Il nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza

Ciao a tutti.

Il motivo per cui ho rubato una frase a Daniel Boorsitin, un saggista americano, in modo da fare il titolo, non è perché non abbia idee, ma perché volevo usarla come un punto di partenza per affrontare una discussione che si fa sempre più accesa, ovvero quella fra cultura ed ignoranza. La grande guerra che, in un mondo di antivaccinisti, terrapiattisti e gente che alla fine di un piatto di pasta non fa la scarpetta, ci fa capire sempre di più come il mondo (piatto) sia sempre più pieno di gente che non solo non sa nulla, ma che ne va fiera.

Chi è il vero nemico?

Mia nonna è un anziana signora cresciuta nel dopoguerra e che, come molte altre donne dei suoi anni e del suo ceto economico, non proseguì gli studi oltre la scuola elementare.

Mia nonna è quindi probabilmente molto meno istruita, a livello accademico, della media della popolazione e della media della porzione più complottista, eppure non va in giro dicendo che la terra è piatta, che la NASA è un complotto e che i vaccini fanno venire l’autismo.

Tutto il contrario. Mio nonno era capitano di nave della marina italiana mercantile prima, e capitano di navi da crociera poi e ha viaggiato con lui mezzo mondo imparando la geografia. Quando il medico le diceva di portare poi i suoi figli a farsi vaccinare, lei ce li portava, punto, di certo non si metteva a discutere col medico.

Un po’ di anni fa girava su internet la bufala sul ossido di diidrogeno, una sostanza chimica presente in quasi tutti gli alimenti che era anche un componente di moltissimi corrosivi dell’industria chimica, delle pioggia acide e usato negli impianti nucleari, sostanza trovata anche nell’ambiente e nel corpo umano.

Sorpresa sorpresa, ossido di diidrogeno è il nome chimico dell’acqua H2 (diidrogeno) O (ossido) H2O.

Ecco, io credo che il punto centrale della questione sia più o a meno qua. Biasimiamo internet di aver portato ignoranza alle persone ma non è così, tutte le informazioni sull’ossido di diidrogeno ad esempio sono vere: è usato in svariati corrosivi (l’acqua è un solvente di numerosissime sostanze chimiche), è usato negli impianti nucleari (nel raffreddamento ad esempio si usa acqua, o si usa vapore per azionare una turbina che produca elettricità) e la pioggia acida beh, è fatta di acqua. Internet non ha reso le persone più ignoranti, anzi, probabilmente le ha rese più colte, il vero problema è che una mezza verità è spesso più dannosa dell’ignoranza, il credere di sapere, è peggio del non sapere.

Mia nonna sa di non sapere nulla di medicina, per questo si fida del medico. Non fa una ricerca di un paio d’ore sul web e si mette in testa di sapere ciò che un altro ha impiegato anni ad imparare. È conscia della sua ignoranza in alcuni ambiti e chiede aiuto agli altri in quei settori (come chiedere a me, continuamente, come funzionano i messaggi… continuamente.)

Sapere non è capire

C’è una differenza, enorme, fra comprendere una cosa, assimilandola e facendola propria, e ripetere a macchietta una cosa che si è letta come un pappagallo.

Il fatto che tu veda un video su internet che ti spieghi che i vaccini contengono mercurio può anche essere vero, ma è una verità del tutto incompleta e che tu non sei in grado d’interpretare perché se lo fossi sapresti innanzitutto che il solo fatto che l’elemento mercurio sia velenoso non implica che i suoi composti lo siano e che, per inciso, in sostanzialmente tutti i paesi del primo mondo i vaccini al mercurio già non si usano più.

Le persone nella nostra era sono sommerse da una quantità infinita d’informazione e questo di per sé non è un problema, il problema è che in genere non capiscono cosa hanno davanti e che, quindi, fanno quello che le persone che non capiscono fanno sempre, si arrabbiano e sbraitano.

L’ignoranza viene additata generalmente come la causa di questa atteggiamento antiscientifico moderno, ma questo è ridicolo, la persona moderna non è più ignorante di una di cento anni fa, la differenza sta nel fatto che la persona moderna non crede di esserlo. No, la gente crede di essere dottori, avvocati, politici, ingegneri, tutto perché hanno un cellulare in mano. Il problema vero è l’arroganza.

Tutti siamo ignoranti

Credo che sia importante capire che l’ignoranza di per sé non sia il problema, in quanto l’ignoranza è la naturale condizione dell’essere umano.

Tutti noi, diciamocelo, siamo ignoranti su quasi tutto. Tutti noi riusciamo, se siamo fortunati, ad imparare una frazione di ciò che c’è da sapere su una frazione delle cose che ci sono da conoscere. Alcuni sono più specializzati, altri più generalisti, ma avete capito il concetto, c’è sempre qualcosa che non sappiamo.

Il problema non è quindi l’ignoranza, il problema è quest’atteggiamento di usare l’ignoranza come uno stendardo, di essere così arroganti da non accettare l’esistenza di qualcosa che non sappiamo e fingere, a noi stessi e agli altri, si saperla. Al pretendere di essere degli esperti di cose che non sappiamo.

ì

Quel particolare rapporto fra droghe ed artisti

Gli scrittori maledetti e il loro assenzio, Conan Doyle che andava di cocaina, i pittori bohémien e l’hashish, i Beatles e l’LSD e Baudelair e più o meno ogni sostanza che circolasse per le vie di Parigi. L’arte e la droga, che ci piaccia sentirlo oppure no, che ci piaccia ammetterlo o pure no, hanno sempre avuto un rapporto stretto e particolare, ma perché succede questo?

Un po’ di storia sulle droghe

Allora partiamo da questo e cerchiamo di definire meglio cosa s’intende per droga. Innanzitutto bisogna considerare che il concetto di stupefacente è abbastanza vago, da un punto di vista scientifico anche nicotina, cacao, alcol etilico, caffeina, teina e perfino l’incenso sono tutte droghe, quindi non si parla solo di quelle illegali, l’alcol ad esempio ha accompagnato una marea di scrittori dall’alba dei tempi.

Nonostante nella società moderna siano in gran parte demonizzati (per motivi negli intenti nobili, si vuole giustamente scoraggiare i giovani dal consumo) gli stupefacenti hanno da sempre fatto parte della cultura umana, dei rituali, delle religioni e delle cerimonie sociali. Il vino aveva ad esempio un ruolo assolutamente importante nelle culture greca e romana, ruolo sociale e socializzante che si è mantenuto fino ai giorni nostri, la cannabis è un elemento ricorrente nella religione induista e le popolazioni germaniche erano note per compiere rituali o addirittura combattere sotto gli effetti psicoattivi del fungo Amanita Muscaria (quello rosso coi pallini bianchi che vostra nonna vi diceva di non toccare nei boschi).

E possiamo continuare: sempre il vino si è ricavato un posticino speciale nella religione cristiana, così come il fumo d’incenso nelle funzioni (è un leggerissimo rilassante), il papavero da oppio in Italia veniva usato come antico antidolorifico mentre dall’altra parte del mondo gli indiani d’America fumavano tabacco e mangiavano peyote nei loro rituali sciamanici.

Perché questo rapporto così stretto con l’arte?

A questo punto torniamo quindi alla domanda iniziale, perché questo rapporto così particolare con l’arte? Cosa differenzia un Van Gogh che fuma hashish e crea la “notte stellata” e un sedicenne che dopo aver fumato riesce solo a finire un kebab? Cosa differenzia Conan Doyle che assume cocaina (abitudine che si rifletterà nel suo Sherlock Holmes) e crea uno dei personaggi letterari più di successo della storia e Lapo Elkann che finisce a fingere un rapimento da parte di un transessuale a New York per spillare soldi alla famiglia?

Per rispondere a questa domanda credo sia utile chiederci chi sia effettivamente l’artista. L’artista è fondamentalmente qualcuno che riesce a prendere cose già esistenti, già reali e tangibili e riformularle in una chiave nuova e diversa, l’artista è una persona che da vita ad un sogno o una visione con la sua sensibilità ed abilità.

Il punto è che per fare ciò a volte può essergli utile uscire da quei binari su cui la mente viaggia di solito. La mente infatti in genere ragiona in un modo, vede le cose in un modo e tende, imperterrita a continuare sulla sua propria strada. Farla uscire può quindi permettere di vedere le cose “da fuori” di permettere una visione che, nello stordimento, sia per assurdo potenzialmente più profonda della realtà vera.

Ciò ovviamente non significa che la droga crei l’artista, è il discorso di prima su Lapo Elkann, se non avete talento per la scrittura potete assumere tutto quello che volete ma non uscirà un nuovo Sherlok Holmes; se non avete talento per la pittura, potete fumare tutta l’erba di questo mondo ma non verrà fuori né un Van Gogh né un Picasso, statene certi.

Questo perché non esiste sostanza a questo mondo che possa donare la sensibilità o la “forma mentis” artistica, tutto quello che le droghe fanno, come già detto, è donare una nuova prospettiva da cui guardare ma la capacità di vedere deve già esserci nella persona altrimenti, e scusate il gioco di parole, è solo fumo negli occhi.

Qual è il destino della società?

Le società nascono, crescono, a volte si riproducono generando e perpetuando la propria cultura e, alla fine muoiono. Nell’arco dei secoli si evolvono poi, modificano sé stesse adattandosi alla mutabilità delle condizioni. Sotto molti aspetti, la società umana può essere vista sostanzialmente come un essere vivente a se stante o, per lo meno, ci assomiglia.

Le domande a cui vorrei rispondere oggi quindi, se avrete voglia di accompagnarmi in questa piccola elucubrazione mentale, sono se la società possa essere vista come un essere vivente, una sorta di animale collettivo, e se, in questo caso, possiamo riuscire a prevederne il futuro.

Cos’è un essere vivente?

Per capire se la società possa essere considerata tale bisogna quindi prima definire cosa sia un essere vivente. Direi che una buona definizione potrebbe essere: “è un organismo derivante dall’espressione di una programmazione mirata a protrarre sé stessa” dove la programmazione è, negli esseri biologici generalmente rappresentata dal codice genetico.

Nell’animale collettivo però questo codice potrebbe semplicemente essere diverso. Prendete per esempio le idee, i rituali, le religioni e le morali dei popoli, tutte queste cose non sono codificate geneticamente, ma sono comunque un informazione, informazione che è codificata mentalmente all’interno delle menti dell’individuo.

Se voi raccogliete poi tutta quest’informazione presente nei vari individui di una stessa società noterete probabilmente una coerenza di fondo, delle tendenze più o a meno marcate attorno alla quale queste norme sociali si aggregano. Prendendo ad esempio la sola morale, è ovvio che essa sia qualcosa di fortemente personale, ma se ci pensate in fondo più o a meno tutta la cultura occidentale e gli individui facenti parte condividono dei parametri simili. Ad esempio alcune persone saranno a favore o contro la pena di morte, qualcuno può essere a favore o contro all’uccisione per legittima difesa e può venire discusso quali sono i limiti di questo, ma queste sono in fondo differenze minime rispetto alla coerenza di fondo ovvero che tutti, o quasi, concorderanno che l’omicidio è un atto in sé immorale.

Allo stesso modo ad esempio vi è la pedofilia. Ogni nazione ha le proprie leggi che determinano l’età del consenso (ovvero l’età alla quale un ragazzo o ragazza può ufficialmente dare consenso valido ad un rapporto sessuale) e oltre alle leggi ogni persona ha le proprie personali opinioni secondo le quali giudicherà la moralità di un rapporto sulla base della differenza d’età dei praticanti. Nonostante queste differenze però, che vanno generalmente da un età di quattordici e diciotto anni e sono quindi in realtà minime, la società occidentale condivide un metro morale comune che considera la pedofilia immorale.

A questo punto potremmo definire quindi di fatto come se la società fosse un essere vivente definito da un programma che non è genetico, ma mentale, rappresentando quella coerenza comportamentale interna ad ogni popolo. Questo essere vivente ha tutte le caratteristiche di quelli biologici, nasce, si sviluppa, cerca di espandersi se possibile colonizzando altre menti, è soggetto alla selezione naturale in quanto i sistemi sociali fallimentari collassano in fretta (prendete ad esempio il comunismo sovietico) lasciando posto a quelli più efficienti, si riproduce (pensate come le norme sociali moderne siano figlie della cultura scientifica e da quella cristiana di origini medievali, la quale a sua volta è figlia di quella greco-romana ed ebraica), e alla fine muore nell’atto che in genere viene chiamato “rivoluzione” lasciando il suo posto a qualcosa di nuovo.

L’animale collettivo nella società di tecnologica

Avendo definito la società come essere vivente sarebbe interessante provare a capirne e ad osservarne i comportamenti per cercare di prevederne il futuro.

Anticamente le società umane sono sempre state in prevalenze rurale e, quindi, a bassa densità di popolazione. L’evoluzione della tecnologia ha però posto le basi per un diverso ordinamento della società, basato su agglomerati urbani di dimensioni enormemente superiori a quelle antiche e con densità di popolazione enormemente superiore.

Ciò ha richiesto all’uomo moderno una discreta dose di adattamento per inserirsi nella società da lui stesso creata (ne parlavo anche in questo articolo) e come prezzo per il benessere fisico, ha generalmente sacrificato quello psicologico.

Il punto è che un uomo del medioevo difficilmente viveva una vita che oggi potremmo definire bella. Era una vita caratterizzata da lavoro duro, nessun agio, lo spettro continuo di violenza, guerra e malattia, eppure non cadeva in depressione quanto l’uomo moderno, eppure non sviluppava i disordini di personalità dell’uomo moderno. Questo credo fondamentalmente perché l’uomo moderno è sottoposto continuamente ad una fonte incredibile di stress per essere un buon individuo sociale.

Il nostro metro morale odierno è estremamente esigente se ci pensate: parole che non si possono dire, emozioni che non si possono provare, istinti che non si possono avere; è forse sotto certi aspetti più esigente di quello di diverse teocrazie del passato ed è un metro che si rende necessario a sopportare la densità della popolazione. È infatti risaputo che troppe persone chiuse in poco spazio svilupperanno violenza e insofferenza reciproca, per mantenerle a loro posto quindi è necessaria una fortissima morale che indirizzi il comportamento reciproco di ognuno, la pressione di sottoporsi a questa morale genera però stress che genera infelicità.

Allo stesso tempo è richiesto un numero sempre maggiore di nicchie sociali in modo da scaricare e dare un ruolo alle persone nella macchina sociale. Per fare ciò è necessario che le persone siano sempre in uno stato di desiderio, lo stesso stato in cui si trovava un uomo primitivo rispetto al cibo l’uomo moderno che di cibo ne ha fin troppo lo deve scaricare su prodotti secondari e voluttuari, per generare ciò il marketing bombarda l’uomo moderno di pubblicità per fargli desiderare il prodotto, in questo modo l’uomo comprerà facendo funzionare l’economia e nutrendo così l’animale sociale. Il prezzo di ciò è però di nuovo lo stress, l’insoddisfazione e quindi l’infelicità.

Ciò inoltre va a generare una lunga serie di co-dipendenze all’interno della società. Se un tempo l’essere umano era semi-autonomo, ora ogni più piccolo compito è diventato così specialistico da richiedere qualcuno di specifico e ogni persone diventa così dipendente dalle altre, dando così forza all’animale sociale a scapito però dell’individuo che non si sente realizzato e non si sente libero. Se infatti è vero che all’apparenza l’uomo moderno goda, rispetto a quello antico, di una libertà estremamente alta in moltissime nicchie come quella sessuale, di espressione e parola, è anche vero che nella pratica i dati (qui un articolo del corriere che tratta l’argomento) ci dicono che le generazioni più giovani fanno ad esempio meno sesso di quelle precedenti e, nonostante gli sia garantita la libertà di parola, la loro voce è persa nel fiume dilagante dell’informazione di massa. La società quindi, spegne tutte le luci e poi dà a tutti la libertà di guardare ciò che vogliono.

Anche l’appariscenza e il bisogno di essa è ad esempio una dipendenza. La necessità imperante di postare ogni cosa sui social e di dare su essi un’immagine migliorata di noi stessi deriva fondamentalmente dal tentativo di sopprimere una serie di fobie sociali che la società dei social stessi ha creato, generando un circolo vizioso di dipendenza da essi.

Se dovessi quindi, basandomi su queste osservazioni cercare di fare una previsione sul futuro della società direi che non è troppo difficile prevederlo. L’animale sociale avrà sempre più bisogno, per essere coeso, di sopprimere le differenze fra le persone a favore della coesione comune, avrà sempre più bisogno quindi, di sopprimere la libertà della persone (attraverso un processo che, come abbiamo visto col sesso, non sarà coercitivo, ma più un blando indirizzamento).

L’unica domanda interessante da chiedersi a questo punto è se quindi questo processo si rivelerà efficiente oppure no, se, alla fine, la società tecnologica riuscirà nel suo intento è anche possibile che sul lungo termine riesca anche a sopprimere quelle emozioni d’infelicità che attanagliano l’uomo moderno che ne fa parte. L’alternativa è ovviamente che collassi, che muoia lasciando posto a qualcos’altro.

Lo stoicismo è all’origine del pensiero filosofico?

La filosofia è una disciplina nata, in origine, con l’intento di trovare il “corretto” modo di vivere, per trovare il modo in cui una persona poteva vivere senza dolore o sofferenza nel senso psicologico del termine.

In senso stretto, la filosofia nota come stoicismo, è nata ad Atene intorno al 300 A.C. Il concetto che sostanzialmente sta alla base dello stoicismo è quello dell’accettazione degli eventi, il destino guida chi lo accetta e trascina chi non lo accetta (citando Seneca), ma tutti lo seguono. L’uomo, in quanto essere in cui il Logos è perfettamente rispecchiato, può decidere se seguire l’andamento del cosmo, o se opporvisi, ma in entrambi i casi non può vincerlo, gli eventi accadono lo stesso e la felicità sta quindi nel saperli accettare, sta nel saper prendere ciò che il fato ti da e ad essere soddisfatto di ciò che hai, mentre il dolore consiste nelle passioni, ovvero nel cercare di opporsi all’universo e di affrontarlo.

È importante notare inoltre che lo stoicismo non implica come a volte frainteso l’assenza di arbitrio o un totale determinismo, ma indica semplicemente il corretto rapporto dell’individuo con gli eventi. Volenti o nolenti infatti, le cose brutte, così come le belle, accadono, il corretto modo di vivere sta nel saper accettare le cose brutte e apprezzare le belle.

Questo è lo stoicismo in senso stretto (il cui simbolo l’Ouroboro, è anche il simbolo di questo blog), ma in senso lato, e qui inizia quella premetto essere una mia personale osservazione, credo che i concetti in esso espresso, anche se in una forma più grezza, siano di gran lunga più antichi della filosofia greca.

Le religioni stoiche

Se avete letto il mio articolo sulla produzione artistica dei popoli (questo) sapete già cosa ne penso dei rapporti fra storia ed arte. La storia ci dice quello che un popolo ha fatto, l’arte ciò che il popolo era perché è nell’arte che quel popolo mette le proprie idee, passioni, paure; il punto è che anche la religione è una forma d’arte in un certo senso, fin tanto che consideriamo i miti come un insieme di racconti e di storie, spesso con intento pedagogico verso ascoltatori non istruiti che non sarebbero stati in grado di capire complicati discorsi di filosofia, ma che avrebbero apprezzato il simbolismo mistico dei racconti religiosi.

Partiamo dalla stessa religione greca, al fatto che perfino gli dei siano sottoposti al fato (personificato dalla figura delle parche) che è una forza universale e travolgente, tanto che perfino dei e titani vengono sconfitti dalle profezie (pensiamo al mito di Cronos e Zeus ad esempio, a Cronos, re dei titani, fu profetizzato che uno dei suoi figli lo avrebbe sconfitto e usurpato, così lui mangia i suoi primi due figli, Ade e Poseidone, per precauzione ma sarà proprio il terzo figlio, Zeus, a far avverare la profezia).

Pensiamo alla religione norrena e al mito d’Yggdrasil, l’albero del mondo. Secondo il mito l’immenso frassino Yggdrasil cresceva attraverso nove terre e ogni sua più piccola diramazione o venatura della linfa corrispondeva al destino di un essere vivente (dei compresi), destino personificato dalle Norne. Odino, il re degli dei, per ottenere la saggezza offre in sacrificio sé stesso all’albero restando appeso per nove giorni e nove notti, attendo il potere della preveggenza delle rune, attraverso le quali sarà in grado di prevedere tutto il futuro fino al Ragnarok, il crepuscolo degli dei, nel quale prevede la sua stessa morte, sbranato dal lupo Fenrir, morte che però accetta perché decisa dal destino.

E ancora possiamo continuare, possiamo andare alla religione Egizia, col suo grande demiurgo Amon-Ra che a sua volta prevede la sua stessa morte alla fine dei tempi, divorato dalla serpe del caos Apopis. All’induismo e al suo concetto di Karma e di ciclo di reincarnazioni tese alla ricongiunzione con l’universo personificato di Brahman e alla principale riforma dell’induismo stesso, ovvero il Buddismo (che sarebbe poi andato a diffondersi in Cina), una dottrina tutta basata sull’eliminazione delle passioni e all’accettazione degli eventi come origine della felicità.

Anche le religioni abramitiche non sono del tutto esenti da questo schema e un certo senso il Dio onnisciente, che tutto ha già previsto e che ha predisposto un piano per tutte le cose, si pone come una versione personificata di quel Logos greco. (Tra l’altro Logos significa anche “verbo” e la personificazione o carnificazione del Verbo e uno dei dogmi del cristianesimo).

Origine della filosofia

Nonostante quindi ufficialmente lo stoicismo sia nato nel 300 A.C. io credo in realtà che sia molto più vecchio come concetto perlomeno, espresso in diverse forme e con diversi simboli ma sempre simile nel senso. Non ci si spiegherebbe se no una presenza tale di questa filosofia in religioni così antiche, e così sparse per il mondo.

Io credo, in realtà, che questo concetto molto naturalistico del rapporto fra uomo e universo, dove l’individuo e visto come qualcosa che deve adeguarsi e seguire la natura per essere felice, deve capirla e accettarla, essere in simbiosi con essa, risalga invece alle prime civiltà umane, a quelle tribù di cacciatori in costante lotta con l’ambiente per cui era però mantenuto un silenzioso rispetto, un timore reverenziale.

L’essere umano può sopportare la civiltà?

Nel 1962, uno scienziato statunitense, tale John Calhoun, creò un esperimento per dimostrare i danni dell’aumento della popolazione osservando ciò che sarebbe poi stato definito come: “estinzione da utopia” o la “fogna del comportamento”.

L’esperimento: universo 25

Vennero prese quattro coppie di topi, selezionati fra i migliori in termini di salute e di genetica e vennero posti all’interno di un grande granaio in campagna. Il granaio era stato costruito per essere un vero e proprio paradiso per topi: venivano forniti cibo e acqua in abbondanza, ogni mese l’ambiente veniva pulito, erano presenti 256 nidi ognuno in grado di ospitare almeno quindici topi, per un totale di 3800 e diverso spazio per muoversi.

Come prevedibile, i topi iniziarono a riprodursi, arrivando in fretta ad un punto “esponenziale” arrivando a raddoppiare in numero ogni due mesi circa; i primi problemi arrivarono però quando il numero dei topi raggiunse i circa 600 esemplari.

Nonostante la presenza di cibo ed acqua in abbondanza infatti, alcuni topi iniziarono a mostrare disturbi comportamentali. Alcuni topi divennero violenti, alcuni maschi alpha iniziarono a rifiutare il proprio ruolo di protezione delle femmine e queste fuggirono rintanandosi in nidi più nascosti, si verificarono addirittura episodi di cannibalismo pur in presenza di cibo.

Lentamente la situazione degenerò fino a raggiungere gli oltre duemila esemplari (ricordo comunque che, potenzialmente, cibo e acqua erano sufficienti per oltre tremila esemplari). A questo punto ogni ordine sociale che era connaturato ai topi era scomparso: nei nidi inferiori esplosioni di violenza e cannibalismo erano intervallate da lungo periodi di inattività in cui i roditori rimanevano semplicemente fermi. Le femmine per sfuggire dalle violenze scapparono in dei nidi-ginecei uccidendo anche i loro stessi figli o scacciandoli per mantenere l’omeostasi di quei luoghi mentre un terzo gruppo, che Calhoun definì “i belli” si allontanarono da tutto e da tutti passando le giornate a lisciarsi il pelo e basta.

La mortalità infantile era vicina al cento per cento e, così, la popolazione calò sempre di più, quando tornò ai livelli iniziali inoltre, neppure gli individui ancora sani riuscirono a riprodursi avendo perso “la capacità sociale” di farlo, la comunità si avviava quindi all’estinzione, un ‘estinzione da utopia.

L’interpretazione, cosa c’insegna l’esperimento?

La vecchia teoria era che il problema della sovrappopolazione fosse la mancanza delle risorse, Calhoun dimostrò però che così non era, la sovrappopolazione era un problema di per sé.

La responsabilità dei danni psicologici dei topi fu data all’esaurimento delle nicchie sociali e all’eccesso d’interazioni.

La mancanza di nicchie libere spingeva infatti i topi ad essere ipercompetitivi in ogni ambito. Nel momento in cui infatti, un maschio alpha si trovava a dover compiere moltissimi scontri ogni giorno contro i molteplici pretendenti alle femmine, lo stress derivante dal ruolo deve aver, ad un certo punto, superato la gratificazione derivante dallo stesso spingendo questi maschi a ritirarsi dalla propria nicchia sociale. Ciò portò le femmine a fuggire per evitare violenze fisiche e sessuali.

La mancanza di nicchie portava così ad una lotta fra i giovani topi e i vecchi che competevano per uno stesso mansione, una lotta violenta ed esauriente per entrambe le parti nonché esasperata dall’eccesso d’interazioni a cui ogni topo era sottoposto non potendo fare nulla da solo ma essendo in costante contatto con altri individui. Ciò portò alla caduta dei sistemi sociali che regolavano il comportamento reciproco dei roditori.

Gli umani

Osservo nella nostra e ancor più in altre società l’avvento nell’universo 25 di Calhoun.

Uno dei grossi problemi in Italia e, generalmente nelle società occidentali è infatti la mancanza di posizioni per i giovani, di nicchie che le nuove generazioni possano occupare.

Ciò è dovuto ad una molteplicità di fattori economici, storici e demografici ma riconoscerete che rispetto a qualcuno nato nella generazione degli anni 30 ad esempio, ove ognuno aveva un occupazione e una casa, o uno degli anni 60 in cui comunque si riusciva in qualche modo, ad emergere. La generazione anni 80 e 90 si è trovata in un ambiente sostanzialmente già saturo ove anche i lavori storicamente fatti dai giovani, come il fattorino, sono occupati da individui più vecchi.

Il risultato di ciò è stata una fuga della società verso l’iper-specializzazione e l’iper-scolarizzazione. Se il problema sono infatti la mancanza di nicchie la soluzione sembrerebbe essere quella di creare nuove nicchie specializzandosi il più possibile su un singolo campo, ciò però richiede tempi di studio sempre più lunghi che non permettono ai giovani di rendersi indipendenti economicamente in tempi brevi.

Allo stesso tempo è interessante rapportare il fenomeno dei topi dell’universo 25 ad alcuni fenomeni sociali odierni quali: depressione, autolesionismo, incel (su di loro andrebbe scritto un articolo a parte) e gli hikikomori (per chi non lo sapesse, sono ragazzi che si chiudono in camera per anni, rifiutandosi di uscire all’esterno, problema nato in Giappone, guarda caso società iper-competitiva ad altissima densità di popolazione, recentemente è stato osservato in crescita anche in Italia; anche su di loro servirebbe un articolo intero.)

Era infatti frequente fra i topi di Calhoun casi estremi di violenza contro sé stessi dovuti probabilmente allo stress enorme che quel tipo di società imponeva ai suoi membri e ai danni che questo generava. Allo stesso tempo non è difficile considerare gli hikikomori, persone che rifiutano il contatto sociale, come espressione di ciò.

E che dire invece dei belli, ovvero di quei topi che, nell’esperimento, si tirarono fuori da ogni violenza non tentando nemmeno di riprodursi, occupando le loro giornate a lisciarsi ossessivamente il pelo? Forse il paragone è forzato, me ne rendo conto, ma a me viene in mente facilmente la nostra società focalizzata sull’immagine data attraverso i social network.

Quindi la società è condannata?

No, credo di no. Nello specifico credo che forse abbiamo schivato un proiettile senza rendercene conto. La popolazione infatti, è ormai sostanzialmente stabile e nonostante siamo in un sostanziale periodo d’assestamento sociale, vendesi i discorso dei prima sui giovani, sono relativamente fiducioso sul futuro.

Ma… c’è un ma. Questa cosa del collasso sociale, come dimostrato da Calhoun non dipende tanto dalla popolazione in sé, ma dal rapporto fra essa e le nicchie sociali disponibili, ciò implica che, nell’ambito di una società umana, in essa c’è anche una responsabilità politica, vanno quindi create nicchie, che nella nostra società dipendono principalmente dal lavoro. È quindi importante ricordare che, nonostante il proiettile sia stato schivato, ci vuole un attimo, una crisi economica di troppo, perché uno nuovo ci esploda in faccia.

Allo stesso tempo è importante ricordare di come, non debba essere l’uomo ad evolversi per combaciare con la società ma deve essere la società che, sviluppandosi, resti a misura d’uomo, perché se non lo fa, se l’uomo e la società sono in competizione, ad un certo punto, uno dei due ucciderà l’altro, e non so voi ma non è una guerra a cui io voglio assistere.

Il paradosso del tempo

Dato che fondamentalmente mi sto annoiando ho pensato di lanciare una piccola sfida di tipo intellettuale a voi lettori, così, per gioco.

Ho pensato di proporvi una situazione di ampasse logico, un’indovinello insomma che assomiglia ad un paradosso e voglio che mi scriviate le vostre idee per una possibile soluzione.

Le premesse

La limitata capacità di prevedere il futuro dipende da due fattori: ignoranza ed incapacità. 

Immaginate ad esempio una scatola chiusa e isolata contenente all’interno una singola molecola gassosa. È possibile prevedere il moto di questa molecola nel tempo? Teoricamente sì è possibile, la molecola si muoverà seguendo leggi sempre uguali, rimbalzerà con urti, velocità e angoli che possono essere calcolati e la sua direzione può quindi essere prevista. Nella pratica però difficilmente avremo informazioni abbastanza precise (ignoranza) per descrivere perfettamente il suo moto e, se anche le avessimo, non avremmo capacità di calcolo sufficiente a prevedere il moto di quella particella all’infinito (incapacità).

Se è così difficile fare ciò con una scatola chiusa contenete una singola molecola quindi, figuratevi cosa può essere farlo per l’intero universo… ma supponiamo che si possa.

L’indovinello

Supponiamo che esista una macchina onnisciente e con infinita capacità di calcolo. Questa macchina è, ovviamente, interna all’universo ed è costruita al fine di prevedere, in maniera assolutamente perfetta, ogni singolo evento del futuro dell’universo stesso. Le previsioni della macchina sono infallibili.

Questa macchina non è dotata, in nessuna forma, di autoconsapevolezza, e il suo unico scopo è prevedere il futuro, che è anche lo scopo per cui è stata costruita. Chi l’abbia costruita è irrilevante.

Supponiamo anche che la macchina possegga un interfaccia tale che sia costitutivamente in grado di comunicare a qualcuno i risultati delle proprie previsioni.

Le domande quindi sono: può una persona che s’interfacci alla macchina conoscere il proprio futuro? Se no, perché? Se sì, perché e in che misura? Considerate anche che una persona che venga a conoscenza del proprio futuro potrebbe cercare di cambiarlo, potrebbe farlo considerato che la macchina è infallibile?


Nonostante possa sembrare a colpo d’occhio un problema banale vi assicuro che, da un punto di vista logico, è estremamente interessante. Non abbiate paura di tentare una risposta. Ad ogni modo, domani pubblicherò il mio tentativo di soluzione.


Edit con il mio tentativo di soluzione:

La questione importante sta nella conoscibilità del futuro. Nell’istante in cui la macchina fungesse da osservatore universale infatti, lo stato d’indeterminazione quantistica dell’universo decadrebbe e tutto il futuro diverrebbe perfettamente determinato a questo punto però l’essere umano potrebbe conoscerlo?

Supponiamo, ad esempio, che la macchina sappia che tu, domani e uscendo di casa, verrai colpito da un fulmine e che te lo comunichi. Possiamo supporre che tu domani eviterai di uscire di casa per non essere colpito, ciò però renderebbe sbagliata la previsione della macchina, il che non è possibile per l’ipotesi.

Il paradosso sta quindi nella conoscibilità del futuro: dato che la macchina conosce tutti gli eventi, comprese le tue domande le reazioni alle sue risposte, le risposte stesse saranno date in una forma tale da portarti ad essere attore nella realizzazione degli eventi da essi previsti.

Il concetto di quest’indovinello è una versione modernizzata di un vecchio interrogativo risalente alla figura dell’oracolo di Delfi e della sua parte all’interno della tragedia di Edipo. L’oracolo va Laio, re di Tebe e gli dice che suo figlio lo ucciderà una volta adulto per poi insidiare la sua stessa madre Giocasta, per evitare ciò Laio abbandona Edipo che, crescendo lontano dalla sua famiglia biologica sarà incapace di riconoscerla quando la incontrerà da adulto. Ucciderà così uno sconosciuto e sposerà una sconosciuta per sapere solo poi che quelli erano i suoi stessi genitori.

A sua volta, la vicenda di Edipo è un’ottima rappresentazione della visione greca, figlia della filosofia stoica, del concetto di “Fato” (rappresentato da Tiresia, portavoce di Apollo e a sua volta portavoce delle Parche) variamente ripreso in varie culture come le Norne nordiche, l’Onniscienza nei secoli di Dio delle religioni abramitiche, l’universalismo del karma e via dicendo.

Tornando quindi all’enigma la risposta è questa: l’essere umano può conoscere il futuro espresso dalla macchina, in una maniera più o a meno completa, ma non può cambiarlo in quanto l’atto stesso di cercare di conoscere il futuro ed ogni sua conseguenza sono già state previste.

Interessante sarebbe anche il caso in cui la macchina non preveda perfettamente il futuro ma lo preveda in maniera probabilistica, ovvero crei delle stime di probabilità che un dato evento accada. In questo caso invece la probabilità di successo di una previsione deriverebbero dalla comprensibilità del futuro stesso da parte dell’osservatore umano. Più un osservatore infatti capirebbe e conoscerebbe il futuro detto dalla macchina, meno esso sarebbe probabile a realizzarsi in quanto si aggiungerebbe un ulteriore elemento d’indeterminazione, ciò fino a raggiungere l’estremo caso in cui l’essere umano coincide con la macchina, vedendo e comprendendo in toto il futuro e in cui come nel primo caso quindi esso sarebbe assolutamente determinato.

Il senso della vita, fra felicità e responsabilità

Oggi ho pensato di proporre un articolo di filosofia su un argomento secondo me molto importante e che, nei secoli, ha occupato i filosofi di tutto il mondo al punto tale che si potrebbe dire che essa sia la domanda fondamentale della filosofia tutta, ma che, per qualche ragione, ultimamente è un po’ passato in sordina.

Qual’è il senso della vita?

Domandona difficile eh? Impegnativa soprattutto per un piccolo blog su WordPress considerando che gente più abile e certamente più intelligente di me ci ha speso interi trattati a proposito e non certo un articolo di un migliaio di parole; ad ogni modo però, vorrei tentare d’intavolare con voi una discussione a proposito.

La domanda a cui cerchiamo di rispondere

Tendenzialmente mentre la scienza descrive il come, la filosofia cerca di rispondere al perché, ma non è questo il caso. Il perché la vita esista non è una domanda a cui la scienza in un certo senso ha già risposto con la biologia, la fisica, la chimica e la casualità. La vita esiste in quanto evento casuale, come unione ordinato di particelle costituite in modo da tentare di replicare sé stesse in una medesima o simile forma (che è anche il concetto dell’evoluzionismo). E per quanto le modalità con cui ciò sia avvenuto siano argomento di dibattito sia scientifico che religioso, ritengo che la vera domanda a cui la filosofia mira in questo specifico caso sia il “cosa”.

Cosa? Una volta che so che sono un agglomerato di molecole (o, se sono religioso, che sono stato plasmato da un Dio) cosa ne faccio della mia vita? È questa la domanda madre della filosofia, la disciplina che si è occupata di cercare il “corretto” modo di vivere.

Il moto biologico

Nel momento in cui c’interpelliamo sul senso della vita, sarebbe anche interessante soffermarsi, se pur brevemente, su quale sia il senso della vita di esseri che noi consideriamo inferiori come animali, piante o batteri; addirittura ci si potrebbe chiedere quale sia il senso della vita di ogni singola cellula che costituisca il nostro corpo.

Da un punto di vista strettamente biologico infatti, ogni nostra cellula è, a tutti gli effetti, viva, ogni cellula che ci costituisce è un essere vivente a sé stante e “Io” non sono nulla più se non l’unione coloniale di questi esseri viventi.

L’essere coloniale

La direzione verso cui si muove l’evoluzione è l’efficenza, dove suddetta efficenza costituisce una serie di strategie tali da massimizzare la possibilità di replicazione genica dell’individuo.

Da un punto di vista biologico il modo con cui il nostro corpo quindi regola il comportamento umano verso la direzione che l’evoluzione ha determinato essere migliore e più efficiente è attraverso i sentimenti che chiamiamo di soddisfazione o di disagio.

Essendo l’essere umano non solo un essere vivente ma l’espressione di una colonia di viventi, i suoi comportamenti devono, almeno nell’ottica dell’evoluzione che ha plasmato la colonia stessa, essere a vantaggio di suddetta colonia e, per comunicare allo stesso essere umano la correttezza o scorrettezza dei suoi comportamenti, alcune cellule, attraverso la produzione e ricezione di sostanze chimiche generano all’interno del cervello i sentimenti rispettivamente di soddisfazione come premio per le azioni utili e di disagio come punizione per le azioni controproducenti.

Utilità e controutilità

La domanda ovvia a questo punto è in cosa siano utili le azioni utili e in cosa siano controproducenti quelle che potremmo definire “controutili”.

Ci sono due livelli in questo, ovvero quello personale e quello collettivo. Essendo infatti a sua volta l’essere umano non solo un’essere a sé stante ma la parte di una colonia superiore che viene definito “comunità” oltre al livello personale vi è infatti il livello sociale (ne parlavamo nell’articolo sul concetto di egoismo). Un’azione può essere utile o controutile quindi sia rispetto all’individuo che rispetto alla comunità e non sempre gli interessi di questi due agenti coincidono.

In ciò s’intersecano quindi due fattori quali felicità e responsabilità come le parti da cui ottenere soddisfazione. Per felicità intendiamo qui quella edonistica, ovvero mirata alla soddisfazione personale, per responsabilità intendiamo quella sociale, ovvero mirata ad ottenere la soddisfazione della comunità.

La soddisfazione

Possiamo dire che la natura stessa dell’uomo, così come quella di ogni essere vivente, sia quella della ricerca della soddisfazione in quanto la soddisfazione stessa esiste per indicare all’essere vivente il comportamento “corretto”.

Tendenzialmente, sia nella filosofia che nella religione lungo la storia, la sfida di determinare il senso della vita non sia nulla più che cercare la strada migliore per giungere a quello stato di soddisfazione tale che elimini, o che permetta di superare, il dolore dell’esistenza.

Diverse culture o diversi periodi storici hanno tra l’altro avuto opinioni diverse su cosa, fra felicità e responsabilità, dovesse avere la precedenza. Possiamo constatare ad esempio come la tradizione cristiana medievale prediligesse in assoluto la responsabilità e l’ordine sociale mentre la modernità al contrario la felicità personale.

Quest’opposizione fra le due dipende dal fatto che una comunità i cui membri sono tutti felici forse è una società felice, ma non necessariamente è forte e, in presenza di un’altra società i cui membri sono abituati al sacrificio quest’ultima potrebbe facilmente prevalere sulla prima. Allo stesso tempo una società i cui cittadini sono rigidamente imbrigliati in un sistema di sacrifici e privi di momenti di semplice gioia genera in essi rabbia e odio che possono portare alla lotta interna e quindi al collasso. Ciò dipendentemente dal fatto che il contrappeso della felicità è la mollezza, mentre il contrappeso della responsabilità è la frustrazione.

Depressione, il male del ventunesimo secolo

È interessante notare come, nel periodo della storia tutta in cui forse è data la maggiore priorità alla felicità sulla responsabilità (ciò anche in conseguenza delle mutate condizioni di qualità della vita rispetto all’epoca antica), sia anche il periodo più depresso della storia, dove depressione è intesa nel senso psicopatologico del termine.

La depressione è attualmente una delle principali cause invalidanti nei paesi occidentali, una delle principali cause di morte fra i giovani ed è un problema in costante crescita di anno in anno.

Ciò da un punto di vista superficiale sembra assurdo no? Perché mai l’uomo del ventunesimo secolo dovrebbe essere depresso? Infondo, almeno nei paesi occidentali, perfino un barbone che vive per la strada si trova a vivere in una condizione migliore di quella in cui si trovasse l’uomo medio dell’alto medioevo. Avrà cibo alla caritas ad esempio, avrà vestiti, vivrà in un ambiente salubre e relativamente senza malattie, e il rischio di essere ucciso o che gli venga fatta violenza sarà decisamente inferiore.

Allo stesso tempo l’uomo del ventunesimo secolo può abbandonarsi alla felicità edonistica senza più i vincoli della pressione sociale e religiosa che la limitava a favore della responsabilità… eppure egli è depresso, perché?

Felicità e responsabilità

La risposta che mi sono dato (che ovviamente è puramente una mia personale teoria) è che la felicità non sia, come viene generalmente narrato, coincidente con la soddisfazione ma sia più che altro una parte di essa, una parte che s’alterna con la responsabilità e che sia quest’ultima che nel ventunesimo secolo sia carente.

Ciò implica che pur se una persona si trovi nella condizione di poter soddisfare tutti i propri bisogni edonistici possa comunque essere depressa. Pensate ad esempio a quei musicisti o artisti arrivati alla celebrità che pur avendo tutto finiscono comunque in circoli di droghe o finanche al suicidio.

Rifuggendo infatti da un ambiente puritano a livello soffocante che uccideva la felicità quindi, l’uomo moderno è decaduto da una religiosità che iper-acclamava la responsabilità demonizzando l’edonismo ad una che iper-acclama l’edonismo a sfavore dell’azione per il benessere sociale.

La mancanza infatti del sacrificio di almeno parte del piacere genera, nell’uomo moderno, una dipendenza dannosa e quasi drogata dallo stesso e genera incapacità d’affrontare gli inevitabili problemi della vita. Una persona che ricavi la propria soddisfazione solo dall’edonismo infatti si troverà del tutto persa nel momento in cui le cause della vita dovessero togliergli anche solo per un breve periodo (per capire meglio questo concetto osservate ad esempio quelle persone che sviluppano una dipendenza compulsiva dal gioco d’azzardo, queste persone tendenzialmente possono arrivare a sviluppare un vero e proprio disprezzo ed insofferenza per il gioco, consci della propria situazione, ma sono incapaci di smettere proprio perché dall’azione del giocare dipende tutta la loro soddisfazione), chi invece s’affida anche alla responsabilità avrà perlomeno un’altra cosa su cui contare per sentirsi utile ed apprezzato nella società.

Allo stesso tempo la nuda e sola responsabilità nemmeno può bastare a dare significato alla vita umana. Come già detto, troppa responsabilità senza piacere genera frustrazione che pure è lesiva sia per l’individuo che per la società stessa.

La ricerca del senso

A questo punto propongo la mia risposta all’annosa domanda. Io ritengo che il senso della vita stia nel trovare il proprio personale equilibrio fra felicità e responsabilità che generi in noi la massima soddisfazione.

Questo equilibrio è ovviamente altamente personale in quanto le proporzioni dell’uno o dell’altro fattore che siano in noi ottime non lo sono necessariamente per tutti, anche se in tutti questi fattori devono comunque concorrere in una qualche misura.

Ciò che quindi spetta a ciascuno, e in cui nessuno può essere aiutato in quanto spetta all’individuo farlo, è trovare quell’equilibrio ottimo e personale…

buona fortuna quindi, e se avete aperto l’articolo sperando in una formula magica servita su un piatto sarete delusi perché la ricerca di quell’equilibrio è qualcosa che dovrete fare voi.

Saluti, e ci sentiamo domani per un prossimo articolo.


 

Perché ogni azione è egoistica (e perché questo non è un male)

person s holds brown gift box

L’essere umano ha la spontanea tendenza alla verbalizzazione dei concetti, ovvero ad esprimere gli stessi mediante un insieme di simboli fonetici che noi chiamiamo “parole” e, in questo insieme di parole traccia dei rapporti reciproci che possono essere di natura gerarchica (ad esempio “cipresso” è gerarchicamente sottomesso alla parola “albero” che comprende sia tutti i cipressi sia molti altri tipi di alberi) o di natura qualitativa (ad esempio cattivo è qualitativamente opposto a buono).

Un’opposizione qualitativa che viene fatta spesso è quella fra “egoismo” e “altruismo”, considerati due concetti opposti e agli antipodi… ma è davvero così?

Il gene egoista

Il concetto di gene egoista è un principio prodotto dal biologo Richard Dawkins nell’omonimo saggio. Il concetto parte col presupposto che l’evoluzione non agisca tanto né sull’individuo né sulla specie, ma solo ed esclusivamente sul gene, ovvero sulla minima unità replicabile.

Tutti i geni per loro stessa natura tendono quindi alla replicazione e generano una serie di comportamenti e caratteristiche nell’individuo atte a massimizzare la probabilità di replicazione. In ciò, giudice supremo è la selezione naturale che determina il successo o meno dei geni nel loro insieme.

Alcune considerazioni

Allora, uscendo dall’ambito della biologia di Dawkins, facciamo delle osservazioni che ciascuno di noi nel suo piccolo può compiere e cerchiamo di capire, senza pregiudizi, perché facciamo quello che facciamo, anche e soprattutto le azioni che ci appaiono più altruistiche.

Diciamo ad esempio che fate volontariato, è un’azione altruistica no? Ora vi chiedo… perché lo fate, perché l’essere umano fa volontariato per aiutare chi sta peggio?

Risposta: perché ci fa sentire bene.

È questa la verità, se fare volontariato ci facesse sentire sporchi, cattivi, se ci facesse sentire sbagliati e in colpa come se avessimo commesso un delitto, nessuno lo farebbe. La gente lo fa perché farlo la fa sentire psicologicamente bene e chiunque faccia volontariato lo sa che il farlo dà soddisfazione.

Questo principio vale sostanzialmente per ogni singola azione umana e, più in generale, per ogni azioni di ogni essere vivente. Se fate qualcosa, nel momento in cui la fate, voi pensate a livello più o a meno cosciente, che quella cosa vi farà stare bene… altrimenti non la fareste, piuttosto non fareste niente. Poi è ovvio magari subito dopo averla fatta vi pentite, magari vorreste tornare indietro, ma nel momento in cui la fate pensate che farla vi farà stare bene; e questo si chiama egoismo.

Altruismo ed egoismo fra bene e male

Il grosso errore secondo me deriva dal dare alle parole dei significati morali (ne parlavo già in questo articolo). Le persone hanno difficoltà ad accettare che ogni azione sia egoistica perché associano la parola egoismo al male e l’altruismo al bene, proprio come considerano egoismo ed altruismo termini antitetici.

Innanzitutto non è vero che egoismo ed altruismo sono opposti. Se fate volontariato, per riprendere l’esempio di prima, lo fate per sì egoismo, ma il vostro gesto è allo stesso tempo anche altruistico in quanto di fatto aiutate il prossimo.

Il rapporto fra altruismo ed egoismo non è quindi qualitativo ma bensì gerarchico. Ogni azione è egoistica e quindi anche l’altruismo è sempre contenuto nell’egoismo, ma allo stesso tempo non tutto l’egoismo è anche altruista. Voi invece di fare volontariato potreste impiegare diversamente il vostro tempo, ad esempio potreste stare ad ubriacarvi in un bar senza aiutare nessuno e in questo caso sarebbe l’egoismo privo di altruismo; se invece scegliete il volontariato voi di fatto state scegliendo di compiere un azione anche altruistica e il fatto che in essa esista sempre un po’ di egoismo, in quanto il compierla vi farà stare bene, non elimina il bene che farete agli altri.

La specie sociale

Il fatto che nell’essere umano altruismo ed egoismo possano coincidere in una medesima azione, deriva inoltre dall’estrema socialità della nostra specie interini evolutivi.

Perché fare volontariato ci fa sentire bene? Perché un gruppo di persone che si aiuta l’un l’altra è evolutivamente più efficiente di uno che non lo fa. Nel momento infatti in cui un gruppo di persone unite e coese si dovesse scontrare contro un gruppo di persone disunite e che non si aiutano e fidano a vicenda, è facile prevedere chi vincerà. Ed è proprio questo, in ultima analisi, che genera questa potenziale coincidenza fra altruismo ed egoismo: nel momento in cui sono parte di una comunità, il bene del prossimo è anche il mio di bene.

Possiamo quindi dire che l’evoluzione ha, nell’essere umano, plasmato l’altruismo proprio partendo dall’egoismo e che quindi, di nuovo, l’egoismo non sia come viene solitamente narrato qualcosa di sbagliato di per sé.

Il ruolo della morale

Come già detto le persone tendono a categorizzare egoismo ed altruismo come antitetici e dare ad essi significati morali, rispettivamente di male e di bene, di sbagliato e di giusto.

Arrivare però a capire che ogni comportamento è egoistico credo sia un passo necessario per arrivare anche a capire che il nostro avversario, il nostro nemico, quella persona i cui intenti non coincidono coi nostri, a sua volta non è cattiva, è semplicemente qualcuno che proprio come noi segue i propri interessi e che va capita in questo prima che odiata.

Siamo tutti infatti molto bravi a giustificare noi stessi trovando sempre l’altruismo in tutto quello che facciamo, però puntando il dito all’egoismo degli altri, quell’altro che segue solo i propri interessi e questo uccide la nostra capacità di capire il prossimo, soprattutto quando i suoi intenti sono molto diversi dai nostri e danneggia anche la nostra capacità di combatterlo in caso volessimo farlo, perché adirato solo come “cattivo” senza capire perché pensa che fare ciò che sta facendo lo possa far sentire meglio non ci permetterà di reagire.

Photo by Kim Stiver on Pexels.com

Perché i paradossi non esistono

white rooster

Un paradosso è un concetto in contraddizione con sé stesso e che per questo, sembra violare la logica che è altro non è che una dichiarazione coerente all’interno di un sistema. Il punto è che, proprio per la loro natura illogica, i paradossi nella realtà non possono esistere e, se una cosa è paradossale, significa che non esiste.

La filosofia o anche i semplici indovinelli popolari hanno però nel tempo cercato di scardinare questo concetto cercando esempio di paradosso, ovvero di domande a cui non può essere trovata una risposta logica, nella realtà, qui sotto vi spiegherò perché sono tutti sbagliati e non veri e propri paradossi, ma pseudo-paradossi.

Il paradosso del pelato e l’errata ipotesi

“Dato che la perdita di un capello non costituisce calvizie, si chiede quando un uomo che perde un capello alla volta potrà essere chiamato calvo.”

Questo è un paradosso molto vecchio e molto semplice da spiegare, l’errore in questo caso sta nell’ipotesi fatta che è falsa. La perdita di un capello non costituisce calvizie solo nel caso in cui una persona abbia due o più capelli, se ne ha solo uno e lo perde, si può quindi dire che sia completamente calvo.

L’uovo e la gallina, il paradosso semantico

“È nato prima l’uovo o la gallina?”

Il paradosso semantico è un tipo di pseudo-paradosso che si basa sull’ambiguità di linguaggio per rendere impossibile trovare una risposta, una volta che però ci si accorda sul significato da dare alle parole, esso si risolve da solo.

Innanzitutto cosa significa nascere? Ci sono due possibilità: si può intendere l’atto di un animale di venire al mondo o si può genericamente intendere la formazione di qualcosa, se si intende l’atto di un animale di venire al mondo abbiamo già la risposta, ovvero la gallina, dato che le uova “non nascono”.

Se invece si intende la generica formazione di una cosa allora possiamo continuare. Cosa s’intende per uovo? Di nuovo ci sono due possibilità: si può intendere l’uovo come struttura evolutiva o nello specifico l’uovo di gallina. Se s’intende l’uovo come struttura evolutiva di nuovo la risposta è semplice, l’uovo, in quanto le uova esistono da milioni di anni prima delle galline e degli uccelli in generale.

Se invece s’intende l’uovo di gallina dobbiamo fare un passaggio in più, cosa s’intende per uovo di gallina? È un uovo deposto da una gallina o un uovo da cui nascerà una gallina? Ora semplificando un po’ la teoria dell’evoluzione possiamo dire che la genitrice della prima gallina fosse un altro animale che, dato che non ho voglia di fare tre ore di ricerche, chiamerò amichevolmente pollosauro… ora il nostro pollosauro depone un uovo da cui nascerà la prima gallina, quell’uovo è un uovo di pollosauro in quanto deposto dal pollosauro o di gallina in quanto da esso nascerà una gallina? Di nuovo la questione non è paradossale, ma puramente semantica, dipende solo da quello che voi intendete per “uovo di”.

Socrate bugiardo, il finto paradosso

“Socrate ateniese dice che tutti gli ateniesi mentono.”

Questo paradosso nasce solo dalla disattenzione in quanto è abbastanza immediato da risolvere. Socrate mente in quanto è falso che tutti gli ateniesi mentano, ma solo alcuni e lui è proprio uno di quelli.


Che dire, spero che questo breve articolo vi sia piaciuto, in caso consigliatemi altri paradossi da risolvere che mi diverto.

Photo by kinkate on Pexels.com

 

 

L’universo nella mente umana

photo of head bust print artwork

Articolo di filosofia più “pura” diciamo, rispetto a quella che faccio di solito mista a qualche tema d’attualità o politica. Mi vorrei soffermare oggi sul tema della realtà e di come l’uomo la percepisce.

Il ruolo dei sensi

Allora come sappiamo che una cosa esiste? Molto semplice, lo sappiamo perché la vediamo, la tocchiamo e la sentiamo, oppure perché crediamo a qualcuno che dice di averla vista, sentita o toccata, oppure perché abbiamo compiuto delle osservazioni su qualcosa e dedotto da esse l’esistenza di altre cose (pensate ad esempio agli atomi che non vengono direttamente “visti” ma le loro caratteristiche possono essere misurate mediante l’interpretazione di esperimenti.)

L’implicazione di ciò è che tutta la nostra conoscenza della realtà viene da “fuori”, giunta alla nostra coscienza attraverso i sensi e i sensi soltanto e che, senza essi, noi saremmo delle sostanziali scatole vuote incapaci di formare un pensiero, in quanto il pensiero stesso per essere espresso richiederebbe comunque una qualche forma di percezione esterna come parole, gesti, immagini: qualcosa che dia il calcio d’inizio all’attività del pensiero e una direzione, oltre che ad una forma con cui, per l’appunto, esprimersi.

Ciò volendo implicherebbe anche un paio di correzioni al celebre detto di Cartesio: “cogito ergo sum” che indicava l’esistenza di sé stessi come esseri pensanti come unica certezza logica. Le certezze logiche sono in realtà tre: la mia esistenza come essere pensante, l’esistenza di altro oltre a me che dia input al mio pensiero, e l’esistenza dell’interazione fra me e l’altro.

Se anche ad esempio vivessimo all’interno di una sorta di matrix che manipola la nostra mente, dovremmo ammettere l’esistenza di quel matrix e dell’interazione fra esso e la mente. Se tutto fosse un sogno dovremmo comunque ammettere l’esistenza di qualcosa che ci abbia indotto attraverso interazione a sognare proprio in questo modo e non in un altro.

Quando usiamo parole quali “immaginazione” o “creatività” inoltre, esse non implicano davvero l’atto creativo, ma solo l’atto riformulatorio di informazioni derivate al cervello tramite i sensi.

La realtà è fuori o dentro di noi?

Concluso che la realtà venga da fuori viene ora da chiedersi dove essa si trovi nell’atto della nostra percezione di essa e, la risposta molto semplice è… nella nostra mente.

Il punto è che, nonostante siamo abituati a dire “io vedo con gli occhi” o “io sento con le orecchie” queste affermazioni sono false. Noi non vediamo con gli occhi, gli occhi sono solo recettori che generano impulsi elettrici quando sono colpiti da alcune frequenze luminose, è il cervello che vede, è il cervello che, interpretando quei segnali elettrici crea un immagine; allo stesso tempo le orecchie percepiscono solo vibrazioni nell’aria, è il cervello che le esprime in suoni.

Ovviamente le nostre percezioni sensoriali rispetto alla totalità d’informazione fornite dalla realtà esterna sono un infima parte, una parte che tra l’altro non è uguale per tutti. Pensate ad esempio alle differenze sensoriali fra l’uomo e altri animali ad esempio un cane. Un cane vede i colori in modo diverso dal nostro, sente i suoni in modo diverso e gli odori in modo molto diverso… di fatto un cane pur vivendo nel nostro stesso mondo ne percepirà uno completamente diverso.

Ciò vale tanto di più per animali diversi: pensate alle api che percepiscono la luce ultravioletta, i serpenti che vedono gli infrarossi, i pipistrelli che usano l’udito come un radar e una seconda vista o gli uccelli migratori che posseggono il senso della magnetocezione, ovvero la capacità di percepire il campo magnetico terrestre per orientarsi come una bussola. In misura minore vale anche fra umani, pensate ad un daltonico o un ipovedente, un vecchio che sente di meno di un ragazzino, un critico culinario con un palato particolarmente sviluppato.

Tutto ciò per dire che, nonostante sia logicamente certo che esista, al di fuori di noi, una realtà, quella non è la realtà in cui viviamo, la realtà in cui tutti noi esistiamo, quella con cui ci rapportiamo è la realtà che ognuno di noi percepisce dentro di sé attraverso l’elaborazione fatta dal cervello degli impulsi elettrici derivanti dai sensi (per semplicità di linguaggio d’ora in poi chiamerò “realtà” quella esterna e “immagine” quella interna costruita dal cervello; la parola universo sarà invece usata per indicare l’insieme di tutte le cose di una data realtà o di tutte le immagini di un dato cervello).

L’universo simulato

Quando parlare con una persona, voi state parlando alla persona reale o all’immagine di quella persona? Il punto è che il vostro cervello crea, attraverso le informazioni sensoriali, una simulazione di quella persona nella vostra mente che sarà costituita da una forma (voi la persona la vedete) che però non è davvero la persona, ma solo la luce che essa riflette e che i vostri occhi hanno percepito e che il vostro cervello ha interpretato in un certo modo; sarà costituita da una voce (infondo ci state parlando) ma quella voce, di nuovo, sono solo vibrazioni nell’aria che il vostro cervello interpreta in una determinata maniera.

Da un punto di vista strettamente logico tra l’altro, voi non siete e non potete essere del tutto sicuri che la persona con cui parlate esista nella realtà, per quanto ciascuno di noi ne può sapere infatti, è benissimo possibile che siamo degli schizofrenici, dei folli avvolti da un sogno onirico fatto di allucinazioni, una sorta di matrix creato da un dio malvagio. Il fatto che siamo certi, come detto prima, che oltre al cogito esistano rispettivamente anche “l’altro” e “l’interazione” non implica che cogito e altro siano direttamente collegati in quanto, e come avviene ad esempio nei sogni o nella follia, l’attività interpretativa e riformulativa del cervello potrebbe essere così sovra-espressa da allontanarsi dalla realtà in toto. Esempio palese di ciò può essere l’illusione ottica del deserto, dove l’aria surriscaldata genera nel viaggiatore l’impressione di uno specchio d’acqua.

Se non potete essere certi della realtà quindi, l’unica cosa di cui potete essere certi è l’immagine, ovvero dell’universo simulato nella vostra mente dal vostro cervello sulla base delle informazioni dei sensi. È con l’immagine e non con la realtà che il cervello quindi si rapporta (anche se per ovvie ragioni di sopravvivenza ed evoluzione, l’immagine tende ad avvicinarsi alla realtà, fermo restando che la possibilità che tutto sia un sogno resta).

Corollario

Il fatto che il cervello di ciascuno di noi simuli un universo all’interno del quale muoversi e rapportarsi, implica l’esistenza di un infinità di universi immagine derivanti dall’interazione fra il cogito e l’altro che in questo caso è l’universo realtà. Allo stesso tempo pone in essere l’interessante questione dell’effettiva esistenza dell’universo realtà, in quanto, di fatto, nessun essere umano ha mai e mai potrà raffrontarsi con esso o di esso avere percezione, in quanto ognuno vive, vede e percepisce il solo proprio personale universo immagine.

Come detto prima infatti le tre certezze logiche sono: cogito, altro ed interazione, ma se l’altro manca d’interazione con il cogito la sua anche teorica esistenza non avrebbe alcuna differenza della sua non esistenza in quanto non genererà nulla nell’universo in cui davvero viviamo, ovvero l’universo immagine all’interno del quale, quindi, non esiste.

La derivazione di ciò è che, l’intero universo realtà, quindi, pur essendo generatore dell’universo immagine, non esiste in quanto universo ma solo in quanto informazione interagente col cervello, informazione che, per essere codificata nella forma dell’insieme delle cose (ovvero dell’universo) necessità del cervello stesso e dell’interazione con esso per concretizzarsi.

Ciò implica che la realtà si trova in uno stato costante d’indeterminazione all’interno del quale la presenza di un osservatore la fa decadere nello stato d’immagine, ovvero di forma concreta con cui l’osservatore può rapportarsi.

Photo by meo on Pexels.com