Qual è il destino della società?

Le società nascono, crescono, a volte si riproducono generando e perpetuando la propria cultura e, alla fine muoiono. Nell’arco dei secoli si evolvono poi, modificano sé stesse adattandosi alla mutabilità delle condizioni. Sotto molti aspetti, la società umana può essere vista sostanzialmente come un essere vivente a se stante o, per lo meno, ci assomiglia.

Le domande a cui vorrei rispondere oggi quindi, se avrete voglia di accompagnarmi in questa piccola elucubrazione mentale, sono se la società possa essere vista come un essere vivente, una sorta di animale collettivo, e se, in questo caso, possiamo riuscire a prevederne il futuro.

Cos’è un essere vivente?

Per capire se la società possa essere considerata tale bisogna quindi prima definire cosa sia un essere vivente. Direi che una buona definizione potrebbe essere: “è un organismo derivante dall’espressione di una programmazione mirata a protrarre sé stessa” dove la programmazione è, negli esseri biologici generalmente rappresentata dal codice genetico.

Nell’animale collettivo però questo codice potrebbe semplicemente essere diverso. Prendete per esempio le idee, i rituali, le religioni e le morali dei popoli, tutte queste cose non sono codificate geneticamente, ma sono comunque un informazione, informazione che è codificata mentalmente all’interno delle menti dell’individuo.

Se voi raccogliete poi tutta quest’informazione presente nei vari individui di una stessa società noterete probabilmente una coerenza di fondo, delle tendenze più o a meno marcate attorno alla quale queste norme sociali si aggregano. Prendendo ad esempio la sola morale, è ovvio che essa sia qualcosa di fortemente personale, ma se ci pensate in fondo più o a meno tutta la cultura occidentale e gli individui facenti parte condividono dei parametri simili. Ad esempio alcune persone saranno a favore o contro la pena di morte, qualcuno può essere a favore o contro all’uccisione per legittima difesa e può venire discusso quali sono i limiti di questo, ma queste sono in fondo differenze minime rispetto alla coerenza di fondo ovvero che tutti, o quasi, concorderanno che l’omicidio è un atto in sé immorale.

Allo stesso modo ad esempio vi è la pedofilia. Ogni nazione ha le proprie leggi che determinano l’età del consenso (ovvero l’età alla quale un ragazzo o ragazza può ufficialmente dare consenso valido ad un rapporto sessuale) e oltre alle leggi ogni persona ha le proprie personali opinioni secondo le quali giudicherà la moralità di un rapporto sulla base della differenza d’età dei praticanti. Nonostante queste differenze però, che vanno generalmente da un età di quattordici e diciotto anni e sono quindi in realtà minime, la società occidentale condivide un metro morale comune che considera la pedofilia immorale.

A questo punto potremmo definire quindi di fatto come se la società fosse un essere vivente definito da un programma che non è genetico, ma mentale, rappresentando quella coerenza comportamentale interna ad ogni popolo. Questo essere vivente ha tutte le caratteristiche di quelli biologici, nasce, si sviluppa, cerca di espandersi se possibile colonizzando altre menti, è soggetto alla selezione naturale in quanto i sistemi sociali fallimentari collassano in fretta (prendete ad esempio il comunismo sovietico) lasciando posto a quelli più efficienti, si riproduce (pensate come le norme sociali moderne siano figlie della cultura scientifica e da quella cristiana di origini medievali, la quale a sua volta è figlia di quella greco-romana ed ebraica), e alla fine muore nell’atto che in genere viene chiamato “rivoluzione” lasciando il suo posto a qualcosa di nuovo.

L’animale collettivo nella società di tecnologica

Avendo definito la società come essere vivente sarebbe interessante provare a capirne e ad osservarne i comportamenti per cercare di prevederne il futuro.

Anticamente le società umane sono sempre state in prevalenze rurale e, quindi, a bassa densità di popolazione. L’evoluzione della tecnologia ha però posto le basi per un diverso ordinamento della società, basato su agglomerati urbani di dimensioni enormemente superiori a quelle antiche e con densità di popolazione enormemente superiore.

Ciò ha richiesto all’uomo moderno una discreta dose di adattamento per inserirsi nella società da lui stesso creata (ne parlavo anche in questo articolo) e come prezzo per il benessere fisico, ha generalmente sacrificato quello psicologico.

Il punto è che un uomo del medioevo difficilmente viveva una vita che oggi potremmo definire bella. Era una vita caratterizzata da lavoro duro, nessun agio, lo spettro continuo di violenza, guerra e malattia, eppure non cadeva in depressione quanto l’uomo moderno, eppure non sviluppava i disordini di personalità dell’uomo moderno. Questo credo fondamentalmente perché l’uomo moderno è sottoposto continuamente ad una fonte incredibile di stress per essere un buon individuo sociale.

Il nostro metro morale odierno è estremamente esigente se ci pensate: parole che non si possono dire, emozioni che non si possono provare, istinti che non si possono avere; è forse sotto certi aspetti più esigente di quello di diverse teocrazie del passato ed è un metro che si rende necessario a sopportare la densità della popolazione. È infatti risaputo che troppe persone chiuse in poco spazio svilupperanno violenza e insofferenza reciproca, per mantenerle a loro posto quindi è necessaria una fortissima morale che indirizzi il comportamento reciproco di ognuno, la pressione di sottoporsi a questa morale genera però stress che genera infelicità.

Allo stesso tempo è richiesto un numero sempre maggiore di nicchie sociali in modo da scaricare e dare un ruolo alle persone nella macchina sociale. Per fare ciò è necessario che le persone siano sempre in uno stato di desiderio, lo stesso stato in cui si trovava un uomo primitivo rispetto al cibo l’uomo moderno che di cibo ne ha fin troppo lo deve scaricare su prodotti secondari e voluttuari, per generare ciò il marketing bombarda l’uomo moderno di pubblicità per fargli desiderare il prodotto, in questo modo l’uomo comprerà facendo funzionare l’economia e nutrendo così l’animale sociale. Il prezzo di ciò è però di nuovo lo stress, l’insoddisfazione e quindi l’infelicità.

Ciò inoltre va a generare una lunga serie di co-dipendenze all’interno della società. Se un tempo l’essere umano era semi-autonomo, ora ogni più piccolo compito è diventato così specialistico da richiedere qualcuno di specifico e ogni persone diventa così dipendente dalle altre, dando così forza all’animale sociale a scapito però dell’individuo che non si sente realizzato e non si sente libero. Se infatti è vero che all’apparenza l’uomo moderno goda, rispetto a quello antico, di una libertà estremamente alta in moltissime nicchie come quella sessuale, di espressione e parola, è anche vero che nella pratica i dati (qui un articolo del corriere che tratta l’argomento) ci dicono che le generazioni più giovani fanno ad esempio meno sesso di quelle precedenti e, nonostante gli sia garantita la libertà di parola, la loro voce è persa nel fiume dilagante dell’informazione di massa. La società quindi, spegne tutte le luci e poi dà a tutti la libertà di guardare ciò che vogliono.

Anche l’appariscenza e il bisogno di essa è ad esempio una dipendenza. La necessità imperante di postare ogni cosa sui social e di dare su essi un’immagine migliorata di noi stessi deriva fondamentalmente dal tentativo di sopprimere una serie di fobie sociali che la società dei social stessi ha creato, generando un circolo vizioso di dipendenza da essi.

Se dovessi quindi, basandomi su queste osservazioni cercare di fare una previsione sul futuro della società direi che non è troppo difficile prevederlo. L’animale sociale avrà sempre più bisogno, per essere coeso, di sopprimere le differenze fra le persone a favore della coesione comune, avrà sempre più bisogno quindi, di sopprimere la libertà della persone (attraverso un processo che, come abbiamo visto col sesso, non sarà coercitivo, ma più un blando indirizzamento).

L’unica domanda interessante da chiedersi a questo punto è se quindi questo processo si rivelerà efficiente oppure no, se, alla fine, la società tecnologica riuscirà nel suo intento è anche possibile che sul lungo termine riesca anche a sopprimere quelle emozioni d’infelicità che attanagliano l’uomo moderno che ne fa parte. L’alternativa è ovviamente che collassi, che muoia lasciando posto a qualcos’altro.

Come un certo tipo d’istruzione allontana i giovani dalla letteratura

La cultura è la più grande eredità del popolo italiano. Sotto molto punti di vista: pittura, scultura, scrittura e poesia, musica; l’Italia ha un passato assolutamente glorioso ben riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo… in tutto il mondo tranne che però, a volte pare, proprio in Italia, almeno a sentire quello che i media dicono in continuazione.

È una cosa in realtà spesso molto tipica il dare per scontato ciò che si ha, e a dire la verità probabilmente non è un problema solo italiano; lo consideriamo tale solo perché ovviamente ne abbiamo una percezione più diretta. Nonostante ciò sta di fatto che il popolo italiano non è certo pieno di lettori e che i lettori e che i lettori che ci sono abbiano gusti che per carità sono gusti e sui cui quindi non discuto, ma i libri di Totti e di Favij sono fra i bestseller, sul serio?

Cercando una risposta al perché di questo fenomeno, che di certo ha molteplici cause che non comprendo e nessuno comprende a pieno, mi sono però dato una risposta su uno dei possibili problemi. Ovvero il modo in cui viene affrontata l’istruzione di queste materie.

L’arte non è matematica

Sembra superfluo dirlo ma nella mia esperienza scolastica, sembra che, pur con tutte le migliori intenzioni, alcuni professori o forse il ministero dell’istruzione che decide i programmi, questo non lo capisca. La letteratura ad esempio viene trattata generalmente come qualcosa di meccanico: testo, lettura, parafrasi, riassunto, commento (non il proprio commento o la propria opinione, ma l’interpretazione data da qualcun altro che andrà quindi imparata a memoria).

E questo è davvero un problema per il semplice fatto che gli leva il senso. Se io voglio essere informato, non leggo un romanzo o una poesia, io leggo un trattato. La forza dell’arte in ogni sua forma sta soprattutto nella sua ambiguità, nella sua interpretabilità. Indubbiamente alcune interpretazioni magari saranno più corrette di altre, più vicine a ciò che l’autore voleva esprimere ma questo è davvero così importante? Se a me quel pezzo d’arte comunica questo perché per me è questo, forse proprio questa interpretazione mi porterà a riflettere, forse proprio ciò mi porterà a conoscere meglio me stesso, perché mi farà capire cosa voglio o cerco di vedere nelle cose.

Leggere un buon libro secondo me è un po’ come guardare una nuvola; non è tanto la forma che conta ma ciò che tu ci vedi in quella forma, perché è ciò che tu vedi che ti insegna qualcosa su te stesso. È un po’ come le macchie di Rorschach, quelle macchie d’inchiostro che si usano per i test psicologici, non importa quello che la macchia raffigura, ma il modo in cui viene interpretata. Studiare un pezzo d’arte partendo dalla sua interpretazione è un po’ come qualcuno che ti indica una nuvola e ti dice: “ecco quello è un cavallo, se ci vedi qualcos’altro, stai sbagliando”.

La differenza fra spiegare e interpretare

Questa è una cosa forse un po’ sottile ma credo sia importante. Se, ad esempio, la classe d’inglese prende mano a “1984” di Orwell, ha molto senso contestualizzare il libro. Ha senso ad esempio contestualizzarlo nell’ambito del dopoguerra e nel post rivoluzioni comuniste e socialiste in Russia e nel clima di paura che generavano.

Allo stesso tempo se leggo, “Dei sepolcri” di Ugo Foscolo, può avere senso contestualizzarlo nell’ambito delle rivoluzioni francesi e via dicendo.

Questo è utile perché il contesto in cui a volte sono scritti i libri cambia nello spazio e nel tempo. Il mondo in cui viviamo noi non è l’Inghilterra in cui viveva Orwell né tantomeno l’Italia di Foscolo.

La spiegazione serve quindi a fornire i mezzi all’osservatore per interpretare in modo migliore possibile. Questo però è diverso dal fornire un interpretazione e dire: “questa è, fattela piacere”.

Riconoscere i propri limiti

C’è una piccola parte nazionalista dentro di me che si sta rivoltando e provando un dolore fisico mentre scrivo queste parole ma io credo fermamente che il primo passo per risolvere un problema sia ammettere che quel problema esiste. Il problema in questione è che, qualitativamente, la letteratura moderna italiana non è al livello di quella anglosassone.

Spiace anche a me dirlo ma è vero, nonostante la presenza di singoli autori di bravura eccezionale, di Pirandello o di Leopardi (che è un po’ più vecchio ma lo lascio lo stesso) ad esempio ho parlato anche nella rubrica delle recensioni letterarie. Se prendiamo in generale la letteratura italiana degli ultimi 150 anni e la confrontiamo con quella inglese-americana purtroppo non regge il confronto se togliamo alcuni generi come il giallo e il romantico in cui andiamo forte.

D’altronde però non ci si può aspettare di essere sempre e costantemente i migliori in tutto, quello che è importante è avere l’umiltà d’imparare dai migliori. Per secoli, i popoli d’Europa e America hanno studiato l’arte classica italiana e alcuni scrittori famosissimi inglesi si sono ispirati a nostri compatrioti (Chaucer si ispirò a Boccaccio ad esempio, Milton a Giovan Battista Andreini). Allora perché noi non possiamo avere l’umiltà d’insegnare anche un po’ di più autori esteri, magari tentando così di formare gli autori di domani?

“I promessi sposi” ad esempio è un buon libro, un ottimo romanzo storico, ma davanti a “I pilastri della terra” di Ken Follet non regge il confronto. Il punto è che forzare gli studenti a leggere testi che, hanno sì uno straordinario significato storico e culturale come “I promessi sposi” ma che al contempo (ovviamente mi riferisco anche ad un mio gusto personale) sono carenti dal punto di vista “artistico” li allontanerà dal leggere.

Al contrario io credo, e lo credo perché davvero non riesco ad immaginare altro, che una persona che legge ad esempio “Dune” di Frank Herbert, “Il mondo nuovo di Huxley”, o “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche (trovi le recensioni di questi nella Libreria) poi smetta di leggere perché fidatevi, sono libri che dopo averli letti non torni più indietro.


Detto questo, spero di non essermi inimicato troppo tutti i cultori della letteratura italiana che bazzicano i blog vari su WordPress, dopotutto il fatto che la letteratura inglese dell’ultimo secolo abbia superato quella italiana non vuol dire che anche quella del prossimo secolo lo farà, il futuro, in fondo, non è ancora stato scritto.

Romanzi filosofici, fra Vita di Pi e Shantaram

Il romanzo, come già detto in altri articoli di questa rubrica, è spesso un mezzo straordinario per comunicare pensieri profondi e per farli arrivare al pubblico in una forma che ad esso sia gradita. Il pensiero dell’autore in questi romanzi, non viene quindi buttato in faccia al lettore, ma filtra attraverso le parole, attraverso i simboli e i personaggi in modo da arrivare ma di non stancare, di colpire ma senza cadere nella noia e nella banalità.

I romanzi di cui parliamo oggi sono quindi due: Vita di Pi di Yann Martel e Shantaram di Gragory David Roberts, entrambi tra l’altro, legati in qualche modo a quel paese che negli ultimi anni sta catalizzando le attenzioni e la fantasia di molti scrittori, ovvero l’India.

Lo strano caso di Piscine Patel

Non a caso uso la parola “strano” in riferimento a questo primo titolo, è un termine assolutamente calzante dopotutto perché sarà la prima cosa che penserete leggendolo. Da ogni punto di vista, la trama, i personaggi, perfino lo stile in cui sono stati gestiti i capitoli, i flashback e la formattazione, tutto nel romanzo è decisamente strano, in senso buono, ma comunque strano.

La trama è abbastanza semplice da riassumere ma è quasi impossibile riassumerla in modo da renderle giustizia, il romanzo già di per sé breve è infatti densissimo di avvenimenti e di simboli. Ad ogni modo la storia parla di un ragazzo, Piscine “Pi” Patel che, dopo essere naufragato assieme alla nave su cui si trovava, nave che trasferiva gli animali di uno zoo dall’India agli Stati Uniti, riesce a sopravvivere rifugiandosi su una scialuppa sulla quale, con sua sorpresa, si rifugia anche la grande tigre delle zoo, Richard Parker.

L’intero libro si sviluppa attraverso una lotta di sopravvivenza di Pi contro le avversità e contro la tigre con la quale però instaurerà nel tempo un rapporto di strano rispetto. Il tutto unito da una narrazione molto onirica ed emotiva che si amalgama alle riflessioni religiose del personaggio.

Il rapporto di Pi con la religione apparirà fin dall’inizio come qualcosa di particolare e a tratti un po’ confuso riflettendo forse la confusione di Pi stesso e di molti altri a proposito di questi grandi temi. Questo rapportò apparirà all’interno del libro, nelle domande che Pi si porrà per decidere se uccidere o no la Tigre, se eliminare o no un possibile pericolo uccidendo però un essere vivente che non lo aveva toccato.

Ora non voglio spoilerare troppo quindi mi limito a dire che libro è davvero bello, molto scorrevole e nemmeno troppo impegnativo data la sua brevità. È ottimo sia da leggere quando si ha un po’ di tempo libero sia, potenzialmente, da regalare. In caso qualcuno lo voglia acquistare, vi lascio qui di seguito il relativo link di Amazon: Vita di Pi

L’autobiografia di Shantaram

Shantaram è un romanzo autobiografico (anche se a mia opinione almeno un po’ esagerato o modificato, gli avvenimenti sono troppi e troppo straordinari per farmi credere che sia tutto vero) scritto dall’autore australiano Gregory Roberts.

Ex attivista studentesco, Gregory finisce da giovane nel giro della droga e delle rapine, venendo catturato e sbattuto in una prigione australiana. Riuscito ad evadere, ottiene un passaporto falso e fugge in India, per la precisione a Bombay, dove rimarrà per i seguenti anni.

La storia di Shantaram è un libro disilluso e schietto, una nuda rappresentazione del mondo di un uomo che, dopo aver perso tutto, ritrova sé stesso e gli altri un po’ alla volta. È il racconto di una cultura e del confronto fra culture, è il racconto di un uomo che va a vivere fra i disperati della terra e ne viene accolto e amato e che poi, ammagliato da uno straordinario filosofo, diventa un mafioso discretamente potente.

Shantaram è la storia di una fuga di un uomo dal suo passato e dalla sua vergogna, un uomo che cercherà pian piano di redimere sé stesso. Durante il lungo libro, circa un migliaio di pagine, verrà a contatto con diversi personaggi, da altri fuggitivi occidentali come lui, ai poveri dello slum, le baraccopoli di Bombay, agli abitanti dei villaggi di contadini, ai boss mafiosi come Kaderbhai, l’oratore e filosofo che tiene in pugno Bombay grazie alla retorica e all’amore che riesce ad infondere nelle persone.

Il libro è raccontato tutto in prima persona, come ci si aspetta da un’autobiografia. È molto lungo e molto carico di avvenimenti e richiede un po’ d’impegno per essere seguito correttamente. È un bel libro, ricco di spunti di riflessione che, anche se non condivisi, sono sempre utili per chiunque, forse solo appena un po’ lento in alcuni punti, questa è l’unica critica che posso fargli.

In caso foste interessati al libro, come sempre, vi metto qui il link di amazon dove acquistarlo. Shantaram


Per altre recensioni letterarie o per i miei racconti, passa dalla Libreria

Alcuni consigli pratici per formattare un romanzo in Word

Allora, articolo informativo che scrivo nella speranza di evitare a qualcuno il casino che ho fatto io cercando per la prima volta di editare il mio primo romanzo. Il processo di editing, soprattutto con Word, è qualcosa di relativamente semplice e alla portata di tutti, ma chi non vi sia mai approcciato infatti potrebbe ritrovarsi un po’ perso, quindi ecco qui.

  • Ricorda che l’editing dipende dalla lunghezza del libro. Se il libro è di 60.000 parole infatti, non avrebbe molto senso usare una gabbia grande 15×22 cm perché il risultato sarebbe un libro estremamente sottile di centocinquanta pagine ma alto e largo, non proprio il massimo a vedersi, ugualmente non sarebbe piacevole vedere un libro con una gabbia piccolina però di settecento pagine.
  • La gabbia; in word la puoi indicare nella sezione layout aprendo la sezione “margini personalizzati” e “imposta pagina”, oppure andando direttamente su file e “imposta pagina”.
  • I margini esterni (ovvero quello alta, basso, destro e sinistro) ricorda di lasciare 7-8 mm al meno dal bordo delle pagine, in particolare, se vuoi inserire un’intestazione (ad esempio il titolo del capitolo sopra la pagine) e/o un piè di pagina (ad esempio vuoi inserire i numeri di pagina), ti conviene lasciare un po’ di più se no i programmi automatici di piattaforme di publishing come quello di Amazon potrebbero tagliarlo.
  • Il margine interno (ovvero quello che si trova all’incollatura di ogni pagina, si trova a destra per le pagine sinistra e a sinistra per quelle destre) invece è un po’ più complicato. Innanzitutto ricorda d’impostare le pagine in modo simmetrico o in formato libro se la tua versione di word lo possiede, per il resto la dimensione ottimale del margine interno dipende dal numero delle pagine; ad esempio Amazon chiede 12,7 mm fra le 151 e le 300 pagine, 15,9mm fra le 301 e le 500, 19,1mm fra le 501 e le 700. Se sei in fase di stesura e non sai ancora quanto lungo uscirà il tuo libro, ma vuoi comunque avere un idea di come si presenterà, potresti mettere un margine medio sui 15mm ricordandoti di correggerlo in seguito (Trovi tutti i margini nella sezione inserisci).
  • Che li metti sopra la pagina (intestazione) o sotto (piè di pagina) devi mettere i numeri di pagina, possibilmente, dispari a destra e pari a sinistra (trovi entrambi nella sezione “inserisci”).
  • Imposta l’allineamento giustificato (sezione “home”) e la sillabazione (il taglio delle parole troppo lunghe con il trattino, per far andare le ultime sillabe alla riga successiva, sezione “layout”). Attenzione che se imposti la sillabazione automatica il programma potrebbe farti uscire cinque, sei, sette righe di fila tutte tagliate con la sillabazione, cosa esteticamente non proprio bellissima. Imposta quindi un limite massimo di righe di fila che possono essere sillabate (indicativamente due o tre) e ricontrolla il testo manualmente per verificare che non ci siano righe ove la giustificazione abbia lasciato troppo spazio bianco. (li trovi
  • Inserisci le interruzioni di pagina alla fine di ogni capitolo (sezione home). Questo è molto importante da fare anche in fase di stesura in quanto se cambi pagina semplicemente inserendo spazi con “invio”, ad ogni taglio o aggiunta rischi di far saltare la formattazione di tutti i capitoli successivi.
  • Inserisci le pagine bianche ove necessario per rendere il tuo libro esteticamente migliore (ad esempio potresti volerne lasciare qualcuna all’inizio in modo da far iniziare il primo capitolo del tuo libro sulla pagina di sinistra).
  • Gioca coi caratteri ma non troppo. Scegli un carattere facilmente leggibile e comune per il corpo del testo (anche Helvetica va bene) e se vuoi gioca un po’ con le intestazioni, con l’introduzione, i ringraziamenti o altri elementi.
  • Se il tuo stile comprende parti in corsivo (alcuni autori ad esempio lo usano per i pensieri al posto di metterli fra virgolette alte), usa un carattere dove il corsivo si riconosca facilmente e sia piacevole (in “Lucida sans tipewriter” ad esempio il corsivo sembra grassetto ed è orribile).
  • Imposta l’interlinea singola che è abbastanza larga da essere facilmente leggibile ma non troppo larga (sezione home).
  • Invece di usare semplicemente un carattere più grande, imposta i titoli con la funzione “imposta titolo” che trovi nella sezione “home”, in questo modo potrai anche ad esempio inserire il titolo del capitolo nella parte alta della pagina (intestazione).
  • Se vuoi pubblicare il tuo libro usando una piattaforma di self-publishing come quella di Amazon o Lulu, ricorda che i loro programmi saranno impostati sul formato PDF e che quindi, se carichi il romanzo direttamente da word potrebbe farti saltare la formattazione. Per sicurezza ti consiglio quindi a fine formattazione di esportarlo in PDF selezionando l’opzione “formato stampa”, in questo modo potrai verificare che la formattazione si sia mantenuta nel passaggio e non avrai sorprese.

Cosa sono le mistery box e perché sono un problema.

Credo che la cosa di cui sono più grato per aver imparato e di saper parlare inglese ad un buon livello è che questo mi ha permesso di restare in contatto con una community che, in genere, usa questa lingua, ovvero quella della cultura di internet (di cui parlerò in un prossimo articolo.)

E chi è il capo di questa cultura? Probabilmente PewDiePie, l’ormai celeberrimo youtuber svedese naturalizzato inglese che ormai da anni seguo sul suo canale.

Sto facendo questa premessa perché, a seguito del comportamento di alcuni suoi colleghi, PewDiePie ha fatto un video (questo) su un nuovo modello di business che sorgendo e che sta diventando popolare fra i ragazzini e i rischi connessi. (EDIT: tra la stesura dell’articolo e ora che sto correggendo la bozza prima di pubblicare, ho notato che anche uno youtuber italiano, SHY ne ha parlato, quindi vi lascio anche il suo link in caso non parlaste inglese)

Cosa sono le Mistery Box?

Sono un nuovo modello di business nato all’interno della cultura d’internet e in particolare in un suo sottoinsieme, ovvero i videogiochi.

Forse lo avrete notato, ma moltissimi dei giochi per cellulare ad esempio, sono gratuiti. Le aziende produttrici di questi giochi quindi, guadagna in due modi possibili: la pubblicità o gli acquisti in App.

Lasciando stare la pubblicità spieghiamo in cosa consistono gli acquisti in App. In pratica voi giocate ad un videogioco gratis, però, all’interno dello stesso c’è la possibilità di acquistare dei bonus o dei potenziamenti (ad esempio per diventare più forti più in fretta), delle skin (ovvero dei vestiti o comunque un’aspetto diverso per il vostro personaggio) e quant’altro.

A volte può capitare però che una di queste app che offre acquisti non offra direttamente queste cose ma, innanzitutto venda monete virtuali, ovvero voi non spendete un euro per un oggetto di gioco ma lo spendete per mille monete virtuali e poi spendete quelle mille monete per gli oggetti, inoltre, spesso questi oggetti non si ottengono a loro volta direttamente ma sono offerti nel forma del box. In pratica voi spendete tot monete virtuali per una scatola misteriosa che può contenere uno o più fra alcuni oggetti in maniera casuale, più raro e potente è l’oggetto ovviamente, minore sarà la sua probabilità di trovarlo, in questo modo si bilancia il gioco e s’invoglia le persone a comprare di più.

Perché questo è stato un problema? Per le sue associazioni al gioco d’azzardo. Sostanzialmente viene criticato il fatto innanzitutto delle monete virtuali, il cui presupposto è levare alle persone l’impressione di spendere in modo simile alle fish dei casinò, se voi aveste in mano cento euro in contanti o cento euro in fish infatti, voi sareste meno propensi a spenderli in contanti che a spenderli in fish perché psicologicamente li sentite come se fossero meno “soldi veri”. Il secondo è che il box in sé sia sostanzialmente una sorta di roulette, può darsi infatti che sei fortunato e che ciò che ottieni valga più di quanto o hai speso, ma è improbabile, perché in tal caso smetteresti di comprare e l’azienda non guadagnerebbe e quindi le percentuali per gli oggetti forti siano così basse che finisci a spenderci una fortuna (ci sono casi di gente che ha speso centinaia di migliaia di dollari in acquisti in app) e proprio come nel gioco d’azzardo, la presenza dell’eccitazione di una cosa che non è considerata un’acquisto, ma una vincita, può generare dipendenza (ciò anche considerando che il target è spesso composto da ragazzini).

Le mistery box sono però un nuovo problema che è arrivato nel mondo reale. Invece che essere degli acquisti in app dei videogiochi infatti alcune aziende o personaggi di internet iniziano a proporre delle vere mistery box che funzionano più o a meno tutte nello stesso modo.

Tu acquisti una scatola pagandola un prezzo fisso e in quella scatola possono esserci degli oggettini che non valgono nulla fino in alcuni casi ad un auto di lusso come un’auto (che ovviamente avrà una probabilità così bassa di essere vinta da essere quasi nulla); gli oggetti non sono ovviamente contenuti direttamente nella scatola ma in essa sono presenti dei codici che, una volta ottenuti, permetteranno di riscuotere il premio. Ovviamente il discorso è sempre quello legato al gioco d’azzardo e alle probabilità di vittoria, se l’azienda produttrice dei box deve guadagnarci infatti, vorrà dire che le probabilità degli oggetti costosi sarà davvero bassa. Se unite questo al fatto che il target di vendita sono ragazzini, che alcuni produttori di mistery box siano proprio gli idoli di questi ragazzini come youtubers e altre webstar (ad esempio Jake Paul), capite da soli il problema.

Alcune osservazioni

Allora, in sé, io non credo che queste mistery box siano da associare del tutto al gioco d’azzardo, né quelle virtuali né quelle fisiche.

Alla fin fine stiamo parlando di qualcosa che in premio da oggetti e non soldi e che, in un certo senso, la gente è felice a pagare un po’ di più per avere il divertimento dello spacchettamento che è un po’ il concetto alla base di questo modello di business.

Allo stesso tempo però c’è da dire, come fa notare PewDiePie nel suo video, che molti dei produttori di mistery box per pubblicizzarle sponsorizzano dei video, ad esempio di altri youtuber, in cui li fanno vincere apposta o che addirittura truccano le probabilità di vittoria. Capite anche voi che, matematicamente, è impossibile che pagando un box cento euro, io abbia anche solo l’1% di probabilità di vincere un auto da diecimila euro perché questo implicherebbe che comprando cento box io spenderei diecimila euro (100×100) e ne guadagnerei diecimila dell’auto più tutti quelli dei novantanove altri piccoli premi, ed è impossibile che l’azienda produttrice del box mi faccia vincere un valore superiore a quanto spendo, se così facesse, fallirebbe.

Quello che penso è che, quindi, la legge, come spesso accade, sia in ritardo sull’attualità. Io non credo che queste box siano del tutto associabili al gioco d’azzardo, ma credo che sotto certi aspetti ci assomiglino e che quindi vadano regolamentate, non vietate magari, ma apprezzerei un progetto di legge che garantisca almeno una certa percentuale di vittoria o un certo tipo di chiarezza nella presentazione del prodotto.

Come Israele getta le basi del prossimo olocausto

Ah i temi controversi, quanto è bello parlarne? Soprattutto perché non parla mai nessuno. L’argomento controverso di oggi sarà una questione estremamente interessante perché tocca alcuni temi filosofici di estrema importanza quali la guerra, la morale, i rapporti causa ed effetto nel tempo, l’odio e il terrorismo, ma non vi preoccupate cercherò di non dilungarmi troppo.

La vittima

Questo è il primo punto di cui vorrei parlare, un punto estremamente importante che, come sempre accade coi punti importanti, è trattato all’acqua di rose: il concetto di vittima e quello del “se l’è andata a cercare” mettiamola così, ovvero in parole povere di vittima e colpa.

C’è un po’ una tendenza, come in tutto, alla polarizzazione. C’è chi dice che la colpa degli eventi non sia mai della vittima, chi dice che ognuno è sempre e comunque responsabile di sé stesso. Io credo che, come diceva Machiavelli, una persona intelligente si riconosca dalla sua capacità di ridurre al minimo i rischi per il suo futuro nei momenti di tranquillità e di resistere a questi rischi nei momenti di caoticità.

La spiego in maniera più semplice. Se tu attraversi la strada con attenzione, sulle strisce pedonali, e poi vieni comunque investito per una qualsivoglia ragione quale potrebbe essere un automobilista che, in contravvenzione alle strisce pedonali non frena e ti tira sotto, la “colpa” di questo evento è dovuto sostanzialmente in toto all’automobilista, tu sei quindi vittima di cause esterne e a te e incontrollabili e la ragione in questo incidente ti spetta. Se tu però ti metti una benda sugli occhi e ti metti a correre in autostrada, nel momento in cui vieni investito, tu sei comunque vittima, sei vittima di un incidente stradale e questo è un fatto, è stata l’auto ad investirti dopotutto, ma la colpa degli eventi è tua che con il tuo comportamento hai aumentato enormemente il rischio per te stesso.

Allo stesso tempo anche nel caso tu abbia ragione, la sconsideratezza non è consigliabile. Se, come nel primo caso, attraversi sulle strisce pedonali e vieni investito, che tu abbia guardato o no bene a sinistra e a destra prima di attraversare la ragione è comunque tua, perché sulle strisce tu hai la precedenza che guardi oppure no. Ciò non di meno avere ragione all’obitorio è ben magra consolazione e, forse, è meglio avere torto una volta in più piuttosto.

L’odio

Ne avevo già parlato in questo articolo, ma una breve parentesi non si toglie mai.

L’odio è un’emozione forte che, di certo, ha una sua utilità per lo meno nell’ottica di una guerra o di un qualsivoglia conflitto.

In una certa misura si riconosce, nell’ambito militare, un buon condottiero perché egli è in grado di instillare odio nei suoi amici e amore nei suoi nemici. Se il mio popolo odia gli avversari infatti, sarà unito, sarà coeso, sarà spietato che esattamente la forma mentis che in ambito di guerra cerco di ottenere. Parimenti se il nemico mi apprezza, mi rispetta o rispetta e apprezza il mio popolo, sarà meno propenso a combattermi o, addirittura si rifiuterà di farlo (per ovvie ragioni poi, instillare odio è più facile che instillare amore, ma questa è un’altra storia).

Se succede il contrario invece, e il mio popolo prova amore o rispetto per gli avversari e gli avversari provano solo odio per il mio popolo col tempo il sostegno interno alla guerra sciamerà e al contrario l’insorgenza dei nemici potrà solo che aumentare.

La guerra di pace

Arriviamo quindi all’argomento dell’articolo, la guerra Israelo-palestinese.

Sapete qual’è la differenza fra una guerra, all’epoca di Giulio Cesare ad esempio e una dei giorni nostri? Che ai tempi di Cesare era meno ipocrita.

La gente moriva come muore oggi, gli scontri erano ugualmente orribili ma le parti in causa non fingevano che il conflitto fosse qualcosa che non era, ovvero una lotta per la supremazia e il dominio.

Cesare commise un vero e proprio genocidio in Gallia, ingiustificato e non provocato fra l’altro, utile molto più a Cesare personalmente (che aveva bisogno di aumentare il suo prestigio in attesa del colpo di stato) che a Roma. Eppure i romani non finsero che quella guerra fosse qualcosa di diverso da una conquista, ammettevano semplicemente una verità del mondo, tanto vera quanto spiacevole, ovvero che i forti se vogliono schiacciano i deboli e prendono ciò che vogliono.

Ora pure i forti schiacciano i deboli, la differenza è che fingono che questo sia a beneficio dei deboli stessi. Le guerre sono diventate missioni di pace, gli Usa e Europa in Afghanistan ne sono un esempio.

Il punto è che tu una guerra la puoi giustificare, a ragione o torto che sia, con tutte le buone intenzioni del mondo. Puoi dire che stai altruisticamente aiutando un popolo ad avere democrazia (sistema che per la civiltà occidentale è stato il risultato di millenni di evoluzione culturale, ma a quanto pare basta impacchettarlo come un paio di scarpe per esportarlo nel mondo a popoli che evidentemente non erano pronti per essa). Oppure puoi conquistare un territorio dicendo che quella era la terra dei tuoi antenati di duemila anni prima e che quindi è tua di diritto. Quello che non puoi fare però, è pretendere che quelle persone che attacchi si bevano la tua narrazione in questo modo, o che non ti odino.

E questo è il grosso paradosso delle guerre di pace, paradosso che deriva dalla loro ipocrisia. Le vecchie guerre erano fatte per eliminare i nemici, per cancellarli dalla faccia del pianeta, ma nell’era dei mass media questo non è più possibile in quanto l’opinione pubblica insorgerebbe. Le guerre sono quindi una lenta logorazione che spera o tenta, in genere senza riuscirci, di rieducare il nemico spingendolo ad amarti con la forza.

Il terrorismo islamico

Questo però non succede mai ed è la cosa che quegli stati ricchi e tecnologici come Israele e gli Usa non sembrano capire. Non esiste una quantità di soldi o di tecnologia che possa comprare il cuore delle persone.

Tu puoi pagare una prostituta per scopare, ma non c’è una quantità di denaro che comprerà il suo amore.

Gli Usa in Afghanistan ad esempio si pubblicizzano dicendo che costruiscono ospedali, strade e scuole. Ospedali che però si riempiono delle vittime civili dei loro attacchi, strade percorse dai loro carroarmati e scuole che protraggano la propria propaganda, e si stupiscono se per questo non vengono ringraziati.

Israele ha conquistato una terra già occupata, dicendo di aver trasformato un deserto in un oasi verde in pochi anni, ma forse chi già c’era preferiva il deserto.

Lungi da me giustificare in qualche modo il terrorismo, una vittima di un attentato è una vittima innocente e tale rimane, ma… non giustificare una cosa non significa rifiutarsi di capirla e credo che al contrario siano proprio le cose più esecrabili che vadano capite.

Il punto è che un musulmano ventenne di oggi nato in Afghanistan o in palestina, è nato e cresciuto coi suoni delle bombe nelle orecchie. Ha visto morire attorno a sé, parenti e amici civili sotto il nome di “vittime collaterali” degli attacchi americani o israeliani. Vedono gente coi carroarmati che gli dice che li stanno aiutando a portare la pace, vedono una nazione che dopo aver conquistato un territorio immenso e aver deportato i vecchi residenti poi pretende diritti anche su una città sacra. Come si può essere così miopi da pensare che gente del genere non sviluppi un odio profondo e viscerale?

E questa è una cosa che va al di là del concetto di diritto, di giusto o di sbagliato o di sovranità ma è semplicemente una questione di causa ed effetto. Tu puoi uccidere un leone, come si faceva nelle vecchie guerre e prendere il suo territorio, puoi lasciarlo stare e accontentarti di ciò che hai, ma non puoi pungolarlo per anni o addirittura decenni e poi stupirti se quello ti sbrana.

Ci ricolleghiamo quindi al discorso della vittima di prima. Se poni le basi per il tuo pericolo e quel pericolo si concretizza forse hai ragione forse torto, ma in ogni caso aver ragione al cimitero non è il massimo.

Il prossimo olocausto

Forse sono catastrofista quindi ma guardiamola in un ottica di potere e di tempo.

Il potere, ciò che ha dato la vittoria ad Israele sulla palestina in primo luogo è dato da un insieme di fattori: primo il popolo israeliano era unito, secondo aveva sostegno internazionale, terzo il popolo palestinese era diviso. Ciò che avviene col tempo però è che Israele è sempre meno unito e il movimento per la contrario alla linea dura è in costante crescita, secondo il sostegno internazionale cala sempre più per le stesse ragioni, terzo l’unità del popolo palestinese e musulmano in generale aumenta di anno in anno tenuto insieme dall’odio.

Inoltre consideriamo altri fattori. I musulmani sono la religione in crescita più rapida di tutte e presto supereranno i cristiani in termini numerici senza contare che probabilmente in tutti i paesi occidentali andranno a formarsi nei prossimi decenni movimenti politici di stampo musulmano a seguito dell’onda migratoria infatti, le comunità islamiche fuori dai paesi tradizionali sono aumentate e aumenteranno ancora anche per semplice spinta demografica, loro fanno mediamente infatti più figli degli europei secolarizzati.

L’ultimo fattore è poi quello del desiderio. Voi potete immaginare quanto profonda debba essere una convinzione e l’odio annessa per spingere qualcuno ad un attentato suicida? Io no.

Una convinzione del genere non puoi neanche combatterla, come fai? Come fai a combattere qualcuno a cui non importa di vivere o morire tanto è radicalizzato? Tu puoi combattere un esercito, ma come fai a combattere una persona che si confonde con la popolazione e nasconde del tritolo sotto la giacca al centro di una piazza pubblica? Il momento in cui arrivi a questo punto hai già perso, hai già fallito qualcosa.

Sono quindi troppo catastrofista se dico che è l’occidente stesso, guidato dagli Usa, che sta gettando le basi per il terrorismo in Europa e che è Israele stessa che getta le basi per il suo prossimo olocausto? Quanto a lungo la tecnologia ad ora superiore di Israele la sosterrà contro i cuori di un popolo che giorno dopo giorno la odia sempre di più?

Tutte quelle piccole discriminazioni che Israele fa contro i musulmani residenti nel territorio, tutti quegli attacchi, ogni singolo giorno in continua ad occupare Gerusalemme, ognuna di queste cose crea un nuovo radicale e fa perdere ad Israele un sostenitore e, al di là di chi sia stata, sia, o sarà la vittima, alla fine il conto arriverà e allora poco importerà chi avrà avuto il diritto o la ragione.

La smettiamo di gridare al fascismo ogni cinque minuti?

Allora, articolo che volevo fare da un po’ di tempo in risposta da un certa tendenza che vedo apparire sempre di più in quel meraviglioso e magico mondo che è l’internet, ovvero il gridare al fascismo in puro stile “al lupo! al lupo” non appena il politico di turno fa qualcosa che non ci piace.

Metto le mani avanti perché so che questo è il tipo di articoli che può venire frainteso: io non mi considero davvero né di destra né di sinistra, più per una questione che non mi piace sentirmi ingabbiato in una definizione che per altro. Penso nello specifico che nel momento in cui ci definiamo iniziamo a smettere di ragionare di caso in caso, di volta in volta, iniziando a seguire ciecamente la bandiera più in voga del lato che abbiamo scelto, avendo paura di perdere i nostri compagni nel momento in cui non ci adeguiamo, formando così dei pregiudizi che storpiano la nostra realtà. Sta però di fatto che il grosso delle mie opinioni stanno più a sinistra che a destra: sono stato favorevole alle unioni civili omosessuali e lo sarei stato al matrimonio, sono un fermo sostenitore del laicismo di stato e non amo le ingerenze della chiesa nella nostra nazione, non mi dispiacciono i migranti e no, non credo che siano l’origine dei mali dell’Italia, sopratutto perché l’Italia di problemi ne aveva già molti prima, inoltre sono favorevole all’obbligo vaccinale.

Quindi io mi trovo ora in una situazione che, in un certo senso, credo sia condivisa da molti italiani, non mi riconosco nella linea di un governo che non ho personalmente votato, non mi riconosco nelle loro scelte, nella loro retorica, nei loro toni e modi e il governo stesso non mi piace; però c’è una cosa che se possibile mi da ancora più fastidio, ovvero quelli che ogni volta che un esponente del governo apre bocca sembra che Mussolini redivivo sia apparso ad un balcone a dichiarare guerra al mondo col braccio alzato.

La democrazia non vale solo quando vinci tu.

Forse per qualcuno questa affermazione sarà un shock ma la verità è questa. La democrazia si base anche sull’alternanza di diverse forze e statisticamente, non è probabile che il governante ti vada sempre a genio.

Questo gridare al fascismo nel momento in cui perdiamo che c’è in Italia, (ma anche nell’America di Trump ad esempio) è un po’ come giocare d’azzardo pretendendo il pagamento di ogni vittoria e poi scappare quando si perde lamentandosi che l’altro ha imbrogliato.

Bisogna saper accettare la sconfitta con stile invece, con un po’ di classe, magari rompendo un po’ le palle al vincitore e facendo una buona opposizione dato che il gioco è anche questo; piangere come bambini al contrario, non solo comunque non ti darà la vittoria, ma ti farà apparire come debole e infantile nelle future partite.

Questo ovviamente vale per tutti, vale anche per quella destra che si lamentava del Renzi non eletto da nessuno quando Renzi era più che legittimamente al governo.

Ovviamente questo non implica che tu non debba criticare il governo perché eletto democraticamente, al contrario, la democrazia vive e prospera anche e soprattutto nella critica, e se il governante fa qualcosa che non condividi devi avere diritto di protestare e di esprimere la tua opinione contraria. Il semplice fatto che un politico però scelga delle politiche di stampo nazionalistico o conservatore non vuol dire che sia fascista, semplicemente quel politico è espressione di una parte della popolazione che in quegli ideali si riconosce. Questo può non piacerti ovviamente, puoi protestare, ma non puoi negare che il voto che ha portato quel politico al potere sia stato legittimo: Salvini ad esempio, per quanto le sue scelte siano criticabili, non è in parlamento perché ha marciato su Roma seguito da un stuolo di uomini con felpe verdi, non ha modificato il sistema elettorale per concentrare ogni potere su di sé e non ha iniziato una deportazione di Ebrei in Polonia.

La democrazia non è automaticamente buona

Altro shock per qualcuno forse ma… la democrazia non è per sua natura buona, gentile e coccolosa, la democrazia è un sistema di governo che, come tutti i sistemi, ha le sue luci e le sue ombre.

Credo sia molto miope urlare alla morte della democrazia tutte le volte che un governo democratico fa qualcosa che consideriamo contrario alla nostra morale. La verità è che i diritti, tutti i diritti compreso quello alla vita o alla libertà a cui tanto teniamo, non sono diritti naturali scesi dal cielo su ali dorate, ma sono il frutto di un patto sociale ed emanazione stessa del sistema di potere che nasce da questo patto. Monarchia, aristocrazia o democrazia che sia tutte le leggi, i diritti e le decisioni vengono dal sistema di potere scelto e il potere non è mai né buono né cattivo, è solo espressione di chi lo gestisce.

Ci sono state monarchie estremamente illuminate, ad esempio uno dei più lunghi periodi di pace nella storia europea fu il principato di Augusto, e monarchie dispotiche, ci sono state aristocrazie illuminate e aristocrazie crudeli, ci sono state democrazie illuminate che forse e anzi, probabilmente prima o poi decadranno in oclocrazia, una democrazia degenerata per il semplice fatto che tutto prima o poi tutto decade, credere che l’epoca in cui viviamo sia eterna quando la Storia ci insegna che nulla dura per sempre è folle (e una mia opinione spassionata è che sarà questo il destino probabile delle democrazie piuttosto che un nuovo avvento del fascismo che null’altro fu se non un’infelice ritorno d fiamma della monarchia).

Il punto è che in una democrazia la responsabilità della gestione del potere spetta al popolo e se al potere sale un politico con un determinato metro morale, evidentemente c’è una porzione più o a meno sostanziale della popolazione che con quel metro s’identifica. Se poi le azioni di quella persona siano giuste o sbagliate, lo lascio alla coscienza e alla critica di ognuno, i risultati invece li lascio ai posteri.

Al lupo! Al lupo!

Sto usando quest’esempio troppo spesso nel blog, quindi se conoscete qualche fiaba simile che posso sfruttare a titolo di parabola scrivetemela nei commenti.

Comunque veniamo all’ultimo punto, esattamente quali risultati pensate che possa portare questo continuo gridare al fascismo ogni cinque minuti? Esattamente pensate, ad esempio, che la gente che ha votato Salvini per sostenere la sua politica anti-migranti leggerà il titolo clickbait del giornale di turno che, per aver fatto esattamente ciò che aveva promesso in campagna elettorale, gli dà del fascista e smetterà di sostenerlo? Non mi sembra probabile.

Quello che invece mi sembra probabile è che quella persona si sentirà attaccata e sentirà che il proprio beniamino è attaccato e s’infervorerà ancora di più. Credo che gli farà fare la figura della povera vittima dei giornali (avete notato che Trump fece tutta la sua campagna elettorale su questo?) e che gli darà spunto per tacciare le critiche di essere solo piagnistei ideologici, soffocando così anche quelle vere di critiche, quelle magari meno mediatiche ma che forse sarebbero arrivate più a fondo.

In ultimo quindi dico: rilassatavi che il mondo non finirà con questo governo e non finirà domani. Criticatelo e fategli opposizione se pensate lo meriti, ma conservate le grida per quando il lupo lo trovate davvero.

Lo stoicismo è all’origine del pensiero filosofico?

La filosofia è una disciplina nata, in origine, con l’intento di trovare il “corretto” modo di vivere, per trovare il modo in cui una persona poteva vivere senza dolore o sofferenza nel senso psicologico del termine.

In senso stretto, la filosofia nota come stoicismo, è nata ad Atene intorno al 300 A.C. Il concetto che sostanzialmente sta alla base dello stoicismo è quello dell’accettazione degli eventi, il destino guida chi lo accetta e trascina chi non lo accetta (citando Seneca), ma tutti lo seguono. L’uomo, in quanto essere in cui il Logos è perfettamente rispecchiato, può decidere se seguire l’andamento del cosmo, o se opporvisi, ma in entrambi i casi non può vincerlo, gli eventi accadono lo stesso e la felicità sta quindi nel saperli accettare, sta nel saper prendere ciò che il fato ti da e ad essere soddisfatto di ciò che hai, mentre il dolore consiste nelle passioni, ovvero nel cercare di opporsi all’universo e di affrontarlo.

È importante notare inoltre che lo stoicismo non implica come a volte frainteso l’assenza di arbitrio o un totale determinismo, ma indica semplicemente il corretto rapporto dell’individuo con gli eventi. Volenti o nolenti infatti, le cose brutte, così come le belle, accadono, il corretto modo di vivere sta nel saper accettare le cose brutte e apprezzare le belle.

Questo è lo stoicismo in senso stretto (il cui simbolo l’Ouroboro, è anche il simbolo di questo blog), ma in senso lato, e qui inizia quella premetto essere una mia personale osservazione, credo che i concetti in esso espresso, anche se in una forma più grezza, siano di gran lunga più antichi della filosofia greca.

Le religioni stoiche

Se avete letto il mio articolo sulla produzione artistica dei popoli (questo) sapete già cosa ne penso dei rapporti fra storia ed arte. La storia ci dice quello che un popolo ha fatto, l’arte ciò che il popolo era perché è nell’arte che quel popolo mette le proprie idee, passioni, paure; il punto è che anche la religione è una forma d’arte in un certo senso, fin tanto che consideriamo i miti come un insieme di racconti e di storie, spesso con intento pedagogico verso ascoltatori non istruiti che non sarebbero stati in grado di capire complicati discorsi di filosofia, ma che avrebbero apprezzato il simbolismo mistico dei racconti religiosi.

Partiamo dalla stessa religione greca, al fatto che perfino gli dei siano sottoposti al fato (personificato dalla figura delle parche) che è una forza universale e travolgente, tanto che perfino dei e titani vengono sconfitti dalle profezie (pensiamo al mito di Cronos e Zeus ad esempio, a Cronos, re dei titani, fu profetizzato che uno dei suoi figli lo avrebbe sconfitto e usurpato, così lui mangia i suoi primi due figli, Ade e Poseidone, per precauzione ma sarà proprio il terzo figlio, Zeus, a far avverare la profezia).

Pensiamo alla religione norrena e al mito d’Yggdrasil, l’albero del mondo. Secondo il mito l’immenso frassino Yggdrasil cresceva attraverso nove terre e ogni sua più piccola diramazione o venatura della linfa corrispondeva al destino di un essere vivente (dei compresi), destino personificato dalle Norne. Odino, il re degli dei, per ottenere la saggezza offre in sacrificio sé stesso all’albero restando appeso per nove giorni e nove notti, attendo il potere della preveggenza delle rune, attraverso le quali sarà in grado di prevedere tutto il futuro fino al Ragnarok, il crepuscolo degli dei, nel quale prevede la sua stessa morte, sbranato dal lupo Fenrir, morte che però accetta perché decisa dal destino.

E ancora possiamo continuare, possiamo andare alla religione Egizia, col suo grande demiurgo Amon-Ra che a sua volta prevede la sua stessa morte alla fine dei tempi, divorato dalla serpe del caos Apopis. All’induismo e al suo concetto di Karma e di ciclo di reincarnazioni tese alla ricongiunzione con l’universo personificato di Brahman e alla principale riforma dell’induismo stesso, ovvero il Buddismo (che sarebbe poi andato a diffondersi in Cina), una dottrina tutta basata sull’eliminazione delle passioni e all’accettazione degli eventi come origine della felicità.

Anche le religioni abramitiche non sono del tutto esenti da questo schema e un certo senso il Dio onnisciente, che tutto ha già previsto e che ha predisposto un piano per tutte le cose, si pone come una versione personificata di quel Logos greco. (Tra l’altro Logos significa anche “verbo” e la personificazione o carnificazione del Verbo e uno dei dogmi del cristianesimo).

Origine della filosofia

Nonostante quindi ufficialmente lo stoicismo sia nato nel 300 A.C. io credo in realtà che sia molto più vecchio come concetto perlomeno, espresso in diverse forme e con diversi simboli ma sempre simile nel senso. Non ci si spiegherebbe se no una presenza tale di questa filosofia in religioni così antiche, e così sparse per il mondo.

Io credo, in realtà, che questo concetto molto naturalistico del rapporto fra uomo e universo, dove l’individuo e visto come qualcosa che deve adeguarsi e seguire la natura per essere felice, deve capirla e accettarla, essere in simbiosi con essa, risalga invece alle prime civiltà umane, a quelle tribù di cacciatori in costante lotta con l’ambiente per cui era però mantenuto un silenzioso rispetto, un timore reverenziale.

Racconti: Apotheosis

Ecco qui per voi il racconto del martedì, spero che vi possa piacere.

Apotheosis

1

L’ultimo giorno inizia nella luce e nell’oscurità termina, pagato nel sangue e nell’amore è il pedaggio per l’eterno.

Fu con questa frase, stampata nella mente, che Thiara si alzò quella mattina del suo ultimo giorno, aprendo gli occhi sulla volta alta della grotta sacra dalla cui sommità, un delicato raggio di sole scendeva. La ragazza si alzò in silenzio, muovendosi nello stesso modo in cui si era mossa ogni mattino dell’ultimo anno, si diresse verso la fonte santa, una grande pozza circolare di acqua azzurra illuminata da un lucernario altrettanto circolare nell’alto della grotta; si spogliò e s’immerse nell’acqua.

Ricordava ancora il suo primo bagno solo un anno prima, il gelo che le penetrava nelle ossa, ma ora non provava più il freddo, né il caldo, né tantomeno dolore, lei era oltre tutto ciò, incamminata sul sentiero degli Antichi. Nuda nell’acqua, il fluido stesso della vita sembrava parte di lei, esso si muoveva alla sua volontà come un muscolo nuovo, tutto l’universo lo faceva, tutto l’universo era un fluido eterno in un caotico vorticare, vita e morte coesistevano in lei.

Uscì dall’acqua già asciutta, camminando sulla sabbia bianca e fine che circondava la pozza e si diresse verso il limitare di essa, dove la grande statua degli Antichi eterna giaceva, più vecchia del tempo e del mondo stesso. 

S’inchinò sulla sabbia, abbassando la testa e baciando il terreno dinnanzi alla scultura immortale: la statua sembrava di vivo argento ad occhi profani, ma in realtà nessuno ne conosceva la lega, essa era indistruttibile, inamovibile e incorruttibile, neppure una singola particella di polvere mai, o una sola macchia ne aveva intaccato la superficie. Essa raffigurava il grande uomo con la testa di toro, nell’atto di strappare le fauci al leone.

Davanti alla statua Thiara, sempre in ginocchio, iniziò a pregare, entrando presto in Danli, lo stato sacro di trance, ponte fra i mondi degli uomini e quelli degli dei.

Attorno a lei tutto svanì e tutto ricomparve, un fiume in piena di minuscole parti in un vortice, e per un istante avrebbe potuto guardare un singolo insetto e vedere nel tempo tutto il suo cammino e così quello dei suoi figli, della sua discendenza e di ognuna della miriade di minuscole parti che secondo i sacerdoti e la seconda vista compongono ogni cosa.

Cos’era quindi la vita? E cos’era per lei ora la morte? Se ognuno è un corpo e una mente, in ogni istante il corpo si disperde in infinite parti per ricomporsi con parti nuove, in ogni istante la mente che nulla è se non memoria, dimentica mentre nuove cose assorbe, dov’è la persona che eri solo lo scorso istante? Esiste forse ancora? Essa è morta quindi, e con lei tutto il mondo, tutte le stelle e l’universo intero, in ogni istante essi muoiono e a nuova vita nascono, nello stesso istante.

Mentre meditava nella trace del Danli, la mente di Thiara per un momento passò nello spazio fra gli spazi, i mondi degli dei. Attraverso i suoi occhi interni vide la grotta invecchiare e cedere, vide formarsi stalattiti che poi si sgretolarono, vide la grotta stessa sgretolarsi e poi il mondo, vide le stelle brillare e poi spegnersi, nascere per poi morire ancora, vide l’universo diventare freddo e toccare l’unica vera, ultima morte: l’equilibrio.

2

Thiara camminava nella foresta accompagnata dai sacerdoti, chiusi attorno a lei in un cerchio e poi dal popolo più indietro. Nella luce fioca del tramonto che penetrava fra gli alberi, sembrava che strane forme prendessero vita per un istante fra le ombre per poi scomparire.

Non aveva mangiato quel giorno, né bevuto, né si era vestita per uscire, non aveva più bisogno di nessuna di queste cose. Dove i suoi piedi nudi toccavano il terreno, fiori viola e rossi crescevano e quando i suoi capelli biondi si muovevano nel vento da essi nascevano rosse scintille di fiamma, ombre luminose della divinità che l’accompagnava.

Cento uomini camminavano con lei seguendo il suo gruppo di sacerdoti, ognuno portava una torcia del fuoco azzurro dal tempio, che faceva luce senza bruciare. Poco distante inoltre, cento donne con altre cento torce accompagnavano Dei’to e il suo gruppo di sacerdotesse.

Erano pochi gli animali che passavano quella sera e al loro passaggio anche essi si fermavano in segno di rispetto, gli uccelli fermavano il gracchiare adagiati su alti rami degli alberi e perfino prede e predatori si bloccavano nella loro corsa e si fermavano insieme a guardare. Camminarono tutta la sera per raggiungere in tempo l’altare, mentre il grande sole rosso scompariva all’orizzonte.

3

L’altare era lontano dal villaggio ma non troppo, situato al centro di una grande radura nella foresta e il grande tavolo era  della stessa lega della statua e sembrava crescere dalla terra.  In ginocchio sull’altare, sotto una coperta di stelle, Thiara a Dei’to pregavano gli Antichi nella fine del loro ultimo giorno, porgevano ringraziamenti per la loro ascensione e chiedevano consigli per i loro successori.

Il tempo divenne liquido mentre cadevano nel Danli e tutto divenne chiaro mentre le stelle sopra di loro sembravano brillare sempre di più e pulsare di vita propria.

Uscirono dalla trance e guardarono le stelle, di nuovo al loro posto nel cielo, poi si alzarono mentre tutti attorno a loro erano riverente silenzio, inchinati in un cerchio con occhi bassi verso la stessa terra dove duecento torce blu erano incastonate. Entrambi si mossero senza esitazione e senza dubbio: Thiara si mosse dal nuovo prescelto, aiutò il ragazzo ad alzarsi mentre le sue mani tremavano e lo calmò ponendogli una mano sul viso: in quell’istante mostrò al prescelto ciò che l’anno prima era stato mostrato a lei, la lotta eterna che avviene al di fuori di ciò che gli umani possono vedere.

Anche Dei’to fece lo stesso, prendendo una ragazza, la nuova prescelta, e mostrandole la verità al di là delle parole.

Gli dei nuovi Thiara e Dei’to si mossero quindi di nuovo per la radura, forme luminose che perdevano scintille nella notte salirono sull’altare insieme e nudi, e lì si baciarono intrecciando poi i loro corpi.

L’amplesso durò al contempo un istante e l’eternità intera, un momento e una vita di pura energia e verità con l’universo intero come testimone silente, e quando giunsero all’apice perfino le stelle sembrarono pulsare per poi spegnersi tutte assieme in un momento, in segno di rispetto agli dei nascenti.

Thiara e Dei’to ora giacevano nudi sulla dura superficie dell’altare tenendosi per mano; dopo poco il gran sacerdote e la gran sacerdotessa li raggiunsero, poi, estrassero i coltelli.

«L’ultimo giorno inizia nella luce e nell’oscurità termina, pagato nel sangue e nell’amore è il pedaggio per l’eterno» dissero insieme i sacerdoti, poi calarono le armi sui corpi dei giovani, trafiggendogli i cuori.


Grazie per la lettura, se il racconto ti è piaciuto fai un salto alla Libreria per leggerne altri o per le recensioni letterarie di opere di altri autori.

Perché il pensiero non deriva dal linguaggio

Allora, qualche giorno fa ho scritto un articolo (questo) in cui esprimevo alcune opinioni sul concetto secondo cui il modificare la lingua permette di modificare la percezione di un fenomeno e l’atteggiamento verso alcune minoranze, manifestando a proposito il mio scetticismo. L’articolo è abbastanza piaciuto mi sembra ma al contempo ha generato qualche perplessità, alcune delle quali mi sono state scritte in privato, per questo motivo ho deciso di scrivere un secondo articolo in cui approfondisco la questione.

La teoria

Nello specifico stiamo parlando dell’ipotesi di Sapir-Whorf, linguisti statunitensi che formarono la teoria secondo la cui il pensiero sia determinato dalla lingua utilizzata.

Celebri e ormai nella cultura di massa sono ad esempio gli studi sugli Inuit che hanno diverse parole per dire neve. Questo secondo Whorf, modificava la visione e la percezione del mondo degli Inuit rispetto ad un anglofono… ma è davvero così?

Alcune considerazioni

Innanzitutto bisogna dire che, nonostante nell’autodeterminismo che va di moda attualmente, anche questa teoria sia tornata in auge, in ambito accademico l’ipotesi sia abbastanza controversa, tanto che in molti nemmeno la considerano un’ipotesi ma bensì un assioma.

La prima considerazione da fare ritengo sia rispetto a quei momenti, vissuti da ognuno di noi, in cui “si ha una parola sulla punta della lingua” come si suol dire. La sensazione in questione presuppone che noi sappiamo ciò che vogliamo dire, ma che non troviamo, per un momentaneo lapsus di memoria, la parola da usare per descriverla; già questo dovrebbe mostrare come la parola e il concetto che la parola esprime, non siano interdipendenti fra loro, ma solo reciprocamente associati dalla memoria.

Allo stesso tempo la questione degli Inuit non dimostra di fatto assolutamente niente di più se non che la lingua è una questione di efficenza. Gli Inuit hanno, ad esempio, una parola per descrivere la neve fresca, una per la neve ghiacciata, una per la neve mista ad acqua che va sciogliendosi. Questo però non dimostra che la mente degli Inuit sia diversa, significa semplicemente che il mondo in cui vivono gli Inuit sia effettivamente diverso per il semplice fatto che è un mondo ricoperto per gran parte dell’anno dalla neve e che quindi, per comodità, piuttosto che ricorrere alle perifrasi che usiamo in italiano per descrivere i diversi tipi di neve, loro hanno sviluppato una parola per ciascuna. Per lo stesso motivo in arabo ci sono tre parole, se non erro, per dire “deserto” che indicano più o a meno il deserto sabbioso, quello pietroso e quello stepposo. Sempre per lo stesso motivo in italiano abbiamo decine di parole per descrivere i vari tipi di pasta che, in inglese, vengono tutti e comunque inseriti nella categoria “maccheroni”.

Alcuni popoli ne sanno di più su certi argomenti

Allora, ne avevo già parlato in questo articolo ma ci spendo comunque due parole. Che sia per ragioni ambientali, vedi Inuit e neve o Arabi e deserto, o culturali come Italiani e pasta, alcuni popoli su certi argomenti ne sanno più di altri ed è quindi naturale che, su quell’argomento, abbiano un vocabolario più ricco.

Perché i termini relativi a tecnologia vengono tutti dall’inglese? Perché che ci piaccia o no loro hanno fatto scuola in quest’ambito e hanno creato quindi un vocabolario specifico alle loro necessità, che è stato poi adattato dalla comunità internazionale che si è approcciata al settore. Per lo stesso motivo di contro in alcuni ambiti quali quello culinario, musicale (pensiamo alla lirica ad esempio), artistico diverse parole italiane sono diffuse nel mondo. Allo stesso tempo questo vale anche per le microcomunità, gli appassionati di enogastronomia ad esempio avranno un ricco vocabolario per descrivere vini e cibi, ma questo non implica che la loro mente sia diversa, implica semplicemente che, per necessità e comodità, hanno imparato un vocabolario utile alla loro passione.

La percezione di un fenomeno

Prendiamo ad esempio la prostituzione. Nella società italiana moderna non è chiaramente ben vista, figli di una morale Cristiana Cattolica che negli anni si è abilmente mascherata da femminismo, la prostituta che negli anni ha assunto molti nomi (meretrice, puttana, troia, accompagnatrice, escort, cortigiana etc…) subisce una discreta quantità di disprezzo sociale.

Il punto è: la prostituta è disprezzata perché è descritta con una brutta parola o perché, per ragioni religiose e culturali, è considerata immorale? Ovviamente qui siamo nell’ambito delle pure opinioni ma secondo me è la seconda.

Mi si opporrà, come argomentazione, che la parola più moderna, nello specifico “Escort” non sia all’orecchio così offensiva come, ad esempio “puttana”, ma neanche la vecchia parola prostitua lo è. E qui posso essere d’accordo, ma ciò implica semplicemente che ci siano delle sfumature di significato interno alle parole e che quindi esse non siano perfettamente sinonimi. La parola puttana è diventato ad esempio nella cultura italiana un insulto fine a sé stesso, spesso slegato dal significato originale, un po’ come il “cornuto” gridato all’arbitro di una partita di calcio, non gli stai davvero dicendo che sua moglie lo tradisce, gli stai dicendo che non sa arbitrare. Il motivo per cui alcune parole sono meno offensive quindi, è perché non hanno su di sé tutto il significato di un altra parola, il punto però è che se tu la parola la sostituisci, se vuoi sostituirla in toto, la nuova parola assumerà pian piano tutti i significati della vecchia in mancanza di questa, e quindi anche quelli offensivi (un esempio è la parola minorato che negli anni è diventato, inabile, disabile, diversamente abile etc…).

La neolingua

Non è un caso se parlando di questo argomento cito Orwell, ci aveva discretamente azzeccato, mi azzardo a dire.

Come abbiamo visto ad esempio, la sostituzione della parola prostituta o puttana che sia non va davvero a vantaggio delle prostitute, così come la sostituzione della parola “negro” (che in italiano non aveva accezione razzista fino a quarant’anni fa) con “nero” prima e “di colore” poi non va a beneficio dei neri o la sostituzione della parola “barbone” con “clochard” non va a beneficio dei barboni… tant’è che in genere queste categorie nemmeno vengono interpellate quando bisogna cambiare la parola che li indica (fidatevi che nessuno ha fatto un’intervista ai barboni chiedendogli se preferissero clochard); allora a vantaggio di chi va?

Sapete dove nascono gli eroi? Nascono nelle battaglie, perché è nelle battaglie che servono, ma cosa succede agli eroi se una battaglia non c’è? Cosa succederebbe ai generali degli eserciti se tutte le guerre finissero oggi, di punto in bianco? Perderebbero il lavoro.

Il punto è che c’è uno scheletro di accademici (o nell’era dei social, semplicemente di utenti che cercano popolarità e approvazione sociale) che, nel corso degli anni, si sono posti come i cavalieri senza macchia a tutela della giustizia sociale (i social justice warrior del precedente articolo). Queste persone, in maniera più a meno consapevole, creano problemi dove non ce ne sono o ingigantiscono quelli già esistenti per il semplice fatto che la loro posizione sociale o addirittura il loro lavoro è legato alla presenza di battaglia da combattere.

Ciò inoltre porta alla situazione paradossale che, come nella storia di “al lupo! al lupo!” le vere battaglie o i veri problemi non abbiano la giusta attenzione e che quindi ciò vada addirittura a detrimento delle categorie deboli che si vorrebbe aiutare. Questa concentrazione e sforzo immane che si sta mettendo nella rieducazione linguistica dei popoli forse, e dico forse, sarebbe meglio spesa in dibattiti su questioni reali (ad esempio sarebbe meglio iniziare a parlare di barriere architettoniche piuttosto che della parola migliore per i disabili, o di avere un serio dibattito sulla situazione legislativa della prostituzione invece di disquisire sulle “escort”).

I tuoi sentimenti non sono affare pubblico

Ultimo punto, di cui di nuovo ho già parlato (qui) e su cui quindi non mi soffermerò molto, ma che ci tenevo a citare. Se ti senti offeso da qualcosa che non voleva essere offensivo, non è tutto il resto del mondo che deve cambiare per tutelare i tuoi sentimenti.

Se, ad esempio, io incontro una donna che fa sesso in cambio di denaro e le dico che è una prostituta, senza volontà di offesa ovviamente dato che, personalmente, non ho alcun pregiudizio ne disprezzo verso il lavoro più antico del mondo, lei può anche offendersi perché l’ho chiamata così, e io posso anche chiamarla con altre parole che lei trova meno offensive, come escort, ma ciò comunque non cambia il suo lavoro, non cambia ciò che fa e se io non volevo essere offensivo ma lei si offende comunque, non vedo perché dovrei essere io a modificare il mio linguaggio.

Quest’infantilizzazione delle persone e ipertutela dei sentimenti mi sembra, a dirla tutta, ridicola. Soprattutto perché si chiede alla legge di fare la parte della polizia del pensiero e di tutelare le emozioni delle persone come se esse fossero bambini.

Ciò che credo sfugga, è che la parola è solo un suono, solo una vibrazione diffusa nell’aria non è intrinsecamente buona o cattiva, offensiva o non offensiva. L’offesa se c’è, si trova o nell’intenzione di chi parla, o nell’orecchio di chi ascolta e, se non era quindi nell’intenzione, forse dovresti chiederti se non sei tu che ci stai costruendo sopra qualcosa, basandoti tu che ascolti su un tuo pregiudizio.


Con questo spero di aver concluso esaustivamente l’argomento. Spero che mi scusiate fra l’altro se ultimamente pubblico meno frequentemente del solito e impiego più tempo a rispondere ai commenti ma con l’inizio della sessione universitaria e con qualche altro progettino di cui vi renderò partecipi a giorni sono oberato di cose da fare.

Ciao a tutti.