Cosa sono le mistery box e perché sono un problema.

Credo che la cosa di cui sono più grato per aver imparato e di saper parlare inglese ad un buon livello è che questo mi ha permesso di restare in contatto con una community che, in genere, usa questa lingua, ovvero quella della cultura di internet (di cui parlerò in un prossimo articolo.)

E chi è il capo di questa cultura? Probabilmente PewDiePie, l’ormai celeberrimo youtuber svedese naturalizzato inglese che ormai da anni seguo sul suo canale.

Sto facendo questa premessa perché, a seguito del comportamento di alcuni suoi colleghi, PewDiePie ha fatto un video (questo) su un nuovo modello di business che sorgendo e che sta diventando popolare fra i ragazzini e i rischi connessi. (EDIT: tra la stesura dell’articolo e ora che sto correggendo la bozza prima di pubblicare, ho notato che anche uno youtuber italiano, SHY ne ha parlato, quindi vi lascio anche il suo link in caso non parlaste inglese)

Cosa sono le Mistery Box?

Sono un nuovo modello di business nato all’interno della cultura d’internet e in particolare in un suo sottoinsieme, ovvero i videogiochi.

Forse lo avrete notato, ma moltissimi dei giochi per cellulare ad esempio, sono gratuiti. Le aziende produttrici di questi giochi quindi, guadagna in due modi possibili: la pubblicità o gli acquisti in App.

Lasciando stare la pubblicità spieghiamo in cosa consistono gli acquisti in App. In pratica voi giocate ad un videogioco gratis, però, all’interno dello stesso c’è la possibilità di acquistare dei bonus o dei potenziamenti (ad esempio per diventare più forti più in fretta), delle skin (ovvero dei vestiti o comunque un’aspetto diverso per il vostro personaggio) e quant’altro.

A volte può capitare però che una di queste app che offre acquisti non offra direttamente queste cose ma, innanzitutto venda monete virtuali, ovvero voi non spendete un euro per un oggetto di gioco ma lo spendete per mille monete virtuali e poi spendete quelle mille monete per gli oggetti, inoltre, spesso questi oggetti non si ottengono a loro volta direttamente ma sono offerti nel forma del box. In pratica voi spendete tot monete virtuali per una scatola misteriosa che può contenere uno o più fra alcuni oggetti in maniera casuale, più raro e potente è l’oggetto ovviamente, minore sarà la sua probabilità di trovarlo, in questo modo si bilancia il gioco e s’invoglia le persone a comprare di più.

Perché questo è stato un problema? Per le sue associazioni al gioco d’azzardo. Sostanzialmente viene criticato il fatto innanzitutto delle monete virtuali, il cui presupposto è levare alle persone l’impressione di spendere in modo simile alle fish dei casinò, se voi aveste in mano cento euro in contanti o cento euro in fish infatti, voi sareste meno propensi a spenderli in contanti che a spenderli in fish perché psicologicamente li sentite come se fossero meno “soldi veri”. Il secondo è che il box in sé sia sostanzialmente una sorta di roulette, può darsi infatti che sei fortunato e che ciò che ottieni valga più di quanto o hai speso, ma è improbabile, perché in tal caso smetteresti di comprare e l’azienda non guadagnerebbe e quindi le percentuali per gli oggetti forti siano così basse che finisci a spenderci una fortuna (ci sono casi di gente che ha speso centinaia di migliaia di dollari in acquisti in app) e proprio come nel gioco d’azzardo, la presenza dell’eccitazione di una cosa che non è considerata un’acquisto, ma una vincita, può generare dipendenza (ciò anche considerando che il target è spesso composto da ragazzini).

Le mistery box sono però un nuovo problema che è arrivato nel mondo reale. Invece che essere degli acquisti in app dei videogiochi infatti alcune aziende o personaggi di internet iniziano a proporre delle vere mistery box che funzionano più o a meno tutte nello stesso modo.

Tu acquisti una scatola pagandola un prezzo fisso e in quella scatola possono esserci degli oggettini che non valgono nulla fino in alcuni casi ad un auto di lusso come un’auto (che ovviamente avrà una probabilità così bassa di essere vinta da essere quasi nulla); gli oggetti non sono ovviamente contenuti direttamente nella scatola ma in essa sono presenti dei codici che, una volta ottenuti, permetteranno di riscuotere il premio. Ovviamente il discorso è sempre quello legato al gioco d’azzardo e alle probabilità di vittoria, se l’azienda produttrice dei box deve guadagnarci infatti, vorrà dire che le probabilità degli oggetti costosi sarà davvero bassa. Se unite questo al fatto che il target di vendita sono ragazzini, che alcuni produttori di mistery box siano proprio gli idoli di questi ragazzini come youtubers e altre webstar (ad esempio Jake Paul), capite da soli il problema.

Alcune osservazioni

Allora, in sé, io non credo che queste mistery box siano da associare del tutto al gioco d’azzardo, né quelle virtuali né quelle fisiche.

Alla fin fine stiamo parlando di qualcosa che in premio da oggetti e non soldi e che, in un certo senso, la gente è felice a pagare un po’ di più per avere il divertimento dello spacchettamento che è un po’ il concetto alla base di questo modello di business.

Allo stesso tempo però c’è da dire, come fa notare PewDiePie nel suo video, che molti dei produttori di mistery box per pubblicizzarle sponsorizzano dei video, ad esempio di altri youtuber, in cui li fanno vincere apposta o che addirittura truccano le probabilità di vittoria. Capite anche voi che, matematicamente, è impossibile che pagando un box cento euro, io abbia anche solo l’1% di probabilità di vincere un auto da diecimila euro perché questo implicherebbe che comprando cento box io spenderei diecimila euro (100×100) e ne guadagnerei diecimila dell’auto più tutti quelli dei novantanove altri piccoli premi, ed è impossibile che l’azienda produttrice del box mi faccia vincere un valore superiore a quanto spendo, se così facesse, fallirebbe.

Quello che penso è che, quindi, la legge, come spesso accade, sia in ritardo sull’attualità. Io non credo che queste box siano del tutto associabili al gioco d’azzardo, ma credo che sotto certi aspetti ci assomiglino e che quindi vadano regolamentate, non vietate magari, ma apprezzerei un progetto di legge che garantisca almeno una certa percentuale di vittoria o un certo tipo di chiarezza nella presentazione del prodotto.

Come Israele getta le basi del prossimo olocausto

Ah i temi controversi, quanto è bello parlarne? Soprattutto perché non parla mai nessuno. L’argomento controverso di oggi sarà una questione estremamente interessante perché tocca alcuni temi filosofici di estrema importanza quali la guerra, la morale, i rapporti causa ed effetto nel tempo, l’odio e il terrorismo, ma non vi preoccupate cercherò di non dilungarmi troppo.

La vittima

Questo è il primo punto di cui vorrei parlare, un punto estremamente importante che, come sempre accade coi punti importanti, è trattato all’acqua di rose: il concetto di vittima e quello del “se l’è andata a cercare” mettiamola così, ovvero in parole povere di vittima e colpa.

C’è un po’ una tendenza, come in tutto, alla polarizzazione. C’è chi dice che la colpa degli eventi non sia mai della vittima, chi dice che ognuno è sempre e comunque responsabile di sé stesso. Io credo che, come diceva Machiavelli, una persona intelligente si riconosca dalla sua capacità di ridurre al minimo i rischi per il suo futuro nei momenti di tranquillità e di resistere a questi rischi nei momenti di caoticità.

La spiego in maniera più semplice. Se tu attraversi la strada con attenzione, sulle strisce pedonali, e poi vieni comunque investito per una qualsivoglia ragione quale potrebbe essere un automobilista che, in contravvenzione alle strisce pedonali non frena e ti tira sotto, la “colpa” di questo evento è dovuto sostanzialmente in toto all’automobilista, tu sei quindi vittima di cause esterne e a te e incontrollabili e la ragione in questo incidente ti spetta. Se tu però ti metti una benda sugli occhi e ti metti a correre in autostrada, nel momento in cui vieni investito, tu sei comunque vittima, sei vittima di un incidente stradale e questo è un fatto, è stata l’auto ad investirti dopotutto, ma la colpa degli eventi è tua che con il tuo comportamento hai aumentato enormemente il rischio per te stesso.

Allo stesso tempo anche nel caso tu abbia ragione, la sconsideratezza non è consigliabile. Se, come nel primo caso, attraversi sulle strisce pedonali e vieni investito, che tu abbia guardato o no bene a sinistra e a destra prima di attraversare la ragione è comunque tua, perché sulle strisce tu hai la precedenza che guardi oppure no. Ciò non di meno avere ragione all’obitorio è ben magra consolazione e, forse, è meglio avere torto una volta in più piuttosto.

L’odio

Ne avevo già parlato in questo articolo, ma una breve parentesi non si toglie mai.

L’odio è un’emozione forte che, di certo, ha una sua utilità per lo meno nell’ottica di una guerra o di un qualsivoglia conflitto.

In una certa misura si riconosce, nell’ambito militare, un buon condottiero perché egli è in grado di instillare odio nei suoi amici e amore nei suoi nemici. Se il mio popolo odia gli avversari infatti, sarà unito, sarà coeso, sarà spietato che esattamente la forma mentis che in ambito di guerra cerco di ottenere. Parimenti se il nemico mi apprezza, mi rispetta o rispetta e apprezza il mio popolo, sarà meno propenso a combattermi o, addirittura si rifiuterà di farlo (per ovvie ragioni poi, instillare odio è più facile che instillare amore, ma questa è un’altra storia).

Se succede il contrario invece, e il mio popolo prova amore o rispetto per gli avversari e gli avversari provano solo odio per il mio popolo col tempo il sostegno interno alla guerra sciamerà e al contrario l’insorgenza dei nemici potrà solo che aumentare.

La guerra di pace

Arriviamo quindi all’argomento dell’articolo, la guerra Israelo-palestinese.

Sapete qual’è la differenza fra una guerra, all’epoca di Giulio Cesare ad esempio e una dei giorni nostri? Che ai tempi di Cesare era meno ipocrita.

La gente moriva come muore oggi, gli scontri erano ugualmente orribili ma le parti in causa non fingevano che il conflitto fosse qualcosa che non era, ovvero una lotta per la supremazia e il dominio.

Cesare commise un vero e proprio genocidio in Gallia, ingiustificato e non provocato fra l’altro, utile molto più a Cesare personalmente (che aveva bisogno di aumentare il suo prestigio in attesa del colpo di stato) che a Roma. Eppure i romani non finsero che quella guerra fosse qualcosa di diverso da una conquista, ammettevano semplicemente una verità del mondo, tanto vera quanto spiacevole, ovvero che i forti se vogliono schiacciano i deboli e prendono ciò che vogliono.

Ora pure i forti schiacciano i deboli, la differenza è che fingono che questo sia a beneficio dei deboli stessi. Le guerre sono diventate missioni di pace, gli Usa e Europa in Afghanistan ne sono un esempio.

Il punto è che tu una guerra la puoi giustificare, a ragione o torto che sia, con tutte le buone intenzioni del mondo. Puoi dire che stai altruisticamente aiutando un popolo ad avere democrazia (sistema che per la civiltà occidentale è stato il risultato di millenni di evoluzione culturale, ma a quanto pare basta impacchettarlo come un paio di scarpe per esportarlo nel mondo a popoli che evidentemente non erano pronti per essa). Oppure puoi conquistare un territorio dicendo che quella era la terra dei tuoi antenati di duemila anni prima e che quindi è tua di diritto. Quello che non puoi fare però, è pretendere che quelle persone che attacchi si bevano la tua narrazione in questo modo, o che non ti odino.

E questo è il grosso paradosso delle guerre di pace, paradosso che deriva dalla loro ipocrisia. Le vecchie guerre erano fatte per eliminare i nemici, per cancellarli dalla faccia del pianeta, ma nell’era dei mass media questo non è più possibile in quanto l’opinione pubblica insorgerebbe. Le guerre sono quindi una lenta logorazione che spera o tenta, in genere senza riuscirci, di rieducare il nemico spingendolo ad amarti con la forza.

Il terrorismo islamico

Questo però non succede mai ed è la cosa che quegli stati ricchi e tecnologici come Israele e gli Usa non sembrano capire. Non esiste una quantità di soldi o di tecnologia che possa comprare il cuore delle persone.

Tu puoi pagare una prostituta per scopare, ma non c’è una quantità di denaro che comprerà il suo amore.

Gli Usa in Afghanistan ad esempio si pubblicizzano dicendo che costruiscono ospedali, strade e scuole. Ospedali che però si riempiono delle vittime civili dei loro attacchi, strade percorse dai loro carroarmati e scuole che protraggano la propria propaganda, e si stupiscono se per questo non vengono ringraziati.

Israele ha conquistato una terra già occupata, dicendo di aver trasformato un deserto in un oasi verde in pochi anni, ma forse chi già c’era preferiva il deserto.

Lungi da me giustificare in qualche modo il terrorismo, una vittima di un attentato è una vittima innocente e tale rimane, ma… non giustificare una cosa non significa rifiutarsi di capirla e credo che al contrario siano proprio le cose più esecrabili che vadano capite.

Il punto è che un musulmano ventenne di oggi nato in Afghanistan o in palestina, è nato e cresciuto coi suoni delle bombe nelle orecchie. Ha visto morire attorno a sé, parenti e amici civili sotto il nome di “vittime collaterali” degli attacchi americani o israeliani. Vedono gente coi carroarmati che gli dice che li stanno aiutando a portare la pace, vedono una nazione che dopo aver conquistato un territorio immenso e aver deportato i vecchi residenti poi pretende diritti anche su una città sacra. Come si può essere così miopi da pensare che gente del genere non sviluppi un odio profondo e viscerale?

E questa è una cosa che va al di là del concetto di diritto, di giusto o di sbagliato o di sovranità ma è semplicemente una questione di causa ed effetto. Tu puoi uccidere un leone, come si faceva nelle vecchie guerre e prendere il suo territorio, puoi lasciarlo stare e accontentarti di ciò che hai, ma non puoi pungolarlo per anni o addirittura decenni e poi stupirti se quello ti sbrana.

Ci ricolleghiamo quindi al discorso della vittima di prima. Se poni le basi per il tuo pericolo e quel pericolo si concretizza forse hai ragione forse torto, ma in ogni caso aver ragione al cimitero non è il massimo.

Il prossimo olocausto

Forse sono catastrofista quindi ma guardiamola in un ottica di potere e di tempo.

Il potere, ciò che ha dato la vittoria ad Israele sulla palestina in primo luogo è dato da un insieme di fattori: primo il popolo israeliano era unito, secondo aveva sostegno internazionale, terzo il popolo palestinese era diviso. Ciò che avviene col tempo però è che Israele è sempre meno unito e il movimento per la contrario alla linea dura è in costante crescita, secondo il sostegno internazionale cala sempre più per le stesse ragioni, terzo l’unità del popolo palestinese e musulmano in generale aumenta di anno in anno tenuto insieme dall’odio.

Inoltre consideriamo altri fattori. I musulmani sono la religione in crescita più rapida di tutte e presto supereranno i cristiani in termini numerici senza contare che probabilmente in tutti i paesi occidentali andranno a formarsi nei prossimi decenni movimenti politici di stampo musulmano a seguito dell’onda migratoria infatti, le comunità islamiche fuori dai paesi tradizionali sono aumentate e aumenteranno ancora anche per semplice spinta demografica, loro fanno mediamente infatti più figli degli europei secolarizzati.

L’ultimo fattore è poi quello del desiderio. Voi potete immaginare quanto profonda debba essere una convinzione e l’odio annessa per spingere qualcuno ad un attentato suicida? Io no.

Una convinzione del genere non puoi neanche combatterla, come fai? Come fai a combattere qualcuno a cui non importa di vivere o morire tanto è radicalizzato? Tu puoi combattere un esercito, ma come fai a combattere una persona che si confonde con la popolazione e nasconde del tritolo sotto la giacca al centro di una piazza pubblica? Il momento in cui arrivi a questo punto hai già perso, hai già fallito qualcosa.

Sono quindi troppo catastrofista se dico che è l’occidente stesso, guidato dagli Usa, che sta gettando le basi per il terrorismo in Europa e che è Israele stessa che getta le basi per il suo prossimo olocausto? Quanto a lungo la tecnologia ad ora superiore di Israele la sosterrà contro i cuori di un popolo che giorno dopo giorno la odia sempre di più?

Tutte quelle piccole discriminazioni che Israele fa contro i musulmani residenti nel territorio, tutti quegli attacchi, ogni singolo giorno in continua ad occupare Gerusalemme, ognuna di queste cose crea un nuovo radicale e fa perdere ad Israele un sostenitore e, al di là di chi sia stata, sia, o sarà la vittima, alla fine il conto arriverà e allora poco importerà chi avrà avuto il diritto o la ragione.

La smettiamo di gridare al fascismo ogni cinque minuti?

Allora, articolo che volevo fare da un po’ di tempo in risposta da un certa tendenza che vedo apparire sempre di più in quel meraviglioso e magico mondo che è l’internet, ovvero il gridare al fascismo in puro stile “al lupo! al lupo” non appena il politico di turno fa qualcosa che non ci piace.

Metto le mani avanti perché so che questo è il tipo di articoli che può venire frainteso: io non mi considero davvero né di destra né di sinistra, più per una questione che non mi piace sentirmi ingabbiato in una definizione che per altro. Penso nello specifico che nel momento in cui ci definiamo iniziamo a smettere di ragionare di caso in caso, di volta in volta, iniziando a seguire ciecamente la bandiera più in voga del lato che abbiamo scelto, avendo paura di perdere i nostri compagni nel momento in cui non ci adeguiamo, formando così dei pregiudizi che storpiano la nostra realtà. Sta però di fatto che il grosso delle mie opinioni stanno più a sinistra che a destra: sono stato favorevole alle unioni civili omosessuali e lo sarei stato al matrimonio, sono un fermo sostenitore del laicismo di stato e non amo le ingerenze della chiesa nella nostra nazione, non mi dispiacciono i migranti e no, non credo che siano l’origine dei mali dell’Italia, sopratutto perché l’Italia di problemi ne aveva già molti prima, inoltre sono favorevole all’obbligo vaccinale.

Quindi io mi trovo ora in una situazione che, in un certo senso, credo sia condivisa da molti italiani, non mi riconosco nella linea di un governo che non ho personalmente votato, non mi riconosco nelle loro scelte, nella loro retorica, nei loro toni e modi e il governo stesso non mi piace; però c’è una cosa che se possibile mi da ancora più fastidio, ovvero quelli che ogni volta che un esponente del governo apre bocca sembra che Mussolini redivivo sia apparso ad un balcone a dichiarare guerra al mondo col braccio alzato.

La democrazia non vale solo quando vinci tu.

Forse per qualcuno questa affermazione sarà un shock ma la verità è questa. La democrazia si base anche sull’alternanza di diverse forze e statisticamente, non è probabile che il governante ti vada sempre a genio.

Questo gridare al fascismo nel momento in cui perdiamo che c’è in Italia, (ma anche nell’America di Trump ad esempio) è un po’ come giocare d’azzardo pretendendo il pagamento di ogni vittoria e poi scappare quando si perde lamentandosi che l’altro ha imbrogliato.

Bisogna saper accettare la sconfitta con stile invece, con un po’ di classe, magari rompendo un po’ le palle al vincitore e facendo una buona opposizione dato che il gioco è anche questo; piangere come bambini al contrario, non solo comunque non ti darà la vittoria, ma ti farà apparire come debole e infantile nelle future partite.

Questo ovviamente vale per tutti, vale anche per quella destra che si lamentava del Renzi non eletto da nessuno quando Renzi era più che legittimamente al governo.

Ovviamente questo non implica che tu non debba criticare il governo perché eletto democraticamente, al contrario, la democrazia vive e prospera anche e soprattutto nella critica, e se il governante fa qualcosa che non condividi devi avere diritto di protestare e di esprimere la tua opinione contraria. Il semplice fatto che un politico però scelga delle politiche di stampo nazionalistico o conservatore non vuol dire che sia fascista, semplicemente quel politico è espressione di una parte della popolazione che in quegli ideali si riconosce. Questo può non piacerti ovviamente, puoi protestare, ma non puoi negare che il voto che ha portato quel politico al potere sia stato legittimo: Salvini ad esempio, per quanto le sue scelte siano criticabili, non è in parlamento perché ha marciato su Roma seguito da un stuolo di uomini con felpe verdi, non ha modificato il sistema elettorale per concentrare ogni potere su di sé e non ha iniziato una deportazione di Ebrei in Polonia.

La democrazia non è automaticamente buona

Altro shock per qualcuno forse ma… la democrazia non è per sua natura buona, gentile e coccolosa, la democrazia è un sistema di governo che, come tutti i sistemi, ha le sue luci e le sue ombre.

Credo sia molto miope urlare alla morte della democrazia tutte le volte che un governo democratico fa qualcosa che consideriamo contrario alla nostra morale. La verità è che i diritti, tutti i diritti compreso quello alla vita o alla libertà a cui tanto teniamo, non sono diritti naturali scesi dal cielo su ali dorate, ma sono il frutto di un patto sociale ed emanazione stessa del sistema di potere che nasce da questo patto. Monarchia, aristocrazia o democrazia che sia tutte le leggi, i diritti e le decisioni vengono dal sistema di potere scelto e il potere non è mai né buono né cattivo, è solo espressione di chi lo gestisce.

Ci sono state monarchie estremamente illuminate, ad esempio uno dei più lunghi periodi di pace nella storia europea fu il principato di Augusto, e monarchie dispotiche, ci sono state aristocrazie illuminate e aristocrazie crudeli, ci sono state democrazie illuminate che forse e anzi, probabilmente prima o poi decadranno in oclocrazia, una democrazia degenerata per il semplice fatto che tutto prima o poi tutto decade, credere che l’epoca in cui viviamo sia eterna quando la Storia ci insegna che nulla dura per sempre è folle (e una mia opinione spassionata è che sarà questo il destino probabile delle democrazie piuttosto che un nuovo avvento del fascismo che null’altro fu se non un’infelice ritorno d fiamma della monarchia).

Il punto è che in una democrazia la responsabilità della gestione del potere spetta al popolo e se al potere sale un politico con un determinato metro morale, evidentemente c’è una porzione più o a meno sostanziale della popolazione che con quel metro s’identifica. Se poi le azioni di quella persona siano giuste o sbagliate, lo lascio alla coscienza e alla critica di ognuno, i risultati invece li lascio ai posteri.

Al lupo! Al lupo!

Sto usando quest’esempio troppo spesso nel blog, quindi se conoscete qualche fiaba simile che posso sfruttare a titolo di parabola scrivetemela nei commenti.

Comunque veniamo all’ultimo punto, esattamente quali risultati pensate che possa portare questo continuo gridare al fascismo ogni cinque minuti? Esattamente pensate, ad esempio, che la gente che ha votato Salvini per sostenere la sua politica anti-migranti leggerà il titolo clickbait del giornale di turno che, per aver fatto esattamente ciò che aveva promesso in campagna elettorale, gli dà del fascista e smetterà di sostenerlo? Non mi sembra probabile.

Quello che invece mi sembra probabile è che quella persona si sentirà attaccata e sentirà che il proprio beniamino è attaccato e s’infervorerà ancora di più. Credo che gli farà fare la figura della povera vittima dei giornali (avete notato che Trump fece tutta la sua campagna elettorale su questo?) e che gli darà spunto per tacciare le critiche di essere solo piagnistei ideologici, soffocando così anche quelle vere di critiche, quelle magari meno mediatiche ma che forse sarebbero arrivate più a fondo.

In ultimo quindi dico: rilassatavi che il mondo non finirà con questo governo e non finirà domani. Criticatelo e fategli opposizione se pensate lo meriti, ma conservate le grida per quando il lupo lo trovate davvero.

Lo stoicismo è all’origine del pensiero filosofico?

La filosofia è una disciplina nata, in origine, con l’intento di trovare il “corretto” modo di vivere, per trovare il modo in cui una persona poteva vivere senza dolore o sofferenza nel senso psicologico del termine.

In senso stretto, la filosofia nota come stoicismo, è nata ad Atene intorno al 300 A.C. Il concetto che sostanzialmente sta alla base dello stoicismo è quello dell’accettazione degli eventi, il destino guida chi lo accetta e trascina chi non lo accetta (citando Seneca), ma tutti lo seguono. L’uomo, in quanto essere in cui il Logos è perfettamente rispecchiato, può decidere se seguire l’andamento del cosmo, o se opporvisi, ma in entrambi i casi non può vincerlo, gli eventi accadono lo stesso e la felicità sta quindi nel saperli accettare, sta nel saper prendere ciò che il fato ti da e ad essere soddisfatto di ciò che hai, mentre il dolore consiste nelle passioni, ovvero nel cercare di opporsi all’universo e di affrontarlo.

È importante notare inoltre che lo stoicismo non implica come a volte frainteso l’assenza di arbitrio o un totale determinismo, ma indica semplicemente il corretto rapporto dell’individuo con gli eventi. Volenti o nolenti infatti, le cose brutte, così come le belle, accadono, il corretto modo di vivere sta nel saper accettare le cose brutte e apprezzare le belle.

Questo è lo stoicismo in senso stretto (il cui simbolo l’Ouroboro, è anche il simbolo di questo blog), ma in senso lato, e qui inizia quella premetto essere una mia personale osservazione, credo che i concetti in esso espresso, anche se in una forma più grezza, siano di gran lunga più antichi della filosofia greca.

Le religioni stoiche

Se avete letto il mio articolo sulla produzione artistica dei popoli (questo) sapete già cosa ne penso dei rapporti fra storia ed arte. La storia ci dice quello che un popolo ha fatto, l’arte ciò che il popolo era perché è nell’arte che quel popolo mette le proprie idee, passioni, paure; il punto è che anche la religione è una forma d’arte in un certo senso, fin tanto che consideriamo i miti come un insieme di racconti e di storie, spesso con intento pedagogico verso ascoltatori non istruiti che non sarebbero stati in grado di capire complicati discorsi di filosofia, ma che avrebbero apprezzato il simbolismo mistico dei racconti religiosi.

Partiamo dalla stessa religione greca, al fatto che perfino gli dei siano sottoposti al fato (personificato dalla figura delle parche) che è una forza universale e travolgente, tanto che perfino dei e titani vengono sconfitti dalle profezie (pensiamo al mito di Cronos e Zeus ad esempio, a Cronos, re dei titani, fu profetizzato che uno dei suoi figli lo avrebbe sconfitto e usurpato, così lui mangia i suoi primi due figli, Ade e Poseidone, per precauzione ma sarà proprio il terzo figlio, Zeus, a far avverare la profezia).

Pensiamo alla religione norrena e al mito d’Yggdrasil, l’albero del mondo. Secondo il mito l’immenso frassino Yggdrasil cresceva attraverso nove terre e ogni sua più piccola diramazione o venatura della linfa corrispondeva al destino di un essere vivente (dei compresi), destino personificato dalle Norne. Odino, il re degli dei, per ottenere la saggezza offre in sacrificio sé stesso all’albero restando appeso per nove giorni e nove notti, attendo il potere della preveggenza delle rune, attraverso le quali sarà in grado di prevedere tutto il futuro fino al Ragnarok, il crepuscolo degli dei, nel quale prevede la sua stessa morte, sbranato dal lupo Fenrir, morte che però accetta perché decisa dal destino.

E ancora possiamo continuare, possiamo andare alla religione Egizia, col suo grande demiurgo Amon-Ra che a sua volta prevede la sua stessa morte alla fine dei tempi, divorato dalla serpe del caos Apopis. All’induismo e al suo concetto di Karma e di ciclo di reincarnazioni tese alla ricongiunzione con l’universo personificato di Brahman e alla principale riforma dell’induismo stesso, ovvero il Buddismo (che sarebbe poi andato a diffondersi in Cina), una dottrina tutta basata sull’eliminazione delle passioni e all’accettazione degli eventi come origine della felicità.

Anche le religioni abramitiche non sono del tutto esenti da questo schema e un certo senso il Dio onnisciente, che tutto ha già previsto e che ha predisposto un piano per tutte le cose, si pone come una versione personificata di quel Logos greco. (Tra l’altro Logos significa anche “verbo” e la personificazione o carnificazione del Verbo e uno dei dogmi del cristianesimo).

Origine della filosofia

Nonostante quindi ufficialmente lo stoicismo sia nato nel 300 A.C. io credo in realtà che sia molto più vecchio come concetto perlomeno, espresso in diverse forme e con diversi simboli ma sempre simile nel senso. Non ci si spiegherebbe se no una presenza tale di questa filosofia in religioni così antiche, e così sparse per il mondo.

Io credo, in realtà, che questo concetto molto naturalistico del rapporto fra uomo e universo, dove l’individuo e visto come qualcosa che deve adeguarsi e seguire la natura per essere felice, deve capirla e accettarla, essere in simbiosi con essa, risalga invece alle prime civiltà umane, a quelle tribù di cacciatori in costante lotta con l’ambiente per cui era però mantenuto un silenzioso rispetto, un timore reverenziale.

Racconti: Apotheosis

Ecco qui per voi il racconto del martedì, spero che vi possa piacere.

Apotheosis

1

L’ultimo giorno inizia nella luce e nell’oscurità termina, pagato nel sangue e nell’amore è il pedaggio per l’eterno.

Fu con questa frase, stampata nella mente, che Thiara si alzò quella mattina del suo ultimo giorno, aprendo gli occhi sulla volta alta della grotta sacra dalla cui sommità, un delicato raggio di sole scendeva. La ragazza si alzò in silenzio, muovendosi nello stesso modo in cui si era mossa ogni mattino dell’ultimo anno, si diresse verso la fonte santa, una grande pozza circolare di acqua azzurra illuminata da un lucernario altrettanto circolare nell’alto della grotta; si spogliò e s’immerse nell’acqua.

Ricordava ancora il suo primo bagno solo un anno prima, il gelo che le penetrava nelle ossa, ma ora non provava più il freddo, né il caldo, né tantomeno dolore, lei era oltre tutto ciò, incamminata sul sentiero degli Antichi. Nuda nell’acqua, il fluido stesso della vita sembrava parte di lei, esso si muoveva alla sua volontà come un muscolo nuovo, tutto l’universo lo faceva, tutto l’universo era un fluido eterno in un caotico vorticare, vita e morte coesistevano in lei.

Uscì dall’acqua già asciutta, camminando sulla sabbia bianca e fine che circondava la pozza e si diresse verso il limitare di essa, dove la grande statua degli Antichi eterna giaceva, più vecchia del tempo e del mondo stesso. 

S’inchinò sulla sabbia, abbassando la testa e baciando il terreno dinnanzi alla scultura immortale: la statua sembrava di vivo argento ad occhi profani, ma in realtà nessuno ne conosceva la lega, essa era indistruttibile, inamovibile e incorruttibile, neppure una singola particella di polvere mai, o una sola macchia ne aveva intaccato la superficie. Essa raffigurava il grande uomo con la testa di toro, nell’atto di strappare le fauci al leone.

Davanti alla statua Thiara, sempre in ginocchio, iniziò a pregare, entrando presto in Danli, lo stato sacro di trance, ponte fra i mondi degli uomini e quelli degli dei.

Attorno a lei tutto svanì e tutto ricomparve, un fiume in piena di minuscole parti in un vortice, e per un istante avrebbe potuto guardare un singolo insetto e vedere nel tempo tutto il suo cammino e così quello dei suoi figli, della sua discendenza e di ognuna della miriade di minuscole parti che secondo i sacerdoti e la seconda vista compongono ogni cosa.

Cos’era quindi la vita? E cos’era per lei ora la morte? Se ognuno è un corpo e una mente, in ogni istante il corpo si disperde in infinite parti per ricomporsi con parti nuove, in ogni istante la mente che nulla è se non memoria, dimentica mentre nuove cose assorbe, dov’è la persona che eri solo lo scorso istante? Esiste forse ancora? Essa è morta quindi, e con lei tutto il mondo, tutte le stelle e l’universo intero, in ogni istante essi muoiono e a nuova vita nascono, nello stesso istante.

Mentre meditava nella trace del Danli, la mente di Thiara per un momento passò nello spazio fra gli spazi, i mondi degli dei. Attraverso i suoi occhi interni vide la grotta invecchiare e cedere, vide formarsi stalattiti che poi si sgretolarono, vide la grotta stessa sgretolarsi e poi il mondo, vide le stelle brillare e poi spegnersi, nascere per poi morire ancora, vide l’universo diventare freddo e toccare l’unica vera, ultima morte: l’equilibrio.

2

Thiara camminava nella foresta accompagnata dai sacerdoti, chiusi attorno a lei in un cerchio e poi dal popolo più indietro. Nella luce fioca del tramonto che penetrava fra gli alberi, sembrava che strane forme prendessero vita per un istante fra le ombre per poi scomparire.

Non aveva mangiato quel giorno, né bevuto, né si era vestita per uscire, non aveva più bisogno di nessuna di queste cose. Dove i suoi piedi nudi toccavano il terreno, fiori viola e rossi crescevano e quando i suoi capelli biondi si muovevano nel vento da essi nascevano rosse scintille di fiamma, ombre luminose della divinità che l’accompagnava.

Cento uomini camminavano con lei seguendo il suo gruppo di sacerdoti, ognuno portava una torcia del fuoco azzurro dal tempio, che faceva luce senza bruciare. Poco distante inoltre, cento donne con altre cento torce accompagnavano Dei’to e il suo gruppo di sacerdotesse.

Erano pochi gli animali che passavano quella sera e al loro passaggio anche essi si fermavano in segno di rispetto, gli uccelli fermavano il gracchiare adagiati su alti rami degli alberi e perfino prede e predatori si bloccavano nella loro corsa e si fermavano insieme a guardare. Camminarono tutta la sera per raggiungere in tempo l’altare, mentre il grande sole rosso scompariva all’orizzonte.

3

L’altare era lontano dal villaggio ma non troppo, situato al centro di una grande radura nella foresta e il grande tavolo era  della stessa lega della statua e sembrava crescere dalla terra.  In ginocchio sull’altare, sotto una coperta di stelle, Thiara a Dei’to pregavano gli Antichi nella fine del loro ultimo giorno, porgevano ringraziamenti per la loro ascensione e chiedevano consigli per i loro successori.

Il tempo divenne liquido mentre cadevano nel Danli e tutto divenne chiaro mentre le stelle sopra di loro sembravano brillare sempre di più e pulsare di vita propria.

Uscirono dalla trance e guardarono le stelle, di nuovo al loro posto nel cielo, poi si alzarono mentre tutti attorno a loro erano riverente silenzio, inchinati in un cerchio con occhi bassi verso la stessa terra dove duecento torce blu erano incastonate. Entrambi si mossero senza esitazione e senza dubbio: Thiara si mosse dal nuovo prescelto, aiutò il ragazzo ad alzarsi mentre le sue mani tremavano e lo calmò ponendogli una mano sul viso: in quell’istante mostrò al prescelto ciò che l’anno prima era stato mostrato a lei, la lotta eterna che avviene al di fuori di ciò che gli umani possono vedere.

Anche Dei’to fece lo stesso, prendendo una ragazza, la nuova prescelta, e mostrandole la verità al di là delle parole.

Gli dei nuovi Thiara e Dei’to si mossero quindi di nuovo per la radura, forme luminose che perdevano scintille nella notte salirono sull’altare insieme e nudi, e lì si baciarono intrecciando poi i loro corpi.

L’amplesso durò al contempo un istante e l’eternità intera, un momento e una vita di pura energia e verità con l’universo intero come testimone silente, e quando giunsero all’apice perfino le stelle sembrarono pulsare per poi spegnersi tutte assieme in un momento, in segno di rispetto agli dei nascenti.

Thiara e Dei’to ora giacevano nudi sulla dura superficie dell’altare tenendosi per mano; dopo poco il gran sacerdote e la gran sacerdotessa li raggiunsero, poi, estrassero i coltelli.

«L’ultimo giorno inizia nella luce e nell’oscurità termina, pagato nel sangue e nell’amore è il pedaggio per l’eterno» dissero insieme i sacerdoti, poi calarono le armi sui corpi dei giovani, trafiggendogli i cuori.


Grazie per la lettura, se il racconto ti è piaciuto fai un salto alla Libreria per leggerne altri o per le recensioni letterarie di opere di altri autori.

Perché il pensiero non deriva dal linguaggio

Allora, qualche giorno fa ho scritto un articolo (questo) in cui esprimevo alcune opinioni sul concetto secondo cui il modificare la lingua permette di modificare la percezione di un fenomeno e l’atteggiamento verso alcune minoranze, manifestando a proposito il mio scetticismo. L’articolo è abbastanza piaciuto mi sembra ma al contempo ha generato qualche perplessità, alcune delle quali mi sono state scritte in privato, per questo motivo ho deciso di scrivere un secondo articolo in cui approfondisco la questione.

La teoria

Nello specifico stiamo parlando dell’ipotesi di Sapir-Whorf, linguisti statunitensi che formarono la teoria secondo la cui il pensiero sia determinato dalla lingua utilizzata.

Celebri e ormai nella cultura di massa sono ad esempio gli studi sugli Inuit che hanno diverse parole per dire neve. Questo secondo Whorf, modificava la visione e la percezione del mondo degli Inuit rispetto ad un anglofono… ma è davvero così?

Alcune considerazioni

Innanzitutto bisogna dire che, nonostante nell’autodeterminismo che va di moda attualmente, anche questa teoria sia tornata in auge, in ambito accademico l’ipotesi sia abbastanza controversa, tanto che in molti nemmeno la considerano un’ipotesi ma bensì un assioma.

La prima considerazione da fare ritengo sia rispetto a quei momenti, vissuti da ognuno di noi, in cui “si ha una parola sulla punta della lingua” come si suol dire. La sensazione in questione presuppone che noi sappiamo ciò che vogliamo dire, ma che non troviamo, per un momentaneo lapsus di memoria, la parola da usare per descriverla; già questo dovrebbe mostrare come la parola e il concetto che la parola esprime, non siano interdipendenti fra loro, ma solo reciprocamente associati dalla memoria.

Allo stesso tempo la questione degli Inuit non dimostra di fatto assolutamente niente di più se non che la lingua è una questione di efficenza. Gli Inuit hanno, ad esempio, una parola per descrivere la neve fresca, una per la neve ghiacciata, una per la neve mista ad acqua che va sciogliendosi. Questo però non dimostra che la mente degli Inuit sia diversa, significa semplicemente che il mondo in cui vivono gli Inuit sia effettivamente diverso per il semplice fatto che è un mondo ricoperto per gran parte dell’anno dalla neve e che quindi, per comodità, piuttosto che ricorrere alle perifrasi che usiamo in italiano per descrivere i diversi tipi di neve, loro hanno sviluppato una parola per ciascuna. Per lo stesso motivo in arabo ci sono tre parole, se non erro, per dire “deserto” che indicano più o a meno il deserto sabbioso, quello pietroso e quello stepposo. Sempre per lo stesso motivo in italiano abbiamo decine di parole per descrivere i vari tipi di pasta che, in inglese, vengono tutti e comunque inseriti nella categoria “maccheroni”.

Alcuni popoli ne sanno di più su certi argomenti

Allora, ne avevo già parlato in questo articolo ma ci spendo comunque due parole. Che sia per ragioni ambientali, vedi Inuit e neve o Arabi e deserto, o culturali come Italiani e pasta, alcuni popoli su certi argomenti ne sanno più di altri ed è quindi naturale che, su quell’argomento, abbiano un vocabolario più ricco.

Perché i termini relativi a tecnologia vengono tutti dall’inglese? Perché che ci piaccia o no loro hanno fatto scuola in quest’ambito e hanno creato quindi un vocabolario specifico alle loro necessità, che è stato poi adattato dalla comunità internazionale che si è approcciata al settore. Per lo stesso motivo di contro in alcuni ambiti quali quello culinario, musicale (pensiamo alla lirica ad esempio), artistico diverse parole italiane sono diffuse nel mondo. Allo stesso tempo questo vale anche per le microcomunità, gli appassionati di enogastronomia ad esempio avranno un ricco vocabolario per descrivere vini e cibi, ma questo non implica che la loro mente sia diversa, implica semplicemente che, per necessità e comodità, hanno imparato un vocabolario utile alla loro passione.

La percezione di un fenomeno

Prendiamo ad esempio la prostituzione. Nella società italiana moderna non è chiaramente ben vista, figli di una morale Cristiana Cattolica che negli anni si è abilmente mascherata da femminismo, la prostituta che negli anni ha assunto molti nomi (meretrice, puttana, troia, accompagnatrice, escort, cortigiana etc…) subisce una discreta quantità di disprezzo sociale.

Il punto è: la prostituta è disprezzata perché è descritta con una brutta parola o perché, per ragioni religiose e culturali, è considerata immorale? Ovviamente qui siamo nell’ambito delle pure opinioni ma secondo me è la seconda.

Mi si opporrà, come argomentazione, che la parola più moderna, nello specifico “Escort” non sia all’orecchio così offensiva come, ad esempio “puttana”, ma neanche la vecchia parola prostitua lo è. E qui posso essere d’accordo, ma ciò implica semplicemente che ci siano delle sfumature di significato interno alle parole e che quindi esse non siano perfettamente sinonimi. La parola puttana è diventato ad esempio nella cultura italiana un insulto fine a sé stesso, spesso slegato dal significato originale, un po’ come il “cornuto” gridato all’arbitro di una partita di calcio, non gli stai davvero dicendo che sua moglie lo tradisce, gli stai dicendo che non sa arbitrare. Il motivo per cui alcune parole sono meno offensive quindi, è perché non hanno su di sé tutto il significato di un altra parola, il punto però è che se tu la parola la sostituisci, se vuoi sostituirla in toto, la nuova parola assumerà pian piano tutti i significati della vecchia in mancanza di questa, e quindi anche quelli offensivi (un esempio è la parola minorato che negli anni è diventato, inabile, disabile, diversamente abile etc…).

La neolingua

Non è un caso se parlando di questo argomento cito Orwell, ci aveva discretamente azzeccato, mi azzardo a dire.

Come abbiamo visto ad esempio, la sostituzione della parola prostituta o puttana che sia non va davvero a vantaggio delle prostitute, così come la sostituzione della parola “negro” (che in italiano non aveva accezione razzista fino a quarant’anni fa) con “nero” prima e “di colore” poi non va a beneficio dei neri o la sostituzione della parola “barbone” con “clochard” non va a beneficio dei barboni… tant’è che in genere queste categorie nemmeno vengono interpellate quando bisogna cambiare la parola che li indica (fidatevi che nessuno ha fatto un’intervista ai barboni chiedendogli se preferissero clochard); allora a vantaggio di chi va?

Sapete dove nascono gli eroi? Nascono nelle battaglie, perché è nelle battaglie che servono, ma cosa succede agli eroi se una battaglia non c’è? Cosa succederebbe ai generali degli eserciti se tutte le guerre finissero oggi, di punto in bianco? Perderebbero il lavoro.

Il punto è che c’è uno scheletro di accademici (o nell’era dei social, semplicemente di utenti che cercano popolarità e approvazione sociale) che, nel corso degli anni, si sono posti come i cavalieri senza macchia a tutela della giustizia sociale (i social justice warrior del precedente articolo). Queste persone, in maniera più a meno consapevole, creano problemi dove non ce ne sono o ingigantiscono quelli già esistenti per il semplice fatto che la loro posizione sociale o addirittura il loro lavoro è legato alla presenza di battaglia da combattere.

Ciò inoltre porta alla situazione paradossale che, come nella storia di “al lupo! al lupo!” le vere battaglie o i veri problemi non abbiano la giusta attenzione e che quindi ciò vada addirittura a detrimento delle categorie deboli che si vorrebbe aiutare. Questa concentrazione e sforzo immane che si sta mettendo nella rieducazione linguistica dei popoli forse, e dico forse, sarebbe meglio spesa in dibattiti su questioni reali (ad esempio sarebbe meglio iniziare a parlare di barriere architettoniche piuttosto che della parola migliore per i disabili, o di avere un serio dibattito sulla situazione legislativa della prostituzione invece di disquisire sulle “escort”).

I tuoi sentimenti non sono affare pubblico

Ultimo punto, di cui di nuovo ho già parlato (qui) e su cui quindi non mi soffermerò molto, ma che ci tenevo a citare. Se ti senti offeso da qualcosa che non voleva essere offensivo, non è tutto il resto del mondo che deve cambiare per tutelare i tuoi sentimenti.

Se, ad esempio, io incontro una donna che fa sesso in cambio di denaro e le dico che è una prostituta, senza volontà di offesa ovviamente dato che, personalmente, non ho alcun pregiudizio ne disprezzo verso il lavoro più antico del mondo, lei può anche offendersi perché l’ho chiamata così, e io posso anche chiamarla con altre parole che lei trova meno offensive, come escort, ma ciò comunque non cambia il suo lavoro, non cambia ciò che fa e se io non volevo essere offensivo ma lei si offende comunque, non vedo perché dovrei essere io a modificare il mio linguaggio.

Quest’infantilizzazione delle persone e ipertutela dei sentimenti mi sembra, a dirla tutta, ridicola. Soprattutto perché si chiede alla legge di fare la parte della polizia del pensiero e di tutelare le emozioni delle persone come se esse fossero bambini.

Ciò che credo sfugga, è che la parola è solo un suono, solo una vibrazione diffusa nell’aria non è intrinsecamente buona o cattiva, offensiva o non offensiva. L’offesa se c’è, si trova o nell’intenzione di chi parla, o nell’orecchio di chi ascolta e, se non era quindi nell’intenzione, forse dovresti chiederti se non sei tu che ci stai costruendo sopra qualcosa, basandoti tu che ascolti su un tuo pregiudizio.


Con questo spero di aver concluso esaustivamente l’argomento. Spero che mi scusiate fra l’altro se ultimamente pubblico meno frequentemente del solito e impiego più tempo a rispondere ai commenti ma con l’inizio della sessione universitaria e con qualche altro progettino di cui vi renderò partecipi a giorni sono oberato di cose da fare.

Ciao a tutti.

Racconti: il labirinto di specchi

Dopo aver saltato la scorsa settimana causa Natale, mi sono sforzato di portare un racconto anche oggi, in modo da riprendere la tradizione del martedì, spero vi piaccia.


Il labirinto di specchi

Mi svegliai nel labirinto di specchi ove un fiume di stelle sopra il mio capo brillava e, scuro e nero come il vuoto, un demone m’attendeva innanzi.

Vidi la bestia ed ella mi vide e i suoi occhi erano vivi di fiamma. Io fuggì fra gli specchi, seguito dal suono rapido del passo che s’avvicinava, dell’enorme mole che passando tutto spaccava ed ogni cosa lasciava in pezzi.

Ahi quale dura corsa è quella del labirinto di specchi! Ove ogni passo più del precedente pesa, ogni svincolo pare cieco e vie giuste e sbagliate si riflettono e confondono l’un l’altra.

Il terreno m’assorbe, mi trae a sé, quanta forza serve solo per tenersi in piedi, e quanta più ne serve ad ogni passo, ad ogni gesto, ad ogni respiro troppo stanco per esalare… ma il demone scuro alle spalle incalza e rapido devo procedere nel cammino.

Esso è imperterrito ed eterno, una forza acquattata, silente, soppressa solo dal sonno e l’oblio, ma che mai smette di ruggire, di graffiare, di strappare. Sento la bestia e, senza voltarmi, ne vedo il volto nascosto negli angoli degli specchi. Il volto orribile, mutilato, urlante.

Corro nel labirinto e la sento, ma sono io l’intruso, essa è sempre qui. In ogni istante il demone attende, a volte in rispettoso silenzio, a volte ringhiando, a volte ridendo di chi cieco lo ignora, di chi cerca di sopprimere.

Un vicolo cieco…

Giunsi sul fondo dell’ultima via e mi voltai, nessuno scampo o via di fuga. Rapido nella corsa il demone era giunto.

Era più grande adesso o più piccolo? O era solo lo stesso? Poco importava davanti ai suoi artigli, davanti ai suoi denti ed occhi di fiamma. Estrassi dalla federa una vecchia e logora spada, e l’affrontai.

La battaglia imperversò nel labirinto e piano le energie mi lasciavano, risucchiate, ma anche la bestia cedeva a poco a poco. I suoi artigli e denti si spezzavano sulla mia spada e come frammenti infiniti di vetro cadevano a terra in frammenti.

Infine lo feci, assestai il colpo di grazia. Un affondo fatto con tutte le mie ultime forze e gettando un urlo. La lama penetrerò nel demone nero e sangue scuro scorse. La bestia cadde quindi con un lamento.

Un fiume di stelle ancora brillava su di me, ma diverso era ora il cielo. Esso cambiava rapido come se il tempo stesso fosse accelerato e in pochi istanti vidi sorgere e tramontare costellazioni intere e la Luna fare il suo ciclo. 

Venne infine il giorno e il caldo sole e in quella luce forte la carcassa del demone sembrò evaporare in fumo nero che in fretta salì e salì perdendosi nel cielo, spazzata via dal vento.

Guardai in basso e lo vidi, uno specchio solo restava davanti a me a memento e mille frammenti da mille specchi mi circondavano nel labirinto distrutto. Ancora la mia spada restava, conficcata fra i vetri degli specchi, a testimonio dell’ardua sfida.

Improvvisamente il labirinto tutto scomparve, anch’esso come evaporando in scuro fumo che il vento rapido spazzò, rimase solo la logora spada che raccolsi e rimisi nella vecchia custodia. 

Ora ciò che restava ero io e il Sole che in alto splendeva e la collina erbosa attorno a me con me rideva la sua gioia. Liberi dalla maledizione! Liberi dal demone nero!

Il giorno passò allegro e il Sole lavò e fatiche e gli affanni mentre l’erbosa collina offriva cibo e ristoro e la brezza leggera che spirava allontanava perfino il ricordo nella bestia che un tempo aveva abitato quel luogo.

Infine, passato un tempo di minuti o forse di ore ed ore, il Sole stanco m’annunciò la fine di quel giorno e l’erbosa collina mi mostrò, nascosto fra le frasche e i fiori, un comodo giaciglio dove dormire mentre il buio calava.

M’addormentai con il sorriso e senza il ricordo di un dolore mentre caldo nel giaciglio inspiravo la brezza leggera. 

Fu un sonno profondo e senza sogni, ma non abbastanza lungo… non adatto a prepararmi a ciò che nel risveglio avrei trovato!Mi svegliai ancora nel labirinto di specchi ove un fiume di stelle sopra il mio capo brillava e, scuro e nero come il vuoto, un demone m’attendeva innanzi.


Grazie per la lettura, per altri racconti passa dalla Libreria

Cosa rende le società religiose più efficienti?

Pur essendo io ateo mi ritrovo a dover ammettere un dato di fatto, nessuna civiltà si è mai sviluppata sull’ateismo. La religione invece, si è sempre dimostrata un sistema straordinario nella sua capacità di propagarsi fra le genti, facendo sviluppare la società che l’aveva creata, osservando la questione da un punto di vista evoluzionistico quindi, osserviamo come di fatto, sembra che le società religiose siano “più efficienti” delle altre… proviamo a capire perché.

La società guerriera

Immagino di non dire nulla di strano se sostengo che la storia umana sia stanzialmente un libro di storia della guerra. Ciò che l’essere umano ha sempre saputo fare meglio, è ammazzare il proprio vicino.

Ciò deriva, ritengo, in una certa misura dallo sviluppo demografico incontrollato a cui è stata soggetta la nostra specie. L’essere umano è di fatto in natura una specie senza competitori, non abbiamo predatori, ci produciamo il nostro cibo con agricoltura e allevamento, le comunità quindi crescono e crescono sempre di più fino a che lo spazio non basta per tutti; ed ecco quindi la guerra, ecco esplodere il conflitto che, vinca chi vinca, lascerà al vincitore nuovo spazio ove espandersi e al contempo diminuirà il numero di persone.

Questa è quindi la guerra, un po’ ipocritamente considerata nella società attuale come il peggior male del mondo quando noi stessi, anche adesso, siamo in guerra come stato in Afghanistan (e no, chiamarla missione di pace non cambia il concetto), dico un po’ ipocritamente non perché io sia uno di quelli che vede la guerra come “unica igiene del mondo”, ma perché di fatto ogni cosa che abbiamo attorno a noi: dalla tecnologia, alle istituzioni, ai confini di provincie, regioni e delle stesso stato, alla lingua che parliamo, sono tutti sottoprodotti che la guerra ha portato nell’arco dei millenni e, per quanto si possa volere un futuro diverso dal passato, negare il passato è un po’ ipocrita.

Chi è il nemico?

Siamo quindi arrivati ad un punto, spesso e volentieri, la guerra è esplosa per semplice necessità territoriale, necessità economica e di risorse, se due comunità vogliono mangiare dallo stesso campo, sarà un conflitto a decidere chi avrà quel fazzoletto di terra.

A questo punto però sorge un dilemma, chi sono i miei nemici e chi sono i miei amici?

Questo perché, di fatto, se ammettiamo che la guerra abbia un origine nella scarsità delle risorse, questo implicherebbe che il conflitto sia fra tutti gli uomini contro tutti, questo perché tutti competono per le risorse. Così però non è, i conflitti in realtà sono fra gruppi di uomini, contro altri gruppi di uomini; ma cosa definisce un gruppo? Cosa lo rende coeso?

Ecco quindi la religione. Un insieme di rituali, di usanze, di tradizioni condivise da un certo gruppo di uomini che così li accomuna, gli permette di riconoscersi l’un l’altro con semplicità, gli permette, in ultima analisi, di fare una distinzione fra “noi” e “voi”.

Spesso noto fra l’altro quella che secondo me è un errore di comprensione dei rapporti causa-effetto nella narrazione storica, in cui la religione viene accusata di generare le guerre. Io direi che è la necessità a generare guerre, la religione è il modo in cui vengono spiegate al popolo e in cui gli animi di questo vengono infiammati.

Non è facile spiegare ad un contadino medievale di andare a combattere in terra santa per un insieme di ragioni quali: espansione territoriale, risoluzione del problema dei “secondi figli” generati dal sistema feudale, attacco preventivo dovute all’invasione dell’islam in Spagna. È facile dirgli di farlo perché così Dio vuole.

Efficienza

Come ci insegna la teoria dell’evoluzione, ciò che si propaga, all’interno di un ambiente competitivo, è, per ovvie ragioni, il competitore più efficiente. Ciò si può applicare tanto ai geni, quanto alle tradizioni, alle usanze e, infondo, alle intere società.

La religione si mostra quindi come un sistema che permette un riconoscimento molto efficiente dei nemici e degli amici e che, allo stesso tempo, permette di controllare facilmente le emozioni della massa: generare odio nel nemico, compassione per l’alleato, eliminare la naturale paura per la morte promettendo qualche forma di paradiso, instillare paura per la diserzione minacciando una qualche forma d’inferno.

La religiosità permette quindi ad una società di essere più efficiente nel propagarsi e nel conservarsi in un ambiente dove le società si azzannano l’un l’altra in maniera più o a meno violenta, cercando costantemente la sopraffazione altrui. Ciò porta alla comunità religiosa un vantaggio competitivo, e, in quell’immenso arazzo di guerre che è la storia, permette che la comunità si sviluppi, propagando le proprie tradizioni e usanze.


Internet sta diventando sempre più borghese?

Voi non lo sapete ma sono da lungo tempo un utente e un fan di una piattaforma secondo me straordinaria, ovvero YouTube. Piattaforma che, se vogliamo è a volte difficile da capire per un neofita, a volte può sembrare un accozzaglia di trashate o programmi per bambini, ma che nasconde in realtà un piccolo microcosmo di programmi e servizi d’informazione e d’intrattenimento davvero interessanti: ne sono un esempio Breaking Italy o Wesachannel, tanto per citare due italiani, o Jordan Peterson e PewDiePie per citare degli internazionali.

Il punto è che spesso, e per assurdo, io vedo molta più onestà e professionalità nel raccontare e commentare delle notizie su internet che sui media tradizionali. Vedo, per assurdo, che oramai tutti i giornali italiani usano un sistema clickbait per attirare i visitatori mentre nel luogo dove il clickbait è nato, il web, ciò non avviene.

Credo che ciò sia dovuto all’immensa meritocrazia e “fedeltà” che va ad instaurarsi sul web. Cose che esistono data l’immensità dei competitori presenti su internet; in un sistema dove chiunque può entrare infatti, la vera differenza la fa la qualità, e se fare titoli clickbait su YouTube o perché no, su WordPress ti può far fare qualche visualizzazione in più sul breve periodo ucciderà la tua fanbase sul lungo, nessuno vorrà più seguirti.

I giornali al contrario, vuoi perché l’utenza è più matura, vuoi perché campano anche di sovvenzioni statali sono andati secondo me nel corso degli anni via via politicizzandosi, estremizzandosi nell’opinione fino al punto che sembra che ogni articolo sia fatto per partito preso. Sfruttano un tipo di utenza che punta più all’autoconferma che all’informazione, ovvero mirano a quelle persone che aprono un articolo solo se conferma i propri pregiudizi piuttosto che per formare un opinione consapevole.

Questo è stato, secondo me, anche il motivo che ha decretato un così straordinario successo del mondo del web, delle community che vi sono formate. Internet era arrivato con le sue promesse dell’ “express yourself”, che permetteva a creatori di contenuti di farsi portavoce di una determinata comunità senza dover passare sotto l’occhio censorio del sistema mediatico tradizionale, magari, riuscendo se si era bravi perfino a guadagnarci con questa liberà espressione del sé.

L’invecchiamento di internet

Questa libera espressione però non è durata poi così a lungo. Piano piano, con l’incremento dell’utenza infatti, le community online iniziarono a venire gestiti da bot, che inizialmente facevano un tipo di censura semantica, ovvero c’erano determinate parole o immagini che non potevano essere usate, e fino a qui tutto bene.

La censura però ha iniziato a spostarsi sempre più dall’essere semantica ad ideologica. Sotto le pressanti accuse di ospitare community pericolose quindi, i social hanno cambiato via via le loro politiche per censurare i contenuti su cui non potessero piazzare le pubblicità via via che accadeva un qualche scandalo pompato dai media che, per ovvie ragioni, hanno tutto l’interesse per screditare il mondo e la cultura del web.

Ciò che ritengo abbia portato lentamente, ad “imborghesimento” di internet e del suo mondo e credo sia un peccato, in particolare perché internet è nato come un luogo d’espressione del libero pensiero, con il risultato fra l’altro di far spostare le comunità sempre verso nuove piattaforme che siano in questo più “giovani”, o che per loro natura siano meno censorie come 4chan o reddit (che comunque si sta spostando in direzione censura)

Nonostante credo infatti che sia più che giusto che ci siano dei regolamenti e anche delle leggi che regolino, come dopotutto ogni cosa è regolata, il mondo del web, credo che queste regole debbano essere libere da pregiudizi e da politicizzazione, perché se non torniamo al problema dei giornali. Il problema è che se ogni cosa che anche leggermente controversa su internet viene censurata o anche solo demonetizzata dai bot, questo porta o rischia di portare alla morte di questi ambienti di libero pensiero e questa non può che essere una perdita per tutti.

Perché sono contrario ai Social Justice Warrior all’americana

Devo dire che, recentemente, inizio a maturare l’idea che gli Stati Uniti siano un paese di gente così poco istruita che, come vasi vuoti, accettano acriticamente ogni singola cosa che gli viene riversata sopra.

Insomma, non voglio essere troppo polemico, troppo aggressivo, ma dopo aver visto in quel paese nascere i testimoni di Geova, Scientology, il terrapiattismo, l’antievoluzionismo e, ultimi ma non per importanza i social justice warrior (SJW) permettetemi di essere scettico sulla grande america.

SJW, chi sono?

Allora partiamo da questo, da un po’ di storia e di osservazioni per evitare di trattare il problema per partito preso.

Gli Stati Uniti hanno una storia di discriminazioni interna molto pesante, molto più pesante della nostra italiana. Lo schiavismo, l’apartheid, i recessi del puritanesimo che si scaricavano sugli omosessuali, le politiche del don’t tell don’t ask dell’esercito e via dicendo. Come spesso accade però quando una situazione è molto sbilanciata in un senso però, il risultato di questo non è stato tanto raggiungere un punto d’equilibrio, ma bensì cadere negli anni successivi nell’estremo opposto, ed ecco i social justice warrior.

Per SJW s’intende generalmente un gruppo politico che negli stati uniti si ritrova ad essere molto interessato all’uguaglianza sociale e alla tutele delle minoranze, ma lo fa estremizzando la cosa al ridicolo. Per fare un esempio, Prada, che è stata recentemente accusa di razzismo perché vendeva un accessorio, una scimmietta, che per qualcuno ricordava vagamente la caricatura di un africano; il fatto che secondo alcuni i bianchi negli stati uniti non dovrebbero farsi le treccine perché è “appropriazione culturale”, il fatto che ci siano state delle espulsioni nelle scuole per ragazzi che avevano detto che i generi non sono più di due. È un esempio il movimento “metoo” che, inizialmente, era partito con l’intento, secondo me giustissimo di tirare fuori quel sommerso di ricatti e abusi sessuali a cui le donne, o anche gli uomini, possono essere costrette anche nella vita di tutti i giorni, ma che poi è decaduto in una sostanziale gogna senza processo per gli uomini accusati fino ad arrivare a situazioni paradossali come quella di Asia Argento che, prima invoca la fine del garantismo, poi nel momento in cui è lei stessa l’accusata, chiede tutele.

La polarizzazione dell’opinione

Né ho già scritto in passato, ma questo è un grosso problema della società che credo che i sjw stiano aumentando, questo perché spesso e volentieri, la loro politica è del tipo o con me o contro di me (dove il contro, nel panorama politico americano, è l’alt right); eppure io ad esempio sono a favore di quasi tutte le loro battaglie. Sono favorevole ai matrimoni omosessuali, sono favorevole a pari diritti per uomini e donne, bianchi e neri e via dicendo. Questo gruppo però va molto oltre.

Va alla censura, il voler censurare comici, personaggi pubblici o dell’internet (generalmente e fortunatamente non riuscendoci) come PewDiePie, Jordan Peterson, Luis CK, Rick Gervais. Va alla vittimizzazione, trattando ogni questione, anche la più piccola incomprensione, alla stregua di un genocidio, vedasi ad esempio il casino accaduto per la scimmietta di Prada che ha costretto l’azienda a ritirare il prodotto e a fare pubbliche scuse e sinceramente io ho letto troppo Orwell perché cose del genere mi possano piacere.

La modifica del vocabolario

Ma per cosa combattono questi guerrieri della giustizia sociale? Molto semplice, per sentirsi moralmente superiori e vi spiegherò perché.

Negli ultimi anni, gli strascichi di questa battaglia culturale che sta avvenendo negli USA stanno arrivando anche da noi e, ne abbiamo avuto un rimo contatto con quei tentativi di alcuni esponenti politici come Laura Boldrini, sul sostituire alcune parole perché offensive: ad esempio “barbone” andrebbe cambiato in “clochard”, “prostituta” in “sex worker” e via dicendo… ora permettetemi di fare alcune considerazioni.

Le parole non sono mai offensive di per sé, le parole sono solo suoni che veicolano concetti, i concetti possono essere offensivi, possono esserlo nelle intenzioni di chi parla, o nell’orecchio di chi ascolta. Il punto è che… ok barbone è offensivo, ma è offensiva la parola o il concetto che veicola? Cioè se io chiamo qualcuno barbone questo qualcuno si offende per la parola che ho scelto di usare o perché lo sto accusando di essere un poveraccio? Se io chiamo qualcuna puttana si offende per la parola o perché si sente giudicata nella sua condotta sessuale?

Ovviamente voi mi potete dire: ok, ma in realtà clochard o sex worker, a primo acchito, non suonano così offensive come le loro controparti, al colpo d’orecchio almeno… e questo è vero, ma considerate che queste parole non sono usate. Nel momento in cui infatti, le nuove parole andassero a sostituire in toto le parole vecchie, senza però cambiare la cultura dietro a quelle parole, allora le nuove parole assumerebbero anche tutti i significati delle vecchie, comprese le accezioni offensive.

A questo punto quindi, qual è il punto di cambiare il vocabolario? Perché, detto fra noi, non credo che i barboni che vivono al freddo per strada di punto in bianco si accorgano di essere clochard e sono subito super felici per questo, non credo in realtà che gliene freghi niente, hanno problemi più gravi di questo. Il punto è solo questo, far sentire le persone che usano le nuove parole come se fossero moralmente superiori senza che in realtà stiano facendo alcunché di pratico.

È lo stesso concetto se volete che si è sviluppato con la parola “negro” (tra l’altro, non so se lo sapete, ma in America è sostanzialmente vietato, a livello sociale, per bianco, usare questa parola in qualsiasi contesto). In Italia era usata, dalle vecchie generazioni, in maniera assolutamente neutra e non offensiva, era semplicemente la parola che definiva gli africani subshaariani, poi qualcuno ha iniziato a dire che era razzista ed è stata sostituita un po’ alla volta, ma non è che questo abbia in alcun modo combattuto il razzismo o la percezione che il popolo italiano aveva dei neri, l’unica utilità è stata quella di far sentire un gruppo di persone moralmente superiori per il semplice fatto di fare una differenza semantica.

La vittimizzazione

E arriviamo all’ultimo punto, questo fare le vittime per qualsiasi cosa, per qualsiasi battuta, per qualsiasi piccola critica od osservazione.

Come abbiamo detto prima infatti, l’offesa sta nel concetto di chi parla, o di chi ascolta. Il punto è che se tu ti senti offeso per qualcosa, questo sentirti offeso sta a te, non è un problema di chi parla se lui non voleva essere offensivo, non puoi pretendere che tutti tacciano per non rischiare di urtare le tue emozioni.

Nelle università inglesi e statunitensi si stanno ad esempio diffondendo i “safe space” spazi ovvero in cui una persona che si sente offesa da qualcosa può nascondersi per tutelare i propri sentimenti e, lasciate che lo dica, credo sia davvero qualcosa di ridicolo.

Il punto è che non puoi comportarti continuamente da vittima e poi voler essere trattato da pari. Il mondo non è bel posto, non lo è per moltissime persone e bisogna essere forti contro gli eventi della vita perché se ti comporti da debole, sarai trattato da debole.

Se frigni per ogni cosa ridicola, come di nuovo la scimmietta di Prada, quando ci sarà davvero una battaglia da combattere quella non avrà magari la giusta attenzione perché oramai la gente si sarà stancata. Se dai del razzista a chiunque solo perché usa un vocabolario diverso dal tuo, ma senza intenti razzisti, tu puoi anche credere di star combattendo il razzismo, ma forse lo stai addirittura rinforzando, dando dei punti d’argomentazione ai tuoi oppositori politici e detto fra noi, se io fossi un politico di estrema destra, sarei molto felice di avere dall’altra parte qualcuno in stile SJW.

A questo punto solo un ultima osservazione. La prossima volta che vi sentite offesi da qualcosa, prima di chiamare la psicopolizia, fermatevi un attimo e pensate: era nelle intenzioni di chi parlava offendermi o ci sto costruendo qualcosa io nelle mia mente? Solo poi, agite.