Macron: sic transit gloria mundi

“Così passa la gloria del mondo”, dopo le proteste dei gilet gialli, Macron cala a picco nei sondaggi e a nulla valgono le mancette elettorali che promette per placare gli animi ormai bellicosi dei francesi. Tornato sui propri passi in maniera assolutamente plateale, il presidente promette ai suoi cittadini delle cose che, molto probabilmente, non è in grado, economicamente, di permettersi; credo che valga la pena spendere un paio di parole su questo fenomeno che negli anni a venire avrà ripercussioni sull’Europa tutta.

I partiti tutelano sé stessi

Allora, iniziamo a parlare di questo. È ovvio che un partito metta al primo posto il consenso dell’elettorato, ancora prima del bene del paese, i partiti dopotutto esistono per questo, per rappresentare la volontà di parte della popolazione.

Generalmente possiamo osservare che la tendenza del potere, in qualsiasi forma esso si trovi (monarchica, aristocratica o democratica), sia quella di tendere, come tutto del resto, all’auto-conservazione e alla sopravvivenza. Ciò deriva dalla natura stessa dell’essere umano che gestisce quel potere dopotutto, in quanto è l’essere umano stesso a tendere alla propria conservazione.

Questa caratteristica dell’essere umano viene così trasmessa al sistema di potere, quale esso sia e, nella democrazia, sistema ove la sopravvivenza coincide con la popolarità, si concretizza in una ricerca spasmodica di mantenere popolarità da parte di chi ha il potere, di distruggere popolarità da parte di chi vorrebbe il potere.

L’alternanza

Il punto è che è molto più facile distruggere la popolarità che mantenerla. Questo avviene perché all’interno di un sistema chiuso per ogni cosa che dai a qualcuno devi togliere qualcosa a qualcun altro e tendenzialmente le persone dimenticano molto velocemente i doni ricevuti ma molto lentamente i torti subiti.

Se abbasso le tasse o aumento i fondi per qualcosa come la sanità ad esempio, la notizia avrà più o a meno risonanza, ma vi assicuro che non l’avrà mai come se al contrario aumentassi le tasse e tagliassi i fondi, questo perché le persone danno per scontato ciò che gli viene dato e per estorto ciò che gli viene tolto.

Questo porta alla continua alternanza dei governi propria del sistema democratico. Essendo più facile guadagnare popolarità mentre ci si trova all’opposizione e più facile perderla quando si è al governo è quasi fisiologico che questo avvenga. L’attività di un buon politico sarà quindi quella di cercare di guadagnare la maggiore popolarità possibile nel mentre si trova all’opposizione, e di perderne quanta meno possibile nel momento in cui si trova a governare.

La rivolta dei gilet gialli

Ma torniamo dopo questa breve digressione alla realtà che ci sta letteralmente esplodendo davanti nella vicina Francia. Cosa sta accadendo coi gilet gialli?

Alcuni commentatori hanno bollato la questione come una semplice rivolta verso l’aumento di una tassa sulla benzina, ma è un po’ più complicato di così. Se è vero infatti che è la goccia che fa traboccare il vaso sarebbe miope dare la “colpa” alla goccia dello straripamento, quanto piuttosto sarebbe meglio darlo a ciò che lo ha fatto arrivare al colmo.

La Francia è uno stato diverso dall’Italia, è una nazione completamente centralizzata a Parigi sotto ogni punto di vista: amministrativo, economico, culturale, politico. Immaginatevi per farvi un idea che la borsa venga spostata da Milano a Roma, che il turismo venga a sua volta dirottato verso Roma, che alle regioni, alle provincie o addirittura ai comuni venga tolto potere a favore del governo centrale di Roma. Ora io non penso che il sistema francese sia necessariamente né meglio né peggio di un nessun altro, l’accentramento così come al contrario la delega del potere, alla fine sono solo forme politiche, il loro successo o insuccesso dipende da come esse vengono gestite.

Se non hanno carburante che vadano a piedi!

Si dice (anche se in realtà è un falso storico) che l’ultima regina di Francia, quando le fu riferito che il popolo non aveva pane, rispose: “se non hanno pane, che mangino brioches.”

Il vero problema della Francia è molto più a monte delle tasse sul carburante, sta nel fatto che i cittadini francesi si sentano “sudditi” di Parigi.

Il punto é che l’aumento delle tasse, pur con motivi nobili alla base (dopotutto se vogliamo proteggere l’ambiente qualcosa va sacrificato) , non va a colpire tutti allo stesso modo. I cittadini delle campagne, quelli che sono obbligati ad usare l’auto, è su di loro che cade la tassa non sui parigini che vivono in una città servita da ogni sorta di mezzo pubblico.

Il ritorno sui propri passi

A questo punto quindi la protesta è esplosa, quei cittadini che, a ragione o a torto (sinceramente non conosco così bene la questione da commentarla più approfonditamente) si sono sentiti calpestati si sono ribellati a Macron e, dopo aver mantenuto per un po’ la sua freddezza, quando la situazione era ormai esplosa, il presidente ha fatto una cosa molto francese, si è arreso.

Nell’arrendersi ha anche fatto promesse, promesse che avranno un costo che sono curioso di sapere se riuscirà a mantenere (io ne dubito onestamente).

Quello che sta accadendo é un buon esempio quindi di come funziona il potere. Macron è già condannato, non vincerà un altra elezione (probabilmente la vincerà Le Pen, segnatevela questa) questo contentino che sta dando al popolo lo sta dando per salvare il salvabile della popolarità del suo partito, prima che il partito stesso decida di fargli le scarpe così come si asporta un arto in cancrena per salvare il corpo.

Chi beneficerà della manovra?

Questa è una bella domanda, sul breve termine i francesi, sul lungo termine? Forse nessuno. Per quanto non ci piaccia sentirlo infatti, un aumento del debito per dare un contentino ai cittadini sul lungo termine è proprio sui cittadini che va a gravare perché quel debito dovrà essere pagato da qualcuno ad un certo punto.

Quello che sta facendo Macron promettendo cento euro in più ai francesi è la stessa cosa che fece Renzi con gli ottanta euro ad esempio. Prova a comprare popolarità pagando i cittadini coi loro stessi soldi e generando debito.

Chi ci perderà dalla manovra?

Questa invece è una domanda semplice… l’Europa. Macron per forza di cose dovrà incolpare qualcuno per garantire la propria sopravvivenza e quella del partito, ciò implica trovare un capro espiatorio per le proprie mancanze e per essere stato un cattivo lettore degli animi dei francesi, e sarà sull’Europa che cercherà di scaricare il tutto.

L’esempio

Conoscere una cosa senza capirla é inutile, capirla senza trane esempio é folle.

Il fallimento di Macron ritengo possa essere utile a mostrare come viene gestito il potere in un sistema partitico. Il potere non è mai a beneficio dei deboli, ma é solo un mezzo di sopravvivenza dei potenti stessi che quindi, volgono le proprie orecchie all’ascolto degli inascoltati solo quando si sentono personalmente in pericolo nell’origine del proprio potere, ovvero nella popolarità.

Allo stesso tempo ci mostra come per un governatore sia quindi estremamente pericoloso ignorare i sentimenti delle persone ed affidarsi solo alla logica nelle decisioni (logicamente infatti, tassare il carburante era la mossa perfetta per risolvere un problema collettivo, ovvero l’inquinamento), ciò perché le persone non agiscono seguendo logica, ma agiscono seguendo le emozioni.

Incomprensione questa, il non ascoltare le emozioni di parte della popolazione che viene ritenuta ignorante, che mi azzardo a dire sia un po’ il problema di molte sinistre Europee (e lo dico da uomo di sinistra), nonché uno dei principali motivi che fanno vincere partiti reazionari ed estremisti (come vi ho già detto, segnatevelo che alle prossime elezioni in Francia vincerà Le Pen che sta facendo fiorente campagna sull’ondata di anti-Macronismo in Francia).


P. S. Ad ogni modo guardiamo il lato positivo, la prossima volta che sentirete un francese prendere in giro l’Italia per la sua politica, potrete ricordargli che loro sono quel popolo che riesce a fare una guerra civile ogni quindici minuti.

Le tre fregature in cui uno scrittore rischia d’incappare

books school stacked closed

Articolo che si ricollega a quello di ieri sullo squilibrio di potere fra editori e artisti e che vuole trattare le tre fregature tipiche che uno scrittore esordiente (ma in realtà in diverse forme anche altri tipi di artisti) può incorrere nel suo primo tentativo di farsi pubblicare da una casa editrice.

Cosa fa una casa editrice?

Capirlo è molto importante per non farsi fregare, e secondo me il problema è che molti proprio non lo sanno, non capiscono che una casa editrice del ventunesimo secolo non fa le stesse cose di una casa di inizio novecento.

1. Le case editrici non editano.

Una volta le case editrici svolgevano lavoro di editing del testo, d’impaginazione e via dicendo, ma lo facevano quando i manoscritti erano battuti a macchina da scrivere. Oggi nell’era del computer, ci vogliono un paio d’ore si e no ad editare un libro di trecento pagine anche a qualcuno che non lo ha mai fatto prima, ed è sufficiente per farlo scaricare da internet un programma gratuito come quello di kindle.

Ovviamente nell’editing non ci sta solo l’impaginazione, ci stanno anche altre cose come la correzione bozze o la creazione della copertina; cose che di nuovo qualsiasi autore potrebbe comunque, armato di tempo e pazienza, fare per conto proprio (o al massimo affidandosi a qualcuno solo per la copertina.)

2. I costi di stampa sono molto minori di quanto vi aspettiate

Allora i costi di stampa esistono ovviamente e costituiscono anche una parte discreta del prezzo finale di un libro. Il punto è che molte persone si aspettano che stampare una singola copia o una decina di copie di un libro abbia costi in proporzione esorbitanti che s’ammortizzano solo stampandone migliaia di copie assieme… ecco questo non è proprio vero.

Se volete verificarlo voi stessi potete andare sul sito dell’autopubblicazione con Amazon e vedere quanto potrebbe costare la stampa della singola copia di un libro (per trecento pagine con copertina flessibile, circa otto euro), noterete che il prezzo è ovviamente alto, ma non poi così tanto, considerando magari che il libro viene venduto a undici euro contiene comunque margine di guadagno.

Questo perché nonostante una volta mettere in moto un apparato di stampa industriale era un lavoraccio, nell’era digitale i costi sono stati abbattuti all’osso e, seppur ovviamente stampare un libro nell’ordine delle migliaia o decine di migliaia di copie possa diminuire di moltissimo i costi unitari, anche il costo della copia singola non è certo esorbitante.

3. Le case editrici fanno lavoro di promozione e distribuzione

Principalmente oramai è questo che fanno, ed è sempre per questo che resta conveniente pubblicare con loro che in self-publishing. Se sei uno sconosciuto nello store di Amazon chi leggerà proprio il tuo libro? Ma se invece esso è nelle vetrine di tante belle librerie forse hai delle possibilità in più.

Ovviamente si sta semplificando molto perché gli editori seri comunque seguono molte fasi della stesura, della pubblicazione, della stampa del testo. Ma è importante considerare che, nel ventunesimo secolo, il ruolo principale della casa editrice è proprio quello di distributore su larga scala e di promotore, e che tutto il resto costituisce una minima parte di ciò che può dare ad uno scrittore (e di cui questo ha bisogno).

L’editoria a pagamento

Arriviamo allora alle fregature e partiamo con la prima, quella più odiata dalle tre che però, secondo me, infondo è la più onesta.

L’editoria a pagamento consiste proprio in quello che dice. Tu paghi la casa editrice, lei edita e distribuisce il tuo libro.

Questa è un po’ una fregatura perché salassa i conti dell’artista gettandogli un po’ fumo negli occhi, non basta infatti che una casetta sconosciuta ti editi e piazzi il suo nome in copertina perché il libro venda; infondo però non è nemmeno così poco onesta, ti dice le cose come stanno: “io non credo nel tuo libro, se vuoi che ci spenda tempo pagami”. In questi termini è anche comprensibile come attività-

L’editoria gratuita con vincolo d’acquisto

Arriviamo quindi alle fregature vere e proprie. Non volete pubblicare a pagamento? Non c’è problema, potete pubblicare GRATIS (il maiuscolo, il sottolineato e il grassetto non sono casuali), proprio così gratis. Queste case editrici ci terranno a sottolinearlo: gratis. Non è la brutta e cattiva editoria a pagamento perché loro ti pubblicano gratis. Con la piccolissima postilla di dover acquistare tu stesso un centinaio di copie del tuo stesso libro a prezzo pieno… ma ehi, è gratis.

Questa è una vera e propria fregatura ovviamente, ti illudono con la gratuità della pubblicazione, nascondendo poi questa nota nel contratto. Paghi comunque per pubblicare, solo in modo diverso.

L’editoria a bassa tiratura

Questa è la più insidiosa di tutte e la più facile in cui cadere.

Le persone che cercano di propinarti questo tipo di editoria ti proporranno di pubblicare GRATIS, e ci terranno anche a specificare che loro non fanno vincolo d’acquisto ma… stamperanno si e no un centinaio di copie del tuo libro.

Ora voi potreste dire: “e qual’è la fregatura?” Molto semplice, cento copie in una libreria nemmeno ci arrivano, chi credete che li compri quei cento libri? Voi, i vostri parenti e i vostri amici e basta, nessun altro che già non vi conosca ne saprà nemmeno l’esistenza.

Come abbiamo detto prima infatti, i costi di stampa anche di poche copie sono molto bassi rispetto al passato e queste case editrici cercano di ricevere quindi un margine di profitto stampando poche copie per autore da vendere ai suoi amici e parenti e facendo molti autori. A questo punto però e, dato che come abbiamo detto prima il ruolo di una casa editrice oramai è più che altro quello di distribuzione su larga scala, capirete che non ha alcun senso affidarsi a realtà simili che gettano solo fumo negli occhi degli scrittori cercando di lucrare sulle loro speranze; piuttosto se volete vendere solo ad amici e parenti, autopubblicatevi.


 

Ho voluto scrivere questo articolo perché anche a me è stato proposto di pubblicare da due case editrici del terzo tipo (una delle quali era anche affiliata con uno dei più grossi gruppi editoriali italiani e di cui non faccio il nome, ma che credo sia indicativo del panorama editoriale italiano di oggi) e ho seriamente rischiato di caderci, perdendo tempo, soldi e fatica.

Tra l’altro queste stesse fregature sono simili anche a quelle che avvengono in altri ambienti artistici anche se ovviamente rapportati ai diversi apparati di produzione di ognuno. In generale, rapportatevi sempre alle cose chiedendovi cosa vi possano dare nella pratica senza saltare in braccio al primo che vi dice due belle parole e, se qualcuno sottolinea troppo il fatto di essere GRATIS E ONESTO o cose simili, state attenti il triplo che le persone davvero oneste non hanno bisogno di ripeterlo ogni due minuti,

Spero quindi di poter essere stato d’aiuto a qualcuno.

Ciao a tutti.

Come internet ha sconvolto gli equilibri di potere fra artisti ed editori

iceberg on body of water

Una volta, chi avesse voluto lavorare nel mondo dell’arte e dell’intrattenimento, avrebbe necessariamente dovuto leccare un po’ il culo a qualcuno, a qualche vecchio selezionatore incartapecorito che avrebbe sostanzialmente deciso, con draconiano e insindacabile giudizio, il destino dell’artista in questione.

Tra l’altro di artisti che furono incompresi da suddetti selezionatori ce ne furono molti: i Beatles che agli inizi della carriera furono rigettati da alcune etichette, Van Gogh e le sue difficoltà a trovare un gallerista che volesse scommettere sui suo dipinti o Italo Svevo gran parte della cui fama venne postuma e fu rifiutato in vita da alcuni editori cui si presentò.

Il fenomeno delle piattaforme di self-publishing

Il punto è che fino a pochi anni fa, l’artista aveva disperatamente bisogno dell’editore che molto meno bisogno aveva dell’artista; questo perché l’artista senza l’editore non aveva sostanzialmente modo alcuno per essere conosciuto, cosa che generava quindi uno squilibrio di potere enorme a favore di quest’ultimo.

Il fenomeno nato però nei meandri di internet è quello degli artisti autopubblicati, che usano piattaforme social o semi-social per farsi conoscere al grande pubblico.

Lo stesso WordPress su cui sto scrivendo queste parole, Facebook, Instagram, Youtube, Tumblr, Wattpad etcetera etcetera, c’è ne uno per ogni cosa.

Ciò che questo fenomeno ha generato è stata quindi la possibilità di artisti di essere conosciuti anche senza avere nessun editore alle spalle o addirittura a volte di monetizzare milioni direttamente usando queste piattaforme: un caso italiano famoso può ad esempio essere quello di Chiara Ferragni e il suo blog “The Blonde Salad.”

Il risultato di ciò è stata quindi una diminuzione del potere contrattuale degli editori ed un aumento di quello degli artisti… ma questo cosa ha creato?

Gli editori non scommettono più sugli esordienti

È un dato di fatto, una triste verità. Che lavoriate o vogliate lavorare nella scrittura, nella musica, nella pittura, fare video o qualsivoglia altra cosa, se siete sconosciuti e senza nemmeno un po’ di seguito sui social è molto difficile che qualcuno vi fili.

Con tutti gli artisti dilettanti che hanno invaso le piattaforme nei fatti gli editori ormai usano queste ultime come delle vetrine da cui scegliere su cui puntare, e generalmente questo qualcuno è quello che è già più seguito.

Il punto è che nel momento che l’editore sceglie questo qualcuno in quanto già molto seguito, dovrà anche dargli delle royalties commisurate, erodendo così il proprio guadagno rispetto a quello che avrebbe avuto puntando su uno sconosciuto, cosa più rischiosa ma potenzialmente più remunerativa.

Questo a conti fatti potrebbe comunque sembrare, ad un occhio inesperto, a vantaggio degli editori. Certo diminuiscono il proprio guadagno, ma anche il rischio d’impresa, se pubblico infatti ad esempio il libro di quel famoso youtuber so già che venderà almeno qualche migliaio di copie ai suoi propri fan.

Questa però, secondo me, è una visione molto superficiale dovuta al fatto che siamo ancora in un momento storico in cui l’editore ha molto potere, se non altro per motivi culturali. Pensiamo ad esempio ai libri, pur potendo autupubblicarsi, ad esempio su Amazon, si vendono molte più copie con l’editoria tradizionale perché quella è forte di un apparato di librerie fisiche in cui fare promozione, cosa che Amazon non ha. L’artista ha quindi ancora interesse, se ne ha la possibilità ad appoggiarsi all’editore, ma ben presto e sono pronto a scommetterci, Amazon o chi per lei, inizierà ad aprire punti vendita fisici, a loro volta pian piano i lettori si abitueranno all’ebook e così, l’utilità già risicata dell’editore è destinata a venire sempre più meno al cospetto dei colossi del self-publishing.

Lo scoglio culturale

Questa è la cosa che, come già detto, al momento mantiene in vita gli editori, il fatto che il pubblico per ragioni culturali abbia ancora affezione per i canali di vendita e di pubblicazione tradizionale.

Soprattutto fra le vecchie generazioni infatti, l’artista nato e cresciuto sulle nuove piattaforme è guardato con un po’ d’altezzosità, con un po’ di sufficienza. È un caso quello accaduto negli ultimi giorno ad esempio di Cicciogamer, lo yotuber che è stato trattato abbastanza male ad una sua comparsata in televisione dove era stato invitato, oppure quel ragazzo solo suo canale youtube fa centinaia di migliaia di visite ogni giorno, più della maggior parte dei programmi tesevisi per inciso.

È la stessa cosa di quell’odio enorme nei confronti della Ferragni, di quell’altezzosità nei confronti di Wattpad dove però, se cerchi bene schivando le fanfiction sugli One Direction, di trovano delle perle (tipo alcuni miei racconti e il primo capitolo del mio libro wattpad, scusate il momento spam).

L’esercito dei professionisti dilettanti

Questo perché anche se ad alcuni non piace sentirlo, fare l’artista può essere un lavoro, anche se lo si fa con mezzi nuovi e non tradizionali. Può essere un lavoro vero e proprio nonché molto remunerativo in alcuni casi, un lavoretto da cui si arrotonda qualcosina nella maggior parte degli altri.

Tra l’altro questi semi-dilettanti sono spesso più capaci e più poliedrici di chi utilizzava i vecchi mezzi anche solo per il fatto che per gestire il self-publishing servono tutta una gamma di competenze, nondimeno quella di saper autopromuovere ed autoeditare il proprio lavoro.

Ovviamente a questo punto si potrebbe aprire anche un discorso sulla qualità dei prodotti offerti, è infatti ovvio che su piattaforme libere a chiunque e di “massa” e senza il vaglio di professionisti del settore la qualità dei prodotti cali ma se devo essere sincero io credo che nonostante prodotti di bassa qualità (pensate alle canzoni trash tipo Gangnam style) possano raggiungere enorme popolarità sul breve periodo poi esse svaniscono, mentre i prodotti che restano e che sopravvivono sono quelli belli.

Ciò avviene anche perché, come si suol dire, una chiassosa minoranze mette in ombra una silenziosa maggioranza. I prodotti più stupidi e trasse ovviamente risaltano, ma poi, svaniscono, e i veri risultati si vedono col tempo.

Cosa ci riserva il futuro?

Case editrici letterarie, etichette musicali, quale sarà il loro destino quando tutto il pubblico si sarà abituato a cercare i propri prodotti online? Quando nessuno andrà più nelle librerie tradizionali o quando qualche colosso come Amazon deciderà di aprire le proprie, quando ascolteremo la musica solo in streaming e nessuno comprerà più album e così via.

Secondo me il destino di queste realtà sarà di trasformarsi completamente, specializzarsi nella promozione e nel creare relazioni fra artisti come nel caso della Newtopia di Fedez o magari svolgere lavoro di correzione bozze, disegno copertine, traduzione di alcune agenzie letterarie nate negli ultimi anni  e che si presentano come le vere e proprie evoluzioni della vecchia editoria.

Allo stesso tempo mi aspetto che grandi aziende puntino sempre di più sui piccoli produttori di contenuti, un esempio sono i programmi d’affiliazione, come quello di Amazon, di Fortnite, o di alcune compagnie di viaggio che puntano proprio su questi, e con evidente successo, per promuovere i propri prodotti.

In ogni caso, e lo voglio dire perché si sentono sempre un sacco d’allarmismi in proposito, non sarà l’arte ad uscirne danneggiata; scrittura, poesia, musica, pittura sono cose che esistono da millenni e continueranno ad esistere per altri millenni, ciò che cambierà sarà però il modo in cui essi arriveranno a noi, aspettate e vedrete.

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Chi ha paura degli OGM?

close up of pink rose flower

La genetica sarà la scienza del ventunesimo secolo; solo pochi decenni fa infatti, codificare il DNA umano costò miliardi di dollari e anni di lavoro, oggi ne costa poche centinaia e qualche settimana. Ben presto, ogni ambito dalla medicina all’alimentazione ne saranno toccati, eppure l’Italia sembra voler aspettare, come al solito, che siano tutti gli altri ad aprire la strada.

Cosa sono gli OGM?

Partiamo con qualche nozione di base, gli OGM sono organismi geneticamente modificati, ovvero degli organismi il cui genoma è stato editato attraverso tecniche d’ingegneria genetica quali l’inserzione o la rimozione di geni specifici.

Organismi le cui modifiche genetiche derivano dalla mutazione casuale, anche laddove questa sia stata indotta da mutageni quali le radiazioni nucleari (ricordatevelo questo sarà spiegato più avanti) non rientrano invece in questa categoria.

Perché non dobbiamo averne paura

Allora, praticamente tutti abbiamo visto qualche film horror-fantascientifico in cui un criceto geneticamente modificato diventava alto cinquanta metri e devastava New York (è sempre New York che viene devastata), ma la verità è che, di prove dei danni degli OGM, che siano alla salute o all’ambiente, non ce ne sono.

Allo stesso tempo però ci sono prove dei loro successi. Forse qualcuno di voi è o conoscerà una persona diabetica che necessita più o a meno frequentemente dell’uso d’insulina sintetica. Prima della genetica l’insulina veniva ottenuta dai maiali, con costi esorbitanti e rischi per la salute, ma nel 1982 un laboratorio americano fu in grado d’inserire il gene umano funzionante della produzione d’insulina all’interno di un batterio chiamato Escherichia Coli, il batterio fu poi fatto riprodurre e nutrito ed esso iniziò a produrre grandi quantità d’insulina che, da allora, è disponibile per tutti e a prezzo contenuto.

Un altro caso più recente, riguarda quello di un bambino affetto da epidermiosi bollosa, una rara malattia che porta al distacco della pelle con conseguenti atroci dolori, la sua intera pelle fu ricostruita in laboratorio correggendo i geni malati e poi applicandogli la nuova epidermide chirurgicamente.

Tralasciando l’ambito medico e spostandoci su quello alimentare osserviamo inoltre come negli Stati Uniti essi siano diffusi da anni e non abbiano presentato rischi per la salute, e più in generale, non esistono studi scientifici che abbiano dimostrato la dannosità degli OGM da un punto di vista salutistico.

Perché ne abbiamo paura

A parte le ovvie osservazioni sulla Chiesa cattolica, sulla sua influenza in Europa e soprattutto in Italia e le sue opposizioni di stampo religioso a questa tecnologia, possiamo considerare che, il principio logico su cui si basa l’Europa verso questi prodotti sia il principio di precauzione.

Nel momento in cui sappiamo infatti che un prodotto non OGM è sano certamente, un prodotto OGM che potrebbe non esserlo, per quanto la probabilità che lo sia sia bassa, utilizzarlo arrecherebbe un rischio superiore rispetto al rischio nullo di utilizzare un non OGM.

Perché il regolamento europeo ed italiano non hanno senso

Nonostante il principio di precauzione sia un principio tecnicamente giusto,ritengo che la sua applicazione in questo caso sia abbastanza ipocrita e vi spiegherò il perché.

Innanzitutto, come accennato prima, esistono tecniche quali l’induzione di mutazioni spontanea tramite radiazioni nucleari che, non rientrando nella definizione d’ingegneria genetica, sono perfettamente legali. Un esempio di pianta ottenuta con questa tecnica è il frumento “Creso”, ottenuto tramite irradiazione con raggi gamma di una cultivar di grano duro e che ha rappresentato oltre il cinquanta per cento di tutto il grano duro coltivato in Italia fino agli anni 90 ed è tutt’ora una delle principali varietà del paese. Di fatto però, non c’è alcun motivo per negare l’ingegneria genetica sulla base della precauzione e permettere l’uso di mutanti derivati dal nucleare, è abbastanza ipocrita come cosa.

Allo stesso tempo, io sono d’accordo con il principio di precauzione, se esso è usato per fare precauzione e non ostruzionismo. Sono d’accordissimo con chi sostiene che gli OGM debbano essere testati e controllati prima di metterli in commercio, sarebbe una follia non farlo. Però questo in Italia non viene fatto, non è che gli OGM li testiamo per poi metterli in commercio, li rifiutiamo e basta e questa non è precauzione, ma semplice e irrazionale paura.

Un’ultima, grande ipocrisia poi riguarda una questione economica, l’Italia, pur vietando la coltivazione degli OGM, ogni anno spende cinque miliardi di euro per importarli dall’estero come foraggio per il bestiame. Cosa che credo sia ancora più ridicola nell’ottica d’iperprotezionismo e di “prima gli italiani” in cui viviamo. L’Italia in questo modo ha di fatto tagliato le gambe a tutto un potenziale settore dell’agricoltura italiana spingendogli allevatori di bestiame ad acquistare dall’estero e spingendo quindi via miliardi di euro ogni anno a favore delle casse americane da cui acquistiamo.

Un’altra argomentazione che spesso viene poi usata è che gli OGM sono innaturali, ad essi basta rispondere che, nello stato selvatico, nessuna pianta o animale comunemente allevato e nemmeno lontanamente simile allo stato d’allevamento, per il resto vi rimando all’articolo sul concetto di naturale.

Un punto a sfavore

Dato che non mi piace fare delle sviolinate senza sentire l’altra campana, spendo due parole riguardo a quello che, secondo me è il grande e unico rischio degli OGM, ovvero la dipendenza dalle multinazionali.

Forse non lo sapete ma gli OGM, essendo prodotti non esistenti in natura sono brevettati dalle aziende produttrici, cosa di per se giusta in quanto esse devono rientrare dei costi di laboratorio, questo brevetto si concretizza nel divieto di riutilizzare i semi. Semplificando funziona così: il contadino compra i semi (e se li compra è perché anche lui ci guadagna sia chiaro), fa crescere ad esempio del mais, vende il mais ma non può tenersi dei semi per sé e ripiantarli, ma è obbligato a ricomprarli o ad utilizzare varietà naturali (in genere sceglie di ricomprarli perché al netto del costo/ricavo è in positivo, inoltre per molte piante e molte aziende agricole acquistano comunque di anno in anno i semi per comodità o per altre ragioni quali l’eterozigoticità di alcune cultivar).

Il vero problema quindi rischia di diventare nel tempo un oligopolio della produzione alimentare mondiale da parte di poche aziende specializzate che potrebbero anche colludere, dopotutto è il rischio degli oligopoli.

Il punto è che, girala come vuoi, gli OGM noi gli acquistiamo lo stesso, lo abbiamo detto prima, quindi questa cosa non solo non viene combattuta, ma viene addirittura avvallata in quanto lo stato italiano o, perché no, la comunità europea potrebbero creare loro dei propri progetti di genetica alimentare e competere coi prodotti alimentari, eliminando così il problema della dipendenza da società estere.

E il made in Italy?

Allora piccola puntualizzazione, non è che il miglioramento genetico non venga comunque fatto in continuazione, è solo che viene fatto alla vecchia maniera, tramite incroci o selezione clonale nel caso delle piante.

In realtà l’utilizzo con criterio dell’ingegneria genetica potrebbe migliorare il made in Italy, anche solo per la questione che si potrebbero evitare parte dell’immensa quantità di pesticidi che si usano in agricoltura. Si potrebbero infatti inserire geni di resistenza specifici mantenendo intatte le qualità alimentari.

Il futuro

Questo è un altro punto importante che vorrei venisse preso di più in considerazione. Ci sono cose che, prima o poi, saranno fatte, che ci piacciano oppure no, che le consideriamo etiche oppure no.

Noi possiamo anche rifiutare gli OGM ma cosa succedere quando la Cina e tutta l’Asia li produrranno in massa esportandoli all’estero? Facendo precipitare il valore dei prodotti già sul mercato? Ad un certo punto, quando tutto il mondo lo avrà fatto, vedremo l’aria che tira e ci adegueremo, questa è una tecnologia troppo stravolgente per non impattare sulle nostre vite e sul delicato equilibrio del mondo.

Cosa succederà quando qualcuno dirà che può curare una qualche malattia genetica o addirittura il cancro, che deriva da una mutazione genetica spontanea, tramite l’editing genetico? Adesso può sembrare fantascienza ma non siamo così lontano dalle capacità tecniche per farlo.

In quel momento nessuno sarà contrario, ve lo assicuro e anche i contrari, nel momento in cui avessero un figlio malato smetteranno di esserlo. Nel momento in cui si creeranno piante in grado di crescere nei climi aridi e di salvare la vita a chi muore di fame. L’unica cosa importante da considerare e da ricordare è che, la scienza non è mai di per sé buona o cattiva, ma dipende da come la si usa, e forse questa scienza dovremmo iniziare ad imparare ad usarla.

“Hate speech”, libertà di parola e di offesa, quali sono i limiti?

walk human trafficking

In Inghilterra è già in vigore da anni una legge contro il cosiddetto “hate speech” ovvero quell’insieme di parole o gesti che potrebbero urtare la sensibilità di alcune persone o che potrebbero incitare all’odio. Divenne alcuni mesi fa un caso internazionale quello di “Count Dankula” uno youtuber che venne condannato per questo dopo aver postato un video in cui insegnava il saluto nazista al suo carlino (e no, non è una battuta, è un fatto vero e verificato).

Le campane

Allora innanzitutto, e metto davanti le mani, so già che la mia opinione non piacerà a tutti (e in caso vi rimando a questo link), è una materia complessa su cui in molti hanno idee anche molto distanti e in cui non credo nessuno abbia proprio tutti i torti.

Da un lato, c’è chi, come me, pensa che la libertà di parola e di espressione vada tutelata sempre e comunque, anche nel caso di neo-nazi o neo-fascisti, anche nel caso sia estremamente estremamente offensiva (e spiegherò meglio perché nei blocchi successivi).

Dall’altro, e in un certo senso pur non condividendoli li capisco, c’è chi sostiene una sorta di “damnatio memorie” di alcune opinioni o movimenti politici che si rivelarono estremamente distruttivi per la società, volendo sostanzialmente che essi siano silenziati in tutto e per tutto e addirittura condannati al carcere per le loro parole.

La libertà di parola non può essere a metà, o c’è o non c’è.

Come ho già detto, io credo che sempre e comunque la libertà di parola vada tutelata sul piano legale e il primo motivo per cui sostengo questo è che, secondo me, la libertà di parola è tale solo se è completa.

Mi spiego meglio. Se tu mi dici: “sei libero di dire quello vuoi, tranne quello che io non voglio che tu dica” allora io non sono davvero libero, io posso solo dire quello che tu mi concedi di dire, quello che tu mi permetti… grazie tante.

Ovviamente questo non significa che non ci siano o che non debbano esserci paletti nelle azioni. In esse è ovvio che io non sia davvero libero ed è anche giusto che non lo sia, è ovvio che non mi sia concesso di ammazzare qualcuno in nome del fatto che sono libero, ma questo in quanto questa mia azione viola la tua di libertà, viola i tuoi di diritti, ciò non vale però per delle parole e nemmeno per dei gesti assolutamente non violenti.

La grossa differenza fra questi due punti sta nel fatto che la violenza fisica è qualcosa di oggettivo, qualcosa di provabile in maniera empirica, in questo modo si permette che tutti siano soggetti alle stesse leggi in tal senso. L’hate speech invece è pura opinione di qualcuno… cosa è offensivo? Cosa va bene dire e cosa no? Chi lo decide?

Cosa ci rende diversi dai fascisti?

Qui vi lancio una provocazione.

Io fui molto contrario alla legge, varata dal governo Renzi, contro l’apologia di fascismo e lo sono stato per un motivo semplicissimo, che secondo me quella è una legge fascista, forse una delle più fasciste dopo la caduta del regime.

Il punto è che, se tu non credi nella democrazia, è un discorso, ma se invece ci credi, non puoi comportarti allo stesso modo di un regime, è ipocrita. Non puoi dire “il fascismo era sbagliato perché censurava le opposizioni e le eliminava coercitivamente” e poi accettare che la stessa cosa venga fatta dalla democrazia verso questi movimenti che, per quanto schifosi, devono avere, come credo tutti, dei diritti tutelati.

Questo perché altrimenti in realtà non siamo meglio di loro. Se tuteliamo solo le idee che ci piacciono e siamo pronti a togliere la parola e l’espressione a chi non ci piace, allora nel momento in cui quei diritti venissero tolti a noi non avremmo diritto di lamentarcene. E nel momento in cui tu cittadino, col tuo voto, dai ad un governante il potere di censurare e addirittura arrestare con la forza il diritto di parola di qualcuno che non era violento, cosa ne sai che un giorno quel potere non si scarichi anche sulla tua testa?

La verità è che siamo tutti bravi a sostenere la libertà altrui quando questa libertà si sposa coi nostri intenti, ma la vera differenza fra un sistema che garantisce dei diritti fondamentali ai cittadini, sta nel tutelare anche chi non ci piace, anche chi magari odia e si oppone alla società e al sistema stesso, se no è po’ troppo facile.

L’altra campana

A questo punto mi aspetterei da qualcuno una contro-argomentazione, una posizione che capisco nel concetto ma a cui comunque mi oppongo. Anche se le parole, anche se i gesti e i simboli non sono direttamente lesivi della libertà altrui, alle parole e ai gesti potrebbero seguire delle azioni, azioni violente e terribili come accaduto nel passato e, quindi, si decide di limitare la libertà di parola rispetto a certi ambiti al fine di evitare lo sviluppo consequenziale di violenza.

Secondo quest’ottica dobbiamo limitare il linguaggio offensivo perché questo potrebbe portare ad esempio al bullismo (pensiamo ad ambiti come l’omosessualità in cui soprattutto fra i giovani un bullismo in questo senso ancora esiste), o addirittura perché potrebbe portare al risorgere di partiti come quello fascista o nazional-socialista.

Ecco io però non sono d’accordo con questa tesi, e non lo sono per due ragioni.

La prima: quest’ottica del “potrebbe”. Dobbiamo vietare queste parole perché potrebbero portare a questo, questi simboli perché potrebbero portare a quest’altro e così via… Il punto è che, di nuovo, tutto in realtà potrebbe portare a tutto, questa censura stessa potrebbe portare ad una soppressione della libertà. Chi decide cosa potrebbe portare a cosa? Vi rendete conto del potere che state dando ad un governante nel momento in cui lasciate che esso eserciti il potere esecutivo non sulla base di quello che è accaduto, ma sulla base di quello che “potrebbe” succedere?

La seconda: vietare una cosa la cancella? Allora, diciamo che decidiamo di punire severamente chi parla male delle minoranze, chi sostiene movimenti estremisti e così via. Davvero pensate che a questo punto le discriminazioni o questi movimenti scompaiano per magia? Non sarà piuttosto più probabile che rendere illegale una cosa la possa rendere addirittura più attrattiva, soprattutto per i più giovani, permettendo magari a quei gruppi neo-fascisiti di fare la parte delle vittime ad esempio?

Le emozioni vanno tutelate?

Ecco questo è un altro punto interessante anche se un po’ più lontano, almeno per ora, dalla realtà italiana e più vicina a quella dei paesi anglosassoni. Ovvero sul tutelare le emozioni delle persone, una strada su cui si sono mossi in questi anni anche quasi tutti i social network.

Io credo questo, credo che le persone siano le uniche responsabili delle proprie emozioni e che quindi esse non vadano tutelate. Se io dico una cosa, e questa cosa ti offende, tu hai tutto il diritto di andartene e smettere di ascoltarmi, di smettere di seguirmi, anche, se vuoi, di darmi dell’idiota, lo accetto. Ma non hai e non devi avere il diritto di silenziarmi perché quello che dico “ti offende”.

Questo perché innanzitutto non c’è limite a quanto facilmente le persone possano offendersi e, in secondo luogo, perché questo nascondersi dal dibattito, nascondersi dal confronto chiudendoci nella nostra piccola e calda tana fatta di bias che cerchiamo disperatamente di confermare non elimina l’opinione opposta, ma forse addirittura le permette di rafforzarsi.

La differenza fra tutela legale ed accettazione sociale

Ecco su questo vorrei essere molto chiaro. Una persona che fa battute sugli stranieri o sulle donne o sugli omosessuali o che addirittura non faccia battute ma che sia seriamente contrario ai diritti di queste categorie, oppure un neo-fascista o simili dovrebbe essere arrestato? No, secondo me no, l’ho spiegato prima. Allo stesso tempo dovrebbe essere accettato o apprezzato, nemmeno.

Il fatto che a tutti debba essere garantita la libertà di parola, sempre e comunque, non vuol dire che debba piacerci. Se tu sei libero d’inneggiare al duce, io sono libero di dire che probabilmente sei caduto dal seggiolone da piccolo e che hai le capacità d’interpretazione storica di una marmotta in coma farmacologico. Tu sei libero di girare con una maglietta con scritto “abbasso i gay”, le persone per strada che ti vedono però sono libere di darti dell’idiota e di non farti entrare in casa loro e non invitarti alla loro tavola se non gli piaci.

E questo perché, ritengo, le ideologie non si combattono con l’oppressione, ma con l’educazione e soprattutto con l’esempio. Se tu ad una persona che nutre solo odio rispondi con la violenza lui e i suoi compari non proveranno meno odio e il pubblico che vi guarda forse addirittura empatizzerà con lui che passa per vittima, ma se al contrario a chi fa il bulletto tu reagisci con la calma e l’accettazione forse lui non smetterà di essere un bulletto ma perlomeno passerà per stronzo.

Concludo dicendo: se volete che le cose cambino, che migliorino anche per alcune minoranze e gruppi, non forzate la mano chiedendo punizioni perché due torti non fanno mai una ragione, siate un esempio piuttosto, che il mondo cambia un po’ alla volta.

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Qual è il grosso problema della democrazia

art colors conceptual country

Si dice che il primo passo per risolvere un problema sia ammettere la sua esistenza, compiere quel piccolo e necessario atto d’umiltà che ci permette di non chiuderci a riccio ad ogni accusa ma di accettare che qualcosa, anche se vogliamo fingere che non sia così, proprio non vada.

L’avvento dell’oclocrazia

Fu Erodoto per primo a descrivere le tre forme ottime di governo identificandole nella monarchia (governo di uno), nell’aristocrazia (governo dei migliori) e democrazia (governo del popolo), allo stesso tempo per ognuna di queste segnalò l’esistenza di una forma degenerata, rispettivamente: tirannide, oligarchia e oclocrazia.

Ma cos’è esattamente l’oclocrazia, la forma degenerata di democrazia? Per l’esattezza, oclocrazia significa il governo della massa, indica quindi quel momento in cui il governo di un popolo è trascinato dalla volatilità dei sentimenti della folla, spesso una folla manipolata e trascinata da uno o da pochissimi uomini che ne tirano i fili al fine di seguire i propri personali interessi.

Questo è il grande rischio e problema della democrazia, il momento in cui il dibattito viene meno, il momento in cui tutto diventa una discussione da curva da stadio fatta per partito preso, il momento in cui i partiti stessi iniziano a fare i propri interessi e non quelli dello stato, demagocizzando le masse ed aumentando la polarizzazione dell’opinione, quello è il momento in cui la democrazia stessa, sistema che ha garantito la pace per decenni, collassa.

Il sistema partitico

La nostra democrazia potrebbe essere definita in un certo senso “partitica” in quanto ad essere eletti dal popolo sono dei gruppi di persone che, almeno in teoria, dovrebbe essere ideologicamente coerente e identificativo e rappresentativo di una porzione di popolo. Il punto è… i partiti hanno davvero interesse a fare il bene delle stato? Provate a seguirmi.

Cos’è il bene dello stato innanzitutto? Già questa è una domanda bella difficile dato che in essa si scontrano una moltitudine di fattori. La ricchezza totale ad esempio è uno, ma anche come la ricchezza è distribuita lo è, la credibilità internazionale è un altro fattore, così come l’avere e lo stipulare solidi accordi che assicurino la pace, il fatto che i cittadini siano felici, il fatto che le future generazioni abbiano delle possibilità, il fatto che l’ambiente sia salubre e così via.

Il punto è che, concettualmente, il sistema partitico si dovrebbe basare su di un meccanismo di controllo del popolo sui partiti al governo. Se, ad esempio, il partito Pinco sale al potere e nel suo mandato fa un sacco di casini, si suppone che il popolo lo debba destituire per sostituirlo con un partito più valido e capace.

Il problema, spesso questo non succede e sapete qual’è il motivo, che se il partito Pinco fa un sacco di casini, ma allo stesso tempo da una mancetta al popolo (ne parlavo anche in questo articolo), il popolo di quei casini, non se ne accorge proprio.

Esempio: Abbiamo detto che fra i fattori che concorrono al “bene dello stato”, vi è il concetto che le future generazioni debbano avere delle possibilità e che, quindi, non debbano essere indebitate dalle vecchie. Eppure in quasi tutto il mondo occidentale e in Italia in particolare questo non succede, la generazione dei più giovani si è trovata a crescere in un mondo dove non c’è lavoro, dove guadagnerà mediamente meno dei propri genitori. Questo avviene perché le persone non votano seguendo il raziocinio, ma votano bensì di pancia, votano la persona che gli offre più cose subito, nell’immediato e il partito ha quindi interesse a solleticare questo negli elettori.

Immaginiamo un partito che arriva e prometta tagli alle tasse, prometta più pensioni, prometta addirittura un reddito di cittadinanza ai non abbienti (sì lo so che è difficile da immaginare, ma provateci), dove pensate che andranno a gravare queste riforme? Sul debito pubblico. E chi dovrà ripagarlo? Le future generazioni, future generazioni che, però, non votano, e che quindi i partiti non hanno interesse a tutelare.

Lo stato non ha soldi

Il punto è che, credo, le persone non hanno il concetto che qualunque cosa gli venga data dallo stato, verrà tolta a qualcun altro. Vi faccio un esempio: in Italia è molto dibattuta la questione della tampon tax, ovvero che gli assorbenti siano ivati al 22 per cento, percentuale che alcuni partiti vorrebbero (e io sarei anche favorevole, in fondo di fatto sono beni necessari) portarli al cinque per cento come i beni di prima necessità. Il punto è che questi partiti fanno campagna dicendo: “diminuiremo le tasse degli assorbenti!” e non “aumenteremo le tasse da qualche altra parte per coprire i soldi che non prenderemo più diminuendo quelle degli assorbenti” (non suonerebbe bene come slogan eh?), eppure se mai passerà questa legge sarà questo che accadrà, quei soldi, qualcuno li dovrà pagare e non ci sarà quindi davvero una detassazione, ma solo uno spostamento di tasse da una parte all’altra.

Di nuovo, il momento in cui la sopravvivenza di un partito diventa indipendente da quanto bene lavori ma legata solo a quanto è bravo a “vendersi” a livello mediatico, è il momento in cui la politica diventa solo un grosso stadio e che il dibattito un insieme di cori e di prese di posizioni ideologiche che nascondono solo la lotta fra i partiti e interna ai partiti per la supremazia.

Il meglio per il cittadino, non è necessariamente il meglio per lo stato

Nel 1973 il governo Rumor (Democrazia Cristiana) propose in campagna elettorale le baby pensioni, pensioni date a lavoratori pubblici di alcune categorie addirittura nei loro trenta o quarant’anni. Vinse così le elezioni prendendosi i voti di queste categorie pubbliche ma, quei soldi, sarebbero andati a gravare nelle tasse delle generazioni successive e nell’aumento continuo dell’età pensionabile di questi.

Questo della compravendita di voti è una cosa molto tipica dell’Italia (ottanta euro di Renzi, reddito di cittadinanza, bonus cultura, flat tax…) il punto è che di nuovo, mentre le categorie interessate in positivo, in genere una minoranza (come nel caso Rumor i dipendenti pubblici) votano in massa chi gli offre soldi, gli altri, quelli da cui i soldi verrano presi, neanche se ne accorgono spesso e quindi magari non votano quel partito o magari sì, ma in genere questo non sarà tanto determinante per la scelta del loro voto quanto per quello di chi invece ha da guadagnarci una pensione a trent’anni.

Ciò avviene per una caratteristica insita nel sistema della tassazione e della percezione della stessa. Diciamo ad esempio che io voglia comprarmi i voti di duecentomila persone dandogli ottanta euro a testa (sì lo so, è difficile immaginare che nella realtà qualcuno cada in un tranello tanto ovvio, ma fate uno sforzo d’immaginazione), per coprire questo costo ho bisogno di sedici milioni di euro. Ora, diciamo che in Italia i contribuenti siano venti milioni, ciò implica che a me basterà alzare le tasse di ottanta centesimi a testa per coprire quei costi e comprare così i voti… e chi si accorgerà di un aumento di venti centesimi all’anno? Nessuno mai e così il partito si compra l’elezione a spese dello stato; una minoranza di cittadini ottiene una mancetta elettorale e vota in massa il mio partito e gli altri nemmeno si accorgono che quella mancetta è stata pagata con le loro tasse e quindi magari mi votano pure loro.

Immaginiamoci se no, che in un certo paese ci sia un forte movimento ideologico in ascesa tipo i no-vax. La caratteristica tipica dei movimenti ideologici è che sono monotematici, vedono solo una cosa e la seguono a testa bassa e voteranno in massa chi gli propone quella cosa. Così se un partito propone di levare l’obbligo vaccinale (sì, di nuovo, molto difficile da immaginare) quelle persone lo voteranno in massa e se quel partito arriverà al potere, o verrà meno alle promesse fatte, o farà un danno enorme allo stato. Allo stesso tempo però un pro-vax, una persona favorevole ai vaccini, difficilmente toglierà il voto a quel partito solo per questa posizione, per lo più perché, probabilmente, la questione non gli interessa più di tanto.

La democrazia è più fragile di quanto pensiate

Questo è un altra cosa importante e di cui ho già parlato qui ma sui cui spendo due parole.

Ci siamo nati, ci siamo cresciuti, sembra impossibile che un sistema del genere collassi vero? Sbagliato. Tutti i sistemi finiscono prima o poi, spesso in modo rapido, con uno strappo e proprio in questo anni sta accadendo attorno a noi in giro per il mondo. Turchia? Erdogan ha fondamentalmente creato il suo principato. Brasile? Bolsonaro, pur essendosi insediato da poco ha avuto apprezzamenti per il regime militare che ha dominato il suo paese fino agli anni 80. Cina? Il capo del partito comunista ha accentrato su di sé negli ultimi anni una quantità enorme di potere. (E in caso consideriate ancora questi stati come terzo mondo ricordate che il primo è praticamente da anni con un piede dentro l’Europa,  uno è la prima economia del sud-America e uno la seconda economia del pianeta.)

Cosa fare?

Tendenzialmente finisco così i miei articoli d’opinionismo, con qualche considerazione che mi dia l’illusione di essere l’intellettuale che non sono ma a questo giro ammetto davvero di non saperlo.

Io vedo ogni giorno, sui social, sulla televisione e sui media, un dibattito sempre più polarizzato, sempre più lontano dalla quella che dovrebbe essere il cuore del democrazia, ovvero la comprensione reciproca, e sempre più volto alla demonizzazione dell’altro in un tentativo di aizzare le folle contro il nemico ed è una cosa che vedo in tutti i partiti, tutti quanti nessuno escluso: nella destra, nel centro e anche nella sinistra che mi dicono dalla regia esistere ancora.

Quindi… non lo so cosa fare, sono sincero. Voi avete idee?

La verità è stata uccisa dai social network o dagli stessi giornali?

person reading the daily fake news newspaper sitting on gray couch

Stamattina stavo scrollando la home di facebook, cazzeggiavo un po’ mentre aspettavo che arrivasse l’autobus fino a che l’occhio mi è caduto su un certo articolo. Questo articolo, pubblicato su un giornale anche abbastanza conosciuto che io non citerò per non fargli fare altro clickbait, verteva su una sentenza di un tribunale irlandese in cui un accusato di stupro, a dire del giornale, è stato assolto perché la vittima indossava un tanga… sorpresa, l’articolo era falso, l’imputato è stato assolto per mancanza di prove a suo carico e la questione dell’abbigliamento era stata solo tirata fuori dall’avvocato della difesa durante un arringa (piccola parentesi prima che qualcuno fraintenda, nessun abito, in alcun modo e mai, giustifica uno stupro e fosse per me argomentazioni del genere non dovrebbero proprio entrare nei tribunali… sta di fatto, che dichiarare che questo è il motivo dell’assoluzione è assolutamente falso).

La morte della verità

In continuazione, ogni qualche mese, qualche giornale lancia la nuova campagna contro le fake news, contro la disinformazione del web, ma quello che mi chiedo è se prima di fare queste campagne vedano la trave nel loro stesso occhio.

Titoli clickbait degni del più trash dei canali youtube posti senza vergogna su testate nazionali, articoli di cronaca inframmezzati dall’ultimo outfit di Diletta Leotta ed importantissime discussioni sull’acqua di Chiara Ferragni, questioni scientifiche e sociologiche (come già trattato in questo articolo) di cui si parla in termini talmente semplicistici da renderle ridicole. Prese di posizioni politiche dello stesso spessore di cori da stadio, notizie non verificate, esagerate, sensazionalistiche al limite dell’allarmismo, nonché i processi fatti sui media anziché nelle aule dei tribunali. Il giornalismo italiano di oggi è più o a meno questo.

E questo meccanismo coinvolge tutta l’informazione, cartacea, online e televisiva. Pensiamo alle Iene… perché non facciamo un video su un gioco che spinge la gente a suicidarsi con video di suicidi del tutto non correlati e, una volta scoperti, diciamo che questo comunque non cambia il senso del servizio. Perché non facciamo un video sulla sessualizzazione minorile in Giappone e poi intervistiamo una ragazza per poi “sbagliare casualmente” a tradurre due informazioni come l’età e il lavoro della ragazza? Tanto dai, il senso del servizio non cambia.

Una mezza verità è molto peggio di una bugia

Il punto credo che sia che l’informazione non si divide tanto fra vera e falsa, ma fra onesta e disonesta.

Prendiamo l’esempio di prima. È vero che un avvocato, durante un processo per stupro ha citato fra le argomentazioni a difesa l’abbigliamento della ragazza? Sì è vero. È giusto che l’abbia fatto? No, secondo me no, secondo me quell’avvocato dovrebbe imparare a fare meglio il suo lavoro e avrei apprezzato anche leggere un articolo d’opinione su questo. È vero, però, che l’imputato è stato assolto perché la ragazza indossava un tanga? No, questo è falso, è assolutamente falso e questa “piccola” informazione inficia molto sul senso dell’articolo. (Di nuovo, mi rifiuto di citare direttamente questi servizi, ma se proprio volete cercarli sappiate che guadagneranno per ogni click.)

In realtà credo che la questione delle fake news, sia molto esagerata, questo perché le persone che credono alla cugina di Laura Bordini milionaria perché lo hanno letto su “cose-che-i-poteri-forti-ti-nascondono.com” fondamentalmente sono idiote (cioè senza offesa per nessuno ma se credi davvero a questo tipo di cose sveglio non sei). Al contrario però, articoli del genere, mezzi veri e mezzi falsi, clickbait, lanciati e rilanciati su testate abbastanza conosciute, fanno invece cadere in trappola un po’ tutti, gente con l’unica colpa magari di essersi fidata troppo di una testata che considerava degna di fiducia e il cui scopo è, principalmente, far arrabbiare le persone in modo da spingerle a condividere l’articolo.

Pensate a quelle “emergenze” che vengono fuori ogni tanto, quelle mediche come l’influenza suina o l’ebola, quelle sociali come il terrorismo o l’immigrazione… questi non è che non siano o non siano stati problemi reali, ma il modo in cui sono stati trattati ha ingigantito la percezione del pericolo in proporzioni tali da renderli del tutto non aderenti alla realtà. Lo dico di nuovo, il non mentire in un articolo, non vuol dire essere onesti.

Di chi è la colpa?

Chi ha ucciso la verità?

Una riflessione sui social network andrebbe fatta credo. I social sono spesso stati accusati, e non completamente a torto, di aver creato un certo tipo di ambiente (e diciamocelo Mark Zuckerberg ha forgiato questa era più di chiunque altro).

Ha creato un’ambiente in cui le persone non cercano più informazione, ma conferma ai propri pregiudizi, tutti vogliano che gli venga detto ciò che già sanno, vogliono emozione, vogliono un articolo che non li faccia pensare ma li faccia arrabbiare… e i giornali gli hanno dato quello che volevano.

Forse il punto è proprio il rapporto fra intrattenimento e informazione e della sopraffazione del primo sulla seconda. Il fatto che un certo tipo di serietà sembra essere sparita soggiogata dal dover fare visualizzazioni a tutti i costi e con ogni mezzo possibile.

Il fatto che però i social abbiano in questo una parte di responsabilità, responsabilità che deriva dal tipo di ambiente culturale che hanno creato non vuol dire che i giornalisti non abbiano colpe, ognuno, credo, è responsabile delle proprie azioni e non ci si può giustificare dicendo “sono figlio dei tempi” perché i tempi si cambiano e si affrontano con l’esempio e non inchinandosi passivamente e pavidamente ad essi.

Inoltre, se questo meccanismo di clickbait fosse davvero inevitabile, allora non esisterebbero esempi virtuosi di gente che riesce a lavorare, anche sul web, senza farsi trascinare in questo buco nero. Ne cito uno per tutti, SHY di Breaking Italy (se non lo conoscete cercatelo su youtube), ma ce ne sono diversi.

Cosa fare?

Bella domanda eh? È questa nei fatti una questione estremamente complicata che passa dalla tutela della libertà di stampa al diritto del cittadino ad un informazione decente.

In mancanza di altro, il mio consiglio è quello di smettere di seguire quei giornali che fanno questo tipo d’informazione, di ignorarli. Questo tipo di disinformazione infatti è alimentato anche dal clickbait e, l’unico motivo per combatterla, è ignorarla perché se non la ignoriamo, la responsabilità della sua esistenza è anche nostra.

Quando vedete un giornale che pubblica questo genere di articoli falsi, non è colpa vostra se cadete nel tranello, magari anche solo per curiosità, cliccando sull’articolo, io stesso oggi l’ho fatto, quello che possiamo fare è, una volta che la nostra fiducia è stata stata tradita, non aprire mai più un link di quel giornale, non guardare mai più un servizio di quel programma e così via, questo è il nostro potere in quanto consumatori, quello di scelta. Questo perché se continuamo a dare visibilità a chi fa questo tipo d’informazione, questa sarà l’informazione che riceveremo.

 

L’Italia e quella cultura del condono che, alla fine, presenterà il conto

gray concrete building

Se siete stati su internet negli ultimi due giorni, “condono” è probabilmente la parola che avete visto di più, forse perfino più degli insulti alle madri altrui e delle foto dei gattini in posizioni strane.

Per chi fosse stato su Marte invece faccio un brevissimo riassunto dei tre temi del condono di cui si parla ultimamente: quello edilizio per il centro-sud, quello economico per niente ipocritamente chiamato “pace fiscale” e quello che tocca personalmente il vice-premier Luigi di Maio e in particolare la casa di suo padre e in cui il politico è cresciuto (abusivamente costruita nel 1966 e poi sanata).

Il condono fiscale

Partiamo da quella che secondo me è la questione più semplice (e che semplice comunque non è) ovvero quella del condono fiscale.

Allora… è una questione comunque complessa in cui credo tutte le campane abbiano almeno qualche punto a proprio favore. Da una parte c’è chi sostiene che la pressione fiscale italiana sia, in alcuni casi, tanto alta da “costringere” le persone ad evadere almeno una parte di tasse e che, quindi, il condono sia giusto. Dall’altra c’è che pensa che sia meglio un uovo oggi che una gallina domani e che, quindi, prendere una parte di quelle tasse subito sia meglio che il “forse recuperarle” chissà quando e pensa quindi che il condono sia un male necessario e dall’altra c’è chi dice che se la pressione fiscale è alta è proprio per colpa di chi evade e che il premiarli o comunque rinunciare a punirli sia di per sé ingiusto.

Sta di fatto che questo decreto fortemente voluto dalla Lega non è certo il primo nella storia italiana e, probabilmente non sarà l’ultimo, sta di fatto che è una questione più complicata della fede politica e di cui vedremo gli effetti nei prossimi anni. (Sta anche di fatto che a me questa cosa sa tanto di mancetta elettorale ma il commento vero e proprio lo farò alla fine dell’articolo).

Il condono edilizio

Veniamo a quella che, se possibile, è una questione ancora più complicata, ovvero  quella del condono edilizio (quello generico intendo, questa volta non sarà trattata la questione personale del padre di Di Maio principalmente perché penso che, al netto dei tabloid e delle accuse d’ipocrisia sui social, la questione non sia poi così rilevante).

Forse è un pregiudizio dovuto al fatto che sono un polentone del nord e al fatto che i media diano una certe percezione del sud. Ma la mia impressione è che sostanzialmente l’abuso edilizio sia il modo principale con cui sono costruite le case nel mezzogiorno con grande guadagno delle mafie, enormi costi per la collettività ed ancora più colossali rischi per la popolazione.

Sì, rischi, perché la questione del condono edilizio, a differenza di quello fiscale, non è una mera questione economica, ma anche e soprattutto di sicurezza in aree spesso a rischio terremoti o, addirittura e vedesi il caso di Napoli, di eruzione vulcanica.

Ora, questo è un tema dove sono meno propenso ad ascoltare altre campane e vi spiegherò il perché: la questione che si sente spesso del “eh ma si fa così per la povertà” o “eh ma una volta fatta la casa e una volta che una famiglia ci abita dentro non puoi buttarla giù”, queste secondo me sono stupidaggini.

Sono stupidaggini perché, sorpresa sorpresa, ad un terremoto, ad un dissesto idrogeologico o ad un vulcano che si trova lì da centinaia di migliaia di anni e che anche i bambini di otto anni che studiano l’impero romano alle elementari sanno essere pericoloso, del fatto che lì ci viva una famiglia, non frega niente. E quando quel terremoto ci sarà, quando ci sarà quell’eruzione o alluvione (e ci sarà un giorno lo sappiamo tutti) poi sarà inutile andare a piangere da mamma stato che, anche se magari porterà aiuti, i morti non li farà certo resuscitare.

La cultura del condono

O più in generale quella in Italia potremmo chiamare la cultura della furbizia. Quella cultura che ci fa sogghignare quando riusciamo a fregare lo Stato.

Quello che mi pare gli italiani non capiscano e che, il fatto che una cosa sia stata condonata, non fa sparire i problemi per magia. La “pace fiscale” ad esempio, non farà scomparire il debito che lo stato ha contratto per via di gente che non paga le tasse, quei soldi, prima o poi, qualcuno li dovrà comunque pagare e saranno le persone che le tasse le pagano a farlo. Una casa costruita in un posto non sicuro, con materiali scadenti o con tecniche comunque non a norma, non diventa sicura grazie ad un condono, diventa solo legale e c’è un oceano di differenza fra queste cose.

Il fatto che il governo italiano sembri piegare continuamente la testa, mostrandosi nei fatti debole davanti a queste continue infrazioni della legge, credo inoltre che contribuisca ad espandere e legittimare questa cultura, contribuisce a creare quel clima di “massa dai siamo in Italia, una scappatoia c’è sempre” e sono sempre quelli che fanno le cose onestamente che ci rimettono.

Sì perché ad essere colpito e ad essere in un certo senso derubato da chi evade le tasse, non è lo Stato, lo Stato non ha soldi, gestisce i soldi di altri, sono i contribuenti che ci rimettono con più pressione fiscale che dovrà coprire i costi del condono. A rimetterci dell’abuso edilizio sono, oltre che, in caso di disastro, gli occupanti, anche quelle aziende edili che magari lavorando onestamente si sono trovate fuori dalla concorrenza e di nuovo quei contribuenti le cui tasse andranno a ripagare i soldi spesi per una ricostruzione che magari non sarebbe servite se le case fossero state costruite in primis nel modo corretto.

Il punto è che in Italia siamo tutti su una stessa barca con risorse limitate e mi sembra che nessuno lo capisca. Siamo tutti su una stessa barca e, soprattuto, bisogna entrare nell’ottica che nel momento che su questa barca qualcuno fa il furbo non sta rubando le risorse della barca, ma quelle di tutti gli altri e credo che chi questa barca la governa dovrebbe, invece di dare una pacca sulle spalle a chi a fatto un danno alla comunità intera, dare un segnale forte che, su questa barca che è l’Italia, bisogna iniziare a seguire le regole, o prima o poi ci ribalteremo tutti assieme.

 

P.S.

Sembra che Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane perculino l’urbanistica di Napoli dalla tomba.

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Ma sono l’unico che si ricorda che l’Italia è ancora in guerra in Afghanistan?

Afghan National Army takes charge at Observation Post Mace

Ok, dopo gli articoli più leggeri degli ultimi due giorni torno a farne uno un po’ più impegnato.

Premessa: quest’articolo non sarà un opinione tanto sulla guerra in sé, ma sul fatto secondo me stranissimo che, semplicemente, non se ne parli.

La guerra

Come tutti sapete è iniziata sotto il governo Bush nel 2001 (la guerra continua quindi da diciassette anni) da parte di USA e UK a seguito dell’attentato delle torri gemelle;  il fine della guerra era di tenere basso il costo del petrolio ed evitare l’avvicinamento del medio-oriente alle influenze Russe portare la pace e la democrazia nel paese sconfiggendo il terrorismo.

I risultati di questi diciassette anni sono sostanzialmente un mare di civili morti, feriti e mutilati, soldati anch’essi morti e feriti, una marea di migranti (forse non li stiamo aiutando a casa loro nel modo migliore dopotutto). Oltre a ciò un paese distrutto, ancora profondamente instabile, con un economia a pezzi e da cui proviene gran parte dell’oppio mondiale (da cui si ricava la maggior parte dell’eroina mondiale).

Oltre a tutto ciò ovviamente anche una pessima figura degli Stati Uniti, la prima potenza militare del mondo che per la seconda volta nella sua storia dimostra di non saper tenere testa a dei gruppi di contadini.

In Italia

Bene a questo punto ci aspetteremmo tutti che questa guerra sia al centro del dibattito pubblico no? Specialmente in un paese come il nostro che è sempre, costantemente sotto elezioni. Questo perché questo è esattamente il tipo di tema su cui un qualsiasi politico di un qualsiasi schieramento potrebbe lamentarsi all’infinito.

C’è la questione dello spreco di soldi di cui ad esempio potremmo parlare, abbiamo speso miliardi per sostenere uno sforzo bellico, quello americano, che non ci ha portato alcun vantaggio e ce li fa spendere ancora, anche adesso mentre scrivo. C’è la questione umanitaria dei civili uccisi e dei nostri militari uccisi. C’è la questione dei migranti molti dei quali sono proprio profughi di guerra Afghani. C’è la questione della droga, l’eroina, e gran parte di quella che gira nelle strade italiane ed europee viene proprio da là, dall’Afghanistan dove prima del 2001 nemmeno si coltivava (la coltivazione è iniziata quando i talebani hanno avuto bisogno di fondi per la guerra).

C’è infine anche una questione più sottile che però avrebbe potuto solleticare le corde del governo attuale, ovvero il fatto del sostanziale abbandono dello sforzo bellico da parte di altri paesi europei come Francia nel 2012 e il fatto che l’Italia sia, dopo gli USA, una delle nazioni più presenti sul territorio, e quindi più caricate in termini di costi economici e umani, dell’intero conflitto.

Eppure tutto questo evidentemente non basta ad aprire il discorso perché, mi sembra, a nessuno frega niente.

Perché è importante parlarne

Allora, io sono personalmente contrario alla guerra ma come già detto, non è articolo tanto sulla guerra in sé, tanto su quello che mi sembra stia diventando il dibattito pubblico in questo paese. Sia che siate pro, contro o indecisi, questa è una situazione estremamente importante sotto una tonnellata di punti di vista, punti di vista che sarebbe bene mettere un po’ in discussione.

Perché non parlare dell’imperialismo USA e delle conseguenze di questo sulla stabilità mondiale, del terrorismo, della differenza fra attacco e legittima difesa, dei costi, dei benefici, delle conseguenze, del giusto o dello sbagliato.

Perché non parlare magari del fatto che i presidenti degli Stati Uniti, in campagna elettorale si dicano continuamente contrari, Trump lo era ad esempio e Obama lo fu addirittura due volte, in entrambe le sue campagne, ma che poi arrivati al potere questo essere contrari sparisca e che si rimangino sempre le parole.

Perché non parlare di come in un clima così antimigratorio e di “aiutiamoli a casa loro” stiamo sostanzialmente creando noi, in primis, profughi di guerra.

Questo dell’Afghanistan potrebbe essere ad esempio uno di quei temi su cui la sinistra italiana, quella sinistra che non fa opposizione e che sembra scomparsa nel nulla, potrebbe tornare a farsi sentire, a dire la sua, magari riunita da una battaglia comune.

Potrebbe essere una battaglia di destra perché no? Contro gli sprechi dello stato, dei lobbisti americani, delle vite dei soldati italiani uccisi mentre la Francia se ne lava le mani, ma, di nuovo, silenzio.

Perché non si parla di quanto diritto possa avere uno stato d’imporre una forma di governo e quindi di cultura ad un altro, sia pure la forma democratica? Perché non parlare del senso di continuare una guerra che, dopo diciassette anni, non ha portato risultati? Perché non parlare della moltitudine abnorme di civili uccisi nel conflitto? Perché non parlare dei legami fra queste “morti collaterali” e il terrorismo islamico di questi ultimi anni (perché, spoiler, i fratelli e i figli di quei civili uccisi dubito passino le serate abbracciati ad una copertina a stelle e strisce… o tricolore).

Perché non parlare dell’ipocrisia di continuare a chiamare le guerre missioni di pace, o di far credere che tutto il conflitto si porti avanti per buon cuore? (Perché si, gli Stati Uniti sono famosi per non agire mai seguendo secondi fini economici e giochi di potere).

Ripeto, io sono contrario, l’ho detto e credo si sia letto fra le righe, ma sono anche aperto alla discussione, sono aperto ad opinioni contrastanti o ad opinioni in generale che, però, non sembrano esistere.

E il problema del dibattito è proprio questo, proprio qui. Davvero vogliamo essere i cittadini di quella nazione che s’indigna e discute per quasi due settimane di una bottiglietta d’acqua ad otto euro e che non parla di una guerra dove sono già morti oltre tremila italiani e oltre centomila civili? È davvero così miserabile quello che è diventato il dibattito pubblico in Italia? Che ne è stato dell’apparato di diffusione d’informazione e di opinion leading?

Non lo so… io spero sinceramente sia solo una parentesi quella che sta vivendo l’informazione in Italia in generale che mi sembra sempre più fagocitata da un sistema social in cui la discussione è monopolizzata da eventi estremamente semplici e ridicoli (vedasi appunto, acqua Evian della Ferragni) perché discutere su argomenti più complicati è, per l’appunto, difficile e servono dati e ricerche e non basta sparare la prima cosa che passa per la testa. Io spero che questa situazione faccia un’inversione di marcia ma, sinceramente, ho il timore che invece questo iper-concentrarsi sulla futilità ignorando le questioni importanti andrà sempre peggio.

Lascio a voi eventuali opinioni e commenti così almeno, forse, qualcuno ne discuterà.

P.S. Attenti quando fate benzina che se il vostro serbatoio è capiente e fate il pieno gli USA potrebbero decidere che avete bisogno di democrazia.

 

Quell’atteggiamento della sinistra che le fa perdere voti (e che fa vincere la destra)

matteo_renzi_2Ok, ok, forse arrivo un po’ in ritardo alla festa. Di articoli sul perché la sinistra italiana abbia perso vertiginosamente popolarità e credibilità ne sono stati scritti a bizzeffe, ma volevo comunque dare una mia versione concentrandomi su uno degli aspetti che credo siano stati decisivi: l’arroganza.

L’anti-elitarismo

Se avete capito cosa vuol dire il titolo del paragrafo, mi dispiace per voi, significa che siete professoroni della casta (pagati probabilmente dai poteri forti).

Il punto è che, nel mondo, si va sempre di più rafforzandosi, un movimento che potremmo definire anti-accademico e anti-elitario, dove le persone che ne sanno su un argomento sono tacciati di vederlo solo dall’alto del loro trono senza conoscere i problemi veri della gente. In parte, la colpa di questo è anche di un certo tipo di giornalismo clickbait, in parte di un cozzare culturale fra alcune battaglie tipicamente di sinistra (penso a questioni LGBT ad esempio) e il tradizionalismo religioso che ancora pervade molte società e quella italiana in primis.

Questo atteggiamento è, credo, del tutto palese, non vi sto dicendo nulla che qualcuno che non abbia aperto un social network negli ultimi cinque anni non sappia già. Quello su cui mi vorrei soffermare però, è il modo in cui la sinistra ha risposto a questo anti-elitarismo, ovvero diventando ancora più elitaria.

Il moralismo

Non so se ve ne siete mai accorti ma, ogni volta che c’è un dibattito fra qualche esponente di destra e di sinistra, va sempre a finire che il politico di destra insulta quei ladri, incapaci, inetti e abbietti politici di sinistra amici delle banche e nemici della gente, allo stesso tempo, il politico di sinistra finisce per dare all’elettorato di destra (nota bene: all’elettorato, non al politico, o magari ad entrambi) dell’ignorante, del razzista, del cattivo (nota bene: non ovviamente con queste esatte parole, ma più o a meno con questo senso diciamocelo).

Questo è ad esempio un aspetto che ho visto moltissimo nel dibattito PD-Lega. Tutti noi sappiamo quanto duro Salvini abbia picchiato su politici come Matteo Renzi o Laura Bordini, ma mai una volta, nemmeno una, avrete sentito Matteo Salvini attaccare l’elettorato di sinistra e lo sapete perché? Perché contrariamente a quello che viene spesso pensato dalla sinistra stessa, quell’uomo non è affatto stupido: voleva quei voti e a pensato bene a come ottenerli.

Allo stesso tempo ho sentito politici di sinistra che sottolineavano spesso quanto nel paese ci fosse, ad esempio rispetto all’immigrazione, un’ ignoranza nel popolo italiano sulla questione che lo portava a mal interpretare i dati sulla presenza di migranti, cosa che magari è anche vera, ma… sorpresa, non ti farà guadagnare voti, così come non te li farà guadagnare il porre te stesso su un piedistallo morale, e, invece di argomentare con dei dati che probabilmente sarebbero pure dalla tua parte, ridurre il tutto ad una questione di giusto e sbagliato in stile #restiamoumani.

Le sagaci battute

Avete presente quanto Luigi di Maio sbagliava i congiuntivi e metà del popolo dell’internet, seguendo a ruota alcuni politici lo prendeva in giro? Che io sarei dannato se me lo dimenticassi.

Bene, ora quello stesso uomo è a capo del primo partito del paese e, io la butto lì, forse sarebbe stato meglio rispondergli a tono che sfotterlo perché se vuoi passare per quello intelligente della situazione e non per un bulletto, forse dovresti dire qualcosa di intelligente. Tra l’altro, evidentemente non hanno imparato la lezione dato che anche recentemente si passa più tempo a fare battute su Salvini ignorante che a rispondergli e a fare la seria opposizione che in Italia non c’è (tweet).

Il blasting

Un altro modo in cui si configura quest’arroganza è nel meccanismo social noto come in inglese come “blasting”, ovvero dare una risposta forte a qualcuno sui social sbattendogli in faccia la sua stupidità. È questa una cosa che vedete con alcuni personaggi social come Enrico Mentana o Roberto Burioni.

Ora… di sicuro Mentana è un ottimo giornalista, di sicuro Burioni è un ottimo medico, ma posso essere scettico sui risultati che la loro attività social stanno portando? Voglio dire, sì, nessuno mette in dubbio che siate più intelligenti e capaci della persona media che crede che i vaccini provochino l’autismo ma insultare queste persone non gli farà di sicuro cambiare idea (ne chiamarli webeti, ad esempio), ed è questa la differenza fra essere bene informati ed essere buoni divulgatori d’informazione. Forse bisognerebbe a volte fermarsi e chiedersi… qual’è il mio obbiettivo? Autocompiacermi della mia intelligenza o vincere quella che si configura sempre più come una vera e propria battaglia culturale?

L’arroganza

Altro punto super-iper citassimo e discusso e su cui, quindi, dirò solo due parole, ma che credo riassuma bene tutto il resto del mio articolo essendo stato un gesto di una tale stupidità e, per l’appunto, di una tale arroganza che credo rimarrà negli annali del come non fare politica per secoli.

Ovviamente sto parlando di come Renzi ha gestito il referendum costituzionale.

Allora, sei uno dei politici più impopolari di sempre che sta per proporre la riforma in assoluto più importante del tuo intero mandato nonché, se fosse passata, fra le più importanti della storia italiana recente e cosa fai? Leghi il successo del referendum alla tua carica e alla sopravvivenza del governo stesso (sì Matteo, vai così, grande idea.)

Non so se ve lo ricordate, ma la campagna d’opposizione contro il referendum fu, come ci si poteva aspettare, molto più contro Renzi che contro il referendum stesso nel merito. Lo slogan era “Renzi a casa” e non “abbasso la riforma costituzionale” e quest’atto che probabilmente nella mente del politico doveva sembrare un’idea geniale in stile: “ora vedranno che tengo più al paese che al mio posto in politica” gli si ritorse rapidamente contro.

In conclusione credo che, se la sinistra italiana vuole risorgere da quelle ceneri in cui è bruciata e in cui mi sembra ancora sguazzi (dato che di opposizione non ne vedo), penso che un buon punto d’inizio sia scendere dal piedistallo su cui si è messa, magari anche entrando in discussione con sé stessa. Deve iniziare a combattere battaglie che la gente sente vicino, iniziare a criticare il governo nel merito delle questioni senza fare battute da terza elementare su twitter, o sarà così, o andrà sempre peggio.