Cos’è la libertà?

La libertà è un concetto antico e con molti significati e che, come tutte le cose con molti significati, ha il difetto che alla fine arriva a non averne nessuno. Ma cosa vuol dire quindi, alla fine, essere liberi? Ed è possibile esserlo all’interno di una società?

Fare ciò che si vuole

Una definizione molto ampia potrebbe essere questa: essere liberi significa semplicemente fare ciò che si vuole, tutto ciò che si vuole quando lo si vuole, ovviamente nel limite delle possibilità fisiche.

Il problema con questa definizione forse però, è che è fin troppo ampia, di un ampiezza tale che fa perdere di significato alla parola.

Se ci pensate infatti, secondo questa definizione, siamo tutti sempre liberi, perché di fatto tutti noi facciamo quello che vogliamo.

Noi abbiamo sempre una scelta infatti, benché non sia sempre una scelta piacevole; anche una persona che fosse forzata a fare una cosa con la pistola puntata alla testa, avrebbe la scelta se fare quella cosa o farsi sparare. Anche una persona chiusa nella cella di una prigione sarebbe altrettanta libera di una che cammina in un prato, in quanto entrambi, nel limite delle loro possibilità fisiche, potrebbero scegliere di fare ciò che vogliono.

L’assenza di vincoli

Altra definizione possibile potrebbe essere questa: essere liberi significa mancare di vincoli, di freni all’azione.

Ciò risolverebbe i paradossi sollevati prima, un uomo con una pistola alla testa o chiuso in una cella, ha comunque e sempre una scelta volontaria, ma è una scelta vincolata da circostanze limitative.

Questa stessa definzione però, al contrario di quella di prima, è forse troppo restrittiva, in quanto porrebbe in essere che sostanzialmente nessuno mai sia libero, questo perché in qualche misura, non essendo onnipotenti, siamo sempre tutti vincolati dalle circostanze.

La libertà come sentimento

Fondamentalmente io credo che uno degli errori più grandi nel trattare il tema della libertà sia il considerarla come un assoluto, come un qualcosa di esistente di per sé stessa, quando invece la libertà è qualcosa di molto più simile ad uno stato d’animo.

Una persona ricca, che vive in una nazione permissiva, senza responsabilità e senza obblighi, può comunque sentirsi schiava, mentre una persona povera, soggetta a soprusi e asservita alle necessità, può comunque sentirsi libera. Curiosamente forse una persona che viva in una società moderna che offre molte possibilità spesso si sente meno libera che un proprio antico antenato che viveva in un mondo di dominazione del più forte.

Quella che chiamiamo libertà, è fondamentalmente un indice con cui esprimiamo il grado di quanto sentiamo che una cosa non ci sia stata imposta, che non derivi da manipolazione o da un ordine, o che la facciamo perché ci piace farla e non perché dobbiamo.

Per fare un esempio che tutti possiamo capire, provate a ricordare la sensazione che tutti noi abbiamo provato quando da bambini i nostri genitori ci chiedevano di fare qualcosa che noi comunque stavamo per fare. Magari noi stavamo per lavarci i denti o rifarci il letto, e appena prima di farlo nostra madre ci chiedeva di farlo. Non so a voi ma a me dava fastidio e mi passava automaticamente la voglia di farlo, anche se lo avrei comunque fatto se nessuno me lo avesse chiesto perché percepivo la cosa come un imposizione e quella piccola fiammella di ribellione che è sano tutti i bambini abbiano si ribellava un pochino.

Quindi io direi che una buona definizione di libertà è questa: è lo stato d’animo di chi sente che le proprie azioni siano proprie e di nessun altro.

Questo perché l’unica cosa su cui un uomo possa davvero avere il controllo è la propria mente, la propria mente è l’ambito in cui siamo onnipotenti, in cui non abbiamo vincoli e dove possiamo fare ciò che vogliamo. La libertà è la capacità della mente dell’essere umano di prendere in mano la propria vita, così come la schiavitù e l’incapacità di farlo lasciando che altri scelgano per noi.

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Gli atleti “modificati” e l’etica dello sport

Tutti noi conosciamo la storia di Oscar Pistorius, l’atleta Sudafricano amputato ad entrambe le gambe che, grazie a protesi artificiali high tech si ritagliò un posto alle paralimpiadi fino ad arrivare ad essere ammesso ai giochi olimpici “normali” ai quali non partecipò non per questioni sportive ma per aver ucciso la propria fidanzata.

Recentemente è salito alle cronache l’interessante caso di Blake Leeper, atleta americano, a sua volta amputato ad entrambe le gambe, le quali a loro volta sono state sostituite da protesi molto simili a quelle di Pistorius; al momento Leeper concorre nelle paralimpiadi (400 metri piani) nelle quali ha stabilito il nuovo record nazionale americano, ma ha espresso interesse nel seguire la stessa strada che fece il suo ex-collega sul richiedere un approvazione per concorrere coi normo abili.

Percorsi diversi ma stesi dubbi si affacciano anche sugli atleti/atlete transessuali, in particolare e per ovvie ragioni quelli che compiono un percorso M to F, ovvero biologicamente uomini che fanno la transizione verso le donne, è il caso ad esempio di Mary Gregory, powerlifter che ha stabilito un nuovo record, stavolta addirittura mondiale, di sollevamento pesi allo squat femminile.

Dopo questa lunga premessa, andiamo alle varie argomentazioni che si snodano in questo terreno nuovo e complicato della bio-etica e dell’etica sportiva, ovvero quella degli essere umani “modificati”.

Il corpo umano

Il corpo umano è una macchina che si è evoluta per millenni al fine di sopportare una moltitudine di condizioni; l’attività sportiva ad alti livelli tendenzialmente è, concettualmente, lo spingere la capacità di adattamento del corpo umano al massimo di una condizione specifica.

Tutte le persone (normo abili) ad esempio possono correre, ma solo una potrà farlo più veloce di chiunque altra e solo una sarà in grado di farlo nei cento metri mentre un’altra nella maratona. Fisici diversi, allenamenti diversi, persone diverse che giungono all’apice umano in ogni ambito… ma qual’è l’apice umano?

Il corpo umano si è evoluto per essere in un certo modo, le nostre gambe, sono fatte sì per correre, ma anche per darci equilibrio, per saltare, per scalciare, per arrampicarci etc., e anche nella corsa possono essere fatte per fare sprint o lunghe distanze di resistenza.

Il punto adesso è, cosa succede se io invece metto ad una persona una protesi che non sia una replica esatta di una gamba, ma sia una struttura costruita apposta per fare una cosa e una soltanto e farla alla perfezione, magari costituita di materiali super resistenti e leggeri di ultima invenzione? Posso mettere delle gambe iper-leggere per lo sprint, elastiche per le lunghe distanze, molleggiate per il salto. Se un nuotatore si fosse fatto mettere protesi alle gambe palmate?

Ovviamente sto estremizzando moltissimo, ma lo sto facendo per un motivo. Ci stiamo avvicinando in fretta ad un punto in cui la tecnologia potrà forse superare la biologia, fosse anche per un ambito estremamente specifico ed è un argomento di cui non siamo pronti per discutere.

C’è un vantaggio?

Alcuni argomentano che ogni essere umano abbia vantaggi e svantaggi rispetto ad altri, Bolt, campione dei cento metri ad esempio è praticamente tutto gambe, avrà dei muscoli predisposti geneticamente per lo sprint (nel tessuto muscolare ci sono muscoli che lavorano meglio su scatti veloci o sulla resistenza, la proporzione è parzialmente genetica e parzialmente determinata dall’allenamento).

Questa argomentazione, pur essendo vera, non credo però rientri nel dibattito. Non credo abbia senso paragonare un atleta che, avendo delle caratteristiche innate che lo rendono portato per uno sport vi si applica con uno a cui caratteristiche vengono aggiunte da un laboratorio.

Torniamo all’esempio estremo che ho fatto prima, dell’ipotetico nuotatore che avendo perso un arto se ne fa mettere uno con una pinna palmata attaccata. Sareste d’accordo a farlo competere con atleti normali? Rischierebbe di rendere nulla la competizione dello sport.

Prendiamo un altro caso ad esempio, testosterone e steroidi anabolizzanti. Non tutti gli uomini hanno lo stesso livello di testosterone (che come sappiamo ha forte influenza sullo sviluppo di massa muscolare), ma c’è una bella differenza fra una persona che ha livelli naturalmente un po’ più alti di testosterone e una che se lo inietta con una siringa. E il problema maggiore non è nemmeno il vantaggio che questo sportivo “chimico” ha sul suo collega pulito, ma anche che si permettesse l’utilizzo degli steroidi si porrebbe gli atleti proffessionisti nella condizione di non essere più competitivi coi loro colleghi senza modificare il proprio corpo.

Quindi dove si tira la linea?

Nell’esempio del nuotatore con delle pinne attaccate credo che saremmo tutti d’accordo nella presenza di un ingiusto vantaggio rispetto a persone normali, allo stesso tempo immagino delle modifiche molto più piccole come potrebbe essere ad esempio la chirurgia laser agli occhi che direi non apportare un vantaggio tale da invalidare la competizione, in quanto non danno un aiuto funzionale diretto ma levano solo dall’impiccio di indossare occhiali o lenti. La linea direi che è da qualche parte nelle sfumature fra questi estremi, un punto che vada valutato caso per caso.

Atlete transessuali e iperandriche

Altro paio di maniche, ma collegate all’argomento, quello in cui le modifiche del corpo non siano meccaniche, ma endocrine, ovvero relative al sistema ormonale, in genere al testosterone per le sopracitate capacità di aggiungere massa muscolare.

Negli USA c’è un forte dibattito, che è ancora poco sentito in italia, su dove debbano competere gli atleti transessuali professionisti. Dibattito che per ovvie ragione si riversa principalmente nello sport femminile dato che è raro (e non credo sia proprio mai accaduto, ma se avete più informazioni correggetemi pure) che un atleta F to M (da donna a uomo) sia stata competitiva nello sport maschile, al contrario alcune competizioni femminili si sono viste dominate da atleti M to F.

Secondo alcune opinioni una volta che una persona, biologicamente uomo, fa la cura ormonale il vantaggio che aveva smette di essere, e compete quindi allo stesso livello di una donna biologica, personalmente però, e con tutto il rispetto per le persone transessuali, penso siano argomentazioni un po’ deboli.

Considerando infatti che i transessuali e transgender sono circa lo 0,5 per cento della popolazione e che solo una minuscola frazione di questi si applichino allo sport a livello professionistico, considerando inoltre che sono persone che vanno incontro a grandi squilibri fisici e ormonali durante la transizione direi che il solo fatto che in così tanti riescano a primeggiare e addirittura ad infrangere i record assoluti femminili sia già di per sé la dimostrazione che esiste un vantaggio e a chi dice, argomento che abbiamo già trattato prima, che tutti hanno potenzialmente un vantaggio dato che ogni persona è diversa, rispondo con a risposta di prima, che una cosa è una persona con proprie caratteristiche genetiche, un’altra è una modificata in laboratorio.

Tra l’altro non viene considerato che il testosterone potrebbe non essere l’unica differenza fisica e muscolare fra uomini e donne, se no non si spiegherebbe tra l’altro perché non vi siano atleti rilevanti F to M, se ad una donna bastasse prendere testosterone per essere forte come un uomo allora perché non ci sono atleti rilevanti F to M come ce ne sono M to F?

Diverso invece a mio parere il caso di donne iperandriche. tempo fa ci fu una discussione su Caster Semeneya (medaglia d’oro negli 800 metri), atleta biologicamente donna, ma affetta da una condizione ormonale che induce il suo corpo a produrre più ormoni maschili di quanto dovrebbe fare; la discussione verté sul fatto che una donna con questa condizione avrebbe avuto, rispetto alle altre atlete, un vantaggio dovuto sempre al testosterone in circolo. In questo caso la commissione di atletica leggera ha deliberati che le donne con iperandrogenismo avrebbero dovuto abbassare i livelli di testosterone con una cura ormonale.

Ecco, in questo caso invece io do ragione all’atleta, per la stessa ragione per cui do torto agli altri. Per quanto il suo vantaggio sia reale infatti non dobbiamo perdere di vista il fatto che sia un vantaggio di origine biologica, così come lo sono i muscoli scattanti di Bolt o le spalle immensamente larghe di Michael Phelps, o l’altezza dei giocatori professionisti di basket e che quindi rientra nell’ambito della variabilità con cui si può sviluppare un essere umano.

Ma il diritto allo sport?

Veniamo all’ultimo argomento, argomento che credo che sia molto figlio del clima intellettuale in cui viviamo. Questi atleti, tutti, devono poter partecipare perché lo sport è un diritto.

Ecco sì… ma no.

Lo sport è un diritto, sono d’accordo con questo, ma il diritto consiste nel praticare sport, non nel competere a livello agonistico contro atleti privi del vantaggio che i laboratorio ti ha dato. Questa è la solita differenza che intercorre fra il non-discriminare qualcuno e il finire per avvantaggiarlo per paura di essere additati come discriminatori.

Il futuro

A questo punto viene da porsi un’ultima domanda, questi atleti modificati, forse non devono competere coi normo abili… ma allora dove devono competere? Perché se non è giusto che queste persone competano con persone non modificate, nulla vieterebbe di aprire ex-novo una nuova branca dello sport agonistico che raccolga queste nuove persone. Sarebbe ad esempio assurdo fare competere nelle paralimpiadi atleti che sono troppo forti anche per le gare “normali”; e i/le trans invece?

Non faccio fatica ad immaginare ad esempio come una possibile soluzione a questi problemi e in un ottica in cui pian piano (ma neanche troppo) la tecnologia si evolve sempre di più sia la creazione di nuove leghe. Ci potrebbe ad esempio un giorno essere la gara “biologica” e quella, in vari modi, “modificata”.

Attentato in Nuova Zelanda, cosa c’entrano i videogiochi?

Come immagino tutti saprete, alcuni giorni fa un avvenimento tragico ha devastato la Nuova Zelanda quando il terrorista Brenton Harris Tarrant ha aperto il fuoco sulla moschea di Christchurch uccidendo 50 persone e ferendone molte altre.

Ovviamente a seguito di questo fatto sono iniziati i vari dibattiti, dibattiti sulla facilità di accedere ad armi da fuoco, alla radicalizzazione di estrema destra, sul razzismo, sulla responsabilità morale e, in ultimo, sui videogiochi e sugli youtubers.

Il manifesto

Avrei voluto riuscire a trovare il manifesto originale e leggerlo per portare qualche informazione in più, ma non sono riuscito a trovarlo, quello che sappiamo però è che il killer ha scritto 87 pagine di manifesto in cui spiegava le sue ragioni diffondendole su 8chan, un sito internet libero da censura e che per questo nel tempo ha sviluppato comunità di persone che sarebbero state bannate in ogni altro posto.

A quanto pare Tarrant voleva più di ogni altra cosa però che il suo gesto non passasse inosservato, voleva che il suo messaggio risuonasse e rimbalzasse per i media di tutto il mondo, voleva ricevere attenzione.

È probabilmente per questo che a diffuso in diretta streaming il suo attentato su Facebook gridando una frase prima di iniziare, un meme ormai famosissimo fra i giovani di tutto il mondo: “subscribe to PewDiePie”.

La battaglia di T-Series

Ora per quelli di voi che non seguono l’ambiente di YouTube è d’obbligo qualche spiegazione.

PewDiePie è uno youtuber svedese naturalizzato inglese che, da cinque anni a questa parte, è anche lo youtuber con più iscritti al mondo (ad ora ne ha quasi 90 milioni, in pratica più di una volta e mezza l’intera popolazione italiana). I suoi video sono storicamente di gaming, ovvero consistono in lui che gioca ai videogiochi e li commenta anche se negli ultimi anni ad essi si sono aggiunti video di commenti all’attualità e le meme review, ovvero recensioni di meme. Per darvi un idea delle dimensioni della fama di PewDiePie considerate che Elon Musk, il multimiliardario proprietario della Tesla e della Space-X, ha accettato di co-presentare con lui una puntata del meme review sul suo canale.

Diversi mesi fa però un canale YouTube indiano, T-series, che è sostanzialmente un aggregatore di musica di vari artisti indiani ed asiatici, è cresciuto precipitosamente in iscritti minacciando la prima posizione di PewDiePie, cosa a cui lui ha risposto con una canzone ironica “Bitch Lasagna” dando inizio ad un meme che ha catalizzato l’attenzione di molti utenti di YouTube e di altri social media per mesi.

Le accuse a PewDiePie

Vi starete quindi chiedendo cosa centra tutto questo con l’attentato in Nuova Zelanda; la risposta breve è fondamentalmente niente, però a quanto pare ogni occasione è buona per alcuni giornali ed utenti social di dimostrare che il diritto di voto universale forse non era proprio questa grande idea.

Il punto è che, come abbiamo detto, l’attentatore ha voluto massimizzare l’impatto mediatico di quello che faceva. È per questo che ha citato il meme di “subscribe to PewDiePie”, per cercare di raccogliere l’attenzione di quei 90 milioni d’iscritti dello youtuber svedese.

Ciò è saltato ulteriormente all’occhio in quanto nel suo passato PewDiePie ha subito accuse di razzismo e di vicinanza all’alt right, conseguentemente ad aver avuto ospite Ben Shapiro, un commentatore politico di destra come ospite nel suo canale e ad alcune battute di black humor. Inoltre diversi dei suoi video come abbiamo già detto sono di videogiochi, molti dei quali sono sparatutto violenti e per questo la gente è insorta contro di lui su twitter, accusandolo di responsabilità morale della strage.

La ricerca dea via semplice

Ora, non voglio perdere nemmeno tanto tempo sottolineando quanto queste accuse siano ridicole ed infondate, considerare quello che è sostanzialmente un comico (che per inciso ha raccolto milioni in beneficenza nel corso degli anni) come responsabile delle azioni di un fanatico è offensivo sia per lui tanto per le vittime stesse, ma volevo soffermarmi un attimo su questa tempesta mediatica.

Cioè davvero siamo arrivati al punto di accusare i videogiochi violenti e gli youtuber per le azioni di un violento esaltato? Credo che cose del genere siano il sintomo di una società che è talmente incapace di analizzare una questione complessa che semplicemente se ne frega e punta il dito contro la prima cosa che vede.

Un uomo, dopo aver scritto un manifesto di 87 pagine, dopo aver passato mesi a progettare un attacco, dopo aver discusso su forum su internet della sua ideologia malata commette un atto orribile, quante considerazioni potremmo fare su questo?

Potremmo parlare della depressione che avanza nella società che porta alla radicalizzazione di gruppi di uomini, del modo in cui il mondo occidentale e quello musulmano stanno reciprocamente cercando di adattarsi l’uno alla presenza dell’altro e degli effetti che questo fenomeno, ormai inevitabile, sta avendo sulla popolazione. Però non lo facciamo giusto?

No, le persone devono politicizzare e scandalizzare anche questa tragedia, creando ulteriore divisione, creando ulteriori danni oltre a quelli già creati dall’attentato stesso. Il motivo per cui lo fanno è ovvio, perché è la strada facile, è più facile puntare il dito alla prima cosa che ci si para davanti, i videogiochi in cui si spara, il divo di internet reo di aver ospitato un politico sul suo canale una sola volta oltre un anno fa. Soffermarsi a ragionare è difficile, pensare è difficile, ma accusare la prima cosa che ti si para davanti è facile.

È la cosa più assurda è che in tutto questo si sta facendo il gioco dell’attentatore, il suo obbiettivo: dividere, creare caos e devastazione non solo non viene opposto ma viene sospinto, complimenti.

Perdonate l’assenza

Ehilà, ciao a tutti.

Allora ultimamente avrete notato che sono un po’ sparito dal sito e in effetti è stato così, la sessione d’esami quest’anno ha picchiato duro e in fondo è giusto dare priorità allo studio e non ho quindi avuto tempo di scrivere, leggere, o quant’altro.

Da domani però ricomincio a pubblicare, quindi… ci si vede.

Cosa rende le società religiose più efficienti?

Pur essendo io ateo mi ritrovo a dover ammettere un dato di fatto, nessuna civiltà si è mai sviluppata sull’ateismo. La religione invece, si è sempre dimostrata un sistema straordinario nella sua capacità di propagarsi fra le genti, facendo sviluppare la società che l’aveva creata, osservando la questione da un punto di vista evoluzionistico quindi, osserviamo come di fatto, sembra che le società religiose siano “più efficienti” delle altre… proviamo a capire perché.

La società guerriera

Immagino di non dire nulla di strano se sostengo che la storia umana sia stanzialmente un libro di storia della guerra. Ciò che l’essere umano ha sempre saputo fare meglio, è ammazzare il proprio vicino.

Ciò deriva, ritengo, in una certa misura dallo sviluppo demografico incontrollato a cui è stata soggetta la nostra specie. L’essere umano è di fatto in natura una specie senza competitori, non abbiamo predatori, ci produciamo il nostro cibo con agricoltura e allevamento, le comunità quindi crescono e crescono sempre di più fino a che lo spazio non basta per tutti; ed ecco quindi la guerra, ecco esplodere il conflitto che, vinca chi vinca, lascerà al vincitore nuovo spazio ove espandersi e al contempo diminuirà il numero di persone.

Questa è quindi la guerra, un po’ ipocritamente considerata nella società attuale come il peggior male del mondo quando noi stessi, anche adesso, siamo in guerra come stato in Afghanistan (e no, chiamarla missione di pace non cambia il concetto), dico un po’ ipocritamente non perché io sia uno di quelli che vede la guerra come “unica igiene del mondo”, ma perché di fatto ogni cosa che abbiamo attorno a noi: dalla tecnologia, alle istituzioni, ai confini di provincie, regioni e delle stesso stato, alla lingua che parliamo, sono tutti sottoprodotti che la guerra ha portato nell’arco dei millenni e, per quanto si possa volere un futuro diverso dal passato, negare il passato è un po’ ipocrita.

Chi è il nemico?

Siamo quindi arrivati ad un punto, spesso e volentieri, la guerra è esplosa per semplice necessità territoriale, necessità economica e di risorse, se due comunità vogliono mangiare dallo stesso campo, sarà un conflitto a decidere chi avrà quel fazzoletto di terra.

A questo punto però sorge un dilemma, chi sono i miei nemici e chi sono i miei amici?

Questo perché, di fatto, se ammettiamo che la guerra abbia un origine nella scarsità delle risorse, questo implicherebbe che il conflitto sia fra tutti gli uomini contro tutti, questo perché tutti competono per le risorse. Così però non è, i conflitti in realtà sono fra gruppi di uomini, contro altri gruppi di uomini; ma cosa definisce un gruppo? Cosa lo rende coeso?

Ecco quindi la religione. Un insieme di rituali, di usanze, di tradizioni condivise da un certo gruppo di uomini che così li accomuna, gli permette di riconoscersi l’un l’altro con semplicità, gli permette, in ultima analisi, di fare una distinzione fra “noi” e “voi”.

Spesso noto fra l’altro quella che secondo me è un errore di comprensione dei rapporti causa-effetto nella narrazione storica, in cui la religione viene accusata di generare le guerre. Io direi che è la necessità a generare guerre, la religione è il modo in cui vengono spiegate al popolo e in cui gli animi di questo vengono infiammati.

Non è facile spiegare ad un contadino medievale di andare a combattere in terra santa per un insieme di ragioni quali: espansione territoriale, risoluzione del problema dei “secondi figli” generati dal sistema feudale, attacco preventivo dovute all’invasione dell’islam in Spagna. È facile dirgli di farlo perché così Dio vuole.

Efficienza

Come ci insegna la teoria dell’evoluzione, ciò che si propaga, all’interno di un ambiente competitivo, è, per ovvie ragioni, il competitore più efficiente. Ciò si può applicare tanto ai geni, quanto alle tradizioni, alle usanze e, infondo, alle intere società.

La religione si mostra quindi come un sistema che permette un riconoscimento molto efficiente dei nemici e degli amici e che, allo stesso tempo, permette di controllare facilmente le emozioni della massa: generare odio nel nemico, compassione per l’alleato, eliminare la naturale paura per la morte promettendo qualche forma di paradiso, instillare paura per la diserzione minacciando una qualche forma d’inferno.

La religiosità permette quindi ad una società di essere più efficiente nel propagarsi e nel conservarsi in un ambiente dove le società si azzannano l’un l’altra in maniera più o a meno violenta, cercando costantemente la sopraffazione altrui. Ciò porta alla comunità religiosa un vantaggio competitivo, e, in quell’immenso arazzo di guerre che è la storia, permette che la comunità si sviluppi, propagando le proprie tradizioni e usanze.


La chimera: introduzione

Da oggi volevo iniziare qualcosa di nuovo qui sul blog, volevo tentare di creare un saggio che verrà pubblicato a puntate (cercherò di pubblicarne almeno una a settimana, impegni personali permettendo), tentando di creare una così una trattazione più approfondita di quanto generalmente la forma del blog permetta.

Premetto che il saggio, un po’ per tempo un po’ per personale sfida, sarà sostanzialmente scritto di volta in volta, sentitevi quindi liberi, se ne avete, di aggiungere appunti o consigliare temi che preferiste essere approfonditi.

Il saggio sarà suddiviso per argomento e creerò una pagina che lo contenga in modo che, quando saranno pubblicate più parti, sia facilmente leggibile. Ogni parte dal canto suo sarà la trattazione completa di un singolo aspetto, quindi, sarà leggibile anche senza la lettura dell’intera opera, che però consiglio di comunque di leggere nell’ordine in cui sarà scritta.

Introduzione

Cos’è un essere umano? Esso non è altro che il risultato della somma di una comunità di individui inferiori che chiamiamo cellule. Ogni essere umano, ognuno di noi, si trova quindi nel duplice stato di essere sia individuo, nell’accezione in cui si considera nell’insieme delle parti di cui è costituito, sia una comunità, nell’accezione in cui si considera l’insieme stesso.

A sua volta è interessante notare come le nostre cellule stesse siano, a loro volta, costituite dall’unione organizzata di parti. È noto infatti attraverso un’accredita teoria biologica che gli organuli cellulari come i mitocondri derivino da un ancestrale processo di simbiosi avvenuto dalla fagocitazione di una grossa cellula di una forma primitiva di cellula mitocondriale.

Fra tutte le materie e fra tutte le discipline, ritengo sia raro trovarne una trattata in maniera tanto ideologica quanto lo studio della masse umane. Concetti quali l’arbitrio, il bene e il male, la giustizia e la morale, l’ordine e il disordine che non dovrebbero avere posto all’interno di un’analisi scientifica, sono invece ampiamente utilizzati in modo più o a meno tacito e più o a meno esplicito e, ne sono certo, se fosse la mente dei sociologi fosse stata più libera da pregiudizi la figura della Chimera sarebbe stata nota, nonché chiara a tutti già da tempo.

Quello che io dico e che sosterrò nei capitoli di questo saggio, è che come l’essere umano è sia individuo che comunità d’individui organizzati esso è sua volta parte di una comunità più grande costituita dall’insieme di esseri umani organizzati nel senso biologico del termine.

Proprio come il comportamento di un essere umano è indipendente dal moto, dalla volontà e dal comportamento della singola cellula, allo stesso modo il comportamento dell’essere collettivo è indipendente dal moto, dalla volontà e dal comportamento dell’individuo. Allo stesso tempo però, ignorare le caratteristiche delle singole cellule, nel cercare di compiere una descrizione sarebbe miope, in quanto le caratteristiche dell’insieme non sono altro che il risultato dell’interazione delle singole parti.

Attraverso i capitoli cercherò di esprimere e di descrivere le dinamiche comportamentali quindi non della massa umana ma bensì dell’essere vivente che è costituito dall’insieme degli esseri umani (distinzione questa che sarà spiegata meglio in seguito) e dell’evoluzione del concretizzazione di questo essere vivente nella figura del Predatore.

La comprensione della figura dell’essere collettivo inoltre, ci permetterà inoltre di dare avere un nuovo punto di vista su quelle dinamiche che, rispetto all’essere umano, appaiono difficilmente spiegabili in quanto ad esso sono superiori. Pensiamo ad esempio ai sistemi religiosi, all’organizzazione del potere, alla guerra, ogni cosa che muove enormi masse è infatti molto difficile da descrivere in quanto si tenta di descriverle partendo da un costituente inferiore.

Per intenderci immaginate la difficoltà se doveste descrivere la corsa di un atleta osservando però solo le singole cellule dello stesso, o se doveste descrivere il moto di un fiume basandovi su quello delle singole molecole d’acqua che lo costituiscono. Lo studio di un essere superiore invece, ci permetterà di avere una visione più ampia delle questioni e quindi, spero, più corretta.


Per le altre parti vai a questa pagina.


Che cos’è la creatività?

La capacità di creare qualcosa di nuovo è il centro dell’evoluzione intellettuale dell’essere umano; è alla base tanto dell’arte, quanto della scienza e della tecnica… ma cos’è esattamente?

La creatività come riformulazione

Penso che questo sia uno di quei casi in cui la semantica ci tragga un po’ in inganno. “Creatività” questa parola lascia intendere quasi una generazione dal nulla, come se l’idea nascesse spontanea nella mente dell’artista, il problema però, è che siamo un universo in cui nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, ed è proprio in questo che consiste la creatività, non tanto nel creare, quanto nel riformulare.

Ogni scrittore prima di essere ciò era infatti un avido lettore, ogni pittore o musicista un appassionato almeno della rispettiva arte. Ciò che differenzia quindi l’artista dalle altre persone non è quindi tanto la capacità di vedere qualcosa di nuovo, ma bensì quella di vedere ciò che già esiste in una maniera totalmente diversa, stravolgendone la percezione (per approfondire vi rimando a questo articolo).

Chiamatela follia

Arrivati a questo punto viene anche facile capire il perché, alcune straordinarie menti dell’arte o della scienza fossero anche “folli” in un certo qual modo o misura di disturbi che andavano dalla semplice dislessia, all’autismo, alla schizofrenia, alla depressione, ai disturbi sociali et cetera.

Tradizionalmente, anche se è una tendenza che pian piano va allentandosi nella moderna psicologia, pazzo era fondamentalmente quella persona che percepiva le cose in modo diverso da come ci si aspettava che facesse, che era anche il motivo per cui persone erano curate anche coercitivamente nonostante non fossero un rischio né per sé né per la Collettività (pensate ad esempio all’omosessualità), tra l’altro una concezione della follia questa, su cui spessissimo giocava un grande scrittore italiano come Pirandello.

La nascita dell’ispirazione

“La frase più eccitante nella scienza non è “eureka”, ma “questo è davvero curioso”.

Con questa frase lo scrittore nonché chimico Isaac Asimov descriveva quell’istante magico che fa nascere un idea e che noi chiamiamo ispirazione.

Personalmente credo che l’ispirazione possa essere considerato, nell’ottica della creatività come riformulazione, come quell’istante in cui tutti i tasselli di un puzzle disordinato vanno al loro posto. È quel momento in cui, magari non hai ancora la soluzione al problema, ma hai capito da dove guardarlo per poterlo risolvere, hai capito quello che vuoi dire e come dirlo.

Ovviamente come detto prima l’ispirazione, come tutto, viene da fuori. Potrebbe essere un evento inaspettato o un evento totalmente comune che però ci spinge a riflettere un po’ come la mela di Newton, sta di fatto che essa è il momento in cui nel nostro cervello una serie di idee sconnesse si uniscono a formare un disegno che esplode nella novità, nel nuovo modo di vedere le cose, nella comprensione.

La ricerca dell’ispirazione

Se un artista si deve affidare sull’esterno per l’ispirazione l’annoso problema rimane quello di distinguere l’ispirazione dal plagio. Se, infatti, ogni scrittore ad esempio è per prima cosa un lettore, non rischierà forse di avvicinarsi troppo a quei maestri da cui ha imparato?

Io credo che nella vita di ogni aspirante artista ci sia un periodo in cui sostanzialmente plagia, in cui imita molto quei grandi da cui ha imparato, ma credo anche ciò che differenzia l’artista vero e proprio dall’aspirante sia che ad un certo punto l’artista fugge dai maestri, li rigetta quasi per lanciarsi in qualcosa di nuovo, un momento in cui si decide che si ha qualcosa da dire e che le parole di altri non bastano più per dirla.

Questo è quindi l’istante che definisce il creativo e generà la creatività, quello della fuga, quello del rigetto di ciò che è a favore di ciò che potrebbe essere; è il salto nel vuoto che crea l’artista.

Riguardo al blog

Ciao a tutti sono Vel e in questo primissimo articolo vorrei spiegare a tutti voi il senso e l’obbiettivo di questo blog.

La scrittura, così come la filosofia o la discussione e il confronto di idee, sono alcune delle mie grandi passioni, delle quali spero un giorno di fare una professione. Proprio per questo ho deciso di aprire questo spazio: sia allo scopo di pubblicizzare i miei libri, sia a quello di avere un luogo dove inserire riflessioni e confrontarmi con voi utenti.

Ciò che troverete in questo blog saranno contenuti di varia natura che andranno dalle recensioni letterarie di libri, ad articoli di trattazione filosofica, ad estratti di miei romanzi o racconti e ciò che spero e che, in una realtà dove sembra che le opinioni diventino sempre più polarizzate questo spazio possa diventare un ambiente di discussione e di confronto.

Spero che apprezziate il tempo trascorso su questo blog.

Saluti, Vel.