Perché è importante ricordare che nell’arte esistono i target

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Andavo in seconda media quando la mia professoressa d’italiano mi assegnò da leggere “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello e, al contrario di diversi miei compagni di classe che si scaricarono la trama da internet, io lo comprai e lo lessi davvero… e lo odiai.

Ero già un lettore discreto, almeno in termini di quantità di volumi, per la mia età, eppure quel libro non riuscivo proprio a continuarlo, ad ognuno di quei monologhi interiori che occupavano venti pagine di seguito avrei voluto spararmi. Eppure sapete una cosa? Negli anni ho imparato ad apprezzarlo Pirandello, addirittura ho scoperto che mi piace e ho letto volontariamente e con piacere sia le sue commedie, che lo stesso romanzo di Mattia Pascal solo alcuni anni più tardi.

Tutta questa lunga introduzione mi serviva per spiegare un concetto, ovvero quello che nell’arte esiste una cosa chiamata “target”, e che spesso e volentieri sono quelli che si dicono più appassionati di qualcosa a non capire questo.

Un target per ogni età

Spesso e volentieri noto una certa altezzosa sufficienza di chi parla ad esempio, della lettura per bambini, adolescenti o young adult. Allo stesso modo una cosa simile si trova nella musica, nella televisione, nel cinema e così via, ma la domanda è: cosa vi aspettate che piaccia ad un bambino?

Se voi considerate, ad esempio, un romanzo di qualità in virtù della profondità dei suoi contenuti, vedesi “Il fu Mattia Pascal” allora dovrebbe essere ovvio che questi contenuti non siano per tutti, se fossero per tutti allora non sarebbe profondo, non sarebbe difficile, sarebbero solo ovvietà. A questo punto è quindi ovvio che un lettore giovane con la fascia d’attenzione di un moscerino si annoierà leggendolo; semplicemente non è un libro indirizzato a lui, non c’è nulla di male in questo.

Allo stesso modo però è anche ovvio che a voi che siete più maturi non piacciano libri pensati per i più giovani, è ovvio che vi annoiate leggendoli perché generalmente una persona crescendo cerca contenuti diversi. Questo però non vuol dire che questi contenuti che ti piacciono facciano schifo, significa che magari tu sei fuori target ma se c’è qualcuno a cui piace un motivo ci sarà.

Allo stesso tempo, pensando a quella professoressa che diede da leggere Pirandello ad una classe di seconda media, mi viene anche da pensare che non è questo il modo di far appassionare qualcuno alla lettura, specialmente un bambino. Voi ad esempio potete dirmi che una serie di romanzi come “Harry Potter” sia piena di buchi di trama, deus ex machina, trame scontate e via dicendo, ma sta di fatto che questi libri hanno appassionato un’intera generazione alla lettura e, magari, qualcuno di quelli che ha iniziato da piccolo con Harry Potter, crescendo è passato a contenuti più complessi.

Questo perché io sono fermamente convinto che se alcuni professori, specialmente delle scuole elementari e medie, si preoccupassero un po’ di più di creare nei propri alunni la passione, prima di cercare di sparare dati su dati e informazioni su informazioni, leggerebbero tutti molto di più; questo per il semplice fatto che, se ad un bambino ai suoi primi approcci alla lettura tu lo annoi, lui magari quel libro lo legge ma poi non ne leggerà altri.

Un target per ogni tempo e luogo

Tutte le volte che in televisione passa X-factor quello che segue è un teatrino degli indignati di vedere Fedez fare il giudice, reo di non fare “vera” musica. Ahh perché tutti non ascolto la buona, vecchia, grande musica italiana come De André?

Allora vi lancio una sfida intellettuale adesso, dovete provare ad immedesimarvi in una situazione e dirmi cosa preferireste. Diciamo che è sera, siete in un locale come un pub o una discoteca e, davanti a voi, una bella ragazza (o ragazzo dipende dai gusti) sta ballando ammiccando nella vostra direzione. A questo punto cosa preferireste che mettesse il DJ? Preferireste magari una musica veloce e pop di Fedez che metta tutti su di giri o “La guerra di Piero” di de Andrè? Siate sinceri.

Il punto è che magari anche io generalmente preferisco De Andrè a Fedez, ma questo non vuol dire che lo preferisca sempre: in ogni situazione tempo e modo. Questo perché l’arte porta sempre con sé emozioni, emozioni che a volte sono impegnative e tristi e vuoi che lo siano, altre volte però preferisci siano leggere e allegre.

A conti fatti, dopotutto e come dicevano i romani: “de gustibus non disputandum est”.

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Quella religiosità diffusa fra gli atei

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Io sono ateo, lo sono circa da quando avevo dodici anni e, credo, per la mia forma mentis estremamente critica, scettica e logica anche volendo non avrei potuto essere altro e sono perfettamente in grado di sostenere tutte le ragioni per le quali, da un punto di vista prettamente logico, l’ateismo sia la posizione più razionale… ma l’articolo non parlerà di questo, almeno non quello di oggi.

L’idea dell’articolo di oggi mi è infatti venuto in mente parlando con una ragazza la quale, come me si auto-definiva atea, allo stesso tempo però, credeva nell’oroscopo (cosa tra l’altro abbastanza diffusa fra le ragazze under 30) cosa che di per sé non mi avrebbe fatto né caldo né freddo; per me il credere nell’oroscopo, in Dio o negli alieni, lo dico con sincerità, lo vedo più o a meno sullo stesso piano logico e fino a che non vuoi impormi qualcosa, di quello che la gente crede, mi interessa relativamente poco. Il punto però è che questa ragazza è una di quelle persone con la battuta sempre pronta a sfottò della superstizione delle varie fedi, e volevo quindi concentrarmi un po’ sulla coerenza di questo ragionamento.

Cos’è la religione?

Allora, io innanzitutto e per semplicità di linguaggio, distinguerei la religione dal teismo.

Il teismo è credere in un Dio, che sia un ente specifico o un generico “essere superiore”, la religione è il credere in qualcosa che non sia razionale e a cui non siamo disposti a rinunciare.

Per farvi un esempio, il buddismo non identifica un vero e proprio dio e in ciò non è quindi teistica, allo stesso tempo però crede nella reincarnazione, che non è un concetto razionale essendo mancante dell’onere scientifico della prova ma bensì una cosa che è creduta per fede. Allo stesso tempo in Irlanda sono ancora comuni i miti sulle fate e c’è ancora molta gente che ci crede, di nuovo però, pur essendo questa una credenza “di fede” in quanto dubito che qualcuno abbia prove dell’esistenza delle fate, allo stesso tempo non è credenza legata ad una divinità specifica ma affonda le sue radici in antichissimi miti pagani.

La superstizione stessa, così come ad esempio la credenza nel concetto di “fortuna” e della capacità di alcuni comportamenti di manipolare la stessa, sono forme non organizzate di religione che si sviluppano spontaneamente nel tessuto sociale popolare, ma allo stesso tempo fondamentalmente atee, nel senso che non si appoggiano al concetto di “Dio”.

Per riassumere il concetto direi che tutti i teismi, ovvero tutte le credenze in vari dei sono ideologie religiose, ma non tutte le religioni sono teistiche.

Ateo o areligioso?

A questo punto sorge spontanea una domanda: quanto ha senso la definizione di ateo? In realtà poco, di atei arroganti nella mia vita che erano prontissimi a prendere in giro chi andasse in chiesa la domenica mattina ma che allo stesso tempo non passavano sotto una scala perché “non si sa mai” ne ho conosciuti fin troppi.

In questo io quindi, ad esempio, sono areligioso oltre che ateo, in quanto non credo in sostanzialmente nulla senza valide motivazioni e anche in quel caso accetto il fatto che il crederci potrebbe essere un errore.

Allo stesso tempo, ovviamente, non giudico né considero sbagliato chi, dichiarandosi ateo è allo stesso tempo religioso… se è abbastanza umile da ammetterlo. Quello che mi da un po’ fastidio è che delle volte alcuni atei attaccano la religione teistica sul piano logico (che è una cosa ci sta, lo faccio anch’io) per poi cadere però negli stessi errori nelle loro personali religioni e poi prendersela o arrampicarsi sugli specchi se gli fai notare l’incoerenza. La stessa identica incoerenza di chi, per contro, magari crede in Dio e deride chi crede nell’oroscopo.

Tutte le religioni diffuse fra gli atei

Il credere nel bene e nel male come concetti assoluti ad esempio, è una religione, non riuscirai mai a dimostrarne l’esistenza.

Il credere nel libero arbitrio? Altra religione. (Tra l’altro, questa nello specifico, forse la più diffusa in assoluto… probabilmente in futuro ci farò un articolo a proposito.)

La morale? Religione. L’oroscopo? Religione. I rapimenti alieni? Religione. Credere a quel tuo amico che ti ha raccontato di quella volta che ha fatto una cosa a tre con due modelle e che da allora vuole essere chiamato “bomber”? Religione.

In sintesi

È sbagliato avere una religione? No, non lo è (anche perché il credere nel giusto e nello sbagliato sarebbe di nuovo un concetto religioso). Però, se siete quel tipo di atei che di dice ateo perché fa figo e poi avete i numeri fortunati da giocare al Superenalotto abbiate per lo meno la coerenza di non sfottere gli altri sentendovi superiori che, e qui cito un religioso, è più facile vedere la pagliuzza nell’occhio altrui che la trave nel proprio.

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“Hate speech”, libertà di parola e di offesa, quali sono i limiti?

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In Inghilterra è già in vigore da anni una legge contro il cosiddetto “hate speech” ovvero quell’insieme di parole o gesti che potrebbero urtare la sensibilità di alcune persone o che potrebbero incitare all’odio. Divenne alcuni mesi fa un caso internazionale quello di “Count Dankula” uno youtuber che venne condannato per questo dopo aver postato un video in cui insegnava il saluto nazista al suo carlino (e no, non è una battuta, è un fatto vero e verificato).

Le campane

Allora innanzitutto, e metto davanti le mani, so già che la mia opinione non piacerà a tutti (e in caso vi rimando a questo link), è una materia complessa su cui in molti hanno idee anche molto distanti e in cui non credo nessuno abbia proprio tutti i torti.

Da un lato, c’è chi, come me, pensa che la libertà di parola e di espressione vada tutelata sempre e comunque, anche nel caso di neo-nazi o neo-fascisti, anche nel caso sia estremamente estremamente offensiva (e spiegherò meglio perché nei blocchi successivi).

Dall’altro, e in un certo senso pur non condividendoli li capisco, c’è chi sostiene una sorta di “damnatio memorie” di alcune opinioni o movimenti politici che si rivelarono estremamente distruttivi per la società, volendo sostanzialmente che essi siano silenziati in tutto e per tutto e addirittura condannati al carcere per le loro parole.

La libertà di parola non può essere a metà, o c’è o non c’è.

Come ho già detto, io credo che sempre e comunque la libertà di parola vada tutelata sul piano legale e il primo motivo per cui sostengo questo è che, secondo me, la libertà di parola è tale solo se è completa.

Mi spiego meglio. Se tu mi dici: “sei libero di dire quello vuoi, tranne quello che io non voglio che tu dica” allora io non sono davvero libero, io posso solo dire quello che tu mi concedi di dire, quello che tu mi permetti… grazie tante.

Ovviamente questo non significa che non ci siano o che non debbano esserci paletti nelle azioni. In esse è ovvio che io non sia davvero libero ed è anche giusto che non lo sia, è ovvio che non mi sia concesso di ammazzare qualcuno in nome del fatto che sono libero, ma questo in quanto questa mia azione viola la tua di libertà, viola i tuoi di diritti, ciò non vale però per delle parole e nemmeno per dei gesti assolutamente non violenti.

La grossa differenza fra questi due punti sta nel fatto che la violenza fisica è qualcosa di oggettivo, qualcosa di provabile in maniera empirica, in questo modo si permette che tutti siano soggetti alle stesse leggi in tal senso. L’hate speech invece è pura opinione di qualcuno… cosa è offensivo? Cosa va bene dire e cosa no? Chi lo decide?

Cosa ci rende diversi dai fascisti?

Qui vi lancio una provocazione.

Io fui molto contrario alla legge, varata dal governo Renzi, contro l’apologia di fascismo e lo sono stato per un motivo semplicissimo, che secondo me quella è una legge fascista, forse una delle più fasciste dopo la caduta del regime.

Il punto è che, se tu non credi nella democrazia, è un discorso, ma se invece ci credi, non puoi comportarti allo stesso modo di un regime, è ipocrita. Non puoi dire “il fascismo era sbagliato perché censurava le opposizioni e le eliminava coercitivamente” e poi accettare che la stessa cosa venga fatta dalla democrazia verso questi movimenti che, per quanto schifosi, devono avere, come credo tutti, dei diritti tutelati.

Questo perché altrimenti in realtà non siamo meglio di loro. Se tuteliamo solo le idee che ci piacciono e siamo pronti a togliere la parola e l’espressione a chi non ci piace, allora nel momento in cui quei diritti venissero tolti a noi non avremmo diritto di lamentarcene. E nel momento in cui tu cittadino, col tuo voto, dai ad un governante il potere di censurare e addirittura arrestare con la forza il diritto di parola di qualcuno che non era violento, cosa ne sai che un giorno quel potere non si scarichi anche sulla tua testa?

La verità è che siamo tutti bravi a sostenere la libertà altrui quando questa libertà si sposa coi nostri intenti, ma la vera differenza fra un sistema che garantisce dei diritti fondamentali ai cittadini, sta nel tutelare anche chi non ci piace, anche chi magari odia e si oppone alla società e al sistema stesso, se no è po’ troppo facile.

L’altra campana

A questo punto mi aspetterei da qualcuno una contro-argomentazione, una posizione che capisco nel concetto ma a cui comunque mi oppongo. Anche se le parole, anche se i gesti e i simboli non sono direttamente lesivi della libertà altrui, alle parole e ai gesti potrebbero seguire delle azioni, azioni violente e terribili come accaduto nel passato e, quindi, si decide di limitare la libertà di parola rispetto a certi ambiti al fine di evitare lo sviluppo consequenziale di violenza.

Secondo quest’ottica dobbiamo limitare il linguaggio offensivo perché questo potrebbe portare ad esempio al bullismo (pensiamo ad ambiti come l’omosessualità in cui soprattutto fra i giovani un bullismo in questo senso ancora esiste), o addirittura perché potrebbe portare al risorgere di partiti come quello fascista o nazional-socialista.

Ecco io però non sono d’accordo con questa tesi, e non lo sono per due ragioni.

La prima: quest’ottica del “potrebbe”. Dobbiamo vietare queste parole perché potrebbero portare a questo, questi simboli perché potrebbero portare a quest’altro e così via… Il punto è che, di nuovo, tutto in realtà potrebbe portare a tutto, questa censura stessa potrebbe portare ad una soppressione della libertà. Chi decide cosa potrebbe portare a cosa? Vi rendete conto del potere che state dando ad un governante nel momento in cui lasciate che esso eserciti il potere esecutivo non sulla base di quello che è accaduto, ma sulla base di quello che “potrebbe” succedere?

La seconda: vietare una cosa la cancella? Allora, diciamo che decidiamo di punire severamente chi parla male delle minoranze, chi sostiene movimenti estremisti e così via. Davvero pensate che a questo punto le discriminazioni o questi movimenti scompaiano per magia? Non sarà piuttosto più probabile che rendere illegale una cosa la possa rendere addirittura più attrattiva, soprattutto per i più giovani, permettendo magari a quei gruppi neo-fascisiti di fare la parte delle vittime ad esempio?

Le emozioni vanno tutelate?

Ecco questo è un altro punto interessante anche se un po’ più lontano, almeno per ora, dalla realtà italiana e più vicina a quella dei paesi anglosassoni. Ovvero sul tutelare le emozioni delle persone, una strada su cui si sono mossi in questi anni anche quasi tutti i social network.

Io credo questo, credo che le persone siano le uniche responsabili delle proprie emozioni e che quindi esse non vadano tutelate. Se io dico una cosa, e questa cosa ti offende, tu hai tutto il diritto di andartene e smettere di ascoltarmi, di smettere di seguirmi, anche, se vuoi, di darmi dell’idiota, lo accetto. Ma non hai e non devi avere il diritto di silenziarmi perché quello che dico “ti offende”.

Questo perché innanzitutto non c’è limite a quanto facilmente le persone possano offendersi e, in secondo luogo, perché questo nascondersi dal dibattito, nascondersi dal confronto chiudendoci nella nostra piccola e calda tana fatta di bias che cerchiamo disperatamente di confermare non elimina l’opinione opposta, ma forse addirittura le permette di rafforzarsi.

La differenza fra tutela legale ed accettazione sociale

Ecco su questo vorrei essere molto chiaro. Una persona che fa battute sugli stranieri o sulle donne o sugli omosessuali o che addirittura non faccia battute ma che sia seriamente contrario ai diritti di queste categorie, oppure un neo-fascista o simili dovrebbe essere arrestato? No, secondo me no, l’ho spiegato prima. Allo stesso tempo dovrebbe essere accettato o apprezzato, nemmeno.

Il fatto che a tutti debba essere garantita la libertà di parola, sempre e comunque, non vuol dire che debba piacerci. Se tu sei libero d’inneggiare al duce, io sono libero di dire che probabilmente sei caduto dal seggiolone da piccolo e che hai le capacità d’interpretazione storica di una marmotta in coma farmacologico. Tu sei libero di girare con una maglietta con scritto “abbasso i gay”, le persone per strada che ti vedono però sono libere di darti dell’idiota e di non farti entrare in casa loro e non invitarti alla loro tavola se non gli piaci.

E questo perché, ritengo, le ideologie non si combattono con l’oppressione, ma con l’educazione e soprattutto con l’esempio. Se tu ad una persona che nutre solo odio rispondi con la violenza lui e i suoi compari non proveranno meno odio e il pubblico che vi guarda forse addirittura empatizzerà con lui che passa per vittima, ma se al contrario a chi fa il bulletto tu reagisci con la calma e l’accettazione forse lui non smetterà di essere un bulletto ma perlomeno passerà per stronzo.

Concludo dicendo: se volete che le cose cambino, che migliorino anche per alcune minoranze e gruppi, non forzate la mano chiedendo punizioni perché due torti non fanno mai una ragione, siate un esempio piuttosto, che il mondo cambia un po’ alla volta.

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Sulle opinioni impopolari

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Allora scrivo questo articolo per spendere due parole su un tema che mi sta molto a cuore e che al contempo potrebbe fungere da utile paraculata per possibili futuri articoli.

Il coraggio

Siamo, ritengo, in un epoca da molti punti di vista abbastanza ignava, la gente cerca di evitare il dialogo e il dibattito, se ci sentiamo attaccati, ci chiudiamo a riccio nelle nostre convinzioni piuttosto che rischiare di discuterle e rischiare magari di scoprire che siamo noi ad essere in errore.

Siamo anche in un epoca in cui la popolarità è tutto, è un valore che è stato portato alla massima potenza dai social network, social network che, in genere, con la scusa del “non offendere” censurano tutto ciò che potrebbe essere anche solo minimamente controverso perché: “esprimiti… ma è meglio se lo fai postando meme vecchie di dieci anni e foto di gattini, non sia mai che una persona che si trova su internet voglia qualcosa che la faccia riflettere”.

E quest’atteggiamento io lo ritengo sia assurdo, assurdo soprattutto perché quasi tutti i valori che nella società moderna consideriamo giusti nacquero come opinioni impopolari. “Ehi, forse i neri sono esseri umani ci hai pensato?” Un tempo questa era un’opinione impopolare, almeno negli USA. “Ehi forse le donne dovrebbero votare”, altra opinione impopolare. “Ehi ma se gli omosessuali non fossero la personificazione del demonio?” Di nuovo, neanche troppo tempo fa, questa sarebbe stata un’opinione molto impopolare.

Questo perché se la società cambia, se la società si evolve, non è grazie a chi si mangia passivamente ogni cosa che gli viene servita, chi vive come un’ombra senza mai esporsi, senza mai rischiare di essere impopolare. In questo avere un’opinione, un’opinione che come tutte le opinioni a qualcuno non piacerà, diventa a volte un atto di coraggio necessario a cambiare il mondo e la realtà che ci circonda.

L’umiltà

Questo non significa, allo stesso tempo, che chiunque possa sparare qualsiasi cosa e che tutti debbano accettarla perché questo qualcuno ha iniziato la frase con “opinione impopolare”. Dire “Opinione impopolare: la Terra è piatta” non la rende piatta in automatico e non rende te degno di nota e considerazione in automatico, questo perché un opinione diventa sensata e interessante da discutere nel momento in cui essa è accompagnata da argomentazioni valide ed è proposta con umiltà.

Se io, ad esempio, propongo un’opinione impopolare, e so che questo genererà discussione, sarò più che pronto ad accettare le eventuali critiche e a rispondere nel merito delle stesse. Se io infatti mi chiudessi a riccio, accusassi tutti di essere buonisti, razzisti, sessisti o qualunque altro -isti che mi passi per la mente in quel momento, innanzitutto sono punto e a capo, ho sostituito un dibattito sterile e da “stadio” con un altro dibattito sterile e, in secondo luogo, ci faccio probabilmente la figura dell’idiota e questo di certo non aiuta a sostenere la mia posizione, anche se essa fossa giusta.

Bisogna avere quindi, e questo vale sia per chi propone un opinione che per chi l’avversa e la discute, quell’umiltà di riconoscere che forse si è in errore, che forse stiamo sbagliando.

La pacificazione

Una considerazione: la verità non sta nel mezzo.

Può stare nel mezzo? Sì certo che può. È per forza nel mezzo? No, non lo è. Se io dico che la torre Eiffel è alta 300 metri e tu dici che alta 700, questo non la rende alta 500 metri perché 500 è la via di mezzo, è alta 300 (circa) metri, punto.

Questa ricerca costante della via di mezzo per pacificare le discussioni e ritirarsi da esse, restando fuori anche solo dal minimo rischio di essere impopolari e tentando di non scontentare nessuno non è una cosa “giusta”, è solo una cosa pavida e, di nuovo, ignava.

Questo anche perché, fidatevi, nel momento in cui una persona un po’ sgamata nel dibattere si accorge che voi tendete sempre alla via di mezzo, lui la sparerà ancora più grossa perché non c’è davvero limite a quanto le persone possano sparare grosso.

Di nuovo però, tornando al discorso sull’umiltà, bisogna considerare e chiedersi il perché anche dell’opinione dell’altro e ricordarsi che negare a priori dandogli dell’idiota in stile “blasting” sui social media (vedasi Mentana o Burioni) molto probabilmente ci renderà i più fighi della nostra piccola cerchia, ma non porterà il nostro interlocutore a convincersi del nostro punto di vista. Se dai dello scemo a qualcuno, magari tu hai anche ragione, ma poi non aspettarti che quel qualcuno diventi tuo fan. Aspettati invece che si offenda e si estremizzi ancora di più nella sua posizione, chiudendosi ancora una volta nel suo guscio e magari usando la tua maleducazione come pretesto per screditarti.

In sintesi

Siate coraggiosi, se pensate una cosa, non evitate di dirla solo perché temete che possa essere impopolare perché lo sviluppo del pensiero e della società passa anche e soprattutto da questo.

Allo stesso tempo, abbiate l’umiltà di riconoscere che forse state dicendo una stupidaggine, che forse la tesi che osteggiate è invece giusta, portate dati, prove e argomentazioni a sostegno di quello che dite e siate pronti a fornirle se ve le chiedono.

Se il dibattito è sterile, se notate che le persone rispondono per partito preso senza discutere nel merito, allontanatevi pure da esso perché discutere con chi è sordo è una perdita di tempo e basta. Se proprio decidete di allontanarvi però, evitate di insultare solo per dare una pompata al vostro ego che questa cosa non vi aiuterà di certo a convincere nessuno.

In ultimo, ogni dibattito, se educato e sensato, è, almeno per quanto mi riguarda, bene accetto… nonché divertente che è il vero motivo per cui lo faccio.

Come la produzione artistica esprime la vera essenza di un popolo

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Che cosa ha fatto un popolo? Quali sono stati i suoi successi, le sue sconfitte, le sue battaglie? Com’è nato, come si è sviluppato e perché si è sviluppato in un modo e non in un altro? Queste sono tutte domande molto importanti a cui la Storia, cerca, coi suoi studi, di dare una risposta, ma alla domanda “cosa un popolo è?” chi è che risponde? È sufficiente conoscere i nomi dei sette re di Roma per comprendere la cultura romana? È sufficiente conoscere le battaglie fra le città del Peloponneso per conoscere quelle greca?

In questo ci viene d’aiuto quindi lo studio di un’altra disciplina, quella disciplina in cui ogni popolo e, nello specifico anche ogni individuo, inserisce in modo più o a meno cosciente sé stesso, inserisce i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, la propria visione del mondo. Questa è l’arte.

Storie di dei e di lupi mannari

Partiamo dalla letteratura e, in particolare, dalla narrazione mitica e prendiamo ad esempio quattro popoli: gli antichi Greci, i Romani, e norreni.

Iniziamo parlando del rapporto fra i popoli e le proprie divinità. I greci e i romani erano un popolo di agricoltori e pastori innanzitutto e a capo del loro Pantheon c’era quindi un dio della pioggia, erano popoli di navigatori e un’altro dei loro dei più importanti era il dio del mare. Per quanto concerne i romani nello specifico agli inizi furono semplici pastori di collina che via via si militarizzarono sempre di più, fino a diventare una società altamente militare (indicativo di questo, è il passaggio di Marte, originariamente divinità dell’agricoltura, a dio della guerra, oltre alla diffusione di molti altri dei protettori dell’arte militare come Bellona, Mitra o, in una certa misura, Giano bifronte).

Al contrario i Greci erano forse meno militarizzati, al meno a livello professionale, ma avevano una forte cultura dell’eroismo. Molti dei loro miti rappresentano un uomo solo contro le avversità come Ercole o, addirittura e pensiamo ad Ulisse, contro gli dei stessi.

I greci furono poi i creatori della tragedia, l’arte della catarsi delle passioni che mostrava agli uomini una certa filosofia e, d’altro canto, filosofi erano i greci. I romani dal canto proprio erano forse meno filosofi ma più politici, meno retori e più avvocati e crearono il genere dalla satira.

E cosa dire invece dei Norreni? Popoli che, essendo nati in un ambiente ostile, vivevano di razzia a capo del loro Pantheon c’era un dio della guerra. Un popolo che quindi dava ai guerrieri e ai coraggiosi e a loro soltanto l’onore dei loro paradiso. Allo stesso tempo un popolo, similarità questa con i greci, che credeva fortemente nell’ineluttabilità del destino, un destino che in Ragnarok avrebbe decretato la morte degli dei stessi.

Prendo d’esempio un’altro mito molto comune in molte culture, quello della metamorfosi animale. I greci, un popolo che guardava al cielo e all’etereo, avevano come popolo una certa repulsione della natura, pensiamo a miti come la morte di Pan, agli eroi come Ercole o Teseo che lottano contro mostri in parte animali (i semi-animali, a parte rari casi come chirone, sono quasi sempre personaggi negativi). Il mito di Licaone in questo è indicativo, un uomo reo di cannibalismo punito da Zeus ad essere trasformato in un lupo.

Nei romani il rapporto è un po’ diverso invece. Un popolo che nasceva come pastorale aveva per gli animali e i lupi nello specifico una sorta di rapporto ambivalente, un timore reverenziale comunque tendenzialmente negativo. Se nel mito di Romolo e Remo è proprio una lupa a salvare i gemelli, i lupercalia erano ad esempio una festa d’esorcismo delle paure dell’attacco dei lupi dal bestiame e, nel Satyricon (primo secolo) la licantropia è descritta come maledizione.

Ciò cambia radicalmente nei Berserker nordici. In questi guerrieri scelti la metamorfosi rituale diventava la fusione spirituale con un animale totemico che donava forza, insensibilità al dolore e vigore in battaglia. Ciò anche dovuto al rapporto molto stretto che questi popoli avevano con il selvaggio, con il naturale.

Le arti

Ovviamente se volessimo questo stesso discorso preso ad esempio si potrebbe fare con qualsiasi popolo e qualsiasi arte. Prendiamo gli Egizi e il pantheon estremamente vasto ma anche molto gerarchico, piramidale come la loro società, diviso non fra bene e male ma fra ordine e caos.

Prendiamo ad esempio la poesia in tempi anche molto più recenti, che passa dall’essere religiosa in epoca medievale, ad essere nella società industriale una malinconica fuga dal grigiore delle città. Prendiamo la musica, i canti contro l’invasore o lo straniero che si sviluppano in tempo di guerra e che via via in epoca di pace diventano più leggeri fino a diventare in quest’epoca in cui sembra che la depressione sia, nei paesi occidentali, uno dei principali mali della società, puro intrattenimento spesso privo di messaggio ma che permette così alla gente, per un po’, di non pensare e di rilassarsi (ovviamente questa è una mia visione non mi aspetto che tutti siate d’accordo).

Pensiamo alla cultura delle droghe e non credo di dire nulla di scandaloso se sostengo che spesso gli artisti ne sono stati influenzati. Pensiamo al vino, sacro per i greci e per i romani al punto da dedicargli un dio o ai funghi allucinogeni d’amanita usati dai berserker nei loro riti. Pensiamo a come questa cultura sia stata osteggiata dal cristianesimo prima e dal perbenismo americano poi, per risorgere nel dopo guerra fra i giovani. Fino ad arrivare alla sostanziale accettazione delle droghe leggere nell’età moderna.

Pensiamo alla pittura, che prima tende sempre di più verso il realismo e poi, con l’avvento della società industriale e della fotografia fugge, muovendosi verso l’espressione dell’emotività. Pensiamo alla fotografia stessa che nasce nel ritratto e poi, nell’era della cultura della pubblicità diventa espressione della società consumistica (ricordate Andy Warhol e ai fagioli Campbell).

Pensiamo a quanto, nella società di oggi, le nostre arti parlino di un ritorno alla natura e alla fantasia. Di quanto vadano di moda romanzi fantasy e medievaleggianti.

Pensiamo se no quanto la fotografia sia diventata fondamentale nella cultura dell’apparenza, nella cultura del se non posti non esisti, di quanto tutte le foto che pubblichiamo esprimano non tanto la vita che abbiamo ma quella che vorremmo avere. Nessuno posta foto della pasta che mangia sei giorni su sette, ma del sushi che mangia la settima, nessuno posta foto delle discussioni col o con la partner che magari si fanno quotidianamente, ma tutti postano quelle dell’unico momento allegro. Anche questo esprime molto del tipo di società che siamo.

L’arte è espressione

Il punto è questo alla fine, la storia esprime cosa fai, ma è l’arte che produci o che semplicemente apprezzi da spettatore, che dice chi sei.

Perché la filosofia, anche nella società moderna, è fondamentale

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C’è stato un tempo in cui essere un filosofo significava essere considerato un punto centrale della vita pubblica, un tempo in cui i filosofi muovevano le masse ed i governi. Al giorno d’oggi però è con reticenza e addirittura un po’ d’imbarazzo che una persona s’azzarderebbe a definirsi tale.

La società d’altronde è cambiata, si è mossa verso la conoscenza e l’istruzione scientifica (che è assolutamente fondamentale e importante), ma siamo così sicuri di voler già rinunciare a questa disciplina che è stata fondamentale per lo sviluppo intellettuale umano?

Cos’è la filosofia?

Prima di discutere sulla sua importanza, bisognerebbe almeno riuscire ad inquadrarla in una definizione, cosa già di per sé quasi impossibile data la molteplicità di significati che questa parola ha assunto.

Dalla ricerca del corretto modo di vivere degli stoici, alla ricerca dei valori dei cristiani, passando per lo studio metodologico della realtà aristotelico. Dovendo però dare per forza una definizione all’attività filosofica, una definizione ampia e abbastanza valida nelle disparate situazioni in cui la parola è usata, direi che la filosofia è l’arte di dare definizioni alle cose.

Questo perché, in fondo, siamo tutti schiavi della semantica. Tutti noi sappiamo cosa abbiamo in testa, ma per comunicare fra noi, abbiamo bisogno di parole e queste parole hanno bisogno di essere definite attraverso altre parole che vanno a loro volta definite fino a che non si giunge al punto il cui discorso non è più ambiguo e le due persone arrivano davvero a comunicare.

L’arte di dare definizioni

Per spiegare meglio questo concetto e allo stesso tempo per spiegare quale sia l’importanza della filosofia vi faccio un esempio. In quanti di voi sono mai, nella vita, stati malati? Credo tutti, chi non lo è stato? Seconda domanda: sapreste darmi una definizione oggettiva di malattia?

Ho degli amici che studiano medicina o psicologia e a cui ho posto questa stessa domanda e nessuno ha saputo rispondermi, non prima di consultare il cellulare almeno; curioso dato che le loro intere discipline di studio si fondano sul concetto di malattia e di malessere.

La definizione da dizionario, presa dritta dritta da Wikipedia recita così: “una malattia (o patologia) è una condizione anormale di un organismo, causata da alterazioni organiche o funzionali che compromettono la salute del soggetto”.

Ora, facciamo un paio di considerazioni rispetto a questa definizione.

Innanzitutto un’alterazione che compromette la mia salute potrebbe essere la rottura di un braccio, sono malato se mi rompo un braccio?

Il concetto di anormale anche potrebbe essere interessante, soprattuto se consideriamo che la parola malattia ha anche risvolti psicologici. L’omosessualità ad esempio è stata spesso nel passato considerata una malattia sulle basi del fatto che fosse un comportamento deviato del “normale” istinto alla riproduzione umano e che quindi ne avrebbe inficiato la salute riproduttiva.

Allo stesso tempo da un certo punto di vista anche una gravidanza potrebbe essere considerata una condizione anormale che compromette la salute, ma mai nessuno si azzarderebbe a definirla una malattia.

E cosa dire di alcune malattie genetiche come la talassemia? Per chi non lo sapesse la talessemia è una forma di anemia molto diffusa in Sardegna; essendo una forma anemica, al giorno è considerata una malattia (nello specifico genetica) ma il motivo per cui è così diffusa è che, nel danneggiare i globuli rossi, li rende anche immuni alla malaria e quindi secoli fa quando la malaria era diffusa in Sardegna, la talessemia, che ora è una malattia, al tempo era addirittura un vantaggio evolutivo.

Pensate se no alle battaglie dei transgender per non essere considerati malati o a quelle, meno mediatiche ma che vanno via via sorgendo, di alcune associazioni Asperger che preferiscono il termine neurodiversità al fine di sottolineare come non siano “malati” ma che il loro cervello sia solo diverso e così via, è un discorso che potrebbe andare avanti all’infinito.

L’importanza

Questa lunga digressione, serviva per mostrare come, di fatto, le intere scienza medica e psicologica si basino in una certa misura sulla filosofia. La definizione di cosa sia malato infatti e di cosa sano dà alla medicina una direzione in cui svilupparsi, dà delle priorità, dei limiti etici.

Lo stesso discorso vale ovviamente per sostanzialmente ogni singolo campo. Pensate alla definizione di “vita”, può sembrare una semplice parola ma dietro a questa si cela un groviglio di dilemmi etici che toccano molti temi attuali: dall’aborto, all’eutanasia, passando per l’accanimento terapeutico.

E ancora cosa vuol dire “essere umano”? Può sembrare una domanda banale ma ancora essa tocca il tema dell’aborto, in passato quello delle leggi razziali e della discriminazione di genere.

Che ce ne accorgiamo o no, di fatto, ogni singolo settore, ogni prodotto, ogni legge, ogni ideologia, è l’espressione di una determinata filosofia che ha dato al mondo e alla realtà, al giusto e allo sbagliato una determinata definizione. La comprensione della filosofia si pone quindi come fondamentale per comprendere i diversi punti di vista dei diversi gruppi umani e per sviluppare fra questi, un dialogo (cosa che mi azzardo a dire, in questo periodo in cui sembra abbia voce solo chi urla più forte, si rende estremamente necessaria).

Logica e filosofia

Questo è un punto che voglio chiarire in merito ai reciproci rapporti fra scienze e la filosofia. Ora non ho intenzione di fare una pappardella storica su come le scienze, in un modo o nell’altro, derivino dalla filosofia stessa, ma vorrei soffermarmi più sul concetto di logica.

La logica è ciò su cui si fonda, di fatto, il metodo scientifico. Essa è costituita da un insieme di regole coerenti che permettono di rendere minimo o addirittura nullo l’errore all’interno di un sistema dato.

Esempio: la matematica, la regina delle scienze, all’interno di un ambiente dato da alcune semplici regole elementari ed assiomatiche, la matematica diventa esatta e assolutamente certa, incontrovertibile grazie alla logica.

Il punto è che la logica, di per sé, è priva di significato. Tutte le norme matematiche sono infatti valide all’interno di un insieme di assiomi creato dalla pratica intellettuale filosofica, e benché le scienze si sviluppino grazie alla logica, la direzione stessa verso cui le scienze sviluppano è dettata dalla filosofia… la differenza fra queste è sostanzialmente la differenza fra il “come” e il “perché”.

Come si è sviluppata l’industria bellica nel ventesimo secolo? Grazie alla logica. Perché si è sviluppata? Filosofia dovuta alle condizioni sociali. Come funziona la manipolazione genetica e la clonazione e come la telefonia cellulare? Le risposte ve le daranno la logica sviluppata nelle rispettive scienze. Perché negli ultimi cinquant’anni la telefonia è evoluta molto più in fretta degli studi sulla clonazione? La risposta la dà la filosofia.

Ciò rende le due attività intellettuali, scientifica-logica e filosofica, non opposte ma bensì complementari. Il metodo scientifico senza filosofia è uno strumento senza mano che lo indirizzi, non sa da che parte andare e svilupparsi; al contempo la filosofia senza applicazione rimane solo un’arroganza autoconclusiva da salotto, una versione moderna del sofismo.

Se pensate di meritarlo, quindi (e qui potrebbe partire un altro lungo articolo su chi lo meriti nei fatti… ma per ora lo lascio a voi) non abbiate paura di assumere l’onere del titolo di filosofo. Di gente che sa pensare c’è ne ancora bisogno non preoccupatevi.

 

 

 

Ci rendiamo conto di quanto potere gestiscano i social network?

mark_zuckerberg_f8_2018_keynoteNon mi sono mi piaciuti i social network, non mi piacciono né come cultura né come concetto, eppure nel momento in cui ho aperto un blog mi sono trovato di fatto obbligato ad averne, ad aprirmi per lo meno una pagina su Facebook.

Nella giornata di ieri, come ogni giorno, ho scritto un articolo (questo), quest’articolo trattava del tema della degenerazione dell’informazione in quest’era in cui perfino i giornali seri sembrano vivere di clickbait, in particolare facendo riferimento alla fake news dell’uomo assolto di stupro in Irlanda perché la vittima indossava un tanga, faccenda che in questi giorni infiamma alcune testate. L’accusa che viene mossa spesso in questi casi è di dare la colpa di questa “degenerazione” ai social network mentre la mia posizione puntava più il dito contro i giornalisti e, anzi, era più che clemente verso il mondo del web.

Credendo che l’articolo fosse ben scritto ed essendo tutt’ora il mio blog agli inizi, dopotutto esiste da un paio di settimane, ho provato a comprare un po’ di pubblicità per quell’articolo, ma Facebook l’ha rifiutata in quanto attaccava la piattaforma… così, se ho fatto trenta, ho pensato che tanto valeva fare trentuno e attaccarla davvero la piattaforma.

(EDIT: dopo circa quattro ore e aver mandato una mail a Facebook, l’inserzione è stata approvata.)

Il quarto potere non è più il quarto

Informazione, media, notizie, si è sempre saputo che dietro a queste cose si nasconde un potere enorme, un potere che, in un certo senso, andava a rivaleggiare coi tre tradizionali: legislativo, giudiziario ed esecutivo. Quello che credo sia sottovalutato, sia la proporzione in cui, nell’era delle democrazie e della politica fatta sui social network, questo potere dell’informazione sia aumentato.

Siamo circondati da una quantità d’informazione immensa in parte vera, in parte falsa, spesso sfumata fra le due. Un informazione che però non ha più il fine di insegnare o di spiegare, ma d’infiammare gli animi, di generare emozione perché sui social una persona arrabbiata genera più interazioni, condivide l’articolo, commenta, mette like.

Qualche giorno fa parlavo con un avvocato che mi raccontava di un caso che stava seguendo, mi diceva che difendeva un cliente contro un truffatore; questo truffatore aveva accumulato denuncia per oltre quattro anni e nessuno aveva fatto nulla, fino a che Striscia la Notizia non ci ha fatto un servizio sopra, solo a quel punto il magistrato è intervenuto, spinto probabilmente dl rischio di una figuraccia pubblica.

Questo è il primo problema, ormai è l’informazione il primo potere del mondo, la legge viene fatta sulla base dell’onda mediatica di turno, i giudizi sono influenzati dall’opinione pubblica, i magistrati intervengono solo dopo che il Gabibbo gli ha dato l’ok.

Sei davvero libero di non essere sui social?

Colgo l’ipocrisia di questo articolo lo ammetto, se leggi probabilmente è perché mi hai trovato attraverso i social e sto scrivendo in questo momento un invettiva contro i social network che sarà pubblicata anche su Facebook ma… ho altra scelta?

La verità è che nel ventunesimo secolo, volente o nolente, se vuoi esistere in un determinato tipo di mondo, devi essere sui social network, devi. (Io ad esempio sto per pubblicare un libro e il blog mi servirà anche a pubblicizzare quello  di fatto non ho altri modi per pubblicizzarlo.)

Per spiegare meglio questo punto vi faccio un esempio: le pizzerie e JustEat.

Allora penso che tutti conosciate JustEat, una piattaforma che non è neanche un vero social ma che si presta comunque all’esempio e che funziona sostanzialmente da vetrina dei ristoranti che fanno consegne d’asporto in una determinata zona. L’utente che vuole una pizza così va su JustEat, sceglie la sua pizza, la ordina, la paga e JustEat otterrà dal ristorante una commissione per la vendita.

Ora vi faccio due domande. La prima è: chi ci guadagna? La seconda è: se ho una pizzeria posso scegliere di non stare su JustEat (o piattaforme simili)?

Immaginiamo che in una città come, ad esempio Verona, esistano solo dieci pizzerie in tutto e che prima di JustEat queste pizzerie si pubblicizzassero coi vecchi metodi: volantinaggio, elenco telefonico, passaparola… le mille persone che magari a Verona vogliono una pizza, si divideranno tra queste dieci pizzerie.

Ora però arriva JustEat e cosa succede? Succede che magari due di quelle pizzerie iniziano ad usarla da subito e queste pizzerie assorbono su di sé una proporzione di clienti molto maggiore delle altre proprio perché c’è molta gente su quell’applicazione, ciò significa che le altre otto perderanno clientela… il risultato di ciò sarà che anche le altre otto si metteranno su JustEat e la clientela quindi si ridistribuire fra tutte e cosa sarà cambiato rispetto a prima? Come prima ci sono ancora mille clienti su dieci pizzerie, questo non è cambiato, ciò implica che rispetto a prima quei negozi non avranno molto più traffico, la vera differenza è che tutte dovranno pagare la commissione a JustEat e perché lo fanno se non ci guadagnano? Perché se una di loro si togliesse dall’applicazione sarebbe tagliata fuori e probabilmente fallirebbe in pochi mesi.

Le pizzerie del nostro esempio sono in un gioco a somma zero, non possono vincere ma solo perdere e, per non perdere, sono obbligate ad appoggiarsi ad una piattaforma terza che, di fatto, le ha rese dipendenti da sé con suo esclusivo guadagno.

Questo è il punto, i social ormai permeano così tanto la nostra società che non usarli è impossibile e questo è tanto più valido quanto più sei giovane, se non sei sui social network nel ventunesimo secolo, non esisti.

Il potere

Chi pensate sia l’uomo più potente del mondo al giorno d’oggi? Forse pensate a Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, della prima potenza economica e militare del pianeta, ma fermatevi un attimo a pensarci… dove ha fatto campagna elettorale Trump per farsi eleggere? Dove è diventato famoso? Sui social network.

Cosa sarebbe successo secondo voi se Mark Zuckerberg avesse deciso che Donald Trump gli stava antipatico e gli avesse bannato il profilo? Non credo proprio sarebbe diventato presidente.

Discorso che vale tanto per la politica americana quanto per quella italiana e di ogni altro paese, che vale per i mezzi d’informazione, per le aziende: puoi essere grande, ricco, importante, famoso quanto vuoi, ma sei e sarai sempre sottomesso a lui, giocherai sempre secondo le sue regole, che tu te ne accorga oppure no. Ah il caro Mark.

Se hai un azienda che vende sul web e FaceBook o Instagram ti chiudono la pagina, hai chiuso anche l’attività, basta, e non c’è appello anche se te le hanno chiuse per errore. Questo è il tipo di potere di cui parliamo, un potere senza alcun contrappeso.

Sì perché torniamo all’esempio di prima di Zuckerberg e Trump, se il primo avesse voluto distruggere il secondo, avrebbe potuto farlo facilmente solo chiudendogli il profilo ma se Trump avesse voluto eliminare FaceBook? Probabilmente non ci sarebbe riuscito, non perlomeno in tempi brevi, proprio perché il suo potere è limitato da una serie di meccanismi istituzionali.

E questa è l’altra cosa che la gente mi sembra non capisca, che mentre i tre poteri tradizionali: legislativo, giudiziario ed esecutivo, sono regolati da pesi e contrappesi, l’informazione, il quarto potere,  nell’era di internet è dominata da un ristrettissimo gruppo di persone, una sostanziale monarchia.

Anche perché, pensateci, tutte le volte che esce un potenziale concorrente dei social più diffusi Mark Zuckerberg sostanzialmente lo divora. È successo con Instagram, è successo con WhatsApp, ogni volta che qualcosa rischia di minare la monarchia questa lo ingloba e lo fa proprio andando via via a delinearsi in un mostro troppo grande per poter cadere.

Il futuro

Ahh bella domanda… cosa accadrà? La storia ci insegna che, in genere, quando il potere è troppo concentrato nelle mani di pochi tendenzialmente accade qualcosa di distruttivo.

Non è necessariamente questo il caso ovviamente, potrebbe essere un passaggio più pacato, magari lento e costante, spero lo sia, sta di fatto che la situazione così com’è ora manca totalmente di equilibrio e, quindi, in un modo o nell’altro, rovinerà su sé stesso.

La verità è stata uccisa dai social network o dagli stessi giornali?

person reading the daily fake news newspaper sitting on gray couch

Stamattina stavo scrollando la home di facebook, cazzeggiavo un po’ mentre aspettavo che arrivasse l’autobus fino a che l’occhio mi è caduto su un certo articolo. Questo articolo, pubblicato su un giornale anche abbastanza conosciuto che io non citerò per non fargli fare altro clickbait, verteva su una sentenza di un tribunale irlandese in cui un accusato di stupro, a dire del giornale, è stato assolto perché la vittima indossava un tanga… sorpresa, l’articolo era falso, l’imputato è stato assolto per mancanza di prove a suo carico e la questione dell’abbigliamento era stata solo tirata fuori dall’avvocato della difesa durante un arringa (piccola parentesi prima che qualcuno fraintenda, nessun abito, in alcun modo e mai, giustifica uno stupro e fosse per me argomentazioni del genere non dovrebbero proprio entrare nei tribunali… sta di fatto, che dichiarare che questo è il motivo dell’assoluzione è assolutamente falso).

La morte della verità

In continuazione, ogni qualche mese, qualche giornale lancia la nuova campagna contro le fake news, contro la disinformazione del web, ma quello che mi chiedo è se prima di fare queste campagne vedano la trave nel loro stesso occhio.

Titoli clickbait degni del più trash dei canali youtube posti senza vergogna su testate nazionali, articoli di cronaca inframmezzati dall’ultimo outfit di Diletta Leotta ed importantissime discussioni sull’acqua di Chiara Ferragni, questioni scientifiche e sociologiche (come già trattato in questo articolo) di cui si parla in termini talmente semplicistici da renderle ridicole. Prese di posizioni politiche dello stesso spessore di cori da stadio, notizie non verificate, esagerate, sensazionalistiche al limite dell’allarmismo, nonché i processi fatti sui media anziché nelle aule dei tribunali. Il giornalismo italiano di oggi è più o a meno questo.

E questo meccanismo coinvolge tutta l’informazione, cartacea, online e televisiva. Pensiamo alle Iene… perché non facciamo un video su un gioco che spinge la gente a suicidarsi con video di suicidi del tutto non correlati e, una volta scoperti, diciamo che questo comunque non cambia il senso del servizio. Perché non facciamo un video sulla sessualizzazione minorile in Giappone e poi intervistiamo una ragazza per poi “sbagliare casualmente” a tradurre due informazioni come l’età e il lavoro della ragazza? Tanto dai, il senso del servizio non cambia.

Una mezza verità è molto peggio di una bugia

Il punto credo che sia che l’informazione non si divide tanto fra vera e falsa, ma fra onesta e disonesta.

Prendiamo l’esempio di prima. È vero che un avvocato, durante un processo per stupro ha citato fra le argomentazioni a difesa l’abbigliamento della ragazza? Sì è vero. È giusto che l’abbia fatto? No, secondo me no, secondo me quell’avvocato dovrebbe imparare a fare meglio il suo lavoro e avrei apprezzato anche leggere un articolo d’opinione su questo. È vero, però, che l’imputato è stato assolto perché la ragazza indossava un tanga? No, questo è falso, è assolutamente falso e questa “piccola” informazione inficia molto sul senso dell’articolo. (Di nuovo, mi rifiuto di citare direttamente questi servizi, ma se proprio volete cercarli sappiate che guadagneranno per ogni click.)

In realtà credo che la questione delle fake news, sia molto esagerata, questo perché le persone che credono alla cugina di Laura Bordini milionaria perché lo hanno letto su “cose-che-i-poteri-forti-ti-nascondono.com” fondamentalmente sono idiote (cioè senza offesa per nessuno ma se credi davvero a questo tipo di cose sveglio non sei). Al contrario però, articoli del genere, mezzi veri e mezzi falsi, clickbait, lanciati e rilanciati su testate abbastanza conosciute, fanno invece cadere in trappola un po’ tutti, gente con l’unica colpa magari di essersi fidata troppo di una testata che considerava degna di fiducia e il cui scopo è, principalmente, far arrabbiare le persone in modo da spingerle a condividere l’articolo.

Pensate a quelle “emergenze” che vengono fuori ogni tanto, quelle mediche come l’influenza suina o l’ebola, quelle sociali come il terrorismo o l’immigrazione… questi non è che non siano o non siano stati problemi reali, ma il modo in cui sono stati trattati ha ingigantito la percezione del pericolo in proporzioni tali da renderli del tutto non aderenti alla realtà. Lo dico di nuovo, il non mentire in un articolo, non vuol dire essere onesti.

Di chi è la colpa?

Chi ha ucciso la verità?

Una riflessione sui social network andrebbe fatta credo. I social sono spesso stati accusati, e non completamente a torto, di aver creato un certo tipo di ambiente (e diciamocelo Mark Zuckerberg ha forgiato questa era più di chiunque altro).

Ha creato un’ambiente in cui le persone non cercano più informazione, ma conferma ai propri pregiudizi, tutti vogliano che gli venga detto ciò che già sanno, vogliono emozione, vogliono un articolo che non li faccia pensare ma li faccia arrabbiare… e i giornali gli hanno dato quello che volevano.

Forse il punto è proprio il rapporto fra intrattenimento e informazione e della sopraffazione del primo sulla seconda. Il fatto che un certo tipo di serietà sembra essere sparita soggiogata dal dover fare visualizzazioni a tutti i costi e con ogni mezzo possibile.

Il fatto che però i social abbiano in questo una parte di responsabilità, responsabilità che deriva dal tipo di ambiente culturale che hanno creato non vuol dire che i giornalisti non abbiano colpe, ognuno, credo, è responsabile delle proprie azioni e non ci si può giustificare dicendo “sono figlio dei tempi” perché i tempi si cambiano e si affrontano con l’esempio e non inchinandosi passivamente e pavidamente ad essi.

Inoltre, se questo meccanismo di clickbait fosse davvero inevitabile, allora non esisterebbero esempi virtuosi di gente che riesce a lavorare, anche sul web, senza farsi trascinare in questo buco nero. Ne cito uno per tutti, SHY di Breaking Italy (se non lo conoscete cercatelo su youtube), ma ce ne sono diversi.

Cosa fare?

Bella domanda eh? È questa nei fatti una questione estremamente complicata che passa dalla tutela della libertà di stampa al diritto del cittadino ad un informazione decente.

In mancanza di altro, il mio consiglio è quello di smettere di seguire quei giornali che fanno questo tipo d’informazione, di ignorarli. Questo tipo di disinformazione infatti è alimentato anche dal clickbait e, l’unico motivo per combatterla, è ignorarla perché se non la ignoriamo, la responsabilità della sua esistenza è anche nostra.

Quando vedete un giornale che pubblica questo genere di articoli falsi, non è colpa vostra se cadete nel tranello, magari anche solo per curiosità, cliccando sull’articolo, io stesso oggi l’ho fatto, quello che possiamo fare è, una volta che la nostra fiducia è stata stata tradita, non aprire mai più un link di quel giornale, non guardare mai più un servizio di quel programma e così via, questo è il nostro potere in quanto consumatori, quello di scelta. Questo perché se continuamo a dare visibilità a chi fa questo tipo d’informazione, questa sarà l’informazione che riceveremo.

 

Esattamente… cosa vuol dire naturale?

person with rainbow color paint on his wrist
Photo by Lisa Fotios on Pexels.com

Tendenzialmente è una delle argomentazioni maggiormente utilizzati dagli oppositori dei diritti LGBT, il fatto che non sia una cosa naturale; stessa argomentazione che è utilizzata anche in altri settori quali ad esempio la produzione di OGM o, ogni tanto, dagli oppositori dei vaccini (ah quanto erano più eccitanti i tempi quando si poteva fare la roulette russa con l’acqua e la poliomielite eh?).

A questo punto, dato che sono una persona che ama analizzare ogni posizione fino all’arrivo di un punto logico, vorrei quindi parlare di questo concetto, quello di “naturale” e quindi, quello di “natura”.

Ci sono due possibilità

Come già detto in altri articoli di filosofia, la filosofia stessa è l’arte di dare definizioni alle cose; prima di discutere sulle argomentazioni quindi, bisogna definire cosa s’intende per natura, almeno poi possiamo capirci.

Prima definizione possibile: “tutto”. Questa è direi un ottima definizione di natura, la natura è, semplicemente, qualsiasi cosa. Gli esseri umani stessi, benché arrogantemente si pongano fuori da essa, lo sono, lo siamo, siamo tutti parte della natura.

Ci siamo evoluti dalle scimmie e dai primi batteri, i nostri corpi sono fatti delle stesse molecole di tutto il resto dell’universo, perché dovremmo porre noi stessi fuori dalla natura? Siamo animali, infondo, anche se non ci piace considerarlo, solo animali intelligenti (ma siamo davvero così intelligenti se sulle confezioni di vernice c’è un avviso che dice “non bere”?).

Per derivazione ciò implica che anche tutto ciò che l’essere umano produce è naturale. I computer sono naturali, le automobili, gli edifici o i pantaloni coi risvoltini (si gente anche quelli, neppure a me piace ma è così). Ed effettivamente se ci pensate ha un senso… perché se le formiche creano un formicaio è naturale e se gli umani creano un edificio non lo è? Perché se una scimmia usa come utensile un bastone è natura se noi usiamo un arma da fuoco non lo è? Tutti gli animali, utilizzano ciò che la natura gli ha dato per sopravvivere, ciò che la natura ha dato a noi è il cervello e noi lo usiamo per produrre cose, perché questo dovrebbe essere innaturale? È solo per arroganza che noi umani ci consideriamo gli unici da poter uscire dalla natura.

Seconda definizione possibile: “tutto ciò che non è stato prodotto dagli esseri umani”. Tesi che non condivido, propendendo nel mio evoluzionismo per la prima, ma che capisco. È una definizione comunque abbastanza comune ed intuitiva. Natura è ciò che esiste senza intervento umano, il resto non lo è.

Se consideriamo questa tesi però mi preme fare alcune considerazioni in merito. La prima è che, nei fatti a questo punto, praticamente nulla di ciò che ci sta intorno è naturale. Dai vestiti, agli occhiali da vista, all’oggetto con cui leggi questo articolo, alla scrittura stessa, all’arte, ai cani (che sono il prodotto di incroci fatti dagli esseri umani) a praticamente tutto il cibo che mangiate di origine animale o vegetale che sia (sempre frutto di incroci). Sostanzialmente ogni cosa con cui ci rapportiamo quotidianamente è innaturale con questa definizione.

La natura non è né giusta né ingiusta

Il motivo per cui spesso si cerca di delegare tutto alla natura è il concetto secondo la quale la natura sia giusta e tutto ciò che si discosta sia sbagliato. Ora, se come me propendete per la prima tesi, la questione non si pone, in quanto tutto è natura, ma anche se propendete per la seconda dovreste perlomeno riconoscere che, il semplice fatto che una cosa sia naturale non vuol dire che sia giusta: assassinio, stupro, tortura (perché chi dice che gli animali uccidono solo per nutrirsi non ha mai avuto un gatto), violenze di ogni genere e forma sono molto comuni in natura.

Allo stesso tempo, sempre per chi propende per la seconda tesi, dovrebbe ammettere che, non tutte le cose innaturali sono sbagliate. Dato che dubito che queste persone vivano nude in una buca nel terreno nutrendosi di cacciagione che raccolgono a mani nude, la società stessa è una produzione umana e quindi, secondo questa tesi, innaturale, e così la medicina, il riscaldamento etc.

Se propendete per la prima tesi invece, semplicemente, riconoscerete che, essendo tutto natura, essa non è ne giusta ne sbagliata, essa è, e basta.

La questione LGBT

Se condividete la prima tesi, di nuovo, la questione del naturale non si pone affatto perché il semplice fatto che gli omentali esistano, li rende naturali. Ovviamente questo, come detto sopra, non rende questa comunità ne giusta ne ingiusta di per sé. Personalmente io credo che siano semplicemente persone e che fino a che una persona non danneggi gli altri possa fare quel che vuole, sono quindi più che sostenitore dei loro diritti, ma se inizio a parlare di questo aprirei un lungo discorso che non è l’argomento dell’articolo.

Se condividete la seconda tesi invece, allora sì potrebbero anche essere innaturali (cosa comunque da discutere dato che l’omosessualità esiste anche fra specie animali), ma anche se fossero innaturali ciò non li renderebbe automaticamente sbagliati, perché di nuovo, se consideraste che tutto ciò che è innaturale sia sbagliato per coerenza dovreste vivere nudi in un buco del terreno. (Curioso tra l’altro, che la tesi della natura sia spesso usata da gruppi religiosi… dove la vedete la religione in natura?)

Le questioni OGM e vaccini

Di nuovo, se siete come me per la tesi uno, sono tutte cose naturali, se per la due, non lo sono… di nuovo, il fatto che lo siano oppure no non implica automaticamente che siano giusti o sbagliati.

Gli OGM sono innaturali? Per la seconda tesi sì, ma se per questo dovrebbero esserlo anche gli incroci selezionati che hanno prodotto nel corso di millenni praticamente tutte le specie, animali e vegetali, di cui ci nutriamo perché statene certi, il grano selvatico centra ben poco con quello agrario.

I vaccini sono innaturali? Sempre per la seconda tesi sì, ma allo stesso tempo la poliomielite è molto naturale e così anche la tubercolosi, non lo so, forse sono io ma in questo caso preferisco un po’ meno natura, un po’ più di chimica e un po’ meno morte a vent’anni.

In conclusione

Seppur la questione di cosa sia naturale, può essere dibattuta, in qualsiasi caso essa non darà mai informazioni di carattere morale, il fatto che sia o no naturale, non rende le cose in automatico giuste o sbagliate e ciò implica che l’argomentazione stessa è del tutto inutile serve solo a sviare l’attenzione del discorso dalla razionalità all’ideologia… è solo sabbia negli occhi per nascondere la povertà delle proprie argomentazioni.

Quindi la prossima volta che qualcuno usa questo argomento per vincere una discussione linkategli questo articolo… almeno mi fate fare visualizzazioni.

 

 

 

Perché la lingua italiana non sta morendo

book shelves book stack bookcase books

Capita, ogni tanto, di sentire pareri a dir poco catastrofici su come la lingua italiana sia in punto di morte, uccisa da quei giovani rei di usare anglicismi e di conoscere le lingue straniere (ah sembrano lontani quei tempi in cui Mussolini per eliminare i riferimenti esteri sostituì il cocktail alla coda di gallo eh?).

Un po’ di storia noiosa che probabilmente scorrerai verso il basso

Allora, innanzitutto facciamo una considerazione che a me sembra ovvia, ma che ovviamente per qualcuno non lo è: la lingua si evolve. Tutte le lingue esistono come processo in continua evoluzione e come tutti i processi in evoluzione ciò che, alla fine tende a dominare (che è anche il motivo per cui l’evoluzione avviene) è la ricerca dell’efficenza.

Il latino è una lingua morta o si è evoluta nelle lingue romanze? Lo è il germanico o ancora vive nelle lingue del nord Europa? L’Hindi non è lo sviluppo del sanscrito? Il russo… no in effetti il russo non lo sa nessuno da dove viene… R.I.P.

Questo è il punto, anche se le lingue ci possono dare l’impressione di morire nell’arco di quelli che sono millenni, in realtà esse non scompaiono mai davvero (o quasi) semplicemente si trasformano in altre lingue loro figlie in un processo che è assolutamente naturale e spontaneo ed è guidato principalmente da due fattori: quantità e specializzazione.

Come le lingue si evolvono

Allora, quantità e specializzazione, partiamo dal primo.

Per quantità intendo semplicemente quanto una vecchia lingua fosse effettivamente parlata in una zona, fattore abbastanza ovvio in realtà. Naturalmente in Italia mi aspetto più latinismi che in Germania e in Germania più che in Cina, ciò dovutamente alla storia di questi paesi e a quanto essi siano stati in contatto con la cultura latina (completamente immersa come l’Italia, ai margini come la Germania o sostanzialmente intoccata come la Cina).

Questo fattore ovviamente deriva moltissimo da tutta una serie di fenomeni storici: dalle guerre, al colonialismo, alle migrazioni, alla vicinanza geografica, perfino alla letteratura (senza la divina commedia, l’italiano moderno probabilmente non sarebbe quello che è).

Il secondo punto è il più complicato e allo stesso tempo il più interessante, specialmente in merito alla questione attuale del complicato rapporto fra italiano e inglese, la specializzazione.

Perché molte parole della tecnologia vengono dall’inglese? Perché molte parole dell’enologia dal francese? Perché all’estero molte parole sulla cucina vengono dall’italiano? Perché molti termini di filosofia vengono dal tedesco o addirittura dal greco antico e sono sopravvissuti fin ora? Molto semplice, perché ci sono settori in cui un determinato popolo fa scuola e da cui gli altri imparano assorbendone anche la terminologia.

Gli eschimesi hanno cinque parole per dire neve

Sì e allo stesso modo gli arabi ne hanno tre per dire deserto, ciò avviene perché certe popolazioni, per necessità o semplice caso, arrivano a sviluppare una conoscenza più approfondita di un argomento e, per una questione di efficenza, ciò porta anche a sviluppare un vocabolario più preciso per esso.

Siete mai stati, ad esempio, negli USA? Lì hanno tre parole per dire: “pasta” ovvero il generico pasta, spaghetti e maccheroni, parola totivalente con cui identificano tutto ciò che non è spaghetti (e hanno pure il coraggio di ritenersi qualcosa di più di un branco di barbari pieni di armi…pff), noi in Italia invece abbiamo una parola diversa per ogni singola sfumatura della pasta per un totale di dozzine. Questo perché la pasta è un settore in cui noi facciamo scuola e, statene certi, chi lavora nella ristorazione anche americana e vuole trattare questi prodotti un po’ d’italiano in più se lo imparerà.

Oltre al cibo anche la musica lirica e alcuni strumenti musicali in generale, l’arte, il creare governi che non durino più di sei mesi, sono tutti settori in cui è l’Italia a fare scuola e in cui, quindi esportiamo anche parole.

Allo stesso tempo ci sono settori in cui la scuola la fanno altri. La tecnologia ad esempio, social network, computer, videogiochi, tutti settori in cui gli americano oggettivamente insegnano e, nel farlo, dove creano anche un linguaggio specifico che sia d’utilità per la comunità che si approccio a questi mondi, vocabolario che, ovviamente, sarà in inglese.

Vi faccio un esempio, la parola camperare (che ho impiegato quattro minuti a scrivere perché il correttore continuava a cambiarla in “campare”) indica l’atteggiamento di un giocatore di videogiochi, generalmente un cecchino, che aspetta in un punto nascosto il passaggio di altri giocatori per ucciderli senza farsi nemmeno vedere. Questa parola, a chi non gioca ai videogiochi, è ovviamente superflua, ma è utile a chi, invece, ci gioca e non ha una parola nella sua lingua per descrivere questo comportamento.

Perché l’italiano non sta morendo

Perché innanzitutto, pur assorbendo magari parole in cui altre nazioni fanno scuola, noi tendiamo ad “italianizzarle”. La parola camperare di cui ho parlato prima ad esempio, non esiste in inglese, in inglese il verbo è “to camp”, presa in prestito la radice quindi, e per comodità di linguaggio, la comunità italiana dei videogiochi ha nei fatti creato un neologismo che è un po’ inglese, ma anche un po’ italiano.

In secondo luogo, anche se forse sono un po’ di parte a dirlo, perché è una lingua meravigliosa. Nonostante spesso gli italiani siano i primi a storpiare i modi e i tempi verbali l’italiano resta la quarta lingua più studiata come seconda lingua e, se ad esempio l’inglese è studiato per necessità essendo la lingua internazionale, lo spagnolo anche e in parte anche il francese, se l’italiano viene studiato è sostanzialmente perché piace dato che dubito che la gente lo impari per la centralità economica dell’Italia.

Questo perché sia a livello sintattico (quei modi e tempi verbali) sia a livello di vocabolario, estremamente ricco il nostro, l’italiano resta, anche per via delle cause storiche e degli infiniti popoli che sono passati dalla penisola portando tutti un po’ della propria (greci, latini, etruschi, galli, germani etc.), una lingua straordinaria.

Anche da un punto di vista letterario, sia della prosa che della poesia, oggettivamente sia per esempi del passato, sia di possibilità offerte dalla lingua stessa per gli autori del futuro, la nostra è una lingua che non ha assolutamente nulla da invidiare nemmeno all’inglese… ma ovviamente di questo ve ne renderete conto quando mi deciderò a far uscire il mio romanzo.

Coming soon.

 

P.S.

No, tranquilli, non sono così arrogante da pensare che il mio romanzo darà una scossa al panorama letterario italiano, era una battuta… in realtà credo che uscirà, non se lo filerà nessuno, io cadrò in depressione e per riprendermi farò quindi un viaggio spirituale in Nepal dove aprirò un allevamento di alpaca.

Curiosità del giorno: la lingua Russa ha origini aliene, fatevene una ragione.