Riguardo la “vita” e la “morte”; la chimera.

La chimera, capitolo primo, riguardo la vita e la morte.

Sarà fondamentale, per capire quanto seguirà, definire nel modo più preciso possibile questi concetti, ovvero quello di vita e di morte.

Nonostante possa sembrare che il concetto di “essere vivente” derivi da quello di vita, in realtà è il contrario in quanto la prima cosa di cui si ha percezione e che s’identifica è l’essere vivente e la vita non è altro che la caratteristica che si osserva accumunare questi esseri e farli differire dal mondo non vivente, mentre morte è la caratteristica di quegli esseri nel momento in cui perdono suddetta differenza. Prima di definire la vita dobbiamo quindi definire l’essere vivente.

Definiamo un essere vivente come un’entità derivante dall’espressione di un’informazione mirata a perpetuare sé stessa.

A tal proposito faccio notare che la parola informazione è utilizzata al posto di programma genetico in quanto il programma genetico è solo un linguaggio di scrittura dell’informazione stessa, ma non è difficile immaginare, e nei prossimi anni questo sarà uno dei più interessanti temi di dibattito della bioetica, degli esseri viventi programmati con un diverso tipo di linguaggio, questa differenziazione che può sembrare sottile ci tornerà utile in seguito.

Osserviamo inoltre il principio di perpetuazione dell’informazione. Il presupposto stesso della vita e dell’evoluzione sta infatti nel tentativo dell’informazione di propagarsi, trovando attraverso le mutazioni nuove vie più efficienti per farlo. È proprio la presenza di una finalità infatti che distingue la vita dall’inanimato e che configura tutti i comportamenti tipici dei viventi, dall’autoconservazione alla riproduzione che null’altro sono se non il tentativo di perpetuare l’informazione nel tempo o di moltiplicarla.

Cerchiamo a questo punto di definire cosa siano rispettivamente “vita” e “morte”.

In un essere vivente pluricellulare come gli esseri umani possiamo notare due livelli di espressione dell’informazione, una nel corpo dove è direttamente espressa l’informazione genica ( in maniera più o a meno plastica e in risposta all’ambiente), e una nella mente che altro non è che un’informazione processata all’interno dell’organo che chiamiamo cervello.

È interessante notare come, di fatto, da nessun punto di vista, né nel corpo né nella mente, alcun essere vivente sia, in un istante, uguale all’essere vivente che era o che sarà.

In ogni istante infatti, nel corpo, milioni di cellule degenerano e vengono rigenerate, inoltre all’interno di queste cellule e in ogni istante, migliaia di molecole sono distrutte e ricreate e, all’interno di queste molecole, in ogni istante miliardi di atomi si separano, cambiano di conformazione e si riuniscono. Allo stesso tempo nella mente, che nulla è se non la somma delle esperienze che abbiamo vissuto e la loro interpretazione, in ogni istante nuove esperienze sono aggiunte, altre sono dimenticate e altre ancora reinterpretate. Da ciò deriva la conclusione che, nessuno di noi e da nessun punto di vista, sia la stessa entità che era stata fino ad un istante precedente e che nessuno di noi e da nessun punto di vista è la stessa entità che sarà fra un istante futuro.

Ciò implica che la vita non sia, come generalmente inteso, uno stato (ovvero qualcosa di continuativo nel tempo) ma bensì un atto (ovvero di qualcosa esistente nell’istante), al contrario la morte non sia un atto, ma bensì uno stato, in quanto tutto ciò che è passato è, di fatto, morto.

Il concetto di morte come qualcosa di davanti a noi, nel futuro e non nel passato, deriva da una visione parziale del concetto di perpetuazione dell’informazione mentale. Se infatti i nostri geni possono continuare a vivere nella discendenza, nel momento in cui avviene quella che in ambito medico è chiamata “morte cerebrale” l’informazione contenuta nella nostra mente smette di esistere; ciò però è, come già spiegato, un’illusione, in quanto in ogni singolo istante l’informazione nella nostra mente smette di esistere per poi rigenerarsi nell’istante successivo.

L’unica differenza in quel caso è quindi soltanto la mancanza di rigenerazione ma, come diceva già con altre parole Epicuro, nel momento in cui mancasse in toto la rigenerazione e quindi giungessimo in quello stato di morte cerebrale, non potremmo comunque accorgercene in quanto l’atto stesso dell’accorgersi sarebbe un atto cerebrale.

Ciò potrebbe essere in contrasto con il significato che nella lingua comune viene dato a “morte”. Ad esempio un cadavere viene generalmente considerato morto, anche nell’istante presente, ma io dico che un cadavere dovrebbe piuttosto essere definito “non vivo” proprio come definiremmo, ad esempio, un sasso o il terriccio su cui camminiamo. Ciò perché di fatto, nulla a parte una forma che va disfacendosi differenzia un cadavere da un sasso o dal terriccio (tra l’altro, tutto il terriccio è costituito da resti e residui di viventi) e, lasciato passare abbastanza tempo, il cadavere non sarà nemmeno riconoscibile nella forma.

Definiamo quindi la vita come l’atto di rigenerazione dell’informazione (ovvero di perpetuazione di essa attraverso il tempo) e la morte come tutto il passato di un essere vivente, ovvero della perdita dell’informazione dovuto al moto di questa nel tempo.


La Chimera è un saggio che sto scrivendo a puntate, puoi trovare qui tutti gli altri capitoli fin ora pubblicati