“Fight Club” di Chuck Palahniuk, manifesto dell’anarchia

Sono sicuro che quasi tutti voi conoscerete già la trama di questo libro se non altro perché avete visto il film, diventato ormai un cult del cinema mondiale, quindi non mi farò troppi scrupoli a fare qualche spoiler qua e là e, se ancora non avete né letto il libro né visto il film, fermatevi pure qui e tornate dopo averlo fatto.

Fight Club è il primo romanzo del celebre autore americano ad essere stato pubblicato. Nonché il trampolino a lanciarlo nell’Olimpo della grande letteratura. È un libro folle, una severissima e fortissima critica sociale della generazione X (anni 65-80) verso la generazione dei baby-boomers (nati negli anni 45-65 circa); scritto con uno stile eccezionalmente personale e originale per un autore esordiente.

In questo libro il protagonista è anche la voce narrante in prima persona. Un personaggio fondamentalmente depresso, ordinario, comune, una persona come mille altre che sembra vivere una buona vita nella media. Ha un bell’appartamentino che ha arredato finemente, un buon lavoro, è in salute, è praticamente perfetto… o no?

La figura di Tyler Durden, si manifesta presto nella vita del protagonista. Tyler è un uomo completamente diverso dal protagonista, vive in una casa fatiscente in attesa di essere abbattuta, sopravvive con dei lavoretti, fa il protezionista in un vecchio cinema in cui inserisce i fotogrammi di organi genitali maschili e femminili, fa il cameriere in hotel dove piscia nelle zuppe che deve consegnare. Tyler però è libero, sembra essere una forza della natura dotata di fascino, carisma e coraggio, è un novello Lucifero, un ribelle oscuro in lotta contro il potere altissimo e divino della società del capitalismo americano più spietato. Tyler sarà il potere degli eventi, il corruttore che porterà il protagonista e le masse verso il caos.

“Il modo in cui la vedeva Tyler era che attirare l’attenzione di Dio per essere stati cattivi era meglio che non attirarla per niente. Forse perché l’odio di Dio era meglio della sua indifferenza.”

La società è presentata nel libro come qualcosa di ingiusto, schiavista e castrante. Le generazioni precedenti hanno esaurito le risorse, inquinato, si sono arricchite a scapito del mondo che le generazioni successive devono con i loro sforzi recuperare e una moltitudine di uomini è servo di questo sistema che odia. La bassa manovalanza, la piccola borghesia, perfino quelli che chiameremmo privilegiati, tutti si sentono piccoli davanti alla Storia, testimoni di eventi su cui non hanno nessun potere o influenza, tutti si sentono privi di scopo o senso.

“Siamo una generazione di uomini cresciuta da donne” annuncia l’autore attraverso le parole di Tyler. Una generazione di uomini svirilizzati e la cui virilità è invece biasimata, in cui un uomo non ha più nessuno degli ostacoli che la natura ci ha evoluti per affrontare e che quindi vegeta e muore lentamente dentro.

Tyler si offre come una soluzione a questo e lo fa attraverso i “Fight Club.”

I Fight Club sono associazioni maschili, in cui non si paga perché: “non vogliamo i tuoi soldi, vogliamo te.” In cui nessuno ha un nome, un conto in banca, una famiglia. Tutti sono uguali, tutti combattono; tutti hanno uno scopo, uno sfogo, una catarsi.

“Forse la soluzione non è l’auto-miglioramento, forse è l’auto-distruzione.”

Nei Fight Club le persone possono essere libere in tutti i modi in cui non si può essere liberi nella società. Tutti possono levare quella maschera di perfezione che il mondo gli impone e retrocedere per una notte allo stato puro di selvaggi.

E pian piano il progetto Fight Club diventa qualcosa di più grande e Tyler Durden diventa qualcosa di più grande. Diventa il progetto Caos, un vero e proprio gruppo terroristico dedito all’anarchia, caos organizzato.

Il tutto è ovviamente scritto con lo stile estremamente personale di Palahniuk, tanti periodi brevi, quasi singhiozzanti che comunicano l’immediatezza del pensiero. Toni crudi, a volte iperdescrittivi e costellato da ripetizioni che ritornano come dei mantra attraverso tutto il testo.

“Tu non sei un delicato e irripetibile fiocco di neve. Tu sei la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione.”

L’autore riesce, attraverso circa trecento pagine di libro, a descrivere una visione cruda e realistica delle persone lasciate ai margini della società. Dei figli di mezzo dimenticati della storia che, senza uno scopo o uno sfogo, ribollono come una pentola a pressione accumulando rabbia, frustrazione e risentimento. Accumulando una furia che Tyler non crea davvero, ma che indirizza, focalizzandola in una sola direzione, al cuore stesso di quella società che lui non vuole né cambiare né salvare, ma solo fare a pezzi.

In un certo senso credo che sia un libro che racconta molto più di quanto sembra, assolutamente brillante oltre che ben scritto. Una spiegazione nuda e cinica di quei moti di rabbia e frustrazione che vediamo sorgere attorno a noi e infiammarsi nella società. Ne consiglio a tutti la lettura, ma ricordatevi: “la prima regola è non parlare mai del Fight Club.”


I libri del mese: “The Outsider” di Stephen King; “La forchetta, la strega e il drago” di Christopher Paolini e “La Gladiatrice” di Vladimiro Maccari

Allora, è da un po’ che ho sospeso la rubrica delle recensioni letterarie ma credo che sia ora di ricominciare con qualche libro che ho letto in questi giorni e, per accontentare tutti, ho qui tre libri che non potevano che essere l’uno più diverso dall’altro. Come sempre le recensioni saranno quanto più possibile senza spoiler.

The Outsider di Stephen King

Da assiduo lettore mi sentivo quasi in imbarazzo a non aver mai letto niente di uno dei più prolifici autori dell’horror americano di sempre, così, una volta caduto il mio occhio sulla copertina del nuovo romanzo di King ho deciso di comprarlo.

Allora, parto dicendo che il romanzo è buono, non potevo aspettarmi qualcosa di meno da un pilastro come della letteratura contemporanea come Stephen King, ma che sinceramente non l’ho trovato eccelso.

La trama, detta molto in sintesi e molto spoiler free, è un misto horror-giallo che narra le vicende di uomo, accusato di un crimine orribile con prove assolutamente schiaccianti, ma che al contempo ha un alibi assolutamente di ferro. Il tutto unito a leggende di esseri misteriosi e mostruosi e ad un profondo senso di mistero che accompagnerà il lettore dall’inizio alla fine del romanzo.

Tecnicamente la scrittura è ottima, i personaggi sono vari e ben caratterizzati, le descrizioni dei luoghi e delle persone sono raccontate in modo molto preciso e “visivo” sempre attraverso gli occhi di qualche altro personaggio. Il testo è poi densissimo, si susseguono velocemente moltissimi punti di vista differenti; invece che usare scene lunghe, King preferisce usare moltissime scene brevi e ricche di avvenimenti sparate con una velocità che però è quasi disorientante.

Forse questo è il principale problema, che succedono troppe cose tutte assieme. Non hai tempo di affezionarti ad un personaggio o provare quel batticuore che dovrebbe darti un horror perché sei troppo preso a correre dietro al ritmo eccessivamente incalzante del romanzo.

Non fraintendetemi non è un brutto libro assolutamente, anzi mi sento anche di consigliarlo agli amanti del genere (in particolare del giallo che è predominante, sopratutto nella prima parte, rispetto all’horror), ma diciamo che non incontra completate il mio gusto.

La forchetta, la strega e il drago di Christopher Paolini

Forse ricorderete il nome di Christopher Paolini, scrittore americano di origini italiane diventato celebre giovanissimo per aver scritto la saga fantasy di Eragon. Dopo la fine del ciclo dell’eredità però di lui non si è saputo più molto, un vero peccato considerando che era, ed è, il mio scrittore fantasy preferito, fino a pochi mesi fa quando è uscito il suo ultimo libro con l’emblematico titolo riportato sopra.

“La forchetta, la strega e il drago” è un libro ambientato sempre nel mondo di Alagaesia (ovvero quello di Eragon) e si presenta come l’unione di tre racconti che approfondiscono alcuni aspetti di alcuni personaggi del ciclo, tutti uniti da una sotto-trama comune rappresentata dal viaggio di Eragon oltre i confini del mondo conosciuto.

Come ho già detto, io amo lo stile di scrittura di Paolini, e non posso quindi fare altro che elogiarlo assieme alla fantasia e alla coerenza del suo mondo immaginario. Questo autore ha la capacità di far sentire davvero i suoi personaggi come vivi e reali e le sue ambientazioni fantastiche come concrete e a portata di mano. I tre racconti brevi, sono tre piccole opere di ottima letteratura fantasy, corte e poco impegnative ma ottime.

Unico lato negativo: il libro è un po’ scarno. Poche pagine con un carattere e un interlinea enormi che mi ricordano un po’ quando al liceo dovevo fare una ricerca e scrivevo più grande per far sembrare che avessi fatto di più. Da un autore che prima dei venticinque anni aveva pubblicato quattro libri per un totale di oltre duemila pagine mi sarei aspettato qualcosina di più per il suo grande ritorno. Comunque diciamo di prediligere la qualità alla quantità e, in questi termini, nulla da eccepire.

La gladiatrice di Vladimiro Maccari

Dato che l’autore segue questo blog spero non si risenta di questa postilla sul suo libro che più che una vera e propria recensione, che forse non sarebbe corretto fare al fianco di nomi molti più grandi della letteratura, vuole essere più che altro un insieme di considerazioni più generali e rilassate.

La gladiatrice, romanzo che per ora credo sia disponibile solo in formato e-book, è come accennato un breve (relativamente alla media del genere) romanzo storico con protagonista “Fenice”, una gladiatrice donna dell’epoca della Roma Domiziano. Il romanzo si svolge attraverso una serie di intrighi di potere e vicende personali e sentimentali con un ottima cura al dettaglio storico che ci trasporta nella violenza del mondo dei gladiatori romani d’epoca imperiale.

Il romanzo è scritto davvero bene, cosa non scontata se ricordiamo che l’autore è un indipendente autopubblicato e ho molto apprezzato la caratterizzazione dei protagonisti. Forse l’unica critica che posso muovere è un po’ di lentezza nell’ingranare verso l’inizio e la presenza di alcuni termini e riferimenti un po’ difficili per chi non conosca bene l’ambiente dell’antica Roma (cosa che comunque è aiutata dal glossario alla fine del libro). In generale è però un ottimo lavoro e ogni tanto fa piacere leggere un italiano fra tanti stranieri; inoltre se lo scrittore un giorno dovesse fare successo potrò dire di essere stato fra i primi a leggerlo.

La differenza fra fantasy e fantascienza

Fantasy e fantascienza, due generi per certi versi molto simili fra loro e che spesso vengono confusi l’uno con l’altro, ma quali sono le differenze fra queste due tipologie di romanzo e le rispettive peculiarità?

Il fantasy

Partiamo dal fantasy, il più vecchio dei due generi, nonché uno dei più antichi generi letterari in assoluto e che, in quanto tale, nel corso della storia ha sviluppato una lunga serie di sottogeneri; se ci pensate di fatto alcuni dei più antichi testi di narrativa della storia, quali l’Iliade o l’epopea di Gilgamesh, ricadono all’interno del fantasy e più nello specifico nel sottogenere “epico” dello stesso. Attraverso la storia poi il fantasy ha continuato ad evolversi adattandosi alle più molteplici situazioni e simbolismi, dalle metamorfosi di Ovidio, all’ ”Orlando furioso” di Ariosto il fantasy ha accompagnato la letteratura occidentale per millenni senza mai essere però essere davvero definito come genere fino all’epoca moderna con il “Signore degli Anelli” di Tolkien.

Questa grande varietà di temi, stili e sottogeneri rende però molto difficile delimitare i confini del fantasy e definirlo in maniera soddisfacente. È un genere che contiene favole per bambini e l’epica classica passando per “Harry Potter”.

È difficile definirlo anche perché c’è un certo pregiudizio verso questo genere, qualche lettore ad esempio potrebbe aver storto il naso avendo letto che considero l’Iliade un fantasy, ma di fatto se ci riflettete dovrete ammettere che se l’iliade fosse pubblicata oggi, contendo magie, superuomini e forze ed esseri sovrannaturali questo libro sarebbe inserito a tutti gli effetti nella sezione fantasy di ogni libreria.

Ciò che definisce il fantasy come genere è per l’appunto questo, la presenza di elementi inesistenti nella realtà, impossibili ed immaginari. Questo lo rende un ottimo strumento per tutti quei casi in cui si vuole dare ad un romanzo una valenza simbolica o tastare i limiti dell’immaginazione umana. Ma questo non si potrebbe dire anche della fantascienza?

La fantascienza

La fantascienza è un genere per ovvie ragioni molto più moderno che, come il fantasy, si caratterizza per la presenza di elementi insistenti e d’immaginazione ed è per questo che i due generi sono spesso confusi.

In un certo senso in effetti, se immaginiamo un futuro abbastanza lontano, una scienza abbastanza avanzata, magari una dimensione parallela, in questo caso la tecnologia presentata potrebbe essere, ai nostri occhi, qualcosa di relativamente simile alla magia. Noi potremmo immaginare ad esempio un antefatto di Harry Potter in cui si spiega di come una razza aliena sia scesa sulla terra diffondendo una tecnologia che viene controllata da parole in latino e strane bacchette di legno da persone speciali.

Cosa distingue quindi fantascienza e fantasy?

Io credo che la differenza sia per l’appunto la presenza di un’ambientazione o un antefatto che sia, in qualche maniera, legato a ciò che sappiamo essere possibile (per quanto magari anche improbabile) e da quanta importanza sia effettivamente data a questa parte all’interno della storia.

Prendiamo un caso secondo me emblematico, Star Wars, come esempio; è un fantasy o è fantascienza? 

L’universo di Star Wars se ci pensiamo, assomiglia ad un universo fantascientico, ma di fatto praticamente nulla al suo interno è scientifico o è costruito per sembrarlo. Se tu prendi le sparatorie dei film western e sostituisci le rivoltelle con le pistole laser senza cambiare nient’altro, se prendi i duelli di spada in stile samurai e ci metti le spade laser, se prendi la magia e la chiami forza tu non hai creato un film di fantascienza, hai creato un film fantasy a tema fantascientifico.

La differenza fra fantasy e fantascienza sta nel fatto che nel secondo caso si cerca di creare un cosmo che sia razionalmente coerente e limitato dalle conoscenze fisiche e scientifiche; la forza ad esempio potrebbe anche essere considerata scientifica se però fosse spiegata, se fosse spiegato come funziona il perché solo un essere vivente può controllarla e non si può, ad esempio, costruire una macchina alimentata a forza o cose simili. Il punto è che c’è la fantascienza e c’è quindi il fantasy a tema fantascientifico, e queste sono cose molto diverse fra loro.

Un altro esempio potrebbero essere tutti quei film di supereroi usciti in questi anni. 

Tu puoi prendere Thor dalla mitologia norrena, presentarlo come un alieno, presentare il suo martello come una tecnologia iperavanzata etcetera, ma questo non lo rende un personaggio fantascientifico, non se non spieghi come funziona quella tecnologia, se non spieghi come fa il suo corpo ad essere così forte e resistente e via dicendo. Puoi dire che Spiderman ha ottenuto i suoi poteri attraverso l’ingegneria genetica, ma la genetica nei fatti della scienza non funziona proprio così, puoi dire che Dottor Strange ha ottenuto i suoi poteri dalle “energie transdimensionali”, ma sempre magia rimane.

Il tema fantascientifico viene quindi aggiunto al fantasy per dargli più profondità e realismo soprattutto quando questo ha ambientazione moderna, ma si distingue da esso per la mancanza di aderenza a delle basi scientifiche reali.

I punti di forza e le debolezze

Parliamo infine di quelli che, nella mia opinione, sono i rispettivi punti di forza e di debolezza di ciascun genere.

Il fantasy come già detto, ha la forza di offrire all’amore il massimo grado di libertà e creatività, si può creare ogni cosa, ogni ambientazione per quanto assurda e ogni situazione, questa è però allo stesso tempo forse la sua debolezza, la mancanza di regole infatti può danneggiare la tensione delle opere e il rischio di risolvere tutto con il solito deus ex machina è concreto.

La fantascienza invece è più limitata, offre ambientazioni che, se non sono reali, sono perlomeno teoricamente realistiche e che quindi possono coinvolgere forse meglio il lettore o lo spettatore. Il suo problema più grande forse è che invecchia in fretta, l’evoluzione tecnologica è spesso infatti così rapida e caotica da rendersi imprevedibile e far perdere di credibilità al lato scientifico dell’opera.

Romanzi filosofici, fra Vita di Pi e Shantaram

Il romanzo, come già detto in altri articoli di questa rubrica, è spesso un mezzo straordinario per comunicare pensieri profondi e per farli arrivare al pubblico in una forma che ad esso sia gradita. Il pensiero dell’autore in questi romanzi, non viene quindi buttato in faccia al lettore, ma filtra attraverso le parole, attraverso i simboli e i personaggi in modo da arrivare ma di non stancare, di colpire ma senza cadere nella noia e nella banalità.

I romanzi di cui parliamo oggi sono quindi due: Vita di Pi di Yann Martel e Shantaram di Gragory David Roberts, entrambi tra l’altro, legati in qualche modo a quel paese che negli ultimi anni sta catalizzando le attenzioni e la fantasia di molti scrittori, ovvero l’India.

Lo strano caso di Piscine Patel

Non a caso uso la parola “strano” in riferimento a questo primo titolo, è un termine assolutamente calzante dopotutto perché sarà la prima cosa che penserete leggendolo. Da ogni punto di vista, la trama, i personaggi, perfino lo stile in cui sono stati gestiti i capitoli, i flashback e la formattazione, tutto nel romanzo è decisamente strano, in senso buono, ma comunque strano.

La trama è abbastanza semplice da riassumere ma è quasi impossibile riassumerla in modo da renderle giustizia, il romanzo già di per sé breve è infatti densissimo di avvenimenti e di simboli. Ad ogni modo la storia parla di un ragazzo, Piscine “Pi” Patel che, dopo essere naufragato assieme alla nave su cui si trovava, nave che trasferiva gli animali di uno zoo dall’India agli Stati Uniti, riesce a sopravvivere rifugiandosi su una scialuppa sulla quale, con sua sorpresa, si rifugia anche la grande tigre delle zoo, Richard Parker.

L’intero libro si sviluppa attraverso una lotta di sopravvivenza di Pi contro le avversità e contro la tigre con la quale però instaurerà nel tempo un rapporto di strano rispetto. Il tutto unito da una narrazione molto onirica ed emotiva che si amalgama alle riflessioni religiose del personaggio.

Il rapporto di Pi con la religione apparirà fin dall’inizio come qualcosa di particolare e a tratti un po’ confuso riflettendo forse la confusione di Pi stesso e di molti altri a proposito di questi grandi temi. Questo rapportò apparirà all’interno del libro, nelle domande che Pi si porrà per decidere se uccidere o no la Tigre, se eliminare o no un possibile pericolo uccidendo però un essere vivente che non lo aveva toccato.

Ora non voglio spoilerare troppo quindi mi limito a dire che libro è davvero bello, molto scorrevole e nemmeno troppo impegnativo data la sua brevità. È ottimo sia da leggere quando si ha un po’ di tempo libero sia, potenzialmente, da regalare. In caso qualcuno lo voglia acquistare, vi lascio qui di seguito il relativo link di Amazon: Vita di Pi

L’autobiografia di Shantaram

Shantaram è un romanzo autobiografico (anche se a mia opinione almeno un po’ esagerato o modificato, gli avvenimenti sono troppi e troppo straordinari per farmi credere che sia tutto vero) scritto dall’autore australiano Gregory Roberts.

Ex attivista studentesco, Gregory finisce da giovane nel giro della droga e delle rapine, venendo catturato e sbattuto in una prigione australiana. Riuscito ad evadere, ottiene un passaporto falso e fugge in India, per la precisione a Bombay, dove rimarrà per i seguenti anni.

La storia di Shantaram è un libro disilluso e schietto, una nuda rappresentazione del mondo di un uomo che, dopo aver perso tutto, ritrova sé stesso e gli altri un po’ alla volta. È il racconto di una cultura e del confronto fra culture, è il racconto di un uomo che va a vivere fra i disperati della terra e ne viene accolto e amato e che poi, ammagliato da uno straordinario filosofo, diventa un mafioso discretamente potente.

Shantaram è la storia di una fuga di un uomo dal suo passato e dalla sua vergogna, un uomo che cercherà pian piano di redimere sé stesso. Durante il lungo libro, circa un migliaio di pagine, verrà a contatto con diversi personaggi, da altri fuggitivi occidentali come lui, ai poveri dello slum, le baraccopoli di Bombay, agli abitanti dei villaggi di contadini, ai boss mafiosi come Kaderbhai, l’oratore e filosofo che tiene in pugno Bombay grazie alla retorica e all’amore che riesce ad infondere nelle persone.

Il libro è raccontato tutto in prima persona, come ci si aspetta da un’autobiografia. È molto lungo e molto carico di avvenimenti e richiede un po’ d’impegno per essere seguito correttamente. È un bel libro, ricco di spunti di riflessione che, anche se non condivisi, sono sempre utili per chiunque, forse solo appena un po’ lento in alcuni punti, questa è l’unica critica che posso fargli.

In caso foste interessati al libro, come sempre, vi metto qui il link di amazon dove acquistarlo. Shantaram


Per altre recensioni letterarie o per i miei racconti, passa dalla Libreria

I casi editoriali, fra Dan Brown e Stephanie Meyer

Bene, eccomi di nuovo qui dopo essermi preso una pausa per digerire le immense quantità di cibo di questo periodo natalizio; come di consueto per il mercoledì, vi porto un paio di recensioni-opinioni su alcune opere di un paio di scrittori accumunati da un medesimo teme che, oggi e nello specifico è il caso editoriale, quel romanzo che, in qualche modo, riesce ad esplodere dando luogo ad un fenomeno. Vediamo come hanno fatto

Dan Brown e il thriller fantasy-religioso

Chi oramai, dopo la fama raggiunta sul grande schermo, non conosce Robert Langdon? L’iconico personaggio di Dan Brown, professore di simbologia di Harvard, è ormai una realtà consolidata e conosciuta dell’editoria, nonché l’esempio perfetto di un personaggio poliedrico ed originale.

Innanzitutto partiamo con il genere; è interessante notare come sia molto difficile inserirlo in un genere specifico. I romanzi di Dan Brown (non li cito tutti perché tanto già li conoscete, sappiate che il mio preferito resta “Il simbolo perduto”, quello che mi piace meno “Inferno”) sono infatti thriller principalmente, ma contengono elementi strani, quasi alieni alla tipicità del genere. Una retorica artistica e religiosa che non appartiene certo al thriller classico, il tutto unito da elementi d’azione, di retorica, di fantasia o di fantascienza.

In secondo luogo vi è l’ambientazione, tutto è a sua volta inserito infatti in un’ambientazione frenetica nella sua velocità, spesso con l’intera storia che si riassume in pochi giorni o, addirittura come nel caso di Origin, in una sola notte, in un’unità temporale che avrebbe reso felici i tragediografi greci. È uno stile serrato che porta il lettore a divorare il libro, non ci sono spazi per le pause, un capitolo è fatto per tirare quello successivo in un domino continuo e rapido.

Poi c’è anche un’altra cosa, che è il motivo forse più di ogni altro che ha fatto famoso Dan Brown nonché purtroppo il motivo per cui io, dopo essere stato suo fan per anni, mi allontano da lui. Le sue trame sono terribilmente costanti.

Si dice che la definizione perfetta per “qualità” sia la capacità di soddisfare le aspettative e, in questo Dan Brown è bravissimo, dando al pubblico esattamente quello che si aspetta. Allora, qualcuno muore in circostanze misteriose attorniato da strani simboli, Robert viene tirato fuori da Harvard, piazzato sulla scena del crimine da cui poi lui dovrà scappare dopo dieci minuti perché avrà capito che la polizia è contro di lui. Incontra una donna bellissima, intelligente, sui trentacinque e con un passato oscuro che lo aiuterà e da cui ci sarà alla fine un doloroso distacco. Verso la fine ci sarà un completo plot twist e si rivelerà che uno dei personaggi buoni è in realtà cattivo o/e che uno dei cattivi è in realtà buono. Credo che queste cento parole circa siano una buona descrizione di ogni singolo romanzo della serie.

Il punto secondo me, e lo dico senza volontà di polemica o di accusa, ma anzi con forte rispetto con un autore che, ad ogni modo, è stato e resta uno dei miei preferiti anche solo per la capacità di tenerti così incollato alle pagine; è che Dan Brown abbia creato praticamente un modello standard dei suoi romanzi un po’ in stile fast food, e li replichi ogni due anni cambiando un poco l’ambientazione. In questo modo il pubblico, sa esattamente cosa sta per leggere quando vede il libro in libreria, e, essendogli piaciuta la prima o la seconda volta, lo prende una terza.

I libri ad ogni modo sono davvero ben scritti, senza buchi di trama e, nonostante le ovvie romanzate, anche ben studiati nel loro artistico, religioso o scientifico che sia. I personaggi sono ben definiti e caratterizzati, anche se, come già detto, tendono a ritornare di romanzo in romanzo solo con nomi diversi.

Per chi fosse interessato ad acquistare, i libri pur essendo basati sullo stesso protagonista, non sono collegati l’uno all’altro, possono quindi essere letti anche da soli. Origin  ; Il Codice da Vinci  ;Angeli e demoni

Stephanie Meyer, può un vampiro essere sexy?

Forse il Dracula di Bram Stocker si rivolterebbe nella tomba con Twilight, la celeberrima opera della scrittrice americana Stephane Meyer (Dracula che si rivolta nella tomba… l’avete capita?), ad ogni modo, personalmente, devo dire di pensare che tutto l’odio che si sia riversato su questa scrittrice sia ingiustificato.

Sarà che sono dell’idea che, di fronte a qualcuno che ha avuto successo, non abbia senso perdere tempo a denigrarlo ma piuttosto si debba capire in cosa sia stato bravo, sarà che i suoi libri mi sono genuinamente piaciuti, sarà che non ho visto i film e forse quel fanno davvero schifo come si dice, chi lo sa?

Ad ogni modo parliamo della saga di Twilight, una storia d’amore horror, un teen fantasy di straordinario e innegabile successo.

Allora io credo che il principale motivo per cui i libri sono diventati famosi, è che sono stati davvero originali. Imitati da tutti negli seguenti, Twilight ha aperto il mondo dello urban fantasy per giovani adulti e dalla fusione di generi che raramente sono accostati come l’horror e il romance. È anche un libro ben scritto, molto ben scritto con una trama che riesce a creare la giusta suspence anche se a volte sembra un po’ priva del pathos che in genere caratterizza questi romanzi.

Twilight è una storia d’amore prima di ogni altra cosa e, anche per questo, l’autrice lascia molto spazio, e infonde molta della sua abilità, nella caratterizzazione emotiva dei personaggi che è davvero straordinaria. Tormento, amore, un groviglio di emozioni che hanno per il lettore (consideriamo che il target medio è giovane e femminile) la funzione della catarsi, la funzione di permettere di riversare su di essa tutta la propria emotività in subbuglio adolescenziale.

Allo stesso tempo l’autrice crea attorno a sé un piccolo mondo di fantasia, molto coinvolgente e per questo molto imitato, abitato da esseri che, infondo, assumo proprio un ruolo dove tutti si sentono a proprio agio: la ragazza nel ruolo della protetta e il ragazzo nel ruolo del protettore (piccola nota: non dicendo che questi ruoli debbano essere così, ma sto sottolineando come, in genere, sono i ruoli in cui le persone sono a loro agio).

Unica nota negativa forse, come già accennato prima, la mancanza di pathos in punti dove me ne sarebbe piaciuto un po’ di più. Il finale di New Moon ad esempio, o di Breaking Dawn (che è anche il finale della serie), dopo aver aumentato e tenuta alta la tensione per un intero romanzo finiscono così, con due parole e senza un nulla di fatto, ammetto che mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca.

Ad ogni modo consiglio vivamente la lettura di questa serie e, in caso voleste acquistare, ecco il link da cui potete comodamente farlo:
Twilight

L’arte della satira fra Douglas Adams e Giacomo Leopardi

Come ogni mercoledì, ecco un paio di recensioni letterarie. Il tema di oggi è la satira, l’arte di criticare divertendo, di sottolineare incongruenze e ipocrisie senza essere banali fra un autore inglese moderno e uno italiano classico.

Guida galattica per autostoppisti

“I Vogon sono una delle razze più sgradevoli della galassia; non sono cattivi ma insensibili burocrati zelanti con un pessimo carattere, sì. Non alzerebbero un dito per salvare la propria nonna dalla vorace bestia Bugblatta di Traal senza un ordine in triplice copia spedito, ricevuto, verificato, smarrito, ritrovato, soggetto a inchiesta ufficiale, smarrito di nuovo ed infine sepolto nella torba per tre mesi e riciclato come cubetti accendifuoco.”

Iniziata come serie radiofonica, nessuno mai avrebbe immaginato l’enorme successo della guida galattica, diventato così celebre che, quando alcuni mesi fa Elon Musk lanciò la sua auto Tesla nello spazio, all’interno del cruscotto vi era contenuta proprio una copia di questo libro.

Tutto inizia quando Arthur Dent, un comunissimo e noioso cittadino inglese, scopre che la sua casa sta per essere distrutta in quanto di lì dovrà passare un autostrada. Passeranno solo poche ore prima che l’intero pianeta Terra subisca lo stesso destino, cancellato dalla razza aliena Vogon per farci passare un autostrada spaziale. Assieme all’amico Ford quindi, Arthur scappa dal pianeta appena in tempo, fedelmente aiutato dal manuale della “guida galattica per autostoppisti”.

Il libro si presenta come un testo di satira principalmente sociale, molto divertente e assolutamente adatto a tutti, dai vecchi ai bambini. La rappresentazione caricaturale ed esagerata dei soggetti è perfettamente utilizzata a questo fine, a sottolineare tutte quelle ipocrisie ed ingiustizie che vengono attuate dai più forti verso i più deboli e questa linea di tiro è perfettamente chiara fin dall’inizio quando appena dopo aver distrutto la casa di Arthur, gli umani hanno la loro propria casa, la Terra, distrutta a loro volta.

Allo stesso tempo il libro rimane esilarante per tutto il tempo, ed è proprio probabilmente il suo essere così divertente che ha decretato il suo successo. Il suo humor un po’ inglese, un po’ sguaiato all’americana ha creato un connubio perfetto fra sviluppo della trama e del ridicolo che secondo me è anche il segreto della satira; una cosa deve sì far pensare ma deve anche far ridere, perché se non ti fa ridere la ignorerai e non ti soffermerai a pensare.

Per chi fosse interessato ad acquistare: Guida galattica per gli autostoppisti. Il ciclo completo

I paralipomeni della bratacomiomachia

“Poi che da’ granchi a rintegrar venuti
Delle ranocchie le fugate squadre,
Che non gli aveano ancor mai conosciuti,
Come volle colui ch’a tutti è padre,
Del topo vincitor furo abbattuti
Gli ordini, e volte invan l’opre leggiadre,
Sparse l’aste pel campo e le berrette
E le code topesche e le basette;”

Credo che, al giorno d’oggi, se Giacomo Leopardi si presentasse da un qualsiasi editore con un libro con questo titolo, l’editore lo inseguirebbe con un fucile.

In realtà il titolo è la cosa più complicata di uno dei più famosi testi satirici del poeta italiano che no, non scriveva solo cose depresse come generalmente si dice, quelle costituiscono solo il novanta per cento della sua produzione.

Bratacomiomachia, letteralmente: “la battaglia fra i topi e le rane” è un poemetto, in realtà abbastanza lungo, di satira politica scritta da Leopardi che ironizza sulla battaglia fra i rivoluzionari napoletani (i topi) con i sostenitori dell’autorità pontificia (le rane) aiutati dagli austriaci (che saranno presentati come granchi).

Allora ovviamente come ci si può aspettare da Leopardi il testo è qualcosa di abbastanza impegnato pur nel suo intento satirico, in esso il poeta italiano fa la parodia di una battaglia epica, ricalcando anche i temi classici del romanzo omerico ma con protagonista non un eroe o un semi-dio, ma bensì un topolino sconfitto dai malvagi granchi.

Le riflessioni su cui si soffermerà e ci vorrà far soffermare Leopardi saranno quelle sul senso della guerra, sul mantenere il potere con la violenza proprio dei granchi, sull’intellettualismo fine a sé stesso del topo Leccafondi.

Rispetto alla guida spaziale, per ovvie ragioni, l’opera di Leopardi è un po’ più difficile ed impegnata e all’umorismo iper-caricaturale di Adams, va a sostituirsi un umorismo un po’ più cupo proprio di Leopardi, che inoltre paga un po’ lo scotto di non essere direttamente al passo dei tempi (anche se in realtà i temi trattati sono perfettamente trasponibili anche alla nostra società). Ad ogni modo secondo me è un testo molto interessante, anche solo per la sua originalità e anche solo per rapportarsi con un testo italiano classico che non sia il solito romanzo pieno zeppo di pesanti paragrafi filosofici con riferimenti religiosi di cui ognuno di noi ha letto, ai tempi delle scuole, almeno ottocento versioni diverse; ed è anche secondo me un buon modo di riapprocciarsi un po’ a Leopardi, fuoriuscendo dalle sue opere più famose per dare un’occhiata anche a quelle meno celebri.

Per chi fosse interessato ad acquistare: Paralipomeni alla Batracomiomachia


Per altre recensioni letterarie, passa dalla Libreria

Il fascino del cattivo, fra Oscar Wilde e John Milton

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Chiunque abbia l’abitudine alla lettura si sarà di certo reso conto di come, a volte, in alcune storie siano proprio i cattivi i personaggi più interessanti, quelli più carismatici e tormentati, a tutto tondo nella descrizione psicologica della loro depravazione.

Sarà forse per questo che a volte alcuni scrittori scelgono direttamente di renderli protagonisti, stravolgendo in parte quelle norme che vogliono sempre un eroe buono e giusto. Nella recensione letteraria di oggi parlerò quindi di due opere e dei rispettivi autori: “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde e il “Paradiso perduto” di John Milton.

Dorian Gray e la critica dell’ipocrisia

“L’unico elemento di colore che sia rimasto nella vita moderna è il peccato.”

Immaginate di vivere in un epoca sotto molti punti di vista depravata fino al ridicolo, e nella città in assoluto più decadente e depravata di quell’epoca. Immaginate una società “bene” che vi circonda riempiendovi le orecchie di discorsi sulla morale, sul giusto, sui buoni costumi solo per poi rivelarsi per quello che è davvero appena dietro il sottilissimo velo del “se la gente non vede, allora nulla è successo.”

Questa è l’ipocrisia dell’Inghilterra vittoriana, padrona di mezzo mondo la sua elite si chiude in salotti fatti di perbenismi solo per poi rivelare la sua vera natura  quando nessuno vede e lì, tutti quegli istinti vitali repressi esplodono, ma in maniera controllata, perché nonostante siano tutti depravati la depravazione va comunque nascosta perché nulla, assolutamente nulla è più importante dell’immagine, del mantenere la faccia nella società.

Dorian Gray è simbolo di questo, è un simbolo atto a sottolineare e ridicolizzare quell’ipocrisia della gente che passa la vita a sparlare degli altri solo per nascondere quello che vorrebbe e non può fare o che peggio, lo fa e lo nasconde per vergogna.

Dorian è un ragazzo estremamente bello, di una bellezza che travolge chi gli si avvicina, bellezza però destinata a svanire in quanto effimera e, nella disperazione e nel timore che questo accade egli stringe un patto diabolico, un suo ritratto che sarà poi conservato in soffitta, invecchierà e imbruttirà al posto suo mentre lui rimarrà giovane e bello.

Quella che inizialmente sembrava una fortuna assume però via i tratti della maledizione perché nemmeno nella bellezza e nell’eterna giovinezza, nemmeno nell’apprezzamento che con questi doni riceve all’interno della società Dorian riesce a trovare la felicità ma anzi, la sua lenta ma inesorabile caduta morale arriva a fargli odiare sé stesso fino a fargli desiderare perfino la bruttezza e la vecchiaia come liberazioni.

In tutto ciò Dorian si fa quindi immagine di una critica alla società perbenista, è un personaggio che fugge dall’ipocrisia per rifugiarsi nella bellezza, nella ricerca spasmodica dell’immagine che porta però al suo lento sfacelo morale.

Nella forma, il romanzo si presenta come una straordinaria e perfettamente riuscita alternanza fra trama e filosofia che si concretizza nei dialoghi fra Lord Herny e Dorian, permettendo così alle idee di Wilde di trasparire senza però pesare rallentando il ritmo del racconto.

Per chi fosse interessato ad acquistare: Il ritratto di Dorian Gray

Un’ode al diavolo

“Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso.”

Fu certamente un tentativo coraggioso quello di John Milton di scrivere, nel lontano diciassettesimo secolo, un poema epico dedicato nientedimeno che a Lucifero stesso nella sua angelica e demoniaca figura.

Un tempo la più bella e la preferita delle creature di Dio, Lucifero è offeso, dopo la creazione dell’uomo, di essere posto dal padre in secondo piano rispetto a questa nuova creatura, così si ribella, si oppone a quel potere tirannico che viene dall’alto e, perdendo, cade, trascinando giù con sé molti degli angeli del cielo.

Eppure all’inferno accade qualcosa. In un certo senso e una certa forma, Lucifero nelle fiamme trova la libertà che in cielo, in quella gabbia dorata, non aveva; da un servitore celeste diviene quindi un monarca oscuro e tartarico, condottiero di un’armata di angeli e demoni e qui prepara la sua vendetta, la sua rivincita contro quel Dio che aveva preferito l’essere umano al suo angelo più splendente, avrebbe corrotto l’uomo, traviandolo dalla via del padre.

La cosa più interessante di questo romanzo a mio parere è l’interpretazione che viene data alla figura di Lucifero, il diavolo che, per assurdo, non è per nulla demonizzata ma anzi; rappresenta dall’inizio alla fine l’eroe triste ed oscuro della vicenda, forse archetipo di quegli antieroi dannati che avrebbero invaso la letteratura fino ai giorni nostri.

Lucifero è un eroe potente, carismatico, coraggioso, è un ribelle che nella sua arroganza, tradizionalmente il difetto del diavolo, oppone il suo desiderio di libertà alla tirannide di un potere infinito. In ciò Lucifero è anche simbolo del libero arbitrio dell’uomo: se, infatti, la via di Dio fosse l’unica via, l’arbitrio non potrebbe esistere e solo il fatto che ci sia un alternativa lo rende possibile, Lucifero stesso è l’alternativa, l’alternativa al bene, è quel desiderio di ribellione che brucia nell’animo umano.

Stilisticamente l’opera di Milton ricalca i poemi epici classici, i toni sono aulici e il linguaggio, come dopotutto è dovuto a questo genere di testi, è indubbiamente difficile e nei tratti che sostanzialmente toccano la scrittura lirica il linguaggio profondamente simbolico si fonde con la narrazione forzando il lettore a riflettere su ogni parola e su ogni frase senza perdersi nemmeno una riga di testo. È comunque e nella sua difficoltà, un testo che indubbiamente vale la pena leggere tanto quanto lo vale leggere un poema come la Divina Commedia.

Per chi fosse interessato ad acquistare, per un testo di questo genere, molto poetico, vi consiglio un edizione mista italiano/inglese che ho molto apprezzato. Su una pagina troverete la versione tradotta e su quella accanto la versione originale in questo modo avrete sottomano la scrittura di Milton, ma non perderete gli elementi della trama in caso il vostro inglese non sia perfetto. Paradiso perduto.


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L’identità e la percezione di sé stessi, fra Pirandello e Kafka

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Come ogni mercoledì vi propongo due opere di due autori molto diversi ma accumulate da un medesimo tema, oggi in particolare vorrei parlare de “Il Fu Mattia Pascal” di Pirandello e de “La Metamorfosi” di Kafka, entrambi accomunati dal tema dell’identità, della sua sostituzione e della percezione che gli altri hanno di noi stessi.

Pirandello fra Mattia Pascal e Adriano Meis

Cosa fareste se vinceste una somma enorme al casinò? Se da un giorno all’altro passaste, per pura fortuna, dall’essere gente che sopravvive con il proprio lavoretto ad avere una somma tale da permettervi di vivere per decenni di rendita?

Mattia Pascal di pose questa domanda e si diede una risposta inaspettata: morire… e poi rinascere in una nuova identità.

Questi sono i presupposti della più famosa opera dell’autore italiano. Mattia Pascal, dopo aver vinto una somma enorme di lire al casinò e, dopo aver scoperto, con sua enorme sorpresa di essere stato dato per morto nel paesino natale a causa di uno scambio d’identità con un suicida, decide di compiere un gesto folle e sparire, diventando un’altra persona, col nome di Adriano Meis.

La vera domanda sottesa all’interno di tutta l’opera è chi sia davvero l’individuo, chi sia davvero libero, chi sia la persona e chi il personaggio. In un certo senso Mattia Pascal è infatti un uomo schiavo e testimone degli eventi: la sua vita è stata determinata da altri come il padre e l’amministratore della sua eredità, è schiavo di una certa percezione che la gente ha di lui e perfino il suo più grande successo, la vincita alla roulette di Montecarlo, non è altro che un dono della sorte di cui lui non ha né merito né colpa.

Diventato Adriano Meis però, colui che fu Mattia sembra essere libero. Può crearsi una nuova identità da capo dove nessuno lo conosce, ha abbastanza denaro da non dover lavorare, non ha più moglie, non ha più responsabilità, non ha un passato che faccia sentire su di lui il proprio peso. Adriano Meis è libero, un uomo nuovo… o no?

Cos’è un uomo al di fuori della società che lo considera tale, che gli dona dei diritti? Se la società non sa della tua esistenza, esisti? Queste sono le domande con cui Adriano si scontra. Non può sposarsi perché non è iscritto all’anagrafe, non può denunciare un furto. Chi è quindi? È una persona forse più vera e libera di Mattia Pascal, ma che per le stesse ragioni che lo rendono libero, ovvero la mancanza di passato, di fatto per la società non esiste, è un fantasma, un essere fittizio.

Ovviamente come sempre cerco di non spoilerare troppo della trama, anche se suppongo che, anche solo per i vostri studi scolastici, non siate del tutto digiuni di quest’opera.

Per quanto riguarda lo stile devo dire che questo romanzo presenta un po’ il difetto tipico degli scritti di Pirandello, ovvero che è davvero lento. È più simile, per probabile deformazione professionale dell’autore, ad una sceneggiatura che ad un romanzo e sono certo che se fosse fatto a teatro i dialoghi e i monologhi avrebbero tutto un altro effetto e velocità. Ad ogni modo allo stesso tempo è anche uno stile molto profondo, cosa che in un certo senso giustifica la lentezza, molto filosofico e interiore, molto autoanalitico, è, indubbiamente, qualcosa a cui un lettore italiano dovrebbe almeno tentare di rapportarsi anche solo per osservare uno dei pilastri della nostra letteratura.

In caso voleste acquistare il libro, facendolo dal mio link Amazon voi farete shopping normalmente ma io riceverò una commissione, questa è un edizione che vi consiglio: Il fu Mattia Pascal

Kafka fra gli scarafaggi

Cosa fareste se un giorno vi svegliaste e scopriste di esservi trasformati in un gigantesco insetto? Che nessuno più vi capisce, che a mala pena capiscono chi siete?

Gregor Samsa, all’interno de “La Metamorfosi” a questa domanda risponde in un modo inaspettato… tornereste a dormire sperando di non far tardi al lavoro.

“Strano” credo sia l’aggettivo più corretto di questo libro che non ha assolutamente alcuna pretesa di realismo né negli eventi né nelle reazioni dei personaggi, “surreale” è un altro.

Gregor è uomo semplice che non ha una vita né davvero felice, né davvero triste. Semplicemente tira avanti con un lavoro con cui mantiene la sua famigliola e, nell’istante in cui avviene la sua metamorfosi tutta l’ipocrisia che lo circondava viene prepotentemente a galla.

Quello che prima era un rispettato cittadino e membro della famiglia, ora è solo un peso, solo un mostro di cui si sopporta la presenza solamente per un qualche recesso di norme sociali, è pur sempre un figlio dopotutto, ma che, spogliato della sua utilità, è spogliato anche del rispetto e dell’amore.

È in questo che Gregor in un certo senso trova la sua libertà dagli schemi e dalle norme sociali. Al contrario di Mattia Pascal che si allontana volontariamente, è la società stessa ad escludere Gregor ma in questa esclusione lui arriva ad una comprensione più della società stessa, perdendo umanità arriva a comprendere l’essere umano e ad essere, tristemente, libero nella sua miseria.

Come avrete certamente capito, lo stile di Kafka è, di nuovo… strano. Non è una cosa facile da descrivere nemmeno se lo avete letto. È profondamente allegorico di un allegoria che sconfina così tanto nella realtà che essa si distacca totalmente restando più come elemento scenico al servizio del simbolismo, se volete approcciarvi a qualcosa di diverso, questo è il libro che fa per voi.

Per chi fosse interessato ad acquistare: La metamorfosi


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Il fantasy di Cassandra Clare e Rick Riordan

woman wearing fairy costume

Per le recensioni letterarie di questa settimana ho deciso di proporre dei libri un po’ più leggeri del solito, adatti ad un pubblico più giovane, magari in caso aveste voglia di regale un libro ad un adolescente senza sapere da che parte girarvi nel reparto “young adult” di una libreria.

Cassandra Clare e i suoi Shadowhunters

“Conducimi dall’irrealtà alla realtà. Conducimi dalle tenebre alla luce. Conducimi dalla morte all’immortalità. ”

Sotto al mondo degli esseri umani, nascosto fra ombre invisibili, se ne svolge un altro, il mondo dei nascosti, popolato da esseri che, in un modo o nell’altro, sono stati toccati dall’energia demoniaca: licantropi, vampiri, stregoni e fate.

E chi vigila quindi sul mondo? Chi combatte contro i demoni e mantiene l’ordine fra i nascosti? Sono i nephilim, la stirpe degli angeli creata dall’arcangelo Raziel, detti anche shadowhunter, i cacciatori di ombre, gli unici a poter utilizzare la magia angelica, costituita da una serie di simboli, i marchi, incisi sulla propria pelle con uno strumento chiamato stilo.

Credo che la forza dei romanzi di Cassandra Clare stia proprio nella sua originalità. Nel romanzo i riferimenti ai miti greci, romani, germanici, ebraici e cristiani infatti non mancano ma si amalgamo perfettamente creando un mondo denso e fantastico, che allo stesso tempo però presenta una figura nuova e del tutto originale, i cacciatori angelici, tanto eroici quanto spietati e altezzosi.

Anche nella presentazione dei personaggi la Clare è molto originale. Tipica del fantasy è infatti la nettissima divisione fra bene e male, spesso personificati (cosa che comunque, nella prima serie di romanzi, ovvero “mortal instrument” è presente) con protagonisti che nella loro perfezione rischiano di apparire troppo irrealistico. Qui questo non c’è, gli shadowhunters sono infatti gli eroi malinconici e pieni di macchie di questa storia, macchie spesso insanguinate: la stirpe degli angeli ha ereditato dagli angeli anche l’altezzosità, l’arroganza e la superbia spingendoli a fare una lotta prima che coi demoni, loro nemici, anche e soprattutto con sé stessi.

In tutto ciò si intrecciano tutta una serie di trame e di storie d’amore fra i protagonisti, in particolare fra Clary e Jace, i personaggi principali che, come tutti gli altri sono così ben definiti da rendere impossibile non empatizzare con loro anche se, ritengo, i personaggi più interessanti restano i cattivi: Valentine e Sebastian Morgenstern e forse il più grande peccato dei romanzi e il non avergli dato abbastanza spazio.

Autrice prolifica, la Clare nel mondo di Shadowhunter ha scritto cinque libri della serie “Mortal Instrument”, tre della serie “Infernal Devices”(ambientati nella Londra vittoriana), più altre serie ancora in corso che non ho ancora letto ma di cui ho sentito parlare bene (Dark Artifices e Last Hours) e alcuni spin-off.  Le serie ad ogni modo sono perfettamente apprezzabili che singolarmente e senza aver letto tutto, anche se consigliato.

Riguardo alle due serie che ho letto posso dire che la prima (Mortal Instrument) è bellissima, perfetta per un adolescente, ma presenta qualche buchetto di trama qua e là e una divisione bene-male  con malcelati accostamenti fra il cattivo e i nazisti un po’ troppo inflazionata e scontata (ciò specialmente nel primo ciclo narrativo che riempie i primi tre libri) se non altro perché sembra che il nazismo sia il tema centrale di ogni fantasy da Harry Potter in poi.

Nella seconda serie (Infernal Devices) invece, la mia preferita, si può vedere perfettamente l’evoluzione della scrittrice, un ambiguità morale molto più realistica avvolge i personaggi, trame più complesse e inaspettate e una trattazione psicologica straordinaria, soprattutto del personaggio di Will e della sua maledizione (forse uno dei personaggi meglio descritti che abbia mai letto) e sì, alla fine del terzo libro potrei anche avere pianto (chi avesse già letto il libro può capire) ma solo un pochino… in modo virile.

Come sempre, per chi fosse interessato ad acquistare vi lascio i link di Amazon dei libri, in particolare vi lascio i primi libri di ogni rispettiva serie.

Rick Riordan e gli dei dell’Olimpo

“Quando dormi sbavi.”

Cosa accadrebbe se gli antichi dei pagani non fossere scomparsi ma si fossero solo trasferiti a New York? Ancora potenti, ancora un po’ folli e ancora lasciando figli semi-dei sparpagliati per il mondo?

Nei suoi famossisimi libri, Rick Riordina rivisita le varie mitologie in salsa moderna mescolando elementi della cultura classica e rapportandoli al mondo moderno. In questo Percy Jackson, protagonista della prima serie chiamata per l’appunto “Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo” è un moderno eroe greco, un semi-dio figlio di Poseidone chiamato da una profezia dell’Oracolo di Delfi a salvare il mondo dall’ira dei Titani.

Romanzi leggeri e senza troppe pretese, divertenti, ricchi d’azione e perfino istruttivi, Percy è diventato un fenomeno editoriale tale che dalle sue costole sono nate altre serie dedicate rispettivamente agli dei romani, a quelli egizi e quelli norreni.

La forza dei romanzi di Riordina sta proprio in quel rapporto fra azione e comicità che tiene altissima l’attenzione e l’interesse dalla prima all’ultima pagina. Il tutto narrato dal punto di vista di un ragazzino adolescente che ci accompagnerà alla scoperta del suo mondo allo stesso tempo fantastico e terribile.

Questi sono romanzi  molto divertenti secondo me, molto adatti ad un ragazzino o comunque un bambino che di sicuro li adorerà, ma che forse potrebbero però annoiare un lettore più adulto, lo premetto, dopotutto era proprio la fascia d’età dei giovani lettori che Rick aveva in mente scrivendo.

Da ex professore inoltre, Riordan non fa mai mancare nei suoi testi il lato istruttivo e pedagogico. La mitologia greca viene quindi spiegata al lettore attraverso la trama ed esso, divertendosi, impara anche.

I personaggi sono perfettamente delineati e i libri sono molto scorrevoli e semplici da leggere. Unica pecca forse, il ricorso, tipico del fantasy, ad un po’ di “deus ex machina” per risolvere alcune situazioni complicate.

Qui il link del suo primo libro, se dovete fare un regalo ad un ragazzino, questo gli piacerà di sicuro: Il ladro di fulmini. Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo.

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Un’ode onirica al nichilismo, fra Nietzsche e Lovecraft

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Per le recensioni letterarie di questa settimana il tema è quello del nichilismo, dell’antro nero e profondo in cui, l’uomo che si affaccia alla società moderna, guarda per poi distogliere gli occhi terrorizzato. La morte di Dio, la morte dei valori, la morte dell’infinità di norme che regolavano e governavano la vita degli uomini lascia dietro di sé solo devastazione, solo nulla e follia.

Allo stesso tempo però anche la razionalità davanti all’infinità del vuoto comincia a vacillare, ed è questo che apre le porte al sogno quale nuovo metodo di narrazione, al simbolico che permette ai significati di essere espressi tramite vivide immagini e nel punto in cui l’onirico incontra il nichilismo, dominano gli incubi dell’essere umano.

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

“Chi ha orecchie, intenda.”

Come il filosofo tedesco stesso diceva: “è un libro per tutti e per nessuno”. Per tutti, nel senso che, nelle sue doti artistiche, è perfettamente fruibile a qualsiasi persona voglio solo leggersi un bel libro. Per nessuno nel senso che nessuna parola, nessun immagine, nessuna citazione sembra lasciata per caso mentre i tasselli del viaggio di Zarathustra si aggregano prendendo la forma di una profezia sul destino dell’uomo.

Ha una trama e una storia, ma non è un vero e proprio romanzo, così come non è, almeno nella forma, un vero saggio di filosofia. “Così parlò Zarathustra” è davvero difficile da descrivere anche per la mancanza di veri e propri paragoni anche se forse la cosa che gli somiglia di più è, per assurdo, la Bibbia.

Lo stile usato da Nietzsche è infatti uno stile che potremmo definire semi-lirico, a cavallo fra la prosa e una lunga poesia che può ricordare lo stile molto emotivo e altisonante con cui sono raccontati i testi religiosi. In esso l’autore parla in terza persona di una versione semidivina di sé, un profeta e un saggio che porta agli uomini una novella di morte e rinascita e il tutto, ogni singolo concetto è espresso attraverso una lunga serie di parabole simboliche ove ogni cosa ha diversi metri e modi di lettura.

È una lettura addirittura un po’ spaventosa, anche solo nella comprensione dell’intelletto che l’ha scritta. Della profonda visione dell’antro più oscuro e più profondo delle dinamiche sociali umane che, non credo, possa lasciare indifferente un lettore che ci si approcci, qualunque tipo di lettore sia.

In questo libro tutta la storia del viaggio di Zarathustra ci viene mostrata come un unica grande visione, un sogno in un certo senso folle dove tutto quanto lo stile, le immagini letterarie e i messaggi contenuti tentano di demolire il lettore per poi, piano piano, riplasmarlo nella visione profetica che si concretizza come un primo passo fuori dall’abisso del nichilismo, un passo verso lo Übermensch, l’uomo superiore.

Sì, un passo, perché nonostante Nietzsche viene annoverato spesso come il nichilista per elezione, in realtà la distruzione dei valori non è la fine, ma è solo un punto di passaggio per l’evoluzione dell’uomo, per la nascita di colui che avrà più bisogno della religione o della società per giustificare o guidare il proprio comportamento, ma che prenderà su di sé le redini e l’onere della guida della propria vita. Un essere che, guardando indietro ai vecchi uomini, avrebbe visto quello che gli uomini vedono guardando le scimmie.

Nonostante sono certo che nessuno di voi sia del tutto a digiuno di nozioni rispetto a questo autore, in caso qualcuno voglia cimentarsi nella sua lettura mi permetto di consigliare di cercare di viverlo il più possibile a mente sgombra, senza i preconcetti, giusti o sbagliati che siano che vi sono stati insegnati. Cercate di dare voi la vostra interpretazione alle cose, cercate di farlo vostro.

Per chi volesse acquistare il libro, lascio qui il link di un’edizione tradotta in italiano che ho molto apprezzato perché ha saputo mantenere straordinariamente sia il messaggio sia lo stile unico. Così parlò Zarathustra.

Howard Phillips Lovecraft e i suoi racconti

“Che non è morto ciò che in eterno può attendere, e con lo strano passar degli eoni anche la morte può morire.”

Cosa succede quando la filosofia nichilista va a toccare quel sentimento di atterramento che l’uomo, davanti alle scoperte dell’era spaziale, prova nell’accorgersi di essere il nulla, un insignificante granulino di polvere in un universo più grande perfino della capacità della sua immaginazione? Impazzisce e Lovecraft è la voce di questa follia.

Per la prima volta porto uno scrittore di racconti e non di romanzi, da anni Lovecraft è fra i miei scrittori preferiti e in assoluto il mio preferito del genere horror (non me ne voglia Poe, dal quale comunque il solitario scrittore di Providence fu largamente ispirato).

I racconti di Lovecraft sono molto vari e si snodano su un periodo di pubblicazioni di anni. Generalmente però in essi si trovano dei punti in comune, la firma dello scrittore potremmo chiamarla, uno stile che sembra come la narrazione di un sogno (o di un incubo), spesso in prima persona, che tende a concentrarsi più che sugli eventi e sulla descrizione dell’ambiente, su l’espressione dell’emotività del personaggio e del suo stato mentale.

Molto legato a temi quali la morte e l’aldilà nel suo primo periodo e allo spazio e dimensioni alternative e divine nel secondo, Lovecraft sembra, attraverso i sogni, voler arrivare più in là di quanto la nuda vista razionale possa spingersi, sprofondando in incubi che la mente sveglia vorrebbe solo cancellare e che quindi possono esistere solo nell’inconscia visione onirica.

In alcuni casi inoltre, Lovecraft va a creare delle vere e proprie serie di racconti legate da un filo comune come ad esempio nel celebre ciclo di Cthulhu, diventato iconico nella cultura fantasy e fantascientifica moderna e citato in libri, videogiochi e film. In esso lo scrittore va a creare un vero e proprio pantheon di dei vivi e crudeli, dei del caos e della follia, personificazioni della distruzione di ogni ordine, di ogni morale e di ogni senso alla vita umana.

Lovecraft, lo dico fin da subito, non è un autore facile a cui approcciarsi. Il suo stile in alcuni racconti a volte potrebbe sembrare lento specialmente al lettore moderno, ma allo stesso tempo potrebbe diventare uno dei vostri scrittori preferiti… o lo odi o lo ami, ci sono poche vie di mezzo diciamo.

Per chi volesse tentare di avvicinarsi a questo scrittore, vi propongo alcune raccolte di racconti.

  • Qui invece c’è una raccolta più generica di tutti i racconti, è un libro in questo caso bello grosso che però, contenendo dai testi giovanili fino a quelli più tardi,vi darà anche una visione dell’evoluzione artistica dello scrittore Lovecraft. Tutti i racconti

Per i miei scritti originali o per altre recensioni letterarie, fai un salto alla Libreria.