Il mio libro: Dio della Polvere

Buongiorno a tutti, l’articolo di oggi sarà un po’ diverso dato che tratterà di un autore e di un libro di cui difficilmente qualcuno di voi avrà sentito parlare, ovvero me.

Il libro che ho scritto, e di cui troverete il link più in basso sia per la versione cartacea sia per l’e-book si chiama “Dio della Polvere” e si tratta, dopo alcuni racconti brevi, del primo romanzo in assoluto che ho tentato di scrivere.

Ad essere sinceri il libro è pronto da un po’ e da un po’ è disponibile negli store di Amazon, piattaforma sul quale l’ho pubblicato, ma sinceramente avevo un po’ di paura a renderlo davvero pubblico, ad esporre così un pezzo di me stesso perché, diciamocelo, che sia bella o brutta tutta l’arte racconta qualcosa del suo autore ed è in una qualche misura come aprire a qualcuno una finestrella sulla propria anima.

Allo stesso tempo essendo un libro scritto da me non posso essere davvero oggettivo nel giudicarlo, potrebbe essere bello o brutto, se lo riscrivessi adesso dopo un paio di anni forse sarebbe diverso ma personalmente mi ritengo fiero del mio lavoro e soddisfatto del risultato finale.

Il romanzo è un distopico, un po’ noir, che narra le vicende di Zero, un uomo rinchiuso in un mondo in cui l’essere umano si è evoluto, è progredito ad uno stato tale da sembrare una divinità, lasciando però delle persone indietro, i disgiunti, uomini e donne che si ritrovano rispetto al cospetto del nuovo essere umano rappresentato dal Collettivo come insetti impotenti e schiacciati, continuamente vessati per rinunciare alla propria libertà in cambio del dono della sostanziale onnipotenza promesso dai nuovi dei del mondo.

Dato che non voglio che quest’articolo sia troppo una marchetta (e dato che, come ho detto, non sono bravo a giudicare il mio stesso lavoro) non vi descriverò i motivi per cui dovreste comprare il mio libro ma vi lascio qui sotto il primo capitolo come estratto, giudicate pure voi. In caso quel che leggete vi dovesse piacere qui sotto potrete trovare il link Amazon per acquistare la vostra copia e vi ringrazio tutti in anticipo per l’attenzione e per il supporto, sia di chi magari arriva qui per la prima volta, sia di chi legge e commenta spesso questo mio piccolo blog. Grazie a tutti e non vi preoccupate, continueranno ad arrivare altri articoli in futuro

Dio della Polvere

Nota: questa è la versione cartacea; nello store di Kindle è disponibile anche la versione e-book che può anche essere scaricata gratuitamente per i possessori di Kindle unlimited.




Capitolo 1

Il vento urlava forte quella mattina mentre le prime luci dell’alba gettavano i loro raggi sulla città grigia. 

Come ci era arrivato là sopra? Zero non ricordava nemmeno di essersi alzato quel giorno, forse aveva camminato nel sonno o forse si era semplicemente mosso senza proprio rendersene conto. Gli faceva un po’ male il braccio sinistro che gli formicolava, ma per il resto stava bene.

Guardò verso il basso, l’edificio in cui si trovava, e in cui abitava, era un vecchio caseggiato che doveva avere almeno un secolo e mezzo, era uno di quei palazzi dell’età post-industriale senza infamia e senza lode: aveva, o almeno aveva avuto, le comodità minime degli standard del tempo e nulla più: uguale a cento altri palazzi di quelle zone di periferia che nell’insieme davano a tutto il paesaggio una sensazione imperante di deja-vu che faceva sembrare tutto il mondo una pallida fotocopia di sé stesso e un’ancora più misera parodia di ciò che avrebbe potuto essere.

“E avrebbe potuto esserlo se non fosse stato per quei mostri che ce lo hanno strappato.”

Una folata di vento più violenta delle altre minacciò quasi di farlo cadere di sotto. Zero si strinse più forte al parapetto guardando nel vuoto davanti a sé dove la luce cominciava ad illuminare le strade, abbastanza intensamente da permettergli di vedere chiaramente le vie completamente vuote, che, se non fosse stato per qualche sporadico cubo della punizione sparso qua e là, sarebbero sembrate quasi normali. 

Il vento autunnale continuava a soffiare dandogli quella sensazione d’aria fresca e pura sulla pelle che gli piaceva nonostante il freddo. Doveva essere più o a meno ottobre a giudicare dalla luce e dalla temperatura, o per lo meno, doveva essere il periodo che nel tempo prima del Collettivo era stato chiamato ottobre e che oramai era stato cancellato assieme ai calendari. Alla natura però quello non importava e continuava a mandargli quella sensazione di aria fra i capelli assieme all’urlo del vento fra i palazzi, Zero adorava quel periodo, gli dava l’impressione che esistesse ancora qualcosa di selvaggio in quel mondo, di incontaminato. 

“Quindi c’è ancora qualcosa che sfugge al loro controllo, qualcosa che combatte con le unghie e con i denti, qualcosa che sopravvive senza piegarsi”pensò, senza però crederci davvero.

Il suo orologio da polso iniziò a suonare. “Sono già le sette?” Si alzò gettando un’ultima occhiata all’alba e si diresse verso la porta che permetteva l’accesso al terrazzo su cui si trovava. 

L’interno del caseggiato era volutamente deprimente: chiuso in una decadenza che un tempo sarebbe stata quasi imbarazzante. 

Originariamente quel palazzo avrebbe dovuto ospitare almeno una decina di famiglie, ma ora era deserto a parte lui, per lo meno per quanto ne sapesse. Non che, in realtà, come cosa fosse un male dato che non ci poteva più fidare che le poche persone che di tanto in tanto si potevano incontrare nelle strade, al lavoro, o da ogni altra parte fossero davvero persone. Zero scese le scale sporche e piene di polvere fino a raggiungere il suo appartamento al secondo piano. Entrò chiudendosi la porta alle spalle.

L’interno era abbastanza sudicio e disordinato, non diversamente da tutto il resto della città e del mondo dopotutto. 

Andò nella stanza da letto e raccolse alcuni dei vestiti che aveva abbandonato sulla sedia della sua scrivania un paio di giorni prima, l’ultima volta che era uscito per andare al lavoro, e si cambiò lasciando la vecchia tuta logora che utilizzava come pigiama buttata sul letto.

Dovette rimuovere alcune fogli dal tavolo per prendere i buoni che gli servivano, parzialmente nascosti da cartacce e da una scatoletta di frutta liofilizzata vuota che aveva abbandonato lì la sera precedente.

Quella lattina faceva parte oramai delle sue ultime razioni di viveri, considerando che erano ormai almeno due settimane che non passava agli uffici per prenderne altre. Diede un’occhiata a quella che erano le sue scorte: aveva ormai accumulato una buona dozzina di buoni e avrebbe fatto meglio a muoversi se voleva raggiungere gli uffici della carità prima che si formasse la solita fila che avrebbe limitato i viveri costringendoli al razionamento e costringendo lui a tornare in un’altra occasione.

Li piegò e se li ficcò in tasca, prendendo poi i tubetti rosa di Felix che aveva dimenticato sul tavolo e andando a infilarli nel suo piccolo nascondiglio: un buco nella parete coperto da un piccolo quadro di un vaso con dei fiori che Zero aveva trovato già lì quando era stato deportato nella città circa sei anni prima. 

Controllò la sua piccola riserva nascosta: dal suo ultimo scambio aveva accumulato ormai circa trenta dosi della droga, corrispondenti più o a meno a trecento millilitri. Si appuntò mentalmente che avrebbe fatto meglio a scambiarla con qualcosa che fosse legale prima di rischiare il sequestro all’ispezione seguente.

Si diede una rapida sistemata in bagno pulendosi il viso e sistemandosi i capelli, più per una questione legata ad una vecchia abitudine piuttosto che gli importasse davvero del suo aspetto. 

Zero si asciugò guardandosi nello specchio: non aveva sempre avuto quell’aspetto. “Non riesco più neanche a riconoscere il mio stesso volto”, pensò. 

Come molti altri durante il primo anno dell’Epurazione si era fatto rifare i connotati e aveva distrutto i suoi vecchi documenti in modo da non essere riconoscibile. L’uomo che aveva davanti ora non era né brutto né particolarmente bello, i lunghi capelli neri erano i suoi unici tratti somatici originali, mentre gli occhi azzurri, il naso e la mascella erano stati modificati chirurgicamente per rendersi irriconoscibile. 

Uscì dal bagno e si mise la giacca preparandosi per uscire e assicurandosi accuratamente che tutte le luci fossero spente: l’elettricità, come ogni altro bene, era razionato fino all’osso per chi ancora non faceva parte del Collettivo e poteva accadere che se si dimenticava una luce accesa per mezza giornata poi essa sarebbe stata tagliata per un paio di giorni, cosa che avrebbe poi portato parte del cibo nel frigorifero a deteriorarsi costringendolo così a turni supplementari di lavoro. 

Uscito dall’appartamento scese fino al pianerottolo deserto al pian terreno e guardò l’orologio: 07.58. Doveva aspettare ancora due minuti prima di uscire in modo che scadesse il coprifuoco. 

Da quattro anni a quella parte il Collettivo vietava ai disgiunti di uscire per le strade fra le ore ventuno e le otto.  

Mentre camminava per le vie della città Zero notò altre persone uscire dai caseggiati, mosse come uno sciame d’api che esce dall’alveare. Ai lati della strada, fermi come statue, gli assorbiti fissavano la folla che via via riempiva la via principale, li trapassavano con lo sguardo come un lupo che aspetta la sua preda. 

Era solo quello che molti di quei mostri facevano: fissavano. Gli assorbiti restavano in piedi, senza compiere nessun movimento a parte il semplice girare la testa per seguire qualcuno con gli occhi, il loro era un sguardo fisso e penetrante, inquietante nonchè imbarazzante allo stesso tempo; uno sguardo che trasmetteva un senso di altezzosa superiorità e commiserazione. C’è ne erano almeno tre di loro fermi ai lati della strada per ognuno che camminava, e, considerando che anche fra questi ultimi si poteva legittimamente supporre che almeno la metà, se non di più, fossero assorbiti in incognito, rendeva la loro presenza ancora più schiacciante. Dopo tanti anni ancora non si era abituato a quella sensazione.

“Non possono farmi niente”,si ripeté, “assolutamente niente.”

A volte, inoltre, gli assorbiti si mettevano a seguirti, a volte per qualche minuto o altre per giornate intere fino a casa, sempre e solo fissandoti, senza provare a parlare o ad interagire in qualche modo e delle volte potevano continuare così per giorni, aspettandoti in piedi davanti a casa di notte da soli o in gruppo, senza mai fare una pausa per nessuna ragione o mostrare segno di disagio o stanchezza.

C’era qualcosa di profondamente disumano ed inquietante nella sensazione costante di avere occhi piantati su di sé, qualcosa che risaliva ai tempi delle prede e dei predatori. Zero passava e loro lo fissavano: immobili come ragni che aspettano una mosca, non spostavano il peso da una gamba all’altra, non ondeggiavano leggermente le braccia o davano segno di respirare, non battevano nemmeno le palpebre, semplicemente giravano il collo e la testa al tuo passaggio per seguirti con lo sguardo.

“Non devo fare questi pensieri.”

Zero cercò di calmarsi concentrandosi sul respiro. “Inspira, espira. Non è saggio fare pensieri negativi quando si era fuori casa.”

Era risaputo e ampiamente osservato che membri del Collettivo avessero una strana capacità di percepire le emozioni e in particolare fossero attratti dal dolore, che fosse esso fisico o psicologico, e più ne sentivano più loro si concentravano sulla persona da cui esso aveva origine creando uno strano circolo vizioso: più loro ti fissavano più aumentava il disagio e più aumentava il disagio più loro ti fissavano, perforandoti con lo sguardo.

Alcuni dicevano che gli assorbiti potessero leggere il pensiero e che fosse così che riuscissero sempre a concentrarsi sulle persone più vulnerabili, lui però non ci credeva, o perlomeno non credeva che lo leggessero nella vecchia accezione della letteratura. 

Credeva piuttosto che essi potessero sentire l’insieme di segnali chimici che creavano le emozioni nel cervello capendo così se eri triste, felice o depresso, anche se, doveva ammetterlo, poteva essere che fosse tutta una sua speculazione.

Finalmente Zero raggiunse l’area degli uffici della carità: un grande spiazzo libero che probabilmente era stato creato dalla deflagrazione di una bomba durante la Guerra Atomica, grande circa cinquecento metri di diametro. I tre uffici si trovano rispettivamente nelle parti nord, nord-est e nord-ovest dello spiazzo e nonostante Zero abitasse relativamente lì vicino e fosse uscito di casa subito, c’era una lunga fila di almeno trenta persone davanti alla porta dell’ufficio centrale, l’unico aperto in quel momento; di lì a pochi minuti la coda sarebbe raddoppiata.

Zero si mise nella coda guardando in basso e cercando di evitare lo sguardo degli assorbiti che formavano due seconde file rispettivamente a destra e a sinistra di quella in cui si trovava… era sempre meglio fare finta di niente con loro, reagire in qualsiasi modo era inutile se non controproducente. Fece un passo avanti quando il tizio davanti a lui lo fece, tenendo la testa bassa.

«Ciao Zero.»

Di riflesso, sentendosi chiamare, alzò gli occhi fino ad incontrare quelli di Christine che aveva parlato. 

Zero conosceva, o meglio aveva conosciuto la donna fino ad un mese prima quando era sparita e fino ad allora aveva sperato fosse stata semplicemente deportata, o che al limite, avesse rinunciato ai privilegi di lavoratrice per trasferirsi nel ghetto, purtroppo non era stata così fortunata.

“Lei non è più davvero lei, lei se n’è andata.”

La donna non aveva nulla di diverso nell’aspetto rispetto ad un mese prima: una signora di mezza età bassa e un po’ tarchiata con dei capelli grigi che avevano invaso la chioma un tempo nera. L’unica vera differenza stava nell’espressione.

Ora aveva quel tipico sguardo che avevano gli assorbiti che loro chiamavano “scout”, ovvero quelli che andavano attivamente fra le persone cercando di convincerle ad entrare nel Collettivo, passando principalmente da tutte le persone che avevano conosciuto. Era un misto di estasi e pace zen con una punta di superiorità e condiscendenza, una facciata studiata alla perfezione in modo da far cadere i più deboli psicologicamente. Lei però non era davvero Christine, la sua vecchia collega era morta e ne restava solo il corpo oramai.

«Non ricambi il saluto Zero? È educazione ricambiare il saluto, siamo amici ricordi?»

Ignorarla non avrebbe funzionato bene come con gli osservatori, in genere la tecnica migliore con gli scout era accettare i loro tentativi d’interazione in modo passivo aspettando che passassero a qualcun altro. «Noi non siamo amici.»

La donna fece un’espressione di shock talmente melodrammatica da essere quasi comica. «Ma come no!? Abbiamo lavorato assieme per un intero anno! Io sono ancora la stessa Zero, ho solo trovato la Verità, io ti amo. Noi tutti ti amiamo, se solo tu accettassi di vedere la luce!»

Noi…Non si era mai abituato a quella tendenza degli assorbiti di parlare al plurale, lo faceva rabbrividire, come se la mente-alveare del Collettivo fosse in grado di annullare tutto ciò che di personale c’era nelle persone.

Tutt’ora, dopo quasi sei anni, né Zero né nessun altro era stato in grado di definire quella forma di controllo. Era schiavismo? Lavaggio del cervello? 

Loro dicevano di essere felici era vero, ma quelle non erano più davvero le loro parole, qualcos’altro le controllava… questa era l’unica cosa di cui tutti erano certi. 

Christine, ciò che era stata, ammesso che ancora esistesse, era ormai sepolta sotto quella solida facciata, sotto quella tecnologia parassitaria che controllava i suoi gesti e le sue parole come burattini, e così erano tutti gli altri.

Abbassò lo sguardo e fece un passo avanti. «Si Christine, come dici tu.»

La donna gli lanciò uno sguardo pieno di commiserazione e pietà, del genere che si può lanciare a qualcuno troppo stupido o folle per comprendere l’immenso dono che lui stava rifiutando. Gli mise una mano sulla spalla. «Sento il tuo dolore amico mio, un giorno sarai con noi e troverai la vera felicità.»

Improvvisamente tutti gli osservatori si voltarono nella loro direzione, parlando con una tale perfetta sincronia da far sembrare le loro un’unica voce. «L’Unione è vita, l’Unione è pace, l’Unione è amore.» 

Gli osservatori si voltarono poi di nuovo a fissare gli umani che avevano davanti e Christine lo lasciò per proseguire con il suo giro. «Noi ti amiamo Zero», disse con un sorriso. «Ricordalo.» 

Fece alcuni passi avanti recuperando la strada che aveva perso. “Sto attirando l’attenzione, non è un bene.”

Si sentiva su di sé lo sguardo di molti osservatori, aveva bisogno di rilassarsi e pensare ad altro. “Non possono farmi niente”, pensò. “Non possono farmi niente che io non voglia, non possono farlo a nessuno.”

Mancavano ancora poco più di venti persone prima che fosse il suo turno quando la campana dell’ufficio della carità suono un lungo squillo che indicava che le scorte erano momentaneamente finite. Un tizio, l’ultimo ad essere entrato, uscì dall’edificio con una borsa piena di viveri e una grossa saracinesca scese a chiuderne l’entrata appena questi fu fuori. 

Quello era il momento in cui bisognava essere pronti per cogliere l’occasione, Zero si preparò allo scatto.

Una seconda campana annunciò l’apertura dell’ufficio di nord-ovest e tutti scattarono all’unisono verso l’entrata. Zero aveva ventinove anni e non era in eccezionale forma atletica, ma riuscì comunque a guadagnarsi una buona posizione: dodicesimo in fila. Gli assorbiti si spostarono velocemente per seguirli e sedare le zuffe che si stavano formando per un posto, non fu difficile per loro considerando che ognuno sembrava avere la forza di dieci uomini. 

L’ufficio aprì la saracinesca, facendo entrare il primo, un ragazzo di poco più di vent’anni che doveva aver aspettato pazientemente quel momento in modo da correre ad essere il primo ad arrivare.

Non c’era un vero schema in effetti con cui i tre uffici della carità si alternavano. A volte lavorava solo lo stesso edificio per dieci giorni di seguito, a volte si alternavano cinque volte in un solo pomeriggio, quello era solo uno dei molti modi che il Collettivo usava per alimentare la sensazione di essere schiacciati da una forza molto più grande di sé. 

“Nulla di ciò che fanno è casuale. Ogni cosa è stata attentamente studiata da un punto di vista psicologico fin nei minimi dettagli.”

Non aveva dubbi che il nome stesso degli uffici fosse stato accuratamente scelto e studiato a quello scopo. Zero aveva lavorato duramente per i buoni che gli sarebbero serviti per le provviste, definire quello scambio carità era sminuire il suo lavoro e il tempo che aveva impiegato per farlo. 

Lui sapeva, come tutti, che il Collettivo non poteva arrecargli assolutamente alcun tipo di danno fisico. La Polvere, la tecnologia che aveva reso possibile la loro mente-alveare gli impediva anche di danneggiare un qualsiasi essere umano, da ciò che aveva capito era una specie di vincolo di programmazione, non potevano ferirti in modo più o meno diretto.

Ad ogni modo questo nel tempo aveva portato il Collettivo a sviluppare una serie di sottili mezzi psicologici per fare in modo di assorbire o togliere di mezzo sempre più persone, e, per quanto essi si declinassero in una moltitudine di modi, questi potevano essere riassunti in una semplice procedura: dare una speranza e poi toglierla.

Era una strategia semplice, nemmeno troppo nascosta in realtà, e anzi, spesso e volentieri del tutto manifesta. Col tempo si imparava la semplice realtà che tutto, ogni singola cosa che nella propria vita che avrebbe potuto essere bella o piacevole era una bugia che sarebbe stata strappata via a tempo debito, ovvero nell’istante esatto in cui avresti sentito di non poter vivere più senza. Quello era infatti il momento in cui, togliendotela, tu cedevi e loro ti prendevano, o in alternativa in cui la facevi finita buttandoti da un tetto o ingurgitando una dose di veleno. In ogni caso loro vincevano.

Zero procedette nella fila, era quasi il suo turno. “Questa è l’unica forma di ribellione che può ancora esistere, andare avanti, sopportare. In un mondo dove ai leoni erano strappati i denti e gli artigli, portati via dai loro affetti e schiacciati, giorno dopo giorno, ora dopo ora, il sopportare diventa un atto di coraggio.”

Col tempo si sviluppava l’abilità di essere resilienti, di non affezionarsi a niente e soprattutto di non amare niente, mai, lasciando che la vita scorresse via come sabbia fra le mani, ogni affetto, ogni piccola dipendenza che fosse fisica o emotiva, ti avrebbe prima o poi fatto a pezzi e distrutto lentamente, nel modo più doloroso possibile.

Alzò gli occhi per guardare le altre persone in fila. Una buona metà di loro probabilmente non erano nemmeno persone, erano assorbiti in incognito, di quelli che di nascosto e, imitando alla perfezione il comportamento umano, diventavano il tuo migliore amico, il tuo confidente, la tua amante e piano piano ti convincevano a lasciarti andare e a unirti o, se fallivano minacciavano di abbandonarti e isolarti in un doloroso distacco che spesso portava la vittima al suicidio.

Ciò che restava di questa lotta era quindi la totale assenza di fiducia, quella fobia che avevano sviluppato tutti gli ultimi veri umani rimasti e che li portava a chiudersi in un buco abbastanza profondo e dimenticare e dove fare finta di niente e nascondersi dal mondo esterno dando te stesso all’oblio in modo da non cedere alla pressione e al disagio che derivava dal non potersi fidare assolutamente di nessuno. 

Per quanto ne poteva sapere in effetti, era perfettamente possibile che lui fosse l’unico vero umano presente sulla Terra.

Era il suo turno, Zero entrò nell’edificio cercando di dimenticare gli occhi piantati nella schiena. 

L’interno dell’ufficio della carità era caldo e tranquillo con una musica da camera a basso volume e un delicato profumo di cioccolato che veniva da chissà dove, un insieme di particolari che creava una differenza strana e profonda con l’ambiente esterno, una piccola oasi di calma e pace col marchio del Collettivo, studiata per farti sentire a tuo agio. 

Non era molto grande in realtà, una piccola stanza di dieci metri quadrati con un solo scout seduto davanti ad una grande scrivania in legno, dietro al quale c’era una porta che dava al magazzino.

L’assorbito alla scrivania, un uomo di circa sessant’anni con i capelli bianchi e l’aria rilassata che non aveva mai visto, gli sorrise non appena lo vide arrivare. «Benvenuto Zero, siediti pure» disse indicando la sedia vuota davanti alla scrivania.

Zero ormai si era abituato al fatto che persone che apparentemente non avesse mai incontrato lo conoscessero in modo praticamente perfetto; quell’uomo condivideva la stessa mente e gli stessi ricordi di Christine e della moltitudine che lo fissava ogni minuto in cui era fuori casa, si sedette tirando fuori i buoni dalla tasca e allungandoli sul grande tavolo di mogano scuro.

L’uomo gli sorrise di nuovo. «Ah, dritto al punto vedo. Bravo, così si fa Zero, è per questo che sei uno dei nostri preferiti. Noi ti amiamo molto Zero, lo sai questo?»

Annuì cercando di tenere gli occhi bassi e gli passò i buoni facendoli scivolare sul tavolo.

«Ah ecco qui. Ben dodici! Complimenti Zero hai lavorato molto di recente. Sai, è appena arrivata la notizia che non dovremmo dare più di sette razioni per volta a causa dell’esaurimento delle scorte, ma al diavolo, per te faremo volentieri un’eccezione Zero. Tu sei davvero speciale, per questo ti amiamo, lo capisci questo, vero?»

Improvvisamente la porta del magazzino si aprì lasciando uscire un tizio con una grossa sacca nera che doveva contenere le sue provviste, l’appoggiò sul pavimento davanti a lui, sorridendogli. «Ecco a te Zero» disse continuando il discorso dell’anziano come se fosse stato lui a parlare fino a quel momento. «Spero che te le godrai mentre pensi ai benefici dell’Unione, perché ci stai pensando, vero?»

L’anziano riprese a parlare. «Offriamo molto con essa Zero: la pace, l’immortalità…»

«E non chiediamo nulla in cambio se non la tua eterna felicità» concluse il magazziniere con un’inquietante sorriso a trentadue denti.

“Niente pensieri tristi, niente emozioni, niente dolore che loro possano sentire e usare.”

Zero si alzò e prese la sacca sollevandola con una smorfia, era pesantissima. «Si» disse cercando di non fissarli negli occhi. «Ci sto pensando.»

 Uscì dall’edificio barcollando un po’ sotto il peso della borsa e la saracinesca si chiuse immediatamente alle sue spalle segnalando così la chiusura dell’ufficio. Alcune persone lasciarono scivolare su di lui sguardi carichi d’odio, ma solo per un istante. Tutti si stavano preparando per lo scatto.

Questa volta toccò all’ufficio a nord-est ad essere aperto e le persone si mossero rapidamente per mettersi in fila e guadagnarsi una buona posizione. Questa volta ci furono più baruffe rispetto a poco prima e gli assorbiti intervennero per mantenere l’ordine. 

“Non possono ferirci” ricordò a sé stesso. “Questo non vuol dire che non possano farci niente”.

«Non è giusto, ero primo!»

Zero si voltò verso il fondo della fila, dove un tizio sulla quarantina stava spintonando la donna davanti a lui litigando per il posto. In pochi istanti gli assorbiti gli furono attorno, separandolo dalla donna e accerchiandolo.

«Non avete alcun diritto! Mostri, siete solo mostri!» L’uomo si infilò una mano nella pesante giacca tirando fuori una vecchia pistola automatica, una di quelle che erano andate di moda negli anni post-industriali e che oramai sarebbe stata bene in un museo di storia militare. Alzò la pistola e sparò un colpo all’assorbito davanti a lui, dritto in mezzo agli occhi, facendolo crollare a terra di peso.

Gli assorbiti che gli erano attorno parlavano con una sola voce. «Johna ti prego, il tuo comportamento è del tutto inappropriato.»

L’uomo che doveva chiamarsi Johna sparò altri colpi agli assorbiti, tutti alla testa con una mira che fece credere a Zero che l’uomo un tempo avrebbe potuto essere un soldato o comunque un tiratore. Scaricò su di loro tutto il caricatore e gli assorbiti caddero a terra come pesi morti.

Poi, così come si erano aperte, le ferite nella pelle degli assorbiti si richiusero e i proiettili uscirono dalle loro teste cadendo quindi a terra e tintinnando. Passarono solo pochi secondi e il primo a cui l’uomo aveva sparato si era già rialzato in piedi, ripulendosi il sangue dalla fronte con un fazzoletto bianco. «Johna ti prego, noi ti amiamo.»

L’uomo fissava gli assorbiti con un misto di stupore e terrore, poi di scatto si strinse la testa fra le mani. «No, no, no!» 

Buttò il caricatore e ne mise un altro da otto colpi nella pistola, scaricandone sette tutti addosso allo scout che aveva davanti, crivellandolo nella testa e nel petto. 

Tempo un minuto e l’assorbito era di nuovo in piedi con solo alcuni buchi nei vestiti a testimonio delle pallottole che aveva preso.

«Johna ti prego, stai soffrendo molto, perché non vieni con noi? Smetterai di soffrire» disse.

«Smetterai di soffrire.» Ripeterono in coro gli altri mentre poco a poco si stringevano attorno a lui.

L’uomo si prese di nuovo la testa fra le mani, aveva le lacrime agli occhi, e la mano in cui teneva l’arma tremava vistosamente. «NO!»

«Johna è inutile non hai ancora capito? È tutto inutile.»

L’uomo guardò l’assorbito per un lungo istante, poi girò la pistola puntandosela alla sua stessa testa. «Lo so» disse, e premette il grilletto.

Alcuni consigli pratici per formattare un romanzo in Word

Allora, articolo informativo che scrivo nella speranza di evitare a qualcuno il casino che ho fatto io cercando per la prima volta di editare il mio primo romanzo. Il processo di editing, soprattutto con Word, è qualcosa di relativamente semplice e alla portata di tutti, ma chi non vi sia mai approcciato infatti potrebbe ritrovarsi un po’ perso, quindi ecco qui.

  • Ricorda che l’editing dipende dalla lunghezza del libro. Se il libro è di 60.000 parole infatti, non avrebbe molto senso usare una gabbia grande 15×22 cm perché il risultato sarebbe un libro estremamente sottile di centocinquanta pagine ma alto e largo, non proprio il massimo a vedersi, ugualmente non sarebbe piacevole vedere un libro con una gabbia piccolina però di settecento pagine.
  • La gabbia; in word la puoi indicare nella sezione layout aprendo la sezione “margini personalizzati” e “imposta pagina”, oppure andando direttamente su file e “imposta pagina”.
  • I margini esterni (ovvero quello alta, basso, destro e sinistro) ricorda di lasciare 7-8 mm al meno dal bordo delle pagine, in particolare, se vuoi inserire un’intestazione (ad esempio il titolo del capitolo sopra la pagine) e/o un piè di pagina (ad esempio vuoi inserire i numeri di pagina), ti conviene lasciare un po’ di più se no i programmi automatici di piattaforme di publishing come quello di Amazon potrebbero tagliarlo.
  • Il margine interno (ovvero quello che si trova all’incollatura di ogni pagina, si trova a destra per le pagine sinistra e a sinistra per quelle destre) invece è un po’ più complicato. Innanzitutto ricorda d’impostare le pagine in modo simmetrico o in formato libro se la tua versione di word lo possiede, per il resto la dimensione ottimale del margine interno dipende dal numero delle pagine; ad esempio Amazon chiede 12,7 mm fra le 151 e le 300 pagine, 15,9mm fra le 301 e le 500, 19,1mm fra le 501 e le 700. Se sei in fase di stesura e non sai ancora quanto lungo uscirà il tuo libro, ma vuoi comunque avere un idea di come si presenterà, potresti mettere un margine medio sui 15mm ricordandoti di correggerlo in seguito (Trovi tutti i margini nella sezione inserisci).
  • Che li metti sopra la pagina (intestazione) o sotto (piè di pagina) devi mettere i numeri di pagina, possibilmente, dispari a destra e pari a sinistra (trovi entrambi nella sezione “inserisci”).
  • Imposta l’allineamento giustificato (sezione “home”) e la sillabazione (il taglio delle parole troppo lunghe con il trattino, per far andare le ultime sillabe alla riga successiva, sezione “layout”). Attenzione che se imposti la sillabazione automatica il programma potrebbe farti uscire cinque, sei, sette righe di fila tutte tagliate con la sillabazione, cosa esteticamente non proprio bellissima. Imposta quindi un limite massimo di righe di fila che possono essere sillabate (indicativamente due o tre) e ricontrolla il testo manualmente per verificare che non ci siano righe ove la giustificazione abbia lasciato troppo spazio bianco. (li trovi
  • Inserisci le interruzioni di pagina alla fine di ogni capitolo (sezione home). Questo è molto importante da fare anche in fase di stesura in quanto se cambi pagina semplicemente inserendo spazi con “invio”, ad ogni taglio o aggiunta rischi di far saltare la formattazione di tutti i capitoli successivi.
  • Inserisci le pagine bianche ove necessario per rendere il tuo libro esteticamente migliore (ad esempio potresti volerne lasciare qualcuna all’inizio in modo da far iniziare il primo capitolo del tuo libro sulla pagina di sinistra).
  • Gioca coi caratteri ma non troppo. Scegli un carattere facilmente leggibile e comune per il corpo del testo (anche Helvetica va bene) e se vuoi gioca un po’ con le intestazioni, con l’introduzione, i ringraziamenti o altri elementi.
  • Se il tuo stile comprende parti in corsivo (alcuni autori ad esempio lo usano per i pensieri al posto di metterli fra virgolette alte), usa un carattere dove il corsivo si riconosca facilmente e sia piacevole (in “Lucida sans tipewriter” ad esempio il corsivo sembra grassetto ed è orribile).
  • Imposta l’interlinea singola che è abbastanza larga da essere facilmente leggibile ma non troppo larga (sezione home).
  • Invece di usare semplicemente un carattere più grande, imposta i titoli con la funzione “imposta titolo” che trovi nella sezione “home”, in questo modo potrai anche ad esempio inserire il titolo del capitolo nella parte alta della pagina (intestazione).
  • Se vuoi pubblicare il tuo libro usando una piattaforma di self-publishing come quella di Amazon o Lulu, ricorda che i loro programmi saranno impostati sul formato PDF e che quindi, se carichi il romanzo direttamente da word potrebbe farti saltare la formattazione. Per sicurezza ti consiglio quindi a fine formattazione di esportarlo in PDF selezionando l’opzione “formato stampa”, in questo modo potrai verificare che la formattazione si sia mantenuta nel passaggio e non avrai sorprese.

Racconti: Apotheosis

Ecco qui per voi il racconto del martedì, spero che vi possa piacere.

Apotheosis

1

L’ultimo giorno inizia nella luce e nell’oscurità termina, pagato nel sangue e nell’amore è il pedaggio per l’eterno.

Fu con questa frase, stampata nella mente, che Thiara si alzò quella mattina del suo ultimo giorno, aprendo gli occhi sulla volta alta della grotta sacra dalla cui sommità, un delicato raggio di sole scendeva. La ragazza si alzò in silenzio, muovendosi nello stesso modo in cui si era mossa ogni mattino dell’ultimo anno, si diresse verso la fonte santa, una grande pozza circolare di acqua azzurra illuminata da un lucernario altrettanto circolare nell’alto della grotta; si spogliò e s’immerse nell’acqua.

Ricordava ancora il suo primo bagno solo un anno prima, il gelo che le penetrava nelle ossa, ma ora non provava più il freddo, né il caldo, né tantomeno dolore, lei era oltre tutto ciò, incamminata sul sentiero degli Antichi. Nuda nell’acqua, il fluido stesso della vita sembrava parte di lei, esso si muoveva alla sua volontà come un muscolo nuovo, tutto l’universo lo faceva, tutto l’universo era un fluido eterno in un caotico vorticare, vita e morte coesistevano in lei.

Uscì dall’acqua già asciutta, camminando sulla sabbia bianca e fine che circondava la pozza e si diresse verso il limitare di essa, dove la grande statua degli Antichi eterna giaceva, più vecchia del tempo e del mondo stesso. 

S’inchinò sulla sabbia, abbassando la testa e baciando il terreno dinnanzi alla scultura immortale: la statua sembrava di vivo argento ad occhi profani, ma in realtà nessuno ne conosceva la lega, essa era indistruttibile, inamovibile e incorruttibile, neppure una singola particella di polvere mai, o una sola macchia ne aveva intaccato la superficie. Essa raffigurava il grande uomo con la testa di toro, nell’atto di strappare le fauci al leone.

Davanti alla statua Thiara, sempre in ginocchio, iniziò a pregare, entrando presto in Danli, lo stato sacro di trance, ponte fra i mondi degli uomini e quelli degli dei.

Attorno a lei tutto svanì e tutto ricomparve, un fiume in piena di minuscole parti in un vortice, e per un istante avrebbe potuto guardare un singolo insetto e vedere nel tempo tutto il suo cammino e così quello dei suoi figli, della sua discendenza e di ognuna della miriade di minuscole parti che secondo i sacerdoti e la seconda vista compongono ogni cosa.

Cos’era quindi la vita? E cos’era per lei ora la morte? Se ognuno è un corpo e una mente, in ogni istante il corpo si disperde in infinite parti per ricomporsi con parti nuove, in ogni istante la mente che nulla è se non memoria, dimentica mentre nuove cose assorbe, dov’è la persona che eri solo lo scorso istante? Esiste forse ancora? Essa è morta quindi, e con lei tutto il mondo, tutte le stelle e l’universo intero, in ogni istante essi muoiono e a nuova vita nascono, nello stesso istante.

Mentre meditava nella trace del Danli, la mente di Thiara per un momento passò nello spazio fra gli spazi, i mondi degli dei. Attraverso i suoi occhi interni vide la grotta invecchiare e cedere, vide formarsi stalattiti che poi si sgretolarono, vide la grotta stessa sgretolarsi e poi il mondo, vide le stelle brillare e poi spegnersi, nascere per poi morire ancora, vide l’universo diventare freddo e toccare l’unica vera, ultima morte: l’equilibrio.

2

Thiara camminava nella foresta accompagnata dai sacerdoti, chiusi attorno a lei in un cerchio e poi dal popolo più indietro. Nella luce fioca del tramonto che penetrava fra gli alberi, sembrava che strane forme prendessero vita per un istante fra le ombre per poi scomparire.

Non aveva mangiato quel giorno, né bevuto, né si era vestita per uscire, non aveva più bisogno di nessuna di queste cose. Dove i suoi piedi nudi toccavano il terreno, fiori viola e rossi crescevano e quando i suoi capelli biondi si muovevano nel vento da essi nascevano rosse scintille di fiamma, ombre luminose della divinità che l’accompagnava.

Cento uomini camminavano con lei seguendo il suo gruppo di sacerdoti, ognuno portava una torcia del fuoco azzurro dal tempio, che faceva luce senza bruciare. Poco distante inoltre, cento donne con altre cento torce accompagnavano Dei’to e il suo gruppo di sacerdotesse.

Erano pochi gli animali che passavano quella sera e al loro passaggio anche essi si fermavano in segno di rispetto, gli uccelli fermavano il gracchiare adagiati su alti rami degli alberi e perfino prede e predatori si bloccavano nella loro corsa e si fermavano insieme a guardare. Camminarono tutta la sera per raggiungere in tempo l’altare, mentre il grande sole rosso scompariva all’orizzonte.

3

L’altare era lontano dal villaggio ma non troppo, situato al centro di una grande radura nella foresta e il grande tavolo era  della stessa lega della statua e sembrava crescere dalla terra.  In ginocchio sull’altare, sotto una coperta di stelle, Thiara a Dei’to pregavano gli Antichi nella fine del loro ultimo giorno, porgevano ringraziamenti per la loro ascensione e chiedevano consigli per i loro successori.

Il tempo divenne liquido mentre cadevano nel Danli e tutto divenne chiaro mentre le stelle sopra di loro sembravano brillare sempre di più e pulsare di vita propria.

Uscirono dalla trance e guardarono le stelle, di nuovo al loro posto nel cielo, poi si alzarono mentre tutti attorno a loro erano riverente silenzio, inchinati in un cerchio con occhi bassi verso la stessa terra dove duecento torce blu erano incastonate. Entrambi si mossero senza esitazione e senza dubbio: Thiara si mosse dal nuovo prescelto, aiutò il ragazzo ad alzarsi mentre le sue mani tremavano e lo calmò ponendogli una mano sul viso: in quell’istante mostrò al prescelto ciò che l’anno prima era stato mostrato a lei, la lotta eterna che avviene al di fuori di ciò che gli umani possono vedere.

Anche Dei’to fece lo stesso, prendendo una ragazza, la nuova prescelta, e mostrandole la verità al di là delle parole.

Gli dei nuovi Thiara e Dei’to si mossero quindi di nuovo per la radura, forme luminose che perdevano scintille nella notte salirono sull’altare insieme e nudi, e lì si baciarono intrecciando poi i loro corpi.

L’amplesso durò al contempo un istante e l’eternità intera, un momento e una vita di pura energia e verità con l’universo intero come testimone silente, e quando giunsero all’apice perfino le stelle sembrarono pulsare per poi spegnersi tutte assieme in un momento, in segno di rispetto agli dei nascenti.

Thiara e Dei’to ora giacevano nudi sulla dura superficie dell’altare tenendosi per mano; dopo poco il gran sacerdote e la gran sacerdotessa li raggiunsero, poi, estrassero i coltelli.

«L’ultimo giorno inizia nella luce e nell’oscurità termina, pagato nel sangue e nell’amore è il pedaggio per l’eterno» dissero insieme i sacerdoti, poi calarono le armi sui corpi dei giovani, trafiggendogli i cuori.


Grazie per la lettura, se il racconto ti è piaciuto fai un salto alla Libreria per leggerne altri o per le recensioni letterarie di opere di altri autori.

Racconti: il labirinto di specchi

Dopo aver saltato la scorsa settimana causa Natale, mi sono sforzato di portare un racconto anche oggi, in modo da riprendere la tradizione del martedì, spero vi piaccia.


Il labirinto di specchi

Mi svegliai nel labirinto di specchi ove un fiume di stelle sopra il mio capo brillava e, scuro e nero come il vuoto, un demone m’attendeva innanzi.

Vidi la bestia ed ella mi vide e i suoi occhi erano vivi di fiamma. Io fuggì fra gli specchi, seguito dal suono rapido del passo che s’avvicinava, dell’enorme mole che passando tutto spaccava ed ogni cosa lasciava in pezzi.

Ahi quale dura corsa è quella del labirinto di specchi! Ove ogni passo più del precedente pesa, ogni svincolo pare cieco e vie giuste e sbagliate si riflettono e confondono l’un l’altra.

Il terreno m’assorbe, mi trae a sé, quanta forza serve solo per tenersi in piedi, e quanta più ne serve ad ogni passo, ad ogni gesto, ad ogni respiro troppo stanco per esalare… ma il demone scuro alle spalle incalza e rapido devo procedere nel cammino.

Esso è imperterrito ed eterno, una forza acquattata, silente, soppressa solo dal sonno e l’oblio, ma che mai smette di ruggire, di graffiare, di strappare. Sento la bestia e, senza voltarmi, ne vedo il volto nascosto negli angoli degli specchi. Il volto orribile, mutilato, urlante.

Corro nel labirinto e la sento, ma sono io l’intruso, essa è sempre qui. In ogni istante il demone attende, a volte in rispettoso silenzio, a volte ringhiando, a volte ridendo di chi cieco lo ignora, di chi cerca di sopprimere.

Un vicolo cieco…

Giunsi sul fondo dell’ultima via e mi voltai, nessuno scampo o via di fuga. Rapido nella corsa il demone era giunto.

Era più grande adesso o più piccolo? O era solo lo stesso? Poco importava davanti ai suoi artigli, davanti ai suoi denti ed occhi di fiamma. Estrassi dalla federa una vecchia e logora spada, e l’affrontai.

La battaglia imperversò nel labirinto e piano le energie mi lasciavano, risucchiate, ma anche la bestia cedeva a poco a poco. I suoi artigli e denti si spezzavano sulla mia spada e come frammenti infiniti di vetro cadevano a terra in frammenti.

Infine lo feci, assestai il colpo di grazia. Un affondo fatto con tutte le mie ultime forze e gettando un urlo. La lama penetrerò nel demone nero e sangue scuro scorse. La bestia cadde quindi con un lamento.

Un fiume di stelle ancora brillava su di me, ma diverso era ora il cielo. Esso cambiava rapido come se il tempo stesso fosse accelerato e in pochi istanti vidi sorgere e tramontare costellazioni intere e la Luna fare il suo ciclo. 

Venne infine il giorno e il caldo sole e in quella luce forte la carcassa del demone sembrò evaporare in fumo nero che in fretta salì e salì perdendosi nel cielo, spazzata via dal vento.

Guardai in basso e lo vidi, uno specchio solo restava davanti a me a memento e mille frammenti da mille specchi mi circondavano nel labirinto distrutto. Ancora la mia spada restava, conficcata fra i vetri degli specchi, a testimonio dell’ardua sfida.

Improvvisamente il labirinto tutto scomparve, anch’esso come evaporando in scuro fumo che il vento rapido spazzò, rimase solo la logora spada che raccolsi e rimisi nella vecchia custodia. 

Ora ciò che restava ero io e il Sole che in alto splendeva e la collina erbosa attorno a me con me rideva la sua gioia. Liberi dalla maledizione! Liberi dal demone nero!

Il giorno passò allegro e il Sole lavò e fatiche e gli affanni mentre l’erbosa collina offriva cibo e ristoro e la brezza leggera che spirava allontanava perfino il ricordo nella bestia che un tempo aveva abitato quel luogo.

Infine, passato un tempo di minuti o forse di ore ed ore, il Sole stanco m’annunciò la fine di quel giorno e l’erbosa collina mi mostrò, nascosto fra le frasche e i fiori, un comodo giaciglio dove dormire mentre il buio calava.

M’addormentai con il sorriso e senza il ricordo di un dolore mentre caldo nel giaciglio inspiravo la brezza leggera. 

Fu un sonno profondo e senza sogni, ma non abbastanza lungo… non adatto a prepararmi a ciò che nel risveglio avrei trovato!Mi svegliai ancora nel labirinto di specchi ove un fiume di stelle sopra il mio capo brillava e, scuro e nero come il vuoto, un demone m’attendeva innanzi.


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Racconti: ode al caos

Come ogni martedì vi lascio da leggere uno dei miei racconti.


Ode al caos

Gli dei hanno un padre ed un boia ed il suo nome è caos.

E in quell’istante davanti ai suoi occhi si spalancarono le stelle e gli spazi vuoti fra esse. Luci e ombre che si contorcevano nel vuoto infinito e freddo.

Quante cose sconosciute agli uomini e ai mortali! Di quegli infiniti luoghi dove gli dei combattono la loro guerra eterna.

E in quegli spazi lo vedo sorgere, emergere profano come una vergine dalle acque ma non è limpida rugiada la sua culla, ma bensì una vasca di serpenti che si avviluppano e si divorano l’un l’altro.

E dalla vasca nasce ed emerge Kraishan il caos. Nudo e perfetto, i suoi capelli sono neri come il vuoto fra gli spazi e delicati gli cadono sul viso e i suoi occhi scintillano rossi come le stelle morenti.

Alzandosi, si scrolla di dosso le serpi che senza lui muoiono e scompaiono in polvere e solo una grossa vipera gli resta addosso, un serpente avvolto attorno al collo col la propria coda nella bocca che fa da collana.

Kraishan si muove quindi fra gli spazi e dove giunge tutto crolla nella follia. 

“Ma non lo capite allora?” Chiede.

“Ancora non capite che tutto nasce e muore in caos e che perfino gli dei in esso attendono il patibolo?”

E mentre le stelle esplodono e i mondi collassano le genti diventano folli e nella follia ritrovano la libertà della più pura violenza e furia della natura e del selvaggio.

E il caos si erge come una bestia che striscia fra le genti spezzando le catene. “Siate liberi ora servi! Io v’impongo la libertà che avete sempre rifiutato e in essa scorrerà sangue e dolore e la purezza selvaggia della natura!”

E anche gli dei scappano innanzi a Kraishan, colti dall’antico panico che credevano morto.

“Ed ecco gli alti schiavisti correre come bambini!” “Ecco gli antichi del mondo correre via davanti chi è più vecchio dell’universo e del tempo stesso vostro padre!” “Né cielo, né terra o infimo tartaro che è vuoto sotto al mondo possono proteggervi dal caos, esso esiste da prima di tutto e dopo tutto continuerà!”

“La morte è il passato, tutto ciò che è stato e mai tornerà, ogni secondo della vostra vita che appartiene al fu è nel suo dominio. Il presente è un fugace momento, un battito di un cuore morente che squassa l’universo intero e il futuro sono parole scritte da un cieco su una pietra che non è ancora nata… ma tutto appartiene a caos!”

E Kraishan cammina fra le genti e alcune si inchinano ad esso, altre fuggono e altre preparano le armi per dar battaglia, folli fra i folli che credono di poter sconfiggere ciò che proviene dall’interno dell’essere umano.

“Mentite a voi stessi uomini. Pigri e deboli dite di amare l’ordine, ma v’inchinate alla tempesta e le vostre arti parlano di caos! I vostri sogni sono mari in tumulto, le vostre anime fiamme vive! Voi dite, voi raccontate a voi stessi di bramare la pace quando caos è nei vostri cuori!”

“Quell’umana società che vi avvolge come un guanto. Quel piccolo dio sparuto che tiene in mano il guinzaglio che vi siete messi al collo da soli… voi in realtà l’odiate non è così? Accusate me di portare follia, ma credete di essere voi i sani?”

“Guardate il lupo che vive nella foresta… egli patisce il freddo e la fame, il buio e il vento dell’inverno, morte e malattia, ma nel dolore è libero e il suo ululato trapassa i boschi della notte e la sua libertà e pagata col sangue!”

“Guardate ora il cane, molle nei vostri salotti. Egli è caldo, sazio e in pace ma al collo porta il marchio della schiavitù!”

“Catene, solo catene io vedo attorno all’uomo e io mi chiedo accettereste il peso di caos? Accettereste il peso di libertà che è mia figlia?”

E davanti ai suoi occhi si spiegò la battaglia alla fine del tempo, al termine di tutte le cose e il cui nome è Kraishan, combattuta negli spazi fra stelle morenti. 

È un rito folle quello del caos, un rito orgiastico e blasfemo che ride nel dolore e si dispera nella pace che rifugge come peste.

E vedo una serpe muoversi nel cielo e divorare il Sole e la Luna e la terra stessa mentre tutto sprofonda in qualcosa dove luce e buio si fondono e come la serpe che si mangia la coda si divorano l’un l’altro.

E così infine Kraishan, il caos, si leverà sulle tombe degli dei e in esso, tutto ciò che resterà, sarà purezza e violenza.

Qualcuno scuote la mia spalla e in un istante torno alla realtà mentre, come era venuta, la visione sparisce, frantumandosi e sparendo dalla memoria.

«Ehi, ti sei incantato, tutto bene?»Mi guardo attorno: sono nel mio cubicolo, tutti lavorano attorno me con gli occhi bassi sulle loro tastiere… cos’è successo? Mi sono come addormentato per un istante ad occhi aperti e non ricordo più a cosa stavo pensando. «Si, scusa» rispondo, tornando poi a battere a macchina.


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Racconti: Il monte degli dei

landscape photography of mountains covered in snow

Come ogni martedì, vi propongo, nella speranza che vi possa piacere, uno dei miei racconti.


 

Il monte degli dei

 

Davanti a me si ergono alte le colonne sulla montagna. Un lungo muro che circonda il perimetro del monte degli dei a circa metà altezza, e la cima del monte è tanto lontana che anche nei giorni migliori è solo un puntino nel cielo per chi alza la testa.

Ed eccole sorgere mentre mi avvicino al muro, le alte statue che bloccano il cammino, due uomini immensi di marmo bianco posti dagli dei in persona. Uno impugna una lancia e ha la testa di un rettile, uno ha una spada e il cranio di un lupo e le rispettive due armi s’incrociano nel mezzo, creando un arco stretto che è l’unico accesso.

Questo è l’ultimo punto, il non ritorno e il non plus ultra, è qui che la guida si congeda e fugge, sperando che nessuno noti il suo crimine, abbandonandomi infine davanti alle porte proibite.

Oltre questo punto il peccato non sarà perdonato, oltre può essere solo la fine mia o del tabù. Della vetta che è degli dei e che nessun uomo deve toccare o vedere perché sacra, o la fine del sacro stesso.

Il passaggio è basso e devo inginocchiarmi per passare sotto le armi in croce, strisciare nell’erba verde della montagna.

È fatta, non tornerò più indietro, e anche se solo l’aquila che passa nel cielo conosce il crimine esso sarà per certo scoperto. Esso infatti veniva scoperto sempre e farlo non era nemmeno difficile, perché chi tornava dalla montagna era colto dalla follia e la loro mente vaneggiava.

“Gli dei li avevano colpiti prima dell’uomo” diceva la gente, ma spetta a quest’ultimo rimediare al sacrilegio col sangue!

Deboli, questo erano, lo so. Uomini deboli che avevano intrapreso un viaggio sopra le loro possibilità, uomini pieni di timori che si erano concretizzati in follia nella solitudine del viaggio, ma nessuna vetta è irraggiungibile per chi ha coraggio e forza.

La salita inizia piano per poi diventare sempre più irta, sempre più difficile, ma continuo conscio che fino alla discesa nessuno mi potrà fermare, perché nessuno infrangerebbe il tabù per dare la caccia ad un folle.

Neanche il tuono mi ferma, o la tempesta, ma al contrario le sorrido e l’abbraccio, spegnendo il fuoco per ricevere il bacio freddo del vento e il pianto della pioggia. E soffia quindi tempesta! Esplodi fulmine e cadi! Io ti saluto e ti amo, perché i forti amano la forza e i coraggiosi la paura. Date il vostro meglio dei! E spingetevi più in alto mentre salgo o busserò alle vostre alte case più in fretta!

E che scenda la nebbia e urli la bufera di notte, nuvole cariche di lampi coprono la cima come il velo pudico di una vergine. Tentate avanti, ma nel cielo calmo del giorno che schiarisce la piana di una luce nuova io vedo una bellezza che nessun uomo ha mai visto, se non i folli. E la vedo anche in voi, tempeste e ghiaccio e vento che scendete dal cielo.

La purezza cieca di una magnifica violenza, forza pura che grida e sbatte e brucia, il fulmine mi sfiora e mi cade accanto ma mi riempie gli occhi di un milione di fiaccole e davanti alla sua furia rido, come i folli perché solo essi possono vedere ciò che vedo e sentire ciò che sento.

La scintilla di pazzia più vera della realtà che i folli vedono e che i savi temono; essa vive nel fuoco e nell’aria, e nel dolore e nell’aria che brucia. E chi abbraccia il dolore se non i matti?

Ed è in te, furia divina e sacra ira, schiaffo alle mortali virtù degli uomini, in te sogno cose che i loro occhi sbarrati non potranno mai vedere e anche se vedessero non capirebbero, tanto invischiati nell’illusione che chiamano “realtà”.

E mentre salgo due uccelli volano mi sopra la testa aspettandomi alla luce chiara dell’alba e congedandosi al tramonto con un fischio: l’aquila e l’avvoltoio che volano in un cerchio.

L’occhio degli dei e lo spazzino della montagna, una invoca la morte e l’altro l’aspetta.

Ci sono cadaveri sulla strada, eccoli gli scomparsi! Scheletri riuniti in attesa, comodamente sdraiati sorridono il prossimo folle, e invitano al loro banchetto.

Ma quello che non sanno è che in molti di quelli che tentano muoiono e ancora di più rinunciano e ugualmente falliscono, ma tutti quelli che arrivano hanno tentato!

Sorridete quindi scheletri e anche tu avvoltoio, ancora non hai finito di spolpare i vecchi non ti serve un nuovo arrivo. L’ora dei forti non è ancora giunta, ma i deboli hanno creato comode scale di ossa!

La nebbia avvolge la cima quindi, e dove sono le case degli dei? Neppure un nume attende quindi in alto? Procedo a tentoni, solo nuvole o nebbia, o altro ancora, un velo sottile di bianco velluto che prelude ormai alla vista anche il prossimo passo, che quindi cade avanti, incerto.

Che strana nebbia o nuvola è questa… che più si sale più si addensa. Sei tu il mistero della montagna sacra?

Solo urla distanti dei volatili mi dicono che non sono solo, grida acute, invocazioni, perfino preghiere che mi dicono di tornare. Alle preghiere rido, soprattutto a quelle dell’aquila, occhio degli dei mi confondi coi tuoi padroni che troppa paura ebbero e che in alto, sempre di più, sparendo fuggirono?

E poi come posso tornare ora? Gli uomini mi lascerebbero forse vivere fra loro ora che ho infranto il loro tabù? Crederebbero che il monte non è speciale, ma solo alto? Per vedere dovrebbero tentare, ma per tentare non dovrebbero essere pavidi davanti all’immagine che vedono allo specchio!

Salgo alla cieca ora e non so quanto manchi, ma solo che bisogna salire e lo so perché ad ogni passo un passo più in alto posso ancora fare.

Ed ecco nella nebbia i fantasmi che strisciano, visioni fugaci di fumosi spettri, sono loro che hanno reso pazzi i sopravvissuti. Essi appaiono e si nascondono in quella nebbia sopra troppo in alto perché la tempesta la raggiunga.

Essi pregano minacce e ringhiano avvertimenti: “non andare” dicono, ma io sputo nel vento. “Se morte certa attende chi torna e follia chi rimane, cosa c’è di peggio?” gli chiedo.

“Molto” dicono soffiando, contorcendosi in una danza macabra.

Risa isteriche si alternano alle urla e le grida, allucinazioni orribili e caotiche. Un turbine infinito e in esso compaiono i segreti degli dei. L’orrore e il vuoto, l’infinito tutto al di là di ciò che la mente contiene che quindi spinge sulla coscienza e la schiaccia.

Avanzo nella nebbia, più in fretta e ora corro sperando che il mio piede non incespichi in un sasso nascosto o cada in un crepaccio. Esso è il terrore, il padre della follia, è cosa è questa se non una difesa della mente? I sani temono la realtà e ne scappano, ma chi non può scappare impazzisce, chi troppo vede e non può non vedere cambia i suoi occhi!

E salgo inseguito da fantasmi intangibili, mentre la nebbia mi avvolge e mi copre.

Finalmente arrivo alla cima ed esco dalla foschia con la foga di chi da sott’acqua ha bisogno d’aria, la cima è libera dalla nebbia, e si vede tutto e anche i fantasmi, squali del mare di nebbia si fermano indietro sbuffando.

Troppo stanco, cado e mi siedo su rocce bianche come l’avorio e rido alla sorte e alle leggi degli uomini. Quei folli e deboli, vedo il villaggio da qui e molti altri ancora e tutti quei signori sono batteri da quell’altezza, troppo piccoli per essere afferrati dall’occhio che vede il tutto dall’alto.

Sopra di me si apre un cielo grande, stellato anche in pieno giorno. È lì che avete spostato le case, dei? Ora che l’ultimo e più alto dei monti è stato conquistato? E quanto ancora scapperete? Quanto indietro e quanto lontano sarete cacciati dai figli?

Qui, in alto, la tempesta non è più vostra amica, né il vento che pure è placato e la nebbia lambisce piano solo i piedi coprendo il suolo.

Ora solo i pensieri volano liberi, cosa fare ora? Accendere un fuoco sulla cima e fissare un’effige, che tutti vedano che il monte è preso e che gli dei sono fuggiti più lontano nel cielo. Né li protegge più la loro tempesta, e la follia è vinta infine.

Nel cielo svettano ancora e di nuovo i due grandi uccelli in cerchio, orfani, abbandonati indietro da pavidi padroni.

E mentre guardo il cielo, a terra la nebbia si dirada, scompare pian piano come un drappo bianco levato dal bianco corpo della montagna.

Ora il monte si rivela: nude pietre bianche ne costituiscono il suolo di tutta la cima che all’apparenza sembra gesso ma che uno sguardo più attento capisce nella sua vera natura. La nebbia infatti si dirada del tutto e lo vedo, esse non sono pietre, ma ossa.

Bianche e spolpate costituiscono tutta la montagna, in un intreccio macabro, gli scheletri degli avventori, quanto ero stato cieco, essi erano solo un avvertimento e le scale erano scavate nella montagna dai passi di chi ora costituiva la cima.

Non può essere, non possono così in tanti, eppure ora il monte sembra pulsare e ridere della stupidità dell’uomo, esso si nutre di noi e sorride con denti d’ossa.

Ora sento di nuovo i fantasmi, ma cieco resto ai loro visi. Scherniscono chi non ha seguito i loro avvertimenti, uscite dalla mia testa morti!

La montagna è presa, ma essa è un cimitero, questo dicono e ridono e piangono in urla disperate.

Mi alzo e guardo la strada, è lunga, ma è in discesa, posso farcela e fuggire, avvertirò gli uomini, chiederò perdono per aver infranto le sacre leggi e…

L’aquila scende in picchiata e gli artigli affondano nella carne. Non cerca il fegato del previdente, ma la vita, e in fretta la strappa e vola via, a portare agli dei gli occhi dell’hybris.

Ora giaccio, corpo morto sulla cima d’ossa, e nuova cima fra i corpi morti, l’avvoltoio becca la mia carne e pulisce il tutto, e aspetta il prossimo.


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Racconti: Nakmun

clouds dawn desert landscape

Come oramai di consueto per il martedì, vi lascio da leggere uno dei miei racconti sperando vi piaccia.


Nakmun

 

 

Primavera.

Accadde nel primo giorno di primavera, mai alcuno dei saggi o degli anziani uomini di Veir, la grande e ricca oasi del deserto riarso, aveva visto nulla di simile né, nelle loro vite, ne avevano udito.

La grande tempesta, la cui furia sarà certamente ricordata negli anni, aveva imperversato per due settimane, spesso coprendo tutto il cielo della sua polvere giallastra e bloccando la gente di Veir nell’oasi da cui nessuno avrebbe osato allontanarsi con il cielo coperto. Chi infatti avrebbe potuto rischiare di immergersi, alla cieca, in una di quelle grandi tempeste del deserto che si protraggono per miglia e miglia, nascondendo l’oasi al bacio prepotente del Sole-Nakmun, padre di tutte le cose e di tutti gli uomini.

La tempesta finì, così come era iniziata, di colpo, nel primo giorno di primavera, lasciando però qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno mai aveva visto.

Molti sono persi nel deserto, molte cose vengono lì perdute altrettanto, prese come tributo da Ha’tan, la morte secca che tutto prende e nulla dà, mai niente viene ritrovato, mai nessun dono è fatto dal deserto riarso e mai, nella millenaria storia conosciuta e trascritta, un oggetto di tali dimensioni era apparso.

Una statua della quale al principio compariva solo il busto affiorava dalle dune assolate: un busto alto otto metri e, dopo lo scavo, altrettanta altezza venne scoperta nella sabbia. Nulla di simile era mai stato visto. La statua sembrava un uomo per certi versi, un uomo seduto con le gambe incrociate, ma per altri sembrava un animale, con un viso allungato e i denti di un cane e un collare attorno al collo e degli artigli nelle mani che ricordavano le lucertole Kogi del deserto. Essa era scolpita da un unico blocco di una pietra rossa e sconosciuta e solo gli enormi occhi, grandi perfino rispetto alle proporzioni della statua sembravano aggiunti ed erano fatti di una pietra del tutto nera.

Ben presto la notizia della scoperta si diffuse e gente da tutta l’oasi venne a vedere la statua; in molti l’osservavano da lontano, guardandola con sospetto, e solo in pochi porgendo i primi fiori di primavera in segno di omaggio.

“Cosa era la statua?” Si chiedevano gli anziani. “Cosa significa o dobbiamo farne?”

“È un demone” dicevano alcuni. “Mandato da Ha’tan per distoglierci dalle nostre sacre abitudini. Va distrutto.”

Eppure Ha’tan aveva mai dato qualcosa agli uomini oltre alla morte? Il deserto riarso portava mai doni? E come poteva portare doni se mai nemmeno restituiva ciò o chi prendeva? E se fosse stato Nakmun invece? Non si raccontava infatti di come il dio fosse sceso un tempo dal cielo ed impressionato gli uomini con il suo strano aspetto? Non erano le lucertole Kogi a lui sacre e venerate da tempo immemore?

Quanti miti erano riportati, alcuni perfino dai tempi prima della scrittura quando il primo popolo degli antenati era giunto a Veir sotto la guida della seconda luce nel firmamento, in quell’epoca d’oro in cui avevano camminato a fianco degli dei prima che essi tornassero al loro percorso cielo. Nessuno dubitava di quei miti… e come avrebbero potuto? Il grande tempio dell’oasi da solo era molto oltre ciò che gli uomini avrebbero potuto costruire: immenso con colonne altissime, fatto di materiali sconosciuti che per millenni erano durati mentre le opere del popolo di Veir nascevano e morivano come i loro creatori.

C’erano chiare leggende, che parlavano di molti popoli blasfemi che avevano abitato l’oasi degli dei nel tempo a loro precedente e che dagli dei erano stati puniti e scacciati; loro erano l’unico popolo benedetto del deserto, l’unico che era e che sempre sarebbe stato. Non avevano nulla da temere né dal deserto né dal cielo.

Così la statua fu presa e portata al tempio con grande sforzo di migliaia di persone. “È Nakmun che ci manda questo dono! Egli ringrazia il suo popolo e il suo buon governo!” La statua fu così posta al centro del tempio, sotto il bacio caldo della luce del Sole che, dall’alto e attraverso i vetri eterni ed infrangibili posti dagli dei sulla cupola, penetravano nell’immensa struttura.

La statua splendeva ora nel tempio riflettendo la luce calda del Sole di giorno e quella più fredda e delicata della Luna e delle stelle di notte, quando la statua stessa sembrava cambiare ed assumere strani colori per un particolare effetto ottico. E non era forse vero che secondo i miti gli dei, la stirpe di Nakmun era figlia anche della Luna e che aveva viaggiato nel suo lungo ed eterno ciclo, sul grande sentiero argenteo di stelle prima di giungere al suolo di Ha’tan, sconfiggendo l’arsura per poi ripartire?

Era quindi vero forse che la statua era un dono, un regalo della stirpe divina e celeste che aveva creato l’oasi per gli uomini e che era poi scomparsa, tornando al suo lungo cammino circolare sul sentiero d’argento.

Nella millenaria storia di Veir non si ricordava una primavera più bella e più viva. I fiori splendevano di mille colori e profumi mentre la natura rinasceva dal freddo estremo dell’inverno secco. Mai come quell’anno la vita sbocciò nell’oasi verde e le persone pregarono i loro ringraziamenti alla grande statua di Nakmun per questo.

……….

Estate.

Era già la calda estate nel deserto quando, per la prima volta, iniziarono i sogni.

Fu una notte come tutte le altre quella in cui tutti i bambini dell’oasi di Veir, tutti quanti dal primo all’ultimo, nella notte si svegliarono urlando parlando dell’Incubo. Pochi dettagli furono capiti da quelle menti ancora giovani, ma tutti concordavano su alcuni punti: sul buio, sul freddo e sul vuoto, sulla soffocante oscurità, forse, interpretavano alcuni, sulla stessa Razak, la tempesta di sabbia alla fine dei giorni.

I bambini furono i primi a sentire arrivare l’ombra, ma non gli ultimi. Ben presto anche gli adulti, uomini e donne si svegliavano nel cuore della notte sudati e ansanti e col cuore che batteva forte, senza ricordi però, senza memoria di ciò che avevano sognati ma solo con quella sensazione che penetrava le ossa ben più in profondità della memoria umana. Il terrore antico che li faceva restare poi svegli e tremanti, quella sensazione di un’ombra che li fissava dal cielo.

Per giorni per le strade di Veir si potevano vedere persone spente, che lentamente venivano consumate dal sonno. Alcuni si strappavano i capelli, altri di notte, quando in preda ad un panico che non ricordavano si svegliavano, si mettevano ad urlare. I più sensibili, in fuga dalla paura, a volte si svegliavano e correvano per strada in preda ad una strana follia e cinque di questi una notte caddero dalla rupe e lì morirono.

Era la fine dell’estate quando fu scoperto l’empio. Nudo come un verme e ancor più infimo, l’uomo ballava nel tempio di Nakmun attorno alla grande statua divina.

Quando fu catturato, nemmeno allora ammise le sue colpe, pur scoperto in fallo. L’empio aveva uno sguardo vuoto ed inespressivo e non sembrò curarsi di ciò che gli accadeva attorno e, se lasciato da chi lo aveva catturato, riprendeva semplicemente a ballare dirigendosi verso la statua. Era chiaro che fosse un messo di Ha’tan venuto ad insozzare il loro sacro tempio.

“Forse è questa la ragione dei sogni” diceva il popolo. “Nakmun ci punisce per non aver protetto il suo dono.”

Così l’empio fu catturato come diceva la legge, e, come diceva la legge, fu ferito col veleno della vipera ed appeso ad un albero, a dissanguare, in modo che l’acqua che aveva sottratto fosse riportata all’oasi verde; una volta che il corpo fu secco infine, fu lasciato agli animali del deserto.

……….

Autunno.

I sogni erano smessi dalla notte dell’empio e per alcune settimane gli abitanti di Veir poterono dormire sogni tranquilli, tanto da convincere anche i più scettici delle colpe dell’uomo e a lodare la saggia soluzione degli anziani che aveva placato l’ira di Nakmun. Tributi venivano portati ogni giorno al tempio: di cibo, fiori e perfino d’acqua, il più sacro tesoro dell’oasi, che ogni mattino veniva versata sulla statua, e dieci guardie erano sempre poste dinanzi alle alte porte del tempio.

In quei giorni iniziarono ad arrivare anche pellegrini dal deserto, essi avevano udito della statua straordinaria e venivano coi carri a portare doni e fare scambi, portando grande ricchezza nell’oasi verde del deserto come mai era stata conosciuta e gli abitanti ringraziarono ancora di più la statua per questo essa era il grande dono del dio-Sole, padre sia degli uomini che della stirpe divina che viveva negli spazi fra le stelle.

Quelli furono di nuovo giorni di festa e bellezza a Veir, la città sacra dell’oasi del deserto riarso, e i pellegrini riportavano che essa fosse protetta dalla grande statua che era stata ritrovata un giorno nel deserto: fatta di materiali sconosciuti e da mani sconosciute: da tempo immemore sepolta fra le sabbia che tutto prendono senza mai restituire.

Ora nella nuova fortuna dell’oasi sembrava perfino che i topi, massima piaga di quelle terre di grano, se ne fossero andati e con loro anche insetti, uccelli e altri infestanti. Alcuni uomini giuravano perfino di aver visto tutti i topi che in una notte, uscivano assieme dalle case e dai magazzini per la strada, formando un fiume di carne che attraverso la città si riversò nel deserto dove morte certa li avrebbe attesi. Questo doveva essere l’ennesimo dono del dio-Sole.

E mentre in fretta, come spesso accadeva nel deserto, le temperature calavano e la vita si assopiva, gli abitanti lanciarono nuove preghiere e tributi alla statua-dono di Nakmun, lo strano rettile rosso con grandi occhi neri e il collare delle lucertole Kogi.

……….

Inverno.

L’ultimo sogno arrivò poco dopo l’inizio dell’inverno e colpì tutti quanti: adulti, bambini e viaggiatori, i quali per questo in gran numero il mattino dopo lasciarono l’oasi di Veir. Non tutti videro la stessa cosa o, per lo meno, non tutti la ricordarono, ma in molti dicessero di aver visto scendere il vuoto e il freddo: puro terrore che prendeva forma, l’ombra inevitabile che calava piano.

Fu un sogno solo quella volta, uno solo in una sola notte che non si ripeté in quelle successive, ma quello bastò. Molte persone in quella sola notte persero il senno, alcune furono viste incamminarsi nella notte nel deserto riarso, senza acqua e senza bussola, consegnando sé stesse ad Ha’tan. Altre, nelle notti successive, si rifiutarono di dormire e rimasero sveglie finché, colte dal sonno, non crollarono assopite per strada, sui gradini o sulle panche.

Quando capirono che il sogno non sarebbe tornato le persone tornarono a dormire la notte, ma ancora il terrore non li lasciava. Uomini adulti e forti piangevano prima di coricarsi per un terrore che ancora li stringeva in una morsa che nemmeno capivano o vedevano. Quei pochi viaggiatori che ancora venivano a Veir ora trovavano gente consumata e con volti scavati, troppo stanca per fare alcunché.

“Perché” si chiedevano tutti. “Perché accade questo? Non abbiamo forse offerto doni e tributi a Nakmun, non abbiamo posto guardia al suo tempio che impedissero le empietà?”

Nessuno capiva cosa fosse successo, nessuno cosa fosse cambiato. Ma se il sogno non tornava forse erano apposto, forse tutto si sarebbe risolto. La paura derivava da Ha’tan ammonivano i sacerdoti al tempio, ed era un peccato attribuire a Nakmun l’origine di un male, egli dava agli uomini il coraggio ed era quello che dovevano prendere in mano.

I sacerdoti parlavano e il popolo ascoltava, ma non erano forse anche i sacerdoti consumati? Quanto essi stessi credevano alle loro stesse parole di conforto?

Poco prima dell’alba, in una notte come le altre, nell’ora che se non è la più buia è di certo la più fredda, tutti gli adulti di Veir si svegliarono di colpo.

Dov’erano finiti i bambini? Nessuno più tra loro dormiva nei loro letti.

Quella notte e nei giorni seguenti tutto il popolo corse per le vie cercando gli scomparsi. Ogni porta fu aperta, ogni stanza esaminata e molte squadre furono mandate nel deserto riarso, ma nulla fu trovato, né un bimbo, né una traccia. Nemmeno le guardie notturne che pattugliavano le strade o gli ubriachi, che a tarda notte ancora giravano, dicevano di aver visto nulla. Essi erano scomparsi, solo una settimana prima della fine dell’inverno, semplicemente spariti nel vuoto assoluto.

L’ultima notte dell’inverno, di nuovo, tutti gli adulti si svegliarono insieme nel cuore della notte con la stessa sensazione che avevano provato quando i bambini erano spariti. Essi si alzarono nel buio ed uscirono nelle strade dove una sola luce brillava, rossa come l’alba, ma era troppo presto per il Sole.

Essi si mossero assieme nelle strade, verso la luce che brillava nel tempio, le cui guardie giacevano fuori, morte e con le gole tagliate.

La paura e la tensione erano palpabili nel popolo di Veir, ma essi erano in moltissimi ed erano il popolo eletto e benedetto di Nakmun del Sole, i salvati del deserto dall’oasi sacra. Si fecero coraggio ed entrarono.

Eccoli, infine, tutti i bambini scomparsi della città. Assieme riuniti nell’enorme tempio, in ginocchio e in silenzio d’innanzi all’enorme statua, dono e pregio dell’oasi del deserto, che brillava della luce rossa del Sole all’alba. Il sollievo dei genitori lasciò presto il posto alla paura; sangue, il sangue che doveva essere delle guardie imbrattava il volto e i capelli di tutti i bambini e quello restante era raccolto in ciotole semivuote, deposte davanti alla grande statua.

Ci fu un lungo istante di silenzio in cui nessuno disse niente, in cui nessuno aveva parole che potessero esprimere quella sensazione, quella pulsazione di terrore che veniva dalla statua e pochi secondi dopo, da tutti i bambini, una sola parola fu pronunciata in un sibilo.

“Nakmun.”

La tempesta di sabbia esplose, come nata dalla statua stessa, mentre le persone fuggivano senza sapere dove nascondersi, la sabbia vorticava sempre più forte e veloce, strappando la carne dalle ossa e abbattendo le porte delle case.

La tempesta finì all’alba, l’alba del primo giorno di primavera, il giorno in cui il grande popolo benedetto dell’oasi di Veir, il popolo della sabbia del deserto, nella sabbia scomparve.


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Racconti: l’albero della valle

loneliness-2066696_1920Come ogni martedì pubblico uno dei miei racconti originali, spero vi piaccia.


 

L’albero della valle

Un tempo nella regione di R’uk, l’albero antico della grande valle, i cui alti rami coprivano la piana d’ombra, percepì del movimento in lontananza, di una specie che nemmeno lui, in millenni di vita aveva mai visto né conosciuto.

Vennero gli uomini in una grande migrazione. Dei fuggitivi, scacciati da condizioni avverse della loro terra. L’albero li sentì arrivare, lentamente, trascinando sulla grande madre i loro stracci. Creature strane, come ebbe modo di vedere in seguito, sembravano sempre agitate, sempre indaffarate, portavano con loro anche strane effigi che veneravano come se fosse il corpo della grande madre.

Era primavera quando giunsero e l’antico albero fu fiero come non mai di fare sfoggio dei suoi doni davanti a quelle nuove e strane creature. Poteva sentire chiaramente il loro potenziale, era tangibile.

I fiori bianchi dell’antico albero furono spazzati dal vento inondando gli occhi degli uomini di bellezza e il loro olfatto di profumi, essi erano stupiti e intimoriti della grandezza immensa dell’albero e lo acclamarono come un dono dei loro dei decidendo di stabilirsi alle sue radici.

Quale orgoglio fu per l’albero poter essere mentore ed osservatore di una specie così giovane e così promettente. Quell’estate l’albero produsse una frutta più abbondante e più dolce di quanto avesse mai fatto e gli uomini lo ringraziarono con invocazioni ed offerte, essi posero perfino le loro effigi alla sua base così che lui potesse entrare nel loro giovane Pantheon.

Il tempo passava e il popolo cresceva, essi non crescevano come lui in altezza, bensì in numero e la vita di ognuno di loro era così breve che spesso l’albero vedeva i suoi prediletti morire prima ancora che potesse entrare in contatto con loro; spesso molti morivano perfino prima che lui si accorgesse che erano nati.

Eppure perfino in quest’esseri effimeri esistevano dei saggi e con essi l’albero riusciva perfino a parlare. «Oh Gers che con tanta voracità hai osservato ed ascoltato i miei insegnamenti, chiedi ai tuoi di porre i corpi dei tuoi fratelli fra le mie radici, li proteggerò nel viaggio.»

E così fece Gers, anziano della nuova città, e i corpi dei morti furono seppelliti alla base dell’albero e quest’ultimo dal canto suo rispettò la sua promessa e assorbì in sé l’essenza di quelle persone.

Uomini, donne, bambini, la loro vita era così breve eppure così spensierata. L’antico albero si chiese come doveva essere, la spinta della necessità e il non avere molto tempo per pensare: queste cose che facevano di quegli esseri delle creature curiose, appena a un passo dalla consapevolezza, e a solo un salto dal baratro.

L’albero protesse i morti e, di nuovo, gli abitanti gli furono grati.

Un giorno un uomo venne dall’albero, con gli occhi pieni di lacrime ed urlò alle sue fronde. «Com’è, oh albero, una vita immortale fra i morti, quale segreto nasconde la tua pace!?»

L’albero sentì la grandezza in quell’uomo, così come sentì il dolore e per un attimo intuì il suo percorso; egli cercava la pace, ma avrebbe trovato solo la fama. «Alcuni cercano la grandezza, ad altri è imposta, ma cosa è la grandezza in un animo infelice se non un ulteriore peso di aspettative infrante?»

L’uomo non fu felice della risposta, ma col tempo capì. Egli divenne Behk della casa di Gers e la nuova città crebbe sotto la sua guida sottomettendo l’intera regione di R’uk, e inseguito, prendendo il nome del suo eroe, e quando finalmente l’albero prese il suo corpo in esso non sentì pace, ma nemmeno dolore.

La città di Behk intanto cresceva diventando un’oasi di immenso splendore all’ombra dell’albero. Monumenti d’oro e d’argento vennero costruiti fra piogge di fiori bianchi, splendenti famiglie si saziavano coi suoi frutti. La città crebbe tento da uscire perfino dalla sua ombra e gettandone una propria, chiedendo per sé quei raggi di Sole.

Per mille anni, genti di tutte le genti vennero a Behk raccontando di meraviglie e rimanendo comunque impressionati dalla grandezza della città e dalla magnifica dimensione e splendore dell’albero.

Ma qualcosa lentamente cambiava, troppo lentamente perché esseri effimeri potessero vederlo, ma cambiava. Una nuova arroganza si faceva strada fra le genti di Behk, nessuno più perdeva tempo a conversare con l’albero, essi si vantavano di lui certo, ma sembrava comunque che avessero dimenticato della sua eterna esperienza.

Altri seicento anni passarono e la città crebbe ancora, e nonostante l’incapacità degli uomini di sentire, perfino la magnificenza crebbe. La città di Behk occupava ormai tutta la grande valle e perfino l’antico albero doveva sforzarsi per vederne i confini. I suoi palazzi, erano ormai tanto alti da raggiungere i suoi rami e l’albero si stupì delle capacità degli esseri umani.

Essi continuavano a inumare i loro morti fra le sue radici, e da questi corpi l’albero comprese quanto fossero progredite le loro conoscenze, ma al contempo, si accorse con orrore di quanto in loro la conoscenza fosse disgiunta dalla saggezza.

Altri secoli passarono e divenne ben presto chiaro di come l’albero fosse oramai solo un intralcio per la crescita della splendente città, e un inverno, più freddo degli altri, gli uomini pregarono le loro effigi per avere un po’ di tregua. Ma la tregua non venne.

Le preghiere degli uomini si disperdevano nel vento, mentre i loro figli morivano. Un giorno più buio e più freddo degli altri un uomo vestito dei colori dei frutti maturi si incamminò fra la strada principale di Behk chiamando a sé i suoi fratelli.

«Oh compagni di questa gloriosa città, non è forse vero che i nostri dei sono sempre stati misericordiosi con noi? Da duemila anni essi ci sorvegliano e ci proteggono. Ma la loro benevolenza ora ci viene meno a causa della vostra mancanza di fede, del vostro idolatrismo. Il grande albero già ci ruba il poco Sole che giunge a noi dall’alto del cielo con la sua grande chioma, gli lascerete anche prendersi la vostra vita?»

L’antico albero ascoltò ognuna di queste parole e vide la paura, prima nascosta nel cuore degli uomini uscire e trasformarsi in rabbia, poi in odio. Egli vide le loro asce avvicinarsi senza potersi muovere, e calare violente su di lui.

Sciocchi, quale affronto verso il figlio maggiore della grande madre, quale stoltezza verso chi vi ha aiutato e sfamato, queste furono le ultime parole dell’albero, inudibili ad alcuno.

Il tronco dell’antico albero fu abbattuto e i suoi rami tagliati, un’enorme moltitudine di funi sorresse il legno affinché non schiacciasse la città e ben presto le genti nel raggio di migliaia di chilometri seppero che il grande albero, simbolo ed araldo della gloriosa Behk, era stato abbattuto.

L’inverno cessò e gli abitanti di Behk, dietro suggerimenti dell’uomo vestito di porpora, richiamarono i migliori e più grandi intagliatori di legno del mondo. Essi lavorarono giorno e notte, per più di due anni per intagliare il tronco, e da esso ricavarono la più grande effige divina che il mondo avesse mai visto.

A volte, mentre intagliavano, alcuni scultori giurarono di sentire sospiri e imprecazioni provenire dal legno, altri, molti altri, giurarono di aver visto una resina rossa di densità strana per la linfa di un albero; l’uomo in porpora assicurò tutti dicendo che quelli erano segni dei loro dei e che erano buoni auspici. Ciò nonostante, almeno trentadue scultori abbandonarono l’opera prima del suo compimento di cui sei in circostanze incerte. Degli altri quarantuno negli anni e nei decenni seguenti fu appurato che almeno otto si suicidarono, il destino di molti altri, fu perfino peggiore.

Gli anni passarono nella città di Behk, così tanti che nessuno più conosceva l’origine del nome della città, né l’origine del suo popolo fuori dalla piana di R’uk, né il saggio e antico Gers le cui parole ancora guidavano i riti di sepoltura nel suolo ove, chi scavava nei giardini destinati ai cadaveri all’interno della città, spesso ancora trovava i resti delle radici dell’albero antico e ad esso continuavano ad affidare i propri morti, in un rito che ora mai era vuoto e privo di senso, un riflesso di chi lo eseguiva.

Passarono i secoli e Behk divenne una città d’oro, d’argento e di marmo, uno splendore ineguagliato nel mondo, la gente veniva da ogni dove ad osservare l’immensa effige di legno al centro della piazza principale della città. E dire che la leggenda voleva che essa fosse stata ricavata da un solo albero, eppure in pochi ci credevano, quale pianta mai avrebbe potuto raggiungere anche solo un decimo di così grandiose proporzioni?

Venne un giorno infine, dopo innumerevoli anni, in cui l’ultimo popolo, l’ultimo nemico che strenuamente si opponeva all’egemonia di Behk capitolò, schiacciato dal potere immenso della città della piana di R’uk; un mese di festeggiamenti continui fu indetta per celebrare l’evento. Behk era a capo del mondo ora, e i sacerdoti in porpora ringraziarono le loro immense effigi offrendo doni e sacrifici.

Una folla immensa affluì a Behk per i festeggiamenti, chi mai con la fortuna di essere nato in un periodo di tanto splendore nei pressi della più splendida delle città avrebbe potuto rinunciare ad un simile evento? Per decenni, o forse per secoli a venire se ne sarebbe parlato.

Fu portato il vino migliore dai vigneti del Deshar che si dicesse fosse il più dolce del mondo, la migliore carne dalle montagne di Ker che si raccontasse fosse degna di un re e frutta colorata ed esotica da ogni angolo del globo. Danzatrici e circensi vennero chiamati ed ogni divertimento possibile fu scelto, molti artisti vennero anche non chiamati sperando comunque di guadagnare intrattenendo l’immensa folla.

Il mese dei festeggiamenti iniziò il giorno dopo dei funerali dei morti in guerra, fu una cerimonia sbrigativa, fatta per immagine, in cui i morti furono distrattamente affidati alle radici.

I giorni passarono ed il lusso più sfrenato invase la città, molti nelle classi nobiliari dilapidarono piccole fortune per intrattenere gli ospiti e perfino le classi più basse si diedero all’accesso.

L’ultima notte dei festeggiamenti, la città sembrava sul punto di scoppiare per il tripudio di genti in essa contenuta, tutti si accalcarono vicino alla piazza centrale, dove i sacerdoti facevano i loro riti nei pressi dell’effige per ringraziare gli dei di Behk della benevolenza mostrata e chiudere così i festeggiamenti.

Poi accadde qualcosa. Il vento cambiò e un odore dolce e fruttato invase l’aria e alcuni fiori bianchi comparvero nel cielo, trasportati da chissà dove dal vento, prima solo alcuni, poi un’infinità, tanto che sembrava che le stelle stesse del cielo fossero state sostituite dai fiori.

La folla esultò pensando che fosse un ultimo segno di benevolenza dei loro dei, poi, arrivarono le urla.

Il terreno esplose e le grandi lastre di marmo bianco che coprivano le strade si frantumarono; dal suolo, lentamente, strisciarono fuori esseri orribilmente deformi. Uomini, donne, perfino bambini, i loro corpi sembravano in parte umani, ma in parte le loro carni erano state sostituite da legno e radici, laddove il tempo le aveva consumate e tutti quanti in oltre, ognuno di loro aveva due candidi fiori al posto degli occhi.

Passarono tre anni prima che un altro essere umano ebbe il coraggio di mettere piede nella piana di R’uk, sede di Behk, la città che fu la più splendente del mondo. I pochi resoconti fatti da pastori dei colli limitrofi, raccontavano di urla strazianti, tanto forti da coprire ogni altro suono, tanto terribili da generare terrore nel ricordo. Fu un piccolo manipolo di soldati ad infrangere il tabù, essi giunsero a Behk, ormai città in rovina e maledetta, dove un’infinità di gente era andata per non tornare mai più. La città era deserta, le vie, le case, i templi, tutto era vuoto.

Infine, i soldati raggiunsero il centro della città dove era stata un tempo l’immensa effige degli dei di Behk che si raccontava fosse stata scolpita da un singolo tronco e che aveva protetto la città tanto a lungo. Ma l’effige era scomparsa e l’intera piazza centrale era ricoperta da una palude formata da un denso liquido rosso che i soldati credettero essere il sangue degli abitanti di Behk.

E al centro della palude, al centro della morte, sorgeva da solo un arbusto, slanciato verso il cielo.


 

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Racconti: Suoanok della tempesta

lightning on the sky

Oggi pubblicazione diversa da solito, uno dei miei racconti, spero vi possa piacere.

 

Suoanok della tempesta

Nell’istantanea luce danza l’eternità.

 

Affacciato alla finestra della sua vecchia casa, il vecchio Suoanok osservava il temporale lontano, le cui nubi nere, sorte dal mare, si avvicinavano sempre più.

“Boom” era il suono del tuono, del martello divino che batteva su di un’incudine ventosa e che giungeva lento seguendo la luce del lampo fratello.

Il vecchio guardava e osservava, quanti temporali erano passati nel corso dei suoi lunghi anni? Troppi da ricordare, ma troppo belli perché anche dopo l’ennesimo la meraviglia sparisse. Quando tutti andavano senza tornare: quando morivano, quando partivano, il temporale sempre solo tornava accompagnato dai suoi alti tamburi.

E ora, solo, Suoanok lo guardava, vedeva il vento scuotere e la pioggia cadere sul mare mentre la folgore forava divina l’aria e sempre, alla fine, il tuono chiudeva ciò che il fulmine aveva iniziato e poi, ciò che restava, era solo buio e silenzio.

Quale uomo, seppure il più vecchio, seppure il più stanco, non torna bambino davanti al temporale? Chi, dinnanzi ad esso, non vede magnifiche e strane forme nascere e perire nell’istante; vive, solo nell’ombra del lampo e cantanti nel ruggito sommesso che precede il tuono?

E non era quello forse l’ultimo dei temporali? Non era quella sua l’età di tutte le ultime cose? In verità Suoanok non poteva dire di aver rimpianti della sua vita: essa era stata comune, calma e, in fondo felice. Eppure quello gli mancava… quello solo per un istante lo avrebbe ancora voluto, essere fermo in quel momento che passa fra il lampo e il tuono; quel momento di assoluta libertà in cui tutto il mondo si ferma, attendendo il battito del cielo, quella furia sommessa e dolorosa che, generosamente, la natura elargisce e che, gelosamente, l’uomo nasconde sotto il nome di libertà.

Il temporale si avvicinava e Suoanok mise una mano sul vetro freddo, esso tremolava leggermente sotto la spinta del vento. Dall’altra parte le nubi coprivano ormai tutto il cielo e il mare in tempesta fremeva sotto i colpi di un dio più alto.

In quell’istante, accadde qualcosa: un lampo più forte degli altri cadde tanto vicino da accecarlo e sotto la sua mano Suoanok sentì il vetro andare in frantumi. Il vecchio sentì la pelle ardere, come bruciante di viva fiamma, ma nessun tuono seguì l’esplosione, nessun suono seguì quella luce.

Suoanok di nuovo aprì gli occhi e mai avrebbe potuto descrivere tale meraviglia.

Camminava il vecchio sulle alte nubi e il forte vento era il suo araldo, luce divampava dal suo corpo e scintilla era il suo sguardo. Un passo portava Suoanok fra i cieli e di brillante lampo era il suo cavallo. Non più vecchiaia o umana carne, ma assoluta e totale libertà, la violenta purezza della natura.

Era ora freddo ed era buio e ora rovente luce, la corsa selvaggia fra i cieli del mondo; silenziosa, come la neve che cade ma con un ruggito sommesso che strisciava nel profondo.

Ah l’altare umano dove la purezza è stata sacrificata alla norma, che ne sapevano loro della divina folgore!? Che ne sapevano del tuono!? Che ne sapevano dell’urlo che nel buio incalza e di rabbia e felicità urla il suo dominio!?

E Suoanok dall’alto rideva correndo nel vento e fra le fate e gridava fra neri demoni d’acqua e angeli di bianca fiamma. Né limiti mortali né divini, né di una mente che sta sotto o sopra al cielo, ma di un giullare ridente che fra bene e male corre, spinto dal vento dell’unica vera libertà, quella pura e animale follia della tempesta, frenesia del cosmo e dei sensi; bellissima violenza nel suo più puro stato di natura.

E urla quindi Suoanok! E ridi nel lampo e nel vento! Nell’istante che dura un’eternità… Tu, immerso, fra vita e morte balli nel cielo, nel punto selvaggio dove angeli e demoni s’incontrano e nel vuoto dell’aria amano e allo stesso tempo si combattono con spade.

Quindi corri Suoanok! Libero nel freddo e nel caldo, fra buio e luce senza più paura, senza più dolore, senza nulla che nell’umano limiti il tutto. Come un animale d’aria e di fiamma, recuperi ciò che l’uomo che ha perso, la purezza totale dell’abbandono all’invisibili onde che vibrano nel cielo!

Non più corpo, ma spirito in attesa nel silenzio, nell’attesa e nella fuga dal tuono, che lì, coincide, con la furia ridente del temporale. E qui un’eternità passa, e mille terre scorrono sotto la nube e mille genti e mille mari. Quante volte hai visto il Sole sorgere e ritirarsi? Quante hai corso nel cielo seguendo la Luna? Quante… che gli astri ora ti chiamano amico e compagno!

Corri Suoanok, corri nel cielo, e non fermarti, non lasciare che il tuono ti raggiunga. Esso è l’ultimo tamburo divino.

Balla fra le nubi, grida fra esse, libero fino a che ancora hai da dare e da prendere dal cielo, perché solo l’ultimo suono attende oltre quel tempo!

E così corse Suoanok, e vide l’infinito, vide la meraviglia dei colori dell’aurora e della bufera in montagna. Nubi di cenere nella bocca del vulcano e vorticante sabbia nel deserto arso.

E alla fine… stanco e pronto, dopo la corsa dell’infinito, dopo essersi perso nei sentieri celesti dell’eternità, si fermò Suoanok, in un posto che nella sua memoria risiedeva lontano, ma che ancora nel suo cuore batteva.

Cori di angeli e demoni attorno a lui lo implorarono allora di tornare alla corsa selvaggia, di lasciare quel posto mortale per abbracciare di nuovo i forti venti. Lui però non rispose, ma sorrise e attese, in piedi, davanti al vetro infranto, nessun rimpianto albergava in lui.

Il tuono lo raggiunse, un vecchio tuono in attesa di un vecchio lampo e in quel battito celeste il suo ultimo battito accorse e Suoanok, il vecchio e ormai antico Suoanok della tempesta, nella tempesta e con un sorriso, cadde infine.


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Racconti: ultima spiaggia

photo of person walking on deserted island

Nonostante probabilmente se segui il blog è per gli articoli di attualità misti a sagaci battute o per gli articoli filosofici un po’ Tumbrl, questo spazio è nato anche per far conoscere la mia attività da scrittore.

Ti lascio quindi qui sotto uno dei miei primi racconti, spero ti piaccia e, se vuoi, fammi sapere cosa ne pensi con un commento.

 

Ultima spiaggia

Una notte a Shan’etiar, la grande isola, l’unica isola del mare infinito, un giovane sentì il richiamo del mare.

Una voce dolce come i flutti che s’infrangevano sulla spiaggia, l’ultima spiaggia prima del mare infinito, melliflua, un suono che scivolava nella mente come un sussurro.

Così il giovane si alzò e scese e si sedette sulla spiaggia guardando il mare, poi si voltò e guardò l’isola, la grande isola di Shan’etiar, l’unica del mondo: subito alle sue spalle, appoggiata sulla spiaggia, c’era una città che pur spegnendosi ancora si godeva il calore dei fuochi che la illuminavano; una città di pietra bianca e azzurra slavata dal sale portato dal vento e dalle tempeste, che si godeva la brezza della sera calda. Era una città grande, con annessi villaggi e piccoli paesi che insieme costeggiavano la riva più bassa e più dolce dell’unica isola; all’interno, invece, c’era la grande pianura, ricca in ogni dove delle più diverse coltivazioni, mentre dal lato opposto c’era la montagna che da un lato torreggiava sulla valle, donando ad essa la sua acqua dolce, l’unica simile dell’infinito, mentre dall’altro calava a picco sul mare e gli scogli dove un tempo c’era stata un’altra spiaggia e un antico porticciolo, che il mare aveva ormai eroso.

Era una bella isola quella, Shan’etiar, l’unica isola del mondo, e grande, ma non tanto da occupare una vita, c’era molto da vedere, ma non abbastanza, neanche lontanamente, o almeno questo diceva il richiamo.

La marea intanto saliva e le onde iniziarono a bagnargli i piedi. Guardò il mare nero dove le uniche luci erano le stelle e la Luna che si riflettevano sulle onde, da dove veniva quella voce? Non c’era più niente nell’infinito, niente dopo l’ultima spiaggia di Shan’etiar, solo il mare nero e senza fine, tanto profondo che la luce del sole non lo attraversava.

Di giorno, lì davanti, c’erano molte navi dei pescatori, esse andavano un po’ in là, ma mai troppo da perdere l’isola di vista; e chi, nell’infinito, rischierebbe di perdere la vista dell’unica isola? Quando le navi tornarono, nessuno mai aveva detto di aver visto qualcos’altro, e nemmeno quei rari sfortunati che si perdevano in mare e che la sorte e buoni venti riportavano mezzi morti alla spiaggia, neppure loro dicevano di aver mai visto altra terra.

Dicevano altre cose certo, dei demoni che strisciano fra le onde e dei mostri che nel buio delle profondità si annidano, in silenzio, e che aspettano che qualcosa passi.

Ma se non c’era niente da dove veniva quella voce?

All’improvviso mentre guardava l’acqua, qualcosa sembrò muoversi fra le onde, una luce che correva veloce, come se uno dei riflessi delle stelle sul mare gli stesse venendo in contro.

Più si avvicinava e più prendeva forma, un vascello d’oro e brillante, con le vele gonfie di un vento che non c’era, che si avvicinò alla spiaggia, fermandosi appena prima che le acque per il pesante scafo diventassero troppo poco profonde.

Il giovane si alzò e guardò il veliero, fermo lì, poco distante da lui e dall’ultima spiaggia e di nuovo sentì il richiamo, stavolta più forte, come un battito sulla coscienza, e una parola all’orecchio.

Si mosse e si buttò in mare, nuotando fra le onde, alle sue spalle sentì delle voci chiamarlo e urlare, ma non si voltò perché già il vascello si stava girando e faceva per partire. Si aggrappò alle corde che pendevano dal fianco e si issò a bordo proprio mentre questo iniziava a muoversi e accelerava.

Davanti ai suoi occhi, la grande isola di Shan’etiar, l’unica dell’infinito, pian piano si faceva più piccola e lontana e le luci dei fuochi della città si confondevano fra loro; ben presto, la grande isola sembrò sullo sfondo non più di una piccola stelle fra molte altre, poi, scomparve, inghiottita dal mare.

Il giovane cercò a lungo nel vascello, ma benché ci fossero cibo e acqua dolce in quantità, non c’era anima viva a bordo, né equipaggio che lo controllasse, esso da solo solcava le onde, mancava perfino il timone e da sole le vele si gonfiavano, anche senza vento o con aria avversa.

Sorse e il sole e un nuovo giorno, che finì senza che altra terra fosse avvistata, e così la notte seguente, passarono poi anche le settimane, i mesi e gli anni, passò un tempo che al giovane sembrò essere più lungo della durata della vita mortale, ma lì a bordo non invecchiava, condannato ad un viaggio eterno nell’infinito. Molte volte durante quelle notti sognò l’isola di Shan’etiar e molte durante i giorni malediceva il momento in cui l’aveva lasciata indietro.

In quel tempo però vide anche molte cose: vide l’oscurità calare nelle notti senza Luna e con il cielo coperto, tanto profonda e densa da far confondere il cielo con il mare, e vide l’acqua brillare dei colori dell’arcobaleno al suo passaggio col veliero. Vide il mare contorcersi e pulsare in un groviglio di serpi e tentacoli che lottavano per il sangue, mentre leviatani e mostri strappavano brandelli coi denti; e vide forme leggiadre ed eteree muoversi sull’acqua cantando con voci delicate. Sentì sulla sua pelle la tempesta e udì il fragore del tuono, lampi di luce che illuminavano gli orrori nascosti per un istante, per lasciargli poi fuggire di nuovo nell’ombra. E vide anche l’abisso, la fossa profonda oltre ogni misura, dove il bacio del sole mai era e mai sarebbe giunto, l’antro freddo e profondo dove giungevano le carcasse che affondavano e dove i mostri prosperavano protetti dal buio, uscendo solo a volte per terrorizzare con un ghigno e sparendo poi fra i flutti.

Vide tutto ciò e lo amò e ne ebbe paura e meraviglia.

Accadde infine, un giorno, che al mattino il giovane si accorse di essersi fermato: il vascello d’oro era all’ancora, poco distante da una nuova terra, enorme anche se coperta da una nebbia leggera, forse tanto infinita quanto il mare. Sorrise e si tuffò, ignorando il vascello che, appena lui fu sceso, si voltò e ripartì sparendo all’orizzonte, nuotò quindi in fretta fino a riva.

Davanti a lui, aprendosi nella nebbia, due colonne immense che sembravano scolpite dall’uomo, ma con una stazza che avrebbe richiesto giganti, alte fino al cielo, le cime si perdevano alla vista nella nebbia. Esse delimitavano l’ingresso di una grande gola, che come una cicatrice si apriva nella terra, e sentì un ticchettio nella testa, il richiamo di nuovo e sempre più forte, l’ordine dolce che lo attirava in avanti.

Camminò per ore nella gola e nella nebbia, fino a che anche questa lo abbandonò, ritirandosi e tornando al mare. Ora vedeva più chiaramente, una profonda cicatrice nella roccia, due alte pareti che si chiudevano attorno a lui, qua là però vedeva anche pezzi di statue e di colonnati che mani umane sembravano aver tentato di scolpire nella nuda pietra bianca e azzurra, lasciando però il lavoro a metà, o forse erano stati solo tanto slavati dal tempo e dalle intemperie da sparire in parte.

Era notte quando finalmente, esausto, ne raggiunse la fine, una notte buia e stellata come quella in cui era partito.

Arrivato, trovò solo un grande bacino d’acqua chiuso nella roccia, tanto profondo che sembrava scivolare nelle profondità della Terra e sulla cui superfice brillavano i riflessi della luce delle stelle.

Lì era più forte il richiamo, più potente, quello che era stato un graffio leggero sulla coscienza, ora era un battito e un urlo, una larva che scavava e mordeva, facendosi strada coi denti, era un grido e una promessa.

Fece un altro passo verso l’acqua e verso il richiamo, l’ultimo segreto del mare infinito e della terra buia che si stendeva sotto esso, poi si tuffò ed iniziò a nuotare verso il basso nell’oscurità e per un istante, l’ultimo istante prima che l’aria finisse, li vide, i demoni, che sul fondo dell’abisso danzano attorno ad una fiamma nera.


Gli abitanti della città bianca di Shan’etiar guardarono per un’ultima volta il corpo e scossero la testa. Com’era potuto accadere? Da quale follia era stato colto quell’uomo? Solitario, la notte prima era stato visto, correre e iniziare a nuotare come un pazzo verso il mare gridando di un vascello, e lì, solo poco distante dalla riva, affogare, nei pochi metri d’acqua che a Shan’etiar dolcemente accarezzavano l’ultima spiaggia prima del mare infinito.