Apologia dell’emozione

adult alone black and white dark

Articolo che scrivo in risposta ad una tendenza, nel mondo accademico e in particolare filosofico, di dividere la sfera dell’emotività umana in due grandi gruppi: quello giusto e buono e quello sbagliato e cattivo. Ma… esistono davvero emozioni sbagliate?

Innanzitutto mi preme fare una considerazione. Le emozioni tutte, a conti fatti sono delle reazioni chimiche nel cervello (osservazione ahimè poco romantica ma neurologicamente vera), se davvero un emozione fosse in assoluto sbagliata, se davvero fosse in assoluto negativa e controproducente per la vita di una persona, ebbene, semplicemente in quel caso l’evoluzione l’avrebbe probabilmente eliminata, avrebbe eliminato anche la possibilità cerebrale di provarla. Se un emozione esiste quindi, dobbiamo razionalmente pensare che, in qualche forma o modo, abbia un utilità positiva.

La tristezza

Iniziamo parlando di questa. È un sentimento indubbiamente molto forte, ma anche molto biasimato all’interno della nostra società. Se sei triste nell’occidente del ventunesimo secoli lo devi nascondere, devi mostrare una maschera, un’impressione di felicità ed allegria. Credo che più a meno a tutti sia capitato di sentirsi dire in un attimo in cui si è giù di sorridere.

Non credo di dire nulla di nuovo se sostengo che molti dei più grandi artisti o scienziati della storia passarono un periodo di profonda tristezza e depressione che, nei casi più estremi terminarono addirittura nel suicidio. Ora, tralasciando quest’ultimo punto che magari potrà, in futuro, essere materiale per un prossimo articolo vorrei concentrarmi sul semplice fatto che, se la tristezza fosse sempre e comunque negativa, allora non si spiegherebbe tutto lo sviluppo intellettuale che sembra nascere e dipartire da essa.

Il punto è che la tristezza, pur togliendo delle cose, pur essendo, nella sua forma cronica, devastante per la psiche di una persona, al contempo fa anche dei doni. Dona la capacità di introspezione e di distacco dalla realtà, migliora il pensiero razionale e logico, ti offre una finestra sui recessi e sull’oscurità nascosta nell’essere umano che nient’altro dà. Questo è il motivo per cui così tanti artisti sono stati tendenti alla depressione perché l’arte spesso nasce da una situazione di tristezza.

La rabbia

Altro sentimento che toglie molte cose, toglie la razionalità e l’autocontrollo e che, di nuovo però, ne dona altre.

Innanzitutto la perdita di controllo non è necessariamente un male, al contrario può essere liberatoria, può addirittura essere necessaria a volte. Allo stesso tempo la rabbia può essere un motore, una spinta che ti fa lavorare meglio e di più sentendo di meno la fatica, e qualcosa che ti spinge con una forza travolgente che, indubbiamente se fuori controllo può essere dannosa, ma che non per questo è in assoluto sbagliata.

L’odio

Veniamo a quello che probabilmente sarà il più controverso. Viviamo nell’epoca dove più di tutto si pongono come capostipiti delle emozioni buone e cattive rispettivamente amore e odio.

Come accennato sopra: tutte le emozioni, se esistono, debbono avere un utilità e allora qual’è la sua? Molto semplice, è un collante sociale ad ampio spettro.

Così come l’amore è un collante sociale fortissimo, necessario all’essere umano per creare legami stretti, l’odio è un collante forse più debole, ma a raggio molto più ampio. Pensate ad esempio ad un conflitto o ad una situazione di vita o di morte, è molto più facile e nella storia si è rivelato molto più facile indurre le persone ad odiare il nemico, che ad amare un ideale.

Questo perché per sua natura l’amore non va molto lontano da noi. Possiamo provare pietà, rispetto o apprezzamento per qualcuno che non conosciamo ma difficilmente proveremo amore per qualcuno che non sentiamo vicino, l’odio al contrario lo possiamo provare.

Ciò ovviamente può venire fatto a favore di battaglie giuste come di sbagliate. I nazisti indussero odio verso gli ebrei per unire il popolo tedesco (questa direi che era una battaglia sbagliata), allo stesso tempo però gli alleati indussero odio verso i nazisti in modo che la popolazione accettasse la guerra con più facilità. Di nuovo il giusto o lo sbagliato non sta, ritengo, nell’emozione in sé, ma nelle sue applicazioni ed effetti.

Le emozioni positive

Così come le emozioni che sono generalmente poste nel grosso paniere cattivo non sono di per sé ne giuste né sbagliate, così quelle del paniere buono non lo sono.

Pensiamo di nuovo all’amore. Collante sociale molto forte abbiamo detto ma che, proprio per questo, può degenerare in iper-attaccamento e ossessione.

Allo stesso tempo la felicità può renderti immobile, non farti più agire, la pietà può renderti irrazionale e non cogliere magari un imbroglio et cetera et cetera.

In conclusione

Il punto è che nonostante ci si rapporti alle emozioni indicandole con i metri di bene e male, forse dovremmo semplicemente accettarle ed accettare il fatto che non è tutto bianco o nero. Bisognerebbe entrare nell’ottica che il positivo o dannoso spesso non sta nella cosa in sé, ma nell’intensità e nella capacità di gestire queste emozioni.

La tristezza in sé non è cattiva è, come tutto il resto, umana, però sì, in certe forme e proporzioni, come la depressione cronica, può essere devastante. Ma allo stesso tempo anche l’amore, ad esempio, che in molte forme è meraviglioso può anche degenerare in forme ossessive estremamente dannose per l’individuo o per la società.

Forse bisognerebbe tutti accettare che le persone provano quello che provano senza arrogarci di dare giudizi su quelle emozioni e lasciare invece il giudizio alle azioni, alla capacità di controllare anche le proprio emozioni e di sfruttarle sempre al meglio. Questo perché la differenza fra l’usare la rabbia come spinta o farsi travolgere da essa, la differenza di usare l’odio per protrarre un genocidio o per combattere contro i genocidi, la fa la persona, la fate voi. Ed è questa, è l’azione, che dovrebbe essere giudicata, perché non è l’emozione ad essere giusta o sbagliata, ma il modo in cui ci rapporta ad essa.

 

Se siete arrivati fin qui vi ringrazio per l’attenzione e, se vi è piaciuto, magari seguitemi qui o su Facebook, ci saranno nuovi articoli ogni giorno.

 

 

 

 

 

 

Sul concetto di perfezione

low angle photograph of the parthenon during daytime

Altro articolo a tema filosofico e su cui, quindi, mi aspetterei un po’ di discussione (che tanto non ci sarà perché sarete tipo in otto a leggere queste parole), articolo che per certi versi si rifà a quello di ieri sull’arte.

Il concetto di perfezione è un concetto straordinariamente ampio che, nelle sue varie accezioni, va a toccare diversi temi: dall’amore, a Dio, alla bellezza e via dicendo. Và da se quindi che come nel caso dell’arte, sia estremamente difficile anche solo definire cosa la perfezione sia.

In un certo senso, la definizione più intuitiva potrebbe essere: “ciò che non ha difetti”, ma la domanda che sorge a questo punto è… cosa non ne ha?

In senso oggettivo

Nulla… non da un punto di vista oggettivo per lo meno. Essendo il concetto stesso di pregio o di difetto soggettivo infatti, non troverete mai nulla che sia oggettivamente privo di difetti, mi dispiace. Se siete religiosi forse potrete sperare di trovarlo all’altro mondo ma, vi assicuro, su questa terra, la perfezione oggettiva non la troverete mai (anche se questo blog ci si avvicina perché no).

In senso soggettivo

Molto più interessante è invece questo tipo di discussione, ma per spiegarvi il mio punto di vista, sono obbligato a fare una piccola lezione di storia dell’arte.

Qualcuno di voi sa come erano fatti i templi greci? Ebbene i greci per le competenze architettoniche che possedevano erano potenzialmente in grado di creare un tempio geometricamente quasi perfetto ma… sceglievano di non farlo.

Le colonne d’angolo ad esempio erano un po’ più grandi delle altre e tutte le colonne erano leggermente rigonfie e inclinate verso l’interno. Lo stilobate (il piano su cui il colonnato poggia) era inoltre leggermente convesso.

Perché veniva fatto questo? Molto semplice, tutte queste pratiche sono definite “correzioni ottiche”, la loro utilità è bilanciare le illusioni ottiche a cui l’occhio umano, imperfetto per sua stessa natura (come tutto il resto d’altronde l’abbiamo detto prima) sarebbe stato sottoposto davanti a qualcosa di più vicino alla perfezione.

All’occhio umano infatti le colonne ad angolo sarebbero, illusoriamente, parse più sottili ade esempio e colonne perfettamente dritte sarebbero parse invece, all’imperfezione umana, pendere verso l’esterno e così lo stilobate sarebbe apparso concavo.

E qui se volete viene il grande paradosso che colpisce la perfezione in senso oggettivo: se davvero esistesse… noi potremmo apprezzarla? O ancora, come possiamo vedere qualcosa privo di difetti se i mezzi stessi con cui guardiamo sono difettevoli?

Le correzioni ottiche furono la risposta, nel soggettivo, a queste domande.

Costruiti attorno all’occhio umano

Questa fu la cosa straordinaria e geniale. Compreso che l’occhio umano era imperfetto e, trovandosi nell’impossibilità di cambiarlo, i greci smisero di fare templi cercando di avvicinarli alla perfezione oggettiva (che sarebbe comunque stata irraggiungibile) e iniziarono a mirare a qualcos’altro, alla perfezione soggettiva, ovvero a renderli, apparentemente privi di difetti e lo fecero proprio aggiungendo dei difetti.

Il risultato fu straordinario. Delle illusioni geometriche che bilanciavano delle illusioni ottiche, dei difetti architettonici che bilanciavano dei difetti biologici e, tutti questi difetti fusi assieme, crearono la perfezione.

Questa tipo di perfezione era diversa da quella oggettiva, da quella teorica degli dei. Era una cosa nuova, era qualcosa che esisteva solo nell’istante in cui l’occhio e il tempio coesistevano e in cui il secondo osservava il primo. Senza un occhio umano a guardarlo infatti, il tempio greco sarebbe rimasto un ammasso di pietra e colonne storte, senza quel tempio, senza quella bellezza, l’occhio sarebbe rimasto una, seppure meravigliosa, macchina biologica racchiusa ed incatenata da una limitatezza fisiologica.

Concettualmente, questo è il concetto di perfezione in cui quindi posso credere e che penso esista. Quella soggettiva che nasce da un certo tipo d’illusione, quella istantanea che si crea nell’atto in cui due imperfezioni combaciano in modo da bilanciarsi e completarsi vicendevolmente (e questa, probabilmente, è anche la cosa più Tumblr che io abbia mai scritto), la perfezione non è quindi una cosa, ma un atto vivo che può esistere solo nell’istante del contatto un osservatore ed un oggetto o, perché no, fra un osservatore ed un altro.

Questa è quindi la mia definizione di perfezione, dell’unico tipo che credo possa esistere: “è il contatto di due corpi i quali, difettosi separatamente, danno nell’insieme l’illusione di essere costruiti l’uno per completare l’altro”.

Wow, ho battuto il mio record di cose Tumblr nello stesso articolo, vai così.

 

Comunque spero che l’articolo vi sia piaciuto e se vi va seguitemi direttamente qui su WordPress o sulla pagina Facebook che trovate sotto.

Fate i bravi… ciao.

 

 

 

 

 

Cos’è l’arte?

vangogh-starry_night_ballance1È sempre difficile dare una definizione o un significato alle cose, generalmente, è molto più difficile che viverle. Ogni definizione che si dà di qualsiasi argomento, ogni verbalizzazione, è di per sé incompleta, di per sé appartenente ad una staticità che mal si adatta alla molteplicità delle forme che coesistono in un universo in costante cambiamento, in una società che muta.

Eppure definire le cose è spesso necessario, anche solo ai fini d’instaurare un dialogo, se io parlo dell’arte, ad esempio, intendo una cosa, tu puoi capire il discorso attorno ad essa solo se prima capisci cosa intendo per quella (non necessariamente condividendolo certo, sono pur sempre opinioni).

Questo è proprio il compito della filosofia d’altronde, dare definizioni alle cose.

L’arte

C’è chi, ad esempio, la definisce solo attraverso l’opinione di chi, per qualche ragione, è considerato un esperto. Un critico, un magnate, magari uno stesso artista divenuto famoso.

C’è chi la vede in ogni cosa. Tutto… ogni cosa, persona, animale, la natura stessa è arte e l’arte è insita nell’essenza di ciò che ci circonda.

C’è chi, edonisticamente, l’associa al puro piacere personale. Arte è ciò che mi smuove, che mi suscita emozione, che mi fa riflettere, che mi dia quel qualcosa che cerco e che mi manca.

C’è che l’associa al successo. Arte è ciò che ce la fa, in un mondo difficile, fra un’infinità di opere ad emergere, a raggiungere picchi, ad essere ricordata attraverso il tempo e le genti.

Un opinione personale

Dato che in questo blog voglio fare filosofia più che citare quella di altri, vorrei dare la mia opinione e commentare quelle sopra, ovviamente, con tutto il rispetto per chi la pensi diversamente, quello non deve mai mancare.

Relegare l’arte all’opinione di un esperto credo che snaturi un po’ quella che debba essere un esperienza personale. Indubbiamente un esperto può darci informazioni di natura tecnica, storica, può parlarci delle influenze e delle correnti, ma non può dirci come ci sentiamo noi e, può darsi, che ciò che a lui generi un emozione a noi non la dia.

Al contempo non credo sia in tutto. Credo che potenzialmente possa esserlo, magari un certo occhio vede l’arte laddove un altro non la vede, ma non credo che esista anche solo una persona, anche un solo occhio che da solo veda l’arte in ogni cosa; io la vedo ad esempio nel vento o nel temporale, ma non riesco a vederla ad esempio in isola di spazzatura nel pacifico.

Il lato edonistico in parte lo condivido, ma non del tutto, non credo sia una buona definizione. Molte cose mi piacciono e mi danno piacere… mangiare un panino con la nutella me lo da, ma non credo che quel panino sia arte (sì, lo so, opinione impopolare).

Nemmeno il successo credo valga per definire qualcosa di così complesso, o meglio, se devo essere sincero credo che almeno il sopravvivere al tempo sia un buon indicatore, la capacità di superare le mode che passano nascendo e morendo non è da tutto, ma allo stesso tempo credo che esistano opere sconosciute di autori sconosciuti che non conosceremo mai, ma che di certo sono straordinarie e, forse, solo sfortunate.

Se dovessi dare la mia, personale, definizione di arte, quindi la definirei così: arte è tutto ciò che quando l’osservi ti faccia dire: “ecco, ciò non potrà mai essere fatto meglio, ma solo diversamente”.

Ciò implica ovviamente che sia estremamente personale, ciò che io credo sia sostanzialmente all’apice può non esserlo per te, il concetto di meglio o peggio dopotutto è personale. Al contempo però resta una componente d’oggettività nell’idea che ci sta dietro, ovvero che l’arte per essere tale dev’essere per sua natura inimitabile ed esistente nella miglior forma possibile.

Guardando un quadro di Van Gogh ad esempio, nel mentre lo guardo penso: “ecco, nessuno farà mai di meglio”. Questo ovviamente non vuol dire che non possano esserci altri quadri che siano essi stessi arte, ma vuol dire che quei quadri non sono quel pezzo e che se quel pezzo dovesse essere imitato, quell’imitazione non sarebbe arte ma, solo e per l’appunto, una brutta copia. Allo stesso tempo vuol dire che ci siano quadri e più in generale opere che magari guardo e non mi comunicano quel senso di perfezione che mi comunica quel van Gogh, quel senso che in quel caso mi fa dire: “non riesco nemmeno ad immaginare come qualcuno avrebbe potuto farlo meglio di come lo ha fatto lui.”

Credo che questa definizione spieghi bene anche quello che sembra essere il moto costante della spinta artistica, quello alla novità. Bisogna conoscere, apprezzare, imparare dai maestri del passato ma, poi bisogna abbandonarli, bisogna sfuggirgli, fare qualcosa di diverso.

Ma questa è ovviamente solo un opinione, la mia personale definizione, voi dovete trovare la vostra