e fortissima critica sociale della generazione X (anni 65-80) verso la generazione dei baby-boomers (nati negli anni 45-65 circa); scritto con uno stile eccezionalmente personale e originale per un autore esordiente.

In questo libro il protagonista è anche la voce narrante in prima persona. Un personaggio fondamentalmente depresso, ordinario, comune, una persona come mille altre che sembra vivere una buona vita nella media. Ha un bell’appartamentino che ha arredato finemente, un buon lavoro, è in salute, è praticamente perfetto… o no?

La figura di Tyler Durden, si manifesta presto nella vita del protagonista. Tyler è un uomo completamente diverso dal protagonista, vive in una casa fatiscente in attesa di essere abbattuta, sopravvive con dei lavoretti, fa il protezionista in un vecchio cinema in cui inserisce i fotogrammi di organi genitali maschili e femminili, fa il cameriere in hotel dove piscia nelle zuppe che deve consegnare. Tyler però è libero, sembra essere una forza della natura dotata di fascino, carisma e coraggio, è un novello Lucifero, un ribelle oscuro in lotta contro il potere altissimo e divino della società del capitalismo americano più spietato. Tyler sarà il potere degli eventi, il corruttore che porterà il protagonista e le masse verso il caos.

“Il modo in cui la vedeva Tyler era che attirare l’attenzione di Dio per essere stati cattivi era meglio che non attirarla per niente. Forse perché l’odio di Dio era meglio della sua indifferenza.”

La società è presentata nel libro come qualcosa di ingiusto, schiavista e castrante. Le generazioni precedenti hanno esaurito le risorse, inquinato, si sono arricchite a scapito del mondo che le generazioni successive devono con i loro sforzi recuperare e una moltitudine di uomini è servo di questo sistema che odia. La bassa manovalanza, la piccola borghesia, perfino quelli che chiameremmo privilegiati, tutti si sentono piccoli davanti alla Storia, testimoni di eventi su cui non hanno nessun potere o influenza, tutti si sentono privi di scopo o senso.

“Siamo una generazione di uomini cresciuta da donne” annuncia l’autore attraverso le parole di Tyler. Una generazione di uomini svirilizzati e la cui virilità è invece biasimata, in cui un uomo non ha più nessuno degli ostacoli che la natura ci ha evoluti per affrontare e che quindi vegeta e muore lentamente dentro.

Tyler si offre come una soluzione a questo e lo fa attraverso i “Fight Club.”

I Fight Club sono associazioni maschili, in cui non si paga perché: “non vogliamo i tuoi soldi, vogliamo te.” In cui nessuno ha un nome, un conto in banca, una famiglia. Tutti sono uguali, tutti combattono; tutti hanno uno scopo, uno sfogo, una catarsi.

“Forse la soluzione non è l’auto-miglioramento, forse è l’auto-distruzione.”

Nei Fight Club le persone possono essere libere in tutti i modi in cui non si può essere liberi nella società. Tutti possono levare quella maschera di perfezione che il mondo gli impone e retrocedere per una notte allo stato puro di selvaggi.

E pian piano il progetto Fight Club diventa qualcosa di più grande e Tyler Durden diventa qualcosa di più grande. Diventa il progetto Caos, un vero e proprio gruppo terroristico dedito all’anarchia, caos organizzato.

Il tutto è ovviamente scritto con lo stile estremamente personale di Palahniuk, tanti periodi brevi, quasi singhiozzanti che comunicano l’immediatezza del pensiero. Toni crudi, a volte iperdescrittivi e costellato da ripetizioni che ritornano come dei mantra attraverso tutto il testo.

“Tu non sei un delicato e irripetibile fiocco di neve. Tu sei la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione.”

L’autore riesce, attraverso circa trecento pagine di libro, a descrivere una visione cruda e realistica delle persone lasciate ai margini della società. Dei figli di mezzo dimenticati della storia che, senza uno scopo o uno sfogo, ribollono come una pentola a pressione accumulando rabbia, frustrazione e risentimento. Accumulando una furia che Tyler non crea davvero, ma che indirizza, focalizzandola in una sola direzione, al cuore stesso di quella società che lui non vuole né cambiare né salvare, ma solo fare a pezzi.

In un certo senso credo che sia un libro che racconta molto più di quanto sembra, assolutamente brillante oltre che ben scritto. Una spiegazione nuda e cinica di quei moti di rabbia e frustrazione che vediamo sorgere attorno a noi e infiammarsi nella società. Ne consiglio a tutti la lettura, ma ricordatevi: “la prima regola è non parlare mai del Fight Club.”


I libri del mese: “The Outsider” di Stephen King; “La forchetta, la strega e il drago” di Christopher Paolini e “La Gladiatrice” di Vladimiro Maccari

Allora, è da un po’ che ho sospeso la rubrica delle recensioni letterarie ma credo che sia ora di ricominciare con qualche libro che ho letto in questi giorni e, per accontentare tutti, ho qui tre libri che non potevano che essere l’uno più diverso dall’altro. Come sempre le recensioni saranno quanto più possibile senza spoiler.

The Outsider di Stephen King

Da assiduo lettore mi sentivo quasi in imbarazzo a non aver mai letto niente di uno dei più prolifici autori dell’horror americano di sempre, così, una volta caduto il mio occhio sulla copertina del nuovo romanzo di King ho deciso di comprarlo.

Allora, parto dicendo che il romanzo è buono, non potevo aspettarmi qualcosa di meno da un pilastro come della letteratura contemporanea come Stephen King, ma che sinceramente non l’ho trovato eccelso.

La trama, detta molto in sintesi e molto spoiler free, è un misto horror-giallo che narra le vicende di uomo, accusato di un crimine orribile con prove assolutamente schiaccianti, ma che al contempo ha un alibi assolutamente di ferro. Il tutto unito a leggende di esseri misteriosi e mostruosi e ad un profondo senso di mistero che accompagnerà il lettore dall’inizio alla fine del romanzo.

Tecnicamente la scrittura è ottima, i personaggi sono vari e ben caratterizzati, le descrizioni dei luoghi e delle persone sono raccontate in modo molto preciso e “visivo” sempre attraverso gli occhi di qualche altro personaggio. Il testo è poi densissimo, si susseguono velocemente moltissimi punti di vista differenti; invece che usare scene lunghe, King preferisce usare moltissime scene brevi e ricche di avvenimenti sparate con una velocità che però è quasi disorientante.

Forse questo è il principale problema, che succedono troppe cose tutte assieme. Non hai tempo di affezionarti ad un personaggio o provare quel batticuore che dovrebbe darti un horror perché sei troppo preso a correre dietro al ritmo eccessivamente incalzante del romanzo.

Non fraintendetemi non è un brutto libro assolutamente, anzi mi sento anche di consigliarlo agli amanti del genere (in particolare del giallo che è predominante, sopratutto nella prima parte, rispetto all’horror), ma diciamo che non incontra completate il mio gusto.

La forchetta, la strega e il drago di Christopher Paolini

Forse ricorderete il nome di Christopher Paolini, scrittore americano di origini italiane diventato celebre giovanissimo per aver scritto la saga fantasy di Eragon. Dopo la fine del ciclo dell’eredità però di lui non si è saputo più molto, un vero peccato considerando che era, ed è, il mio scrittore fantasy preferito, fino a pochi mesi fa quando è uscito il suo ultimo libro con l’emblematico titolo riportato sopra.

“La forchetta, la strega e il drago” è un libro ambientato sempre nel mondo di Alagaesia (ovvero quello di Eragon) e si presenta come l’unione di tre racconti che approfondiscono alcuni aspetti di alcuni personaggi del ciclo, tutti uniti da una sotto-trama comune rappresentata dal viaggio di Eragon oltre i confini del mondo conosciuto.

Come ho già detto, io amo lo stile di scrittura di Paolini, e non posso quindi fare altro che elogiarlo assieme alla fantasia e alla coerenza del suo mondo immaginario. Questo autore ha la capacità di far sentire davvero i suoi personaggi come vivi e reali e le sue ambientazioni fantastiche come concrete e a portata di mano. I tre racconti brevi, sono tre piccole opere di ottima letteratura fantasy, corte e poco impegnative ma ottime.

Unico lato negativo: il libro è un po’ scarno. Poche pagine con un carattere e un interlinea enormi che mi ricordano un po’ quando al liceo dovevo fare una ricerca e scrivevo più grande per far sembrare che avessi fatto di più. Da un autore che prima dei venticinque anni aveva pubblicato quattro libri per un totale di oltre duemila pagine mi sarei aspettato qualcosina di più per il suo grande ritorno. Comunque diciamo di prediligere la qualità alla quantità e, in questi termini, nulla da eccepire.

La gladiatrice di Vladimiro Maccari

Dato che l’autore segue questo blog spero non si risenta di questa postilla sul suo libro che più che una vera e propria recensione, che forse non sarebbe corretto fare al fianco di nomi molti più grandi della letteratura, vuole essere più che altro un insieme di considerazioni più generali e rilassate.

La gladiatrice, romanzo che per ora credo sia disponibile solo in formato e-book, è come accennato un breve (relativamente alla media del genere) romanzo storico con protagonista “Fenice”, una gladiatrice donna dell’epoca della Roma Domiziano. Il romanzo si svolge attraverso una serie di intrighi di potere e vicende personali e sentimentali con un ottima cura al dettaglio storico che ci trasporta nella violenza del mondo dei gladiatori romani d’epoca imperiale.

Il romanzo è scritto davvero bene, cosa non scontata se ricordiamo che l’autore è un indipendente autopubblicato e ho molto apprezzato la caratterizzazione dei protagonisti. Forse l’unica critica che posso muovere è un po’ di lentezza nell’ingranare verso l’inizio e la presenza di alcuni termini e riferimenti un po’ difficili per chi non conosca bene l’ambiente dell’antica Roma (cosa che comunque è aiutata dal glossario alla fine del libro). In generale è però un ottimo lavoro e ogni tanto fa piacere leggere un italiano fra tanti stranieri; inoltre se lo scrittore un giorno dovesse fare successo potrò dire di essere stato fra i primi a leggerlo.

Attentato in Nuova Zelanda, cosa c’entrano i videogiochi?

Come immagino tutti saprete, alcuni giorni fa un avvenimento tragico ha devastato la Nuova Zelanda quando il terrorista Brenton Harris Tarrant ha aperto il fuoco sulla moschea di Christchurch uccidendo 50 persone e ferendone molte altre.

Ovviamente a seguito di questo fatto sono iniziati i vari dibattiti, dibattiti sulla facilità di accedere ad armi da fuoco, alla radicalizzazione di estrema destra, sul razzismo, sulla responsabilità morale e, in ultimo, sui videogiochi e sugli youtubers.

Il manifesto

Avrei voluto riuscire a trovare il manifesto originale e leggerlo per portare qualche informazione in più, ma non sono riuscito a trovarlo, quello che sappiamo però è che il killer ha scritto 87 pagine di manifesto in cui spiegava le sue ragioni diffondendole su 8chan, un sito internet libero da censura e che per questo nel tempo ha sviluppato comunità di persone che sarebbero state bannate in ogni altro posto.

A quanto pare Tarrant voleva più di ogni altra cosa però che il suo gesto non passasse inosservato, voleva che il suo messaggio risuonasse e rimbalzasse per i media di tutto il mondo, voleva ricevere attenzione.

È probabilmente per questo che a diffuso in diretta streaming il suo attentato su Facebook gridando una frase prima di iniziare, un meme ormai famosissimo fra i giovani di tutto il mondo: “subscribe to PewDiePie”.

La battaglia di T-Series

Ora per quelli di voi che non seguono l’ambiente di YouTube è d’obbligo qualche spiegazione.

PewDiePie è uno youtuber svedese naturalizzato inglese che, da cinque anni a questa parte, è anche lo youtuber con più iscritti al mondo (ad ora ne ha quasi 90 milioni, in pratica più di una volta e mezza l’intera popolazione italiana). I suoi video sono storicamente di gaming, ovvero consistono in lui che gioca ai videogiochi e li commenta anche se negli ultimi anni ad essi si sono aggiunti video di commenti all’attualità e le meme review, ovvero recensioni di meme. Per darvi un idea delle dimensioni della fama di PewDiePie considerate che Elon Musk, il multimiliardario proprietario della Tesla e della Space-X, ha accettato di co-presentare con lui una puntata del meme review sul suo canale.

Diversi mesi fa però un canale YouTube indiano, T-series, che è sostanzialmente un aggregatore di musica di vari artisti indiani ed asiatici, è cresciuto precipitosamente in iscritti minacciando la prima posizione di PewDiePie, cosa a cui lui ha risposto con una canzone ironica “Bitch Lasagna” dando inizio ad un meme che ha catalizzato l’attenzione di molti utenti di YouTube e di altri social media per mesi.

Le accuse a PewDiePie

Vi starete quindi chiedendo cosa centra tutto questo con l’attentato in Nuova Zelanda; la risposta breve è fondamentalmente niente, però a quanto pare ogni occasione è buona per alcuni giornali ed utenti social di dimostrare che il diritto di voto universale forse non era proprio questa grande idea.

Il punto è che, come abbiamo detto, l’attentatore ha voluto massimizzare l’impatto mediatico di quello che faceva. È per questo che ha citato il meme di “subscribe to PewDiePie”, per cercare di raccogliere l’attenzione di quei 90 milioni d’iscritti dello youtuber svedese.

Ciò è saltato ulteriormente all’occhio in quanto nel suo passato PewDiePie ha subito accuse di razzismo e di vicinanza all’alt right, conseguentemente ad aver avuto ospite Ben Shapiro, un commentatore politico di destra come ospite nel suo canale e ad alcune battute di black humor. Inoltre diversi dei suoi video come abbiamo già detto sono di videogiochi, molti dei quali sono sparatutto violenti e per questo la gente è insorta contro di lui su twitter, accusandolo di responsabilità morale della strage.

La ricerca dea via semplice

Ora, non voglio perdere nemmeno tanto tempo sottolineando quanto queste accuse siano ridicole ed infondate, considerare quello che è sostanzialmente un comico (che per inciso ha raccolto milioni in beneficenza nel corso degli anni) come responsabile delle azioni di un fanatico è offensivo sia per lui tanto per le vittime stesse, ma volevo soffermarmi un attimo su questa tempesta mediatica.

Cioè davvero siamo arrivati al punto di accusare i videogiochi violenti e gli youtuber per le azioni di un violento esaltato? Credo che cose del genere siano il sintomo di una società che è talmente incapace di analizzare una questione complessa che semplicemente se ne frega e punta il dito contro la prima cosa che vede.

Un uomo, dopo aver scritto un manifesto di 87 pagine, dopo aver passato mesi a progettare un attacco, dopo aver discusso su forum su internet della sua ideologia malata commette un atto orribile, quante considerazioni potremmo fare su questo?

Potremmo parlare della depressione che avanza nella società che porta alla radicalizzazione di gruppi di uomini, del modo in cui il mondo occidentale e quello musulmano stanno reciprocamente cercando di adattarsi l’uno alla presenza dell’altro e degli effetti che questo fenomeno, ormai inevitabile, sta avendo sulla popolazione. Però non lo facciamo giusto?

No, le persone devono politicizzare e scandalizzare anche questa tragedia, creando ulteriore divisione, creando ulteriori danni oltre a quelli già creati dall’attentato stesso. Il motivo per cui lo fanno è ovvio, perché è la strada facile, è più facile puntare il dito alla prima cosa che ci si para davanti, i videogiochi in cui si spara, il divo di internet reo di aver ospitato un politico sul suo canale una sola volta oltre un anno fa. Soffermarsi a ragionare è difficile, pensare è difficile, ma accusare la prima cosa che ti si para davanti è facile.

È la cosa più assurda è che in tutto questo si sta facendo il gioco dell’attentatore, il suo obbiettivo: dividere, creare caos e devastazione non solo non viene opposto ma viene sospinto, complimenti.

Legittima difesa: come l’era in cui tutto è spettacolo distrugge la politica

Guardate mai un programma televisivo o comunque un video provando un leggero senso di disgusto? Magari non tanto per le opinioni espresse le quali possono essere più o meno condivisibili, ma per i modi: tutti urlano, s’insultano a vicenda sbraitano come scimmie in un degrado del dibattito e dell’informazione che ormai è diventato tanto profondo, tanto connaturato nell’ambiente in cui viviamo che a malapena ce ne rendiamo conto.

Da quando la televisione è entrata nelle vite di ciascuno infatti, e poi da quando è entrato internet, possiamo dire che in un certo senso sia iniziata una nuova era della società occidentale, l’era della spettacolarizzazione, l’era in cui tutto deve fare audience, scandalo, divertimento.

Il ruolo dei media

Hanno sempre influito sull’opinione pubblica, anche ai tempi dei giornali e, da quando la democrazia a suffragio universale ha reso l’opinione pubblica sinonimo di governo, hanno influito enormemente su ogni aspetto della vita pubblica.

Allo stesso tempo però in epoca dei giornali c’erano dei meccanismi che evitavano che tutto cadesse nello spettacolo fine a sé stesso, che l’informazione degenerasse. Ad esempio c’era il fatto che le persone fossero in genere abbonate ai giornali, il giornale ti veniva consegnato a casa (o al bar dove lo leggevi) e i giornalisti non avevano quindi bisogno di titoli clickbait e sensazionalistici per attrarre le persone (o al più lo si metteva come titolo di copertina).

Con l’era d’internet però questo è morto, i singoli articoli si diffondono nel web seguendo i fili dorati dei complicati algoritmi dei social network che in genere premiano le interazioni, ovvero quanti cliccano l’articolo, quanti commentano, quanti condividono e ciò porta a premiare quegli articoli che non generano informazione, ma bensì emozione, che essa sia pietà o indignazione poco importa, basta che si diffonda.

E poi l’avvento della televisione, così descritta dallo scrittore Neil Gailman nel suo romanzo “American Gods”: sono la scatola scema. Sono la Tv. Sono l’occhio che tutto vede e il mondo del tubo catodico. Sono la grande sorella. Sono il tempietto intorno a cui si riunisce la famiglia per pregare.

La televisione ha radicalmente cambiato il modo in cui percepiamo e recepiamo l’informazione per il semplice fatto che, una persona seduta ad ascoltare due politici che parlano per mezz’ora di complicati e tecnici argomenti di economia e geopolitica si annoia, cambia canale. Ma una persona che è seduta a guardare due politici sbraitarsi contro l’un l’altro lanciandosi i peggio e più fantasiosi epiteti invece sarà divertita, sarà eccitata e, se il programma è proprio buono, sarà coinvolta. Si sentirà quindi partecipe di uno o dell’altro politico, sentirà ogni insulto come un attacco personale, ogni osservazione o argomentazione come una sfida.

Ciò sui Social Network raggiunge la massima potenza. Ogni piccolo evento è campagna elettorale, è uno spettacolo per smuovere la pancia delle folle, cosa che viene fatta sia a destra che a sinistra ma che sia la destra che la sinistra accusano l’altro di fare.

E così l’opinione diventa sempre più polarizzata come se la politica fossero gli spalti di una partita di calcio in cui si fa il tifo per questo o per quello, senza fermarsi a pensare di volta in volta al senso, alla fattibilità e al realismo delle proposte, senza arrivare, magari attraverso la discussione a comprendere il punto di vista dell’altro ma cercando di annientarlo e sommergerlo con un fiume di post, sagaci battute e insulti.

Legittima difesa

Vi faccio un esempio pratico di quello che intendo: la legge sulla legittima difesa appena passata in parlamento e in attesa dell’approvazione in senato, sapete cosa cambierà con quella legge? Più o a meno nulla, a parte il fatto che ad un imputato che a processo sia riconosciuto di aver agito per difesa è garantito il patrocinio di stato (ovvero il non dover pagare le spese legali) e ad un leggero aumento di pena per alcuni reati.

Per intenderci la vecchia legge è stata modificata aggiungendo il particolare che la difesa sia “sempre legittima”: cosa che di fatto però era sottintesa nella vecchie legge, nonché nel concetto stesso di “difesa”. Se però qualcuno ti da uno spintone e tu gli tiri venti coltellate alla schiena, questa semplicemente non è più difesa, non lo era prima e non lo è adesso. La zona di confine fra difesa e offesa è ovviamente poi un po’ vaga e il compito di tirare una linea spetta ai singoli tribunali (questo è il ruolo del potere giuridico) e fondamentalmente continuerà a farlo, ora come allora.

Quando un ladro entra in casa di qualcuno adesso, e quel qualcuno gli spara, poi quel qualcuno finisce sotto indagine, magari anche sotto processo, e i media utilizzano questa cosa per fare i loro titolini clickbait in modo da infiammare l’opinione pubblica; quello che nessuno scrive però, e non lo scrive perché fa meno notizia, è che alla fine raramente la persona viene condannata e che, di fatto, le indagini dovessero essere fatte come sempre lo devono essere quando ci scappa un morto.

Il punto è che ora, con la nuova legge, non cambierà sostanzialmente niente. Le persone continueranno ad essere indagate se uccidono qualcuno anche in casa propria e le indagini e il giudice decideranno se l’omicidio sia stato o meno per legittima difesa.

Allora perché tutto questo casino? Perché c’è il circo mediatico.

I giornali infiammano l’opinione pubblica e la polarizzano e i politici cavalcano queste onde. Da un lato Salvini e la Lega che creano una legge sostanzialmente inutile per risolvere un problema che non c’era e che comunque che se c’era in una qualche proporzione ora non è stato risolto, dall’altro la frammentata sinistra italiana che se possibile fa qualcosa di perfino più inutile che promulgare una legge inutile, ovvero gli fa ostruzionismo, si fa pubblicità con allarmismi infondati sull’Italia che diventa un Far West iper-militarizzato nonostante, di nuovo, non sia cambiato quasi niente rispetto a prima.

Tutta questa battaglia quindi, sia a livello prettamente politico sia a livello sociale, è solo fumo negli occhi, ma un fumo sentitissimo da tutti. Introducete l’argomento coi vostri amici e vedrete che ne uscirà sempre una discussione infiammata e probabilmente la gente inizierà a citare di questo e quel caso in cui tizio è stato indagato dopo aver sparato al ladro, l’altro di come statisticamente avere un’arma in casa sia più pericoloso di non averla etcetera etcetera; un sacco di discussioni che gireranno attorno all’argomento senza però approfondirlo perché la verità è che nel profondo la questione non esiste, è solo uno spettacolo di superficie per muovere le masse.

E così via via l’opinione si fa più polarizzata, il cittadino si sente sempre di più un soldato in trincea contro il mostro di quel partito avversario e tutti sono più tesi, più arrabbiati, più infervorati sul nulla, tutto perché un qualche giornalista doveva campare estremizzando, spettacolarizzando e stravolgendo una notizia di cronaca, siamo messi bene.


Quel particolare rapporto fra droghe ed artisti

Gli scrittori maledetti e il loro assenzio, Conan Doyle che andava di cocaina, i pittori bohémien e l’hashish, i Beatles e l’LSD e Baudelair e più o meno ogni sostanza che circolasse per le vie di Parigi. L’arte e la droga, che ci piaccia sentirlo oppure no, che ci piaccia ammetterlo o pure no, hanno sempre avuto un rapporto stretto e particolare, ma perché succede questo?

Un po’ di storia sulle droghe

Allora partiamo da questo e cerchiamo di definire meglio cosa s’intende per droga. Innanzitutto bisogna considerare che il concetto di stupefacente è abbastanza vago, da un punto di vista scientifico anche nicotina, cacao, alcol etilico, caffeina, teina e perfino l’incenso sono tutte droghe, quindi non si parla solo di quelle illegali, l’alcol ad esempio ha accompagnato una marea di scrittori dall’alba dei tempi.

Nonostante nella società moderna siano in gran parte demonizzati (per motivi negli intenti nobili, si vuole giustamente scoraggiare i giovani dal consumo) gli stupefacenti hanno da sempre fatto parte della cultura umana, dei rituali, delle religioni e delle cerimonie sociali. Il vino aveva ad esempio un ruolo assolutamente importante nelle culture greca e romana, ruolo sociale e socializzante che si è mantenuto fino ai giorni nostri, la cannabis è un elemento ricorrente nella religione induista e le popolazioni germaniche erano note per compiere rituali o addirittura combattere sotto gli effetti psicoattivi del fungo Amanita Muscaria (quello rosso coi pallini bianchi che vostra nonna vi diceva di non toccare nei boschi).

E possiamo continuare: sempre il vino si è ricavato un posticino speciale nella religione cristiana, così come il fumo d’incenso nelle funzioni (è un leggerissimo rilassante), il papavero da oppio in Italia veniva usato come antico antidolorifico mentre dall’altra parte del mondo gli indiani d’America fumavano tabacco e mangiavano peyote nei loro rituali sciamanici.

Perché questo rapporto così stretto con l’arte?

A questo punto torniamo quindi alla domanda iniziale, perché questo rapporto così particolare con l’arte? Cosa differenzia un Van Gogh che fuma hashish e crea la “notte stellata” e un sedicenne che dopo aver fumato riesce solo a finire un kebab? Cosa differenzia Conan Doyle che assume cocaina (abitudine che si rifletterà nel suo Sherlock Holmes) e crea uno dei personaggi letterari più di successo della storia e Lapo Elkann che finisce a fingere un rapimento da parte di un transessuale a New York per spillare soldi alla famiglia?

Per rispondere a questa domanda credo sia utile chiederci chi sia effettivamente l’artista. L’artista è fondamentalmente qualcuno che riesce a prendere cose già esistenti, già reali e tangibili e riformularle in una chiave nuova e diversa, l’artista è una persona che da vita ad un sogno o una visione con la sua sensibilità ed abilità.

Il punto è che per fare ciò a volte può essergli utile uscire da quei binari su cui la mente viaggia di solito. La mente infatti in genere ragiona in un modo, vede le cose in un modo e tende, imperterrita a continuare sulla sua propria strada. Farla uscire può quindi permettere di vedere le cose “da fuori” di permettere una visione che, nello stordimento, sia per assurdo potenzialmente più profonda della realtà vera.

Ciò ovviamente non significa che la droga crei l’artista, è il discorso di prima su Lapo Elkann, se non avete talento per la scrittura potete assumere tutto quello che volete ma non uscirà un nuovo Sherlok Holmes; se non avete talento per la pittura, potete fumare tutta l’erba di questo mondo ma non verrà fuori né un Van Gogh né un Picasso, statene certi.

Questo perché non esiste sostanza a questo mondo che possa donare la sensibilità o la “forma mentis” artistica, tutto quello che le droghe fanno, come già detto, è donare una nuova prospettiva da cui guardare ma la capacità di vedere deve già esserci nella persona altrimenti, e scusate il gioco di parole, è solo fumo negli occhi.

Perdonate l’assenza

Ehilà, ciao a tutti.

Allora ultimamente avrete notato che sono un po’ sparito dal sito e in effetti è stato così, la sessione d’esami quest’anno ha picchiato duro e in fondo è giusto dare priorità allo studio e non ho quindi avuto tempo di scrivere, leggere, o quant’altro.

Da domani però ricomincio a pubblicare, quindi… ci si vede.