“Lo dice la scienza” non vuol dire assolutamente nulla

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Scrivo quest’articolo in merito ad un certo tipo di giornalismo che, online, spamma ogni opinione personale, ogni più piccolo studio  fatto da minuscola un’università sperduta nel Texas, come la nuova teoria della relatività, con l’intento spesso malcelato di fare clickbait.

La scienza non dice nulla

Partiamo con il concetto stesso di scienza… cos’è? Molto semplice, non è né una cosa, né una persona che può “dire qualcosa” ma è bensì un metodo d’indagine, un procedimento che può essere applicato in vari campi e situazioni (ma che non è ugualmente efficace in tutti).

Il metodo scientifico si propone diverse tappe da seguire per essere certi che i propri pregiudizi e la percentuale d’errore da essi derivati siano ridotti al minimo.

  • Osservazione
  • Ipotesi
  • Esperimenti
  • Conclusioni
  • Replicazioni

Una volta che si è osservato un dato fenomeno quindi, si fanno teorie che lo spiegano, si creano esperimenti per dimostrare o per sfatare quelle teorie, si traggono conclusioni dagli esperimenti e poi si passano i risultati ad altri che cercheranno di replicare l’esperimento per verificare che non ci siamo inventati tutto o che non abbiamo sbagliato (quest’ultimo passaggio, spesso dimenticato, è estremamente importante). Se uno solo di questi passaggi fallisce, replicazioni comprese, si ricomincia da capo.

Non tutte le scienze sono uguali

Tasto dolente, con tutto il rispetto per le scienze umane (io stesso sono un appassionato di psicologia) che hanno comunque un importanza accademica e sociale enorme che spesso viene sottovalutata,viene da sé che per la natura stessa di alcune discipline il metodo scientifico non funzioni necessariamente altrettanto bene con esse come per, ad esempio, la fisica.

Vuoi perché magari ci sono più pregiudizi dato che sono spesso discipline che toccano il vivo del dibattito sociale, pensate all’innumerevole quantità di studi che in questi anni toccano questioni quali l’identità di genere e dove, sia nella destra che nella sinistra, c’è un interesse politico ad avere molti studi a proprio supporto, sicuramente più di quanto ce ne siano su una pubblicazione d’astrofisica sulle macchie solari. Vuoi perché spesso gli studi di questo tipo si basano su metodi d’indagine statistici usando questionari e in questi casi anche il solo modo in cui è posta la domanda può far variare i risultati enormemente, senza contare che i risultati possono venire interpretati in modo creativo.

Uno studio non basta

Come detto prima, una delle parti più importanti nel processo scientifico e la replicazione dei risultati. Un singolo studio infatti potrebbe essere errato, le conclusioni potrebbero esserlo o, anche se si spera di no, potrebbe essere semplicemente inventato.

Secondo uno studio di Nature (che è molto interessante e vi linko per chi masticasse l’inglese), diverse piattaforme di pubblicazione non badano alla qualità degli studi pubblicati ma mantengono bensì una politica “predatoria”, basata sul pubblicare articoli anche senza verifiche in cambio di soldi.

Addirittura i giornalisti di Nature hanno creato dal nulla il falso profilo di una scienziata, tale Szust, in polacco “frode”, aggiungendole pubblicazioni altrettanto fasulle un falso sito web e mandando poi il suo curriculum a diverse testate di pubblicazione scientifica e, sorpresa, non poche hanno risposto positivamente, magari dicendo che avrebbero pubblicato (senza fare ulteriori domande) dietro pagamento. Lo stesso studio dichiara che questo tipo di giornalismo predatorio nel tempo potrebbe minare la credibilità della comunità scientifica tutta.

Ciò avviene probabilmente anche per l’altissima competizione interna dei mondi accademici che spinge gli autori a pubblicare tanto e spesso, soprattutto contenuti che possano essere “popolari” in una determinata comunità. Ed è proprio per questo che la replicazione di un esperimento è importante e che, ancora più importante, è la capacità di distinguere fra una teoria e un fatto, fra la dichiarazione di un esperto e una dimostrazione di un esperto (la prima potrà anche essere autorevole, ma non è scienza) e la differenza fra un vero esperto e qualcuno che viene considerato tale solo perché ha molte pubblicazioni fatte su testate non autorevoli.

Cosa fare?

Non è un problema semplice a cui quindi posso dare risposte semplici, purtroppo. Il fatto che esistano studi faziosi, spesso rimpallati da testate giornalistiche italiane anche autorevoli che, per fare clickbait, mettono un bel “Lo dice la scienza” nel titolo non è una cosa che si possa liquidare con due battute e buone intenzioni, è un problema serio i cui effetti li vediamo nel profondo clima antiscientifico che pian piano inizia a pervadere e divorare la nostra società e di cui, credo, questo tipo di giornalismo dovrebbe assumersi almeno una parte di responsabilità.

Come nella storia di “Al lupo! Al lupo!” vi è un tipo sia di giornalismo, sia di piattaforme di pubblicazione accademica infatti, che prima cita la scienza a sproposito, mentendo di fatto al proprio pubblico in cambio di un po’ di visibilità… poi quando dopo una, due, cinque volte che la gente che sente queste e smette di credere alla scienza tutta (cosa che è completamente sbagliata, perché il metodo scientifico, quello vero, esiste e ad esso dobbiamo buona parte del nostro benessere attuale) se ne lamentano.

Tutto ciò perché a lungo andare questo nominare la scienza a caso le fa perdere di credibilità al grande pubblico, quel tipo di pubblico che non intendendosene si rapporta alla Scienza solo attraverso ciò che legge e sente sui media e, se non può credere ad essi, non crederà più a nessuno. Se non posso infatti credere ai giornali che fanno titoli ridicoli come: “l’amicizia fra uomo e donna non esiste: lo dice la scienza” come posso crederle quando mi dicono che i vaccini fanno bene? (Ovviamente un esempio estremo, ma spero esprima bene il concetto.)

A questo punto tutto ciò che ci resta da fare è sviluppare un buon occhio per questi titoli e sfruttare così quello che è il vero potere del lettore, ovvero il poter scegliere cosa leggere. Se tutti noi smettiamo di dare attenzione a chi attenzione non ne merita forse, laddove ha fallito l’etica (se ancora ne esiste oramai), saranno i soldi degli sponsor che se ne vanno a far cambiare idea ad alcuni editori, quelli almeno, non mentono mai.

 

La TAP e il ciclo di nascita, vita e morte di un governo italiano

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In questo meraviglioso mondo che è la Terra ci sono alcune cose estremamente longeve. Pensate, ad esempio, alle sequoie che vivono oltre tremila anni o alle testuggini che superano il secolo, allo stesso tempo però ce ne sono di estremamente effimere: come le farfalle che vivono solo qualche giorno… oppure come i governi italiani che spesso e volentieri sembrano impegnarsi a durare anche meno, seguendo un ciclo vitale che è più o a meno sempre lo stesso, ogni singola volta.

Stadio uno: l’eroe

Così come le farfalle vivono sì poco in quanto tali, ma prima passano una lunga fase vitale in quanto larve, così anche governi italiani hanno una fase che precede la formazione del governo stesso. Questa è la fase d’opposizione, la fase in cui l’uomo che sarà destinato a prendere in mano le redini del paese si trova ancora nel lato minoritario del parlamento.

Questo è il periodo in cui ogni problema è colpa dell’amministrazione attuale, della sua incapacità, della sua lontananza dai “problemi veri del cittadino” (marchio registrato da Silvio Berlusconi all’età di soli ventidue anni nel 1862). In questa fase, il futuro Premier pone sé stesso come un eroe, come l’uomo del cambiamento, l’uomo che, arrivato al potere, cambierà tutto con un veloce colpo di mano (qualcuno dice manina).

Era così quando Letta doveva ricreare il governo di un Italia in crisi, quando Renzi doveva raccattare i pezzi di una coalizione allo sfascio, era così quando… no in effetti di Gentiloni non è mai fregato nulla a nessuno, ma era così quando Di Maio tuonava contro la casta, contro la politica vecchia e contro le trivelle prima e la TAP poi.

In questa fase l’Eroe raccoglie molti consensi, puntando generalmente più ad indurre le persone a votare contro il vecchio governo che a votare per sé. Ed è in questa fase che il personaggio di turno cerca di raccogliere consensi in modo estremamente ampio restando su posizioni generaliste in modo da raccattare voti nel bacino più ampio possibile, aprioristicamente critiche verso ogni proposta del governo “vecchio” e spesso inserendo qua e là una mancetta elettorale (ottanta euro, restituzione IMU, flat tax, reddito di cittadinanza etc…)

Stadio due: il principe

Salito al governo l’uomo nuovo, l’eccitazione del popolo ed elettorato è alle stelle, tutti sembrano pensare che questa volta sarà diverso, che basti cambiare governante perché tutti i problemi del paese scompaiano in una nuvoletta di fumo. È in questa fase che i giornali prima critici al governo di turno in genere si ammorbidiscono, che i consensi salgono e che machiavellicamente ogni parola del nuovo leader è studiata per accontentare al massimo lo spesso diversissimo e variegato elettorato.

Al contempo però sorgono le primissime incrinature qua e là dovute al fatto che fino a che si resta nell’opposizione non ci vuole nulla a rifiutare tutto, ma nel momento in cui ci si scontra con la realtà e bisogna fare una legge, bisogna necessariamente prendere una posizione, essere propositivi, e questo sconterà qualcuno.

E così Renzi che in campagna elettorale era contro i matrimoni gay per accaparrarsi i voti dei democristiani diventa pro in parlamento, di Maio che tuonava contro l’obbligo vaccinale raggiunge posizioni più miti cinque minuti dopo l’insediamento (si perché diciamocelo dai, non è Conte ad essere al governo.)

Fase tre: il traditore

Il duro scontro della realtà con un paese ricco di problemi (e di debiti) cade come un macigno sulla testa del nuovo governo. Forse non era così facile risolvere tutto eh? Non bastava la buona volontà.

Ed è così che un giovane governo a cinque stelle che faceva campagna contro la TAP (per chi non lo sapesse un gasdotto, criticato per l’ipotesi di rischio ambientale), davanti ai numeri di bilancio, si trova obbligato a rimangiarsi le parole. Il malcontento degli elettori che credevano che l’eroe facesse scomparire debiti e problemi per magia, sale.

In questa fase le critiche al governo aumentano un poco alla volta mentre di proposta in proposta, sempre più elettori si sentono traditi e le opposizioni si fanno più forti: all’interno del partito al potere si formano quindi delle correnti (capacità portata al massimo dal PD) che, piano piano, cercano di allontanarsi da chi sta di fatto al potere per evitare i danni della sua deflagrazione imminente e accaparrarsi un po’ degli elettori scontenti, per lo stesso motivo, anche gli alleati di coalizione iniziano a diventare più critici e ad allontanarsi.

Fase quattro: il demone

Un po’ alla volta, ogni presa di decisione del governo viene osteggiata sempre di più sia fuori che dentro al parlamento, sia fuori che dentro il suo stesso partito. I problemi che si credeva sarebbero stati risolti in uno schiocco di dita permangono e, con la delusione che sale, gli elettori si spostano o alle opposizioni, o ad altre correnti della coalizione (che iniziano quindi ad avere interesse a far cadere il governo), motivo per cui la coalizione stessa inizia a scricchiolare.

In questa fase il governo andrà assumendo i tratti del mostro, di tutto ciò che di sbagliato c’è in Italia. L’elettorato stesso lo disprezza, la coalizione si allontana, l’opposizione lo incalza… lo abbiamo visto con Berlusconi, con Monti, con Renzi, quello che era nato come eroe, di punto in bianco, si è trasformato in un demone.

Toccato un tema di troppo, una battaglia sbagliata, il governo cade.

Fase cinque: l’eterno ritorno

Nessun problema gente, in Italia c’è un nuovo politico, un vero eroe, lui risolverà tutto, lui è la speranza, il cambiamento di cui questo paese ha bisogno, questa volta sarà tutto diverso… fidatevi.

Come le promesse elettorali comprano i voti e distruggono il paese

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Nel 1973 il governo Rumor guidato dalla Democrazia Cristiana, inaugurò quelle che furono chiamate le “baby-pensioni”, pensioni date a lavoratori di poco più di trent’anni d’età il cui costo, come ogni cosa, sarebbe ricaduto sulle spalle dei contribuenti delle generazioni future in un paradosso italiano che si ripresenta in continuazione ad ogni campagna elettorale.

Lo stato non ha un centesimo

C’è una cosa che mi lascia spesso interdetto, una modalità della trattazione degli argomenti economici in questo paese, una modalità che si fa sempre più rumorosa in campagna elettorale, ovvero il fatto che molta gente sembra ignorare il fatto che i soldi dello stato, sono in realtà i soldi dei cittadini… sono soldi anche tuoi.

Quello che mi sembra che la gente, a volte, non capisca, è che un politico in campagna elettorale, ti può promettere anche la Luna, ma non è detto che abbia poi i fondi per pagartela e che se poi te la paga, i soldi li andrà necessariamente a prendere da qualche altra parte, di certo non li pagherà di tasca propria.

Volete la pensione a trentacinque anni di Rumor? Il reddito di cittadinanza di Di Maio? La flat-tax di Salvini? Gli ottanta euro di Renzi? Va bene, va bene tutto, ma credo che prima di osannare prima questo e poi quel politico, prima di dare il nostro voto a chi ci offre questi soldi, dovremmo fermarci un attimo e chiederci… “questi soldi, esattamente, da dove verranno presi?”

Perché la verità è che lo stato non ha un centesimo e che tutto quello che ci da, ogni singolo euro, lo toglierà a qualcun altro. E, quando poi ad un certo punto dovrà trovare un modo per pagarlo, magari lo farà aggiungendo qualche micro-tassa qua e là, o magari aumenterà il debito pubblico scaricando di fatto il problema sulle generazioni future (e poi via a lamentarsi di quanto siano sfaccendati i giovani).

Sta di fatto però, che quei soldi, prima o poi, qualcuno li dovrà pagare e a poco vale lamentarsi delle leggi dure che arrivano ad un certo punto, come la legge Fornero, perché esse sono solo il risultato di una serie di politiche miopi e cronicizzate nel corso di decenni che, invece di tentare di risolvere un problema, lo hanno spazzato sotto al tappeto fino a che quel tappeto non è diventato una montagna troppo grande per essere ignorata.

Il voto di scambio

Quando il sopracitato Rumor in campagna elettorale propose quelle baby-pensioni, davvero secondo voi non si rendeva conto dell’enorme buco (che tutt’ora stiamo ripagando) che questo avrebbe creato? Certo magari quella fu solo innocenza e ingenuità, oppure… pensate che possa mai essere che alla mente di un politico italiano passi, forse per un fugace istante, l’idea di proporre dei soldi a una parte del popolo per comprare il loro voto e lasciando così un grosso debito sulle spalle degli altri? No, certo che no, in effetti di certo fu semplice innocenza, sono sicuro che l’obbiettivo era far ripartire l’economia.

E arriviamo quindi allo slogan eterno di ogni campagna elettorale: “questi ottanta euro/ flat-tax/ reddito di cittadinanza” li vogliamo dare perché sappiamo sarà un investimento, un beneficio per tutti, perché faranno ripartire l’economia”… ma esattamente come? Perché, non so se qualcun altro se n’è accorto, una promessa di questo tipo arriva puntualmente da quasi ogni singola forza politica ad ogni girone elettorale e ogni volta mentre tutte le proposte degli altri sono solo uno spreco di soldi, la propria è invece l’unica vera salvezza del paese e non, ricordiamolo, una mancietta per comprare l’elettorato.

Ed ecco quindi il problema delle promesse elettorali in Italia, vengono presentate come se fossero soldi regalati, quando in realtà sono soldi che verranno poi ripagati dai cittadini stessi. Sono offerte fatte dalla politica, ma a vantaggio non della collettività ma bensì della politica stessa che si erge a caritatevole quando sta solo dando una mancia ai padri accendendo un mutuo sulle teste dei figli. E tutto questo perché, ricordiamolo, il conto di tutto quello che lo stato dà, prima o poi, arriva.

 

Esistono davvero i “cattivi?”

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Il sistema carcerario italiano (ma si potrebbe benissimo dire quello di quasi ogni paese) e più nello specifico il recente caso Cucchi, hanno portato alla luce una certa caratteristica della percezione di “buono” e “cattivo” in questa nazione che per molti versi è ancora figlia ideologica della vecchia morale cattolica.

Tutte le persone credono di essere buone.

Per capire tutto il resto, credo serva essere d’accordo su almeno questo punto. Tutti noi, tutti quanti, quando facciamo qualcosa, la facciamo perché pensiamo, per qualche ragione, che sia giusto farla; altrimenti non faremmo nulla.

Ci sarà tempo e spazio sulla discussione sul perché pensiamo che fare una cosa sia giusta, ma sul fatto che mentre la facciamo crediamo che lo sia… beh credo sia lapalissiano. Magari ci pentiamo subito dopo certo, come quando il mattino seguente una sbronza guardiamo il cellulare e notiamo la “simpatica chat” di soli trenta messaggi e quattro vocali che abbiamo mandato alla nostra ex sotto il magico potere della birra. Sta però di fatto che, nel mentre che quei trenta messaggi li mandavamo, qualcosa nel nostro cervello annebbiato ci ha fatto credere che mandarli fosse la cosa migliore da fare, altrimenti non avremmo mandato proprio niente.

L’impressione che ho è che le persone abbiano una visione macchiettistica dei criminali. Come in un cartone animato noi li immaginiamo come dei tizi seduti, per qualche motivo, al centro di una stanza buia e che ridacchiano strofinandosi i baffi pensando a quanto sono malvagi… ma di cosa stiamo parlando?

Il sistema carcerario

Il discorso che abbiamo appena fatto serve anche a spiegare alcune questioni sul funzionamento del sistema carcerario in Italia e nel mondo occidentale. Negli obbiettivi, il senso di questo sistema dovrebbe essere non la punizione, ma la rieducazione.

Perché questo? Si fa presto a dirsi, perché se tutti quanti, tutti, dal santo al mostro, dall’eroe all’assassino, dal benefattore al ladro pensano che quello che fanno sia giusto, questo implica che i buoni o i cattivi semplicemente non esistono, non al di fuori dei libri di religione perlomeno. Esistono solo persone che hanno sviluppato, per una qualche ragione, un concetto antisociale di “giusto.”

Ed è proprio questo il motivo per cui non ci ergiamo a dei sulla terra, il motivo per cui non ci arroghiamo, almeno nelle intenzioni, dato che i fatti sono tutta un’altra storia, il diritto a punire ma piuttosto quello a rieducare in modo che le azioni di una persona tornino a combaciare con quelle delle collettività. Ed è anche il motivo per cui paesi come la Norvegia che hanno un sistema più improntato sull’educazione hanno tassi di recidiva molto più bassi del nostro.

Il caso cucchi

Tutto molto bello, la rieducazione, la legge che deve fare la legge e non la morale et cetera et cetera. Ma questo fino a quanto dura in genere? Perché abbiamo alcuni pesanti doppi standard rispetto ad alcuni casi di cronaca rispetto ad altri?

Capita ogni tanto all’interno del dibattito pubblico e in particolare del dibattito polarizzato sui social, che qualche evento di cronaca apra una discussione su quanto poco pesante sia la mano dello stato su alcune persone.

Pensiamo ad esempio al caso Cucchi perché… dai, anche prima che uno dei carabinieri confessasse quanto vi sembrava probabile che fosse inciampato dalle scale? Eppure buona parte del mondo politico e dell’opinione sostenne quelle prime versioni ufficiali.

Quello che mi chiedo e vi chiedo è, secondo voi, se Cucchi fosse stato qualcuno di meglio inserito nella società… pensate ad un medico o che ne so, un panettiere, se non fosse stato un drogato e un piccolo spacciatore pensate che la gente ci avrebbe creduto così volentieri al suo “inciampare dalle scale”? Io credo di no.

Io credo che questo moralismo e paternalismo sia quasi capillare nella società italiana. Questo nostro dividere il mondo fra i buoni e i cattivi senza renderci conto che i cattivi sono persone che, proprio come noi, pensavano di essere buoni e che un bel giorno potremmo svegliarci e renderci conto che i cattivi siamo diventati noi.

E a poco valgono quelle polemiche della serie: “e se fosse successo a te?” “E se fosse successo a tuo figlio?” Saresti così indulgente con un assassino che uccide un tuo famigliare? Diresti che non andrebbe punito ma rieducato se qualcuno avesse ammazzato proprio tuo figlio? Davvero non lo vorresti vedere esangue e torturato?

La risposta a questa domanda è: non lo so, sinceramente, non mi è mai successo e spero che mai mi capiti, credo che nessuno lo speri. Ma penso anche che ci sia un motivo se esistono i giudici e se i giudici non debbano avere coinvolgimento emotivo col processo e credo anche che questo moralismo a singhiozzi, questa disparità di trattamento fra persone considerate degne o non di ricevere la nostra empatia, non faccia bene a nessuno. Credo che nonostante la rabbia o l’odio in queste situazioni siano sentimenti umani e comprensibili esse non debbano sostituirsi alla ratio, al senso che si pone dietro le azioni della giustizia.

Questo perché anche a te che, sicuramente, sei onesto, che sei magari vittima, che un carcerato esca dalla prigione più arrabbiato verso la società di quando ci è entrato, o che non ci esca proprio, lasciandosi magari dietro parenti e un opinione pubblica in pieno odio delle istituzioni, non ti farà bene né ti restituirà ciò che ti è stato tolto.

Sulla polarizzazione dell’opinione

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Vi è mai capitato di assistere ad una discussione sui social network? Magari una di quelle che si sviluppano sotto l’articolo di un qualche giornale che tratta di un tema caldo dell’opinione pubblica come ad esempio l’immigrazione o una qualche battaglia per i diritti sociali? Vi è mai capitato di vedere queste discussioni svilupparsi e continuare per centinaia e centinaia di commenti?

Se la risposta è sì vi faccio uno spoiler: dal commento numero otto in poi sono tutti e solo insulti alle rispettive madri.

Se la risposta è sì però, direi che può anche valere la pena di fermarsi un attimo per fare una riflessione su questo fenomeno che, mi sembra, di anno in anno si faccia sempre più forte e rumoroso, questa continua polarizzazione dell’opinione verso gli estremi e la conseguente morte di ogni discorso costruttivo…ma da cosa deriva tutto ciò?

Il problema è più vecchio di quanto pensiamo

La risposta semplice, la risposta che si danno sempre tutti è “la colpa è dei social.”

Ahh, i social network come capri espiatori di ogni problema della società… perché no? Dopotutto è solo la versione 2.0 del “i cartoni animati giapponesi renderanno i vostri figli dei mostri violenti.”

Ma restiamo nel tema. La polarizzazione e l’estremizzazione delle idee in realtà, se ci pensate, non sono affatto un fenomeno nuovo e nato nell’era di internet, al contrario, questi sono accadimenti molto comuni e che si sono presentati spesso nella storia e sono esattamente il modo in cui ogni massa di persone sempre, in ogni periodo e luogo, si è comportata quando si è sentita minacciata.

Pensate alle guerre, periodi in cui non esistevano le sfumature: bene o male, nero o bianco, amici o nemici, noi o loro. Questo è quello che è sempre accaduto in quei periodi in cui l’istinto di sopravvivenza schiaccia ogni razionalità. Pensate alle epidemie e alla caccia ad untori e streghe, non era questa estremizzazione dell’opinione verso i poli?

Il ruolo della paura

La vera domanda da porsi quindi non è tanto “perché questa polarizzazione avviene?” La risposta a questo è infatti ovvia: avviene perché è così che le persone si comportano quando si sentono attaccate, quando sono guidate dal più primordiale degli istinti di sopravvivenza: esse si chiudono in gruppi fidati, sospettano che ognuno sia un nemico, non osano mai nemmeno pensare di essere anche solo parzialmente in errore perché questo significherebbe che loro, gli altri, i cattivi, hanno parzialmente ragione.

La vera domanda in realtà è: perché in un periodo di sostanziale pace, un periodo senza più vere epidemie o fame (almeno nel mondo occidentale) avviene questo? Perché ci sentiamo tutti costantemente attaccati? Perché non riusciamo più ad accettare che altri abbiano idee diverse dalle nostre e prendiamo ogni altra opinione come un sostanziale attacco personale?

Prendiamo ad esempio il caso dell’immigrazione in Italia.

Semplificando molto un dibattito sostanzialmente infinito e che credo continuerà fino a che l’umanità non scoprirà una razza aliena su un pianeta lontano che, da un lato, si dovrà “aiutare sul pianeta loro” e, dall’altro, “faranno i lavori che i terrestri non vogliono più fare” (tipo, suppongo, riparare cyborg o simili), credo che il problema della percezione del fenomeno derivi principalmente dalla semplificazione estrema che viene fatta sempre e per ogni singola questione sia dalla politica sia dalla maggior parte dei media. Questo perché in Italia ovviamente, più una questione è complicata e ricca di sfumature, più viene trattata con slogan tipo: “ruspa!” o in alternativa con una serie di video strappalacrime sui morti in mare.

Dal un lato la mia impressione è che la posizione della destra sul tema sia quella di dare voce a quelle persone che, tendenzialmente, subiscono il problema in modo maggiore. Se è infatti vero che l’immigrazione in Italia è di gran lunga sovrastimata da parte della popolazione, è anche vero che non tutta la popolazione subisce la questione allo stesso modo: persone che vivono nelle periferie delle città ad esempio, luoghi dove si concentrano più immigrati, di prima o seconda generazione che siano, percepiscono gli effetti negativi di un’immigrazione mal gestita in modo più pesante di chi vive in altre zone. Allo stesso tempo però, la stessa destra ignora che, di fatto e al netto degli slogan, l’immigrazione in un modo o nell’altro continuerà qualsiasi sia la politica adottata, e questo semplicemente perché il mare non può essere chiuso, perché non è così semplice effettuare i rimpatri e perché di fatto anche parte dell’elettorato di destra pur chiedendo una maggiore rigidità, davanti a quei video di naufragi, tace.

Dall’altro la sinistra si concentra invece sul lato umanitario, sugli aiuti a persone che se scelgono di abbandonare tutte le loro vite per partire alla ventura in una nazione di cui non sanno nulla, di certo non lo fanno per una scommessa persa, ma lo fanno spesso perché spinti da cause estremamente gravi e dalla speranza di migliorare le proprie condizioni di vita. Allo stesso tempo però, la sinistra stessa spesso ignora il lato economico e di impatto sociale della questione, e sembra voler ignorare anche il semplice fatto che, se una porzione di popolazione non ama la presenza di migranti questo non li configura immediatamente come stupidi, ignoranti e razzisti, o che magari li configura pure come tali ma che chiamarli in tal modo di certo non li convincerà a cambiare idea, non li convincerà a votarti ma anzi, probabilmente li porterà ad estremizzarsi ancora di più.

La morte del dialogo

Quello che credo che i politici non si rendano conto così come anche i giornalisti (o che peggio se ne rendano conto e cavalchino quest’onda proprio perché, si sa, la gente che urla fa più audience di quelle che parla) è che il parlare continuamente di quanto la parte avversa sia stupida, ignorante, razzista, buonista, etc… non porterà mai alcune di queste persone a voler cercare di capire il tuo punto di vista, ma al contrario, la farà sentire attaccate nel personale, la farà chiudere nel proprio guscio ideologico e, probabilmente, le spingerà ad attaccare a loro volta su questa linea creando una sorta di ping-pong.

Io attacco te dandoti del razzista, tu ti chiudi un po’ e ti sposti verso un polo; tu attacchi me dandomi del “radical chic”, io mi chiudo un po’ e mi sposto verso un polo e così via fino a che tutto quello che resta del dibattito sono un gruppo di persone urlanti ed impaurite le une dalle altre e che si lanciano il corrispettivo internettiano degli escrementi.

A questo punto io posso anche capire un’obiezione abbastanza ovvia a questa considerazione: ovvero che è difficile rispondere nel merito di questioni con gente che le tratta all’acqua di rose in maniera ideologica e di fatto lo è, sono d’accordo, è estremamente difficile. È però vero, e credo sia innegabile, che rispondere con altri insulti e altre ideologie a qualcuno che si comporta così non lo farà mai cambiare idea, ma, al contrario, lo allontanerà sempre di più da noi, danneggiando e non aiutando la posizione che sosteniamo.

Quando cerchiamo il dialogo quindi, e non la sopraffazione, la prima domanda da porsi quindi dovrebbe sempre essere: qual’è il mio obiettivo? Perché se vuoi passare per il più figo del tuo gruppo prendendo in giro l’avversario, attaccandolo personalmente e via dicendo, allora fallo; ma se invece vuoi convincere qualcuno prima lo devi capire, devi capire cosa lo ha portato a sbagliare se vuoi correggerlo, e per capirlo devi imparare ad ascoltarlo, anche se non ti piace, anche se non sei d’accordo con lui.

A questo punto l’ultima domanda che resta in sospeso è… questo circolo vizioso della polarizzazione, questo ping-pong che sta fagocitando giornali e politica si può spezzare?

Lascio a voi l’arduo compito di dare una risposta.