Racconti: Apotheosis

Ecco qui per voi il racconto del martedì, spero che vi possa piacere.

Apotheosis

1

L’ultimo giorno inizia nella luce e nell’oscurità termina, pagato nel sangue e nell’amore è il pedaggio per l’eterno.

Fu con questa frase, stampata nella mente, che Thiara si alzò quella mattina del suo ultimo giorno, aprendo gli occhi sulla volta alta della grotta sacra dalla cui sommità, un delicato raggio di sole scendeva. La ragazza si alzò in silenzio, muovendosi nello stesso modo in cui si era mossa ogni mattino dell’ultimo anno, si diresse verso la fonte santa, una grande pozza circolare di acqua azzurra illuminata da un lucernario altrettanto circolare nell’alto della grotta; si spogliò e s’immerse nell’acqua.

Ricordava ancora il suo primo bagno solo un anno prima, il gelo che le penetrava nelle ossa, ma ora non provava più il freddo, né il caldo, né tantomeno dolore, lei era oltre tutto ciò, incamminata sul sentiero degli Antichi. Nuda nell’acqua, il fluido stesso della vita sembrava parte di lei, esso si muoveva alla sua volontà come un muscolo nuovo, tutto l’universo lo faceva, tutto l’universo era un fluido eterno in un caotico vorticare, vita e morte coesistevano in lei.

Uscì dall’acqua già asciutta, camminando sulla sabbia bianca e fine che circondava la pozza e si diresse verso il limitare di essa, dove la grande statua degli Antichi eterna giaceva, più vecchia del tempo e del mondo stesso. 

S’inchinò sulla sabbia, abbassando la testa e baciando il terreno dinnanzi alla scultura immortale: la statua sembrava di vivo argento ad occhi profani, ma in realtà nessuno ne conosceva la lega, essa era indistruttibile, inamovibile e incorruttibile, neppure una singola particella di polvere mai, o una sola macchia ne aveva intaccato la superficie. Essa raffigurava il grande uomo con la testa di toro, nell’atto di strappare le fauci al leone.

Davanti alla statua Thiara, sempre in ginocchio, iniziò a pregare, entrando presto in Danli, lo stato sacro di trance, ponte fra i mondi degli uomini e quelli degli dei.

Attorno a lei tutto svanì e tutto ricomparve, un fiume in piena di minuscole parti in un vortice, e per un istante avrebbe potuto guardare un singolo insetto e vedere nel tempo tutto il suo cammino e così quello dei suoi figli, della sua discendenza e di ognuna della miriade di minuscole parti che secondo i sacerdoti e la seconda vista compongono ogni cosa.

Cos’era quindi la vita? E cos’era per lei ora la morte? Se ognuno è un corpo e una mente, in ogni istante il corpo si disperde in infinite parti per ricomporsi con parti nuove, in ogni istante la mente che nulla è se non memoria, dimentica mentre nuove cose assorbe, dov’è la persona che eri solo lo scorso istante? Esiste forse ancora? Essa è morta quindi, e con lei tutto il mondo, tutte le stelle e l’universo intero, in ogni istante essi muoiono e a nuova vita nascono, nello stesso istante.

Mentre meditava nella trace del Danli, la mente di Thiara per un momento passò nello spazio fra gli spazi, i mondi degli dei. Attraverso i suoi occhi interni vide la grotta invecchiare e cedere, vide formarsi stalattiti che poi si sgretolarono, vide la grotta stessa sgretolarsi e poi il mondo, vide le stelle brillare e poi spegnersi, nascere per poi morire ancora, vide l’universo diventare freddo e toccare l’unica vera, ultima morte: l’equilibrio.

2

Thiara camminava nella foresta accompagnata dai sacerdoti, chiusi attorno a lei in un cerchio e poi dal popolo più indietro. Nella luce fioca del tramonto che penetrava fra gli alberi, sembrava che strane forme prendessero vita per un istante fra le ombre per poi scomparire.

Non aveva mangiato quel giorno, né bevuto, né si era vestita per uscire, non aveva più bisogno di nessuna di queste cose. Dove i suoi piedi nudi toccavano il terreno, fiori viola e rossi crescevano e quando i suoi capelli biondi si muovevano nel vento da essi nascevano rosse scintille di fiamma, ombre luminose della divinità che l’accompagnava.

Cento uomini camminavano con lei seguendo il suo gruppo di sacerdoti, ognuno portava una torcia del fuoco azzurro dal tempio, che faceva luce senza bruciare. Poco distante inoltre, cento donne con altre cento torce accompagnavano Dei’to e il suo gruppo di sacerdotesse.

Erano pochi gli animali che passavano quella sera e al loro passaggio anche essi si fermavano in segno di rispetto, gli uccelli fermavano il gracchiare adagiati su alti rami degli alberi e perfino prede e predatori si bloccavano nella loro corsa e si fermavano insieme a guardare. Camminarono tutta la sera per raggiungere in tempo l’altare, mentre il grande sole rosso scompariva all’orizzonte.

3

L’altare era lontano dal villaggio ma non troppo, situato al centro di una grande radura nella foresta e il grande tavolo era  della stessa lega della statua e sembrava crescere dalla terra.  In ginocchio sull’altare, sotto una coperta di stelle, Thiara a Dei’to pregavano gli Antichi nella fine del loro ultimo giorno, porgevano ringraziamenti per la loro ascensione e chiedevano consigli per i loro successori.

Il tempo divenne liquido mentre cadevano nel Danli e tutto divenne chiaro mentre le stelle sopra di loro sembravano brillare sempre di più e pulsare di vita propria.

Uscirono dalla trance e guardarono le stelle, di nuovo al loro posto nel cielo, poi si alzarono mentre tutti attorno a loro erano riverente silenzio, inchinati in un cerchio con occhi bassi verso la stessa terra dove duecento torce blu erano incastonate. Entrambi si mossero senza esitazione e senza dubbio: Thiara si mosse dal nuovo prescelto, aiutò il ragazzo ad alzarsi mentre le sue mani tremavano e lo calmò ponendogli una mano sul viso: in quell’istante mostrò al prescelto ciò che l’anno prima era stato mostrato a lei, la lotta eterna che avviene al di fuori di ciò che gli umani possono vedere.

Anche Dei’to fece lo stesso, prendendo una ragazza, la nuova prescelta, e mostrandole la verità al di là delle parole.

Gli dei nuovi Thiara e Dei’to si mossero quindi di nuovo per la radura, forme luminose che perdevano scintille nella notte salirono sull’altare insieme e nudi, e lì si baciarono intrecciando poi i loro corpi.

L’amplesso durò al contempo un istante e l’eternità intera, un momento e una vita di pura energia e verità con l’universo intero come testimone silente, e quando giunsero all’apice perfino le stelle sembrarono pulsare per poi spegnersi tutte assieme in un momento, in segno di rispetto agli dei nascenti.

Thiara e Dei’to ora giacevano nudi sulla dura superficie dell’altare tenendosi per mano; dopo poco il gran sacerdote e la gran sacerdotessa li raggiunsero, poi, estrassero i coltelli.

«L’ultimo giorno inizia nella luce e nell’oscurità termina, pagato nel sangue e nell’amore è il pedaggio per l’eterno» dissero insieme i sacerdoti, poi calarono le armi sui corpi dei giovani, trafiggendogli i cuori.


Grazie per la lettura, se il racconto ti è piaciuto fai un salto alla Libreria per leggerne altri o per le recensioni letterarie di opere di altri autori.

Perché il pensiero non deriva dal linguaggio

Allora, qualche giorno fa ho scritto un articolo (questo) in cui esprimevo alcune opinioni sul concetto secondo cui il modificare la lingua permette di modificare la percezione di un fenomeno e l’atteggiamento verso alcune minoranze, manifestando a proposito il mio scetticismo. L’articolo è abbastanza piaciuto mi sembra ma al contempo ha generato qualche perplessità, alcune delle quali mi sono state scritte in privato, per questo motivo ho deciso di scrivere un secondo articolo in cui approfondisco la questione.

La teoria

Nello specifico stiamo parlando dell’ipotesi di Sapir-Whorf, linguisti statunitensi che formarono la teoria secondo la cui il pensiero sia determinato dalla lingua utilizzata.

Celebri e ormai nella cultura di massa sono ad esempio gli studi sugli Inuit che hanno diverse parole per dire neve. Questo secondo Whorf, modificava la visione e la percezione del mondo degli Inuit rispetto ad un anglofono… ma è davvero così?

Alcune considerazioni

Innanzitutto bisogna dire che, nonostante nell’autodeterminismo che va di moda attualmente, anche questa teoria sia tornata in auge, in ambito accademico l’ipotesi sia abbastanza controversa, tanto che in molti nemmeno la considerano un’ipotesi ma bensì un assioma.

La prima considerazione da fare ritengo sia rispetto a quei momenti, vissuti da ognuno di noi, in cui “si ha una parola sulla punta della lingua” come si suol dire. La sensazione in questione presuppone che noi sappiamo ciò che vogliamo dire, ma che non troviamo, per un momentaneo lapsus di memoria, la parola da usare per descriverla; già questo dovrebbe mostrare come la parola e il concetto che la parola esprime, non siano interdipendenti fra loro, ma solo reciprocamente associati dalla memoria.

Allo stesso tempo la questione degli Inuit non dimostra di fatto assolutamente niente di più se non che la lingua è una questione di efficenza. Gli Inuit hanno, ad esempio, una parola per descrivere la neve fresca, una per la neve ghiacciata, una per la neve mista ad acqua che va sciogliendosi. Questo però non dimostra che la mente degli Inuit sia diversa, significa semplicemente che il mondo in cui vivono gli Inuit sia effettivamente diverso per il semplice fatto che è un mondo ricoperto per gran parte dell’anno dalla neve e che quindi, per comodità, piuttosto che ricorrere alle perifrasi che usiamo in italiano per descrivere i diversi tipi di neve, loro hanno sviluppato una parola per ciascuna. Per lo stesso motivo in arabo ci sono tre parole, se non erro, per dire “deserto” che indicano più o a meno il deserto sabbioso, quello pietroso e quello stepposo. Sempre per lo stesso motivo in italiano abbiamo decine di parole per descrivere i vari tipi di pasta che, in inglese, vengono tutti e comunque inseriti nella categoria “maccheroni”.

Alcuni popoli ne sanno di più su certi argomenti

Allora, ne avevo già parlato in questo articolo ma ci spendo comunque due parole. Che sia per ragioni ambientali, vedi Inuit e neve o Arabi e deserto, o culturali come Italiani e pasta, alcuni popoli su certi argomenti ne sanno più di altri ed è quindi naturale che, su quell’argomento, abbiano un vocabolario più ricco.

Perché i termini relativi a tecnologia vengono tutti dall’inglese? Perché che ci piaccia o no loro hanno fatto scuola in quest’ambito e hanno creato quindi un vocabolario specifico alle loro necessità, che è stato poi adattato dalla comunità internazionale che si è approcciata al settore. Per lo stesso motivo di contro in alcuni ambiti quali quello culinario, musicale (pensiamo alla lirica ad esempio), artistico diverse parole italiane sono diffuse nel mondo. Allo stesso tempo questo vale anche per le microcomunità, gli appassionati di enogastronomia ad esempio avranno un ricco vocabolario per descrivere vini e cibi, ma questo non implica che la loro mente sia diversa, implica semplicemente che, per necessità e comodità, hanno imparato un vocabolario utile alla loro passione.

La percezione di un fenomeno

Prendiamo ad esempio la prostituzione. Nella società italiana moderna non è chiaramente ben vista, figli di una morale Cristiana Cattolica che negli anni si è abilmente mascherata da femminismo, la prostituta che negli anni ha assunto molti nomi (meretrice, puttana, troia, accompagnatrice, escort, cortigiana etc…) subisce una discreta quantità di disprezzo sociale.

Il punto è: la prostituta è disprezzata perché è descritta con una brutta parola o perché, per ragioni religiose e culturali, è considerata immorale? Ovviamente qui siamo nell’ambito delle pure opinioni ma secondo me è la seconda.

Mi si opporrà, come argomentazione, che la parola più moderna, nello specifico “Escort” non sia all’orecchio così offensiva come, ad esempio “puttana”, ma neanche la vecchia parola prostitua lo è. E qui posso essere d’accordo, ma ciò implica semplicemente che ci siano delle sfumature di significato interno alle parole e che quindi esse non siano perfettamente sinonimi. La parola puttana è diventato ad esempio nella cultura italiana un insulto fine a sé stesso, spesso slegato dal significato originale, un po’ come il “cornuto” gridato all’arbitro di una partita di calcio, non gli stai davvero dicendo che sua moglie lo tradisce, gli stai dicendo che non sa arbitrare. Il motivo per cui alcune parole sono meno offensive quindi, è perché non hanno su di sé tutto il significato di un altra parola, il punto però è che se tu la parola la sostituisci, se vuoi sostituirla in toto, la nuova parola assumerà pian piano tutti i significati della vecchia in mancanza di questa, e quindi anche quelli offensivi (un esempio è la parola minorato che negli anni è diventato, inabile, disabile, diversamente abile etc…).

La neolingua

Non è un caso se parlando di questo argomento cito Orwell, ci aveva discretamente azzeccato, mi azzardo a dire.

Come abbiamo visto ad esempio, la sostituzione della parola prostituta o puttana che sia non va davvero a vantaggio delle prostitute, così come la sostituzione della parola “negro” (che in italiano non aveva accezione razzista fino a quarant’anni fa) con “nero” prima e “di colore” poi non va a beneficio dei neri o la sostituzione della parola “barbone” con “clochard” non va a beneficio dei barboni… tant’è che in genere queste categorie nemmeno vengono interpellate quando bisogna cambiare la parola che li indica (fidatevi che nessuno ha fatto un’intervista ai barboni chiedendogli se preferissero clochard); allora a vantaggio di chi va?

Sapete dove nascono gli eroi? Nascono nelle battaglie, perché è nelle battaglie che servono, ma cosa succede agli eroi se una battaglia non c’è? Cosa succederebbe ai generali degli eserciti se tutte le guerre finissero oggi, di punto in bianco? Perderebbero il lavoro.

Il punto è che c’è uno scheletro di accademici (o nell’era dei social, semplicemente di utenti che cercano popolarità e approvazione sociale) che, nel corso degli anni, si sono posti come i cavalieri senza macchia a tutela della giustizia sociale (i social justice warrior del precedente articolo). Queste persone, in maniera più a meno consapevole, creano problemi dove non ce ne sono o ingigantiscono quelli già esistenti per il semplice fatto che la loro posizione sociale o addirittura il loro lavoro è legato alla presenza di battaglia da combattere.

Ciò inoltre porta alla situazione paradossale che, come nella storia di “al lupo! al lupo!” le vere battaglie o i veri problemi non abbiano la giusta attenzione e che quindi ciò vada addirittura a detrimento delle categorie deboli che si vorrebbe aiutare. Questa concentrazione e sforzo immane che si sta mettendo nella rieducazione linguistica dei popoli forse, e dico forse, sarebbe meglio spesa in dibattiti su questioni reali (ad esempio sarebbe meglio iniziare a parlare di barriere architettoniche piuttosto che della parola migliore per i disabili, o di avere un serio dibattito sulla situazione legislativa della prostituzione invece di disquisire sulle “escort”).

I tuoi sentimenti non sono affare pubblico

Ultimo punto, di cui di nuovo ho già parlato (qui) e su cui quindi non mi soffermerò molto, ma che ci tenevo a citare. Se ti senti offeso da qualcosa che non voleva essere offensivo, non è tutto il resto del mondo che deve cambiare per tutelare i tuoi sentimenti.

Se, ad esempio, io incontro una donna che fa sesso in cambio di denaro e le dico che è una prostituta, senza volontà di offesa ovviamente dato che, personalmente, non ho alcun pregiudizio ne disprezzo verso il lavoro più antico del mondo, lei può anche offendersi perché l’ho chiamata così, e io posso anche chiamarla con altre parole che lei trova meno offensive, come escort, ma ciò comunque non cambia il suo lavoro, non cambia ciò che fa e se io non volevo essere offensivo ma lei si offende comunque, non vedo perché dovrei essere io a modificare il mio linguaggio.

Quest’infantilizzazione delle persone e ipertutela dei sentimenti mi sembra, a dirla tutta, ridicola. Soprattutto perché si chiede alla legge di fare la parte della polizia del pensiero e di tutelare le emozioni delle persone come se esse fossero bambini.

Ciò che credo sfugga, è che la parola è solo un suono, solo una vibrazione diffusa nell’aria non è intrinsecamente buona o cattiva, offensiva o non offensiva. L’offesa se c’è, si trova o nell’intenzione di chi parla, o nell’orecchio di chi ascolta e, se non era quindi nell’intenzione, forse dovresti chiederti se non sei tu che ci stai costruendo sopra qualcosa, basandoti tu che ascolti su un tuo pregiudizio.


Con questo spero di aver concluso esaustivamente l’argomento. Spero che mi scusiate fra l’altro se ultimamente pubblico meno frequentemente del solito e impiego più tempo a rispondere ai commenti ma con l’inizio della sessione universitaria e con qualche altro progettino di cui vi renderò partecipi a giorni sono oberato di cose da fare.

Ciao a tutti.

Racconti: il labirinto di specchi

Dopo aver saltato la scorsa settimana causa Natale, mi sono sforzato di portare un racconto anche oggi, in modo da riprendere la tradizione del martedì, spero vi piaccia.


Il labirinto di specchi

Mi svegliai nel labirinto di specchi ove un fiume di stelle sopra il mio capo brillava e, scuro e nero come il vuoto, un demone m’attendeva innanzi.

Vidi la bestia ed ella mi vide e i suoi occhi erano vivi di fiamma. Io fuggì fra gli specchi, seguito dal suono rapido del passo che s’avvicinava, dell’enorme mole che passando tutto spaccava ed ogni cosa lasciava in pezzi.

Ahi quale dura corsa è quella del labirinto di specchi! Ove ogni passo più del precedente pesa, ogni svincolo pare cieco e vie giuste e sbagliate si riflettono e confondono l’un l’altra.

Il terreno m’assorbe, mi trae a sé, quanta forza serve solo per tenersi in piedi, e quanta più ne serve ad ogni passo, ad ogni gesto, ad ogni respiro troppo stanco per esalare… ma il demone scuro alle spalle incalza e rapido devo procedere nel cammino.

Esso è imperterrito ed eterno, una forza acquattata, silente, soppressa solo dal sonno e l’oblio, ma che mai smette di ruggire, di graffiare, di strappare. Sento la bestia e, senza voltarmi, ne vedo il volto nascosto negli angoli degli specchi. Il volto orribile, mutilato, urlante.

Corro nel labirinto e la sento, ma sono io l’intruso, essa è sempre qui. In ogni istante il demone attende, a volte in rispettoso silenzio, a volte ringhiando, a volte ridendo di chi cieco lo ignora, di chi cerca di sopprimere.

Un vicolo cieco…

Giunsi sul fondo dell’ultima via e mi voltai, nessuno scampo o via di fuga. Rapido nella corsa il demone era giunto.

Era più grande adesso o più piccolo? O era solo lo stesso? Poco importava davanti ai suoi artigli, davanti ai suoi denti ed occhi di fiamma. Estrassi dalla federa una vecchia e logora spada, e l’affrontai.

La battaglia imperversò nel labirinto e piano le energie mi lasciavano, risucchiate, ma anche la bestia cedeva a poco a poco. I suoi artigli e denti si spezzavano sulla mia spada e come frammenti infiniti di vetro cadevano a terra in frammenti.

Infine lo feci, assestai il colpo di grazia. Un affondo fatto con tutte le mie ultime forze e gettando un urlo. La lama penetrerò nel demone nero e sangue scuro scorse. La bestia cadde quindi con un lamento.

Un fiume di stelle ancora brillava su di me, ma diverso era ora il cielo. Esso cambiava rapido come se il tempo stesso fosse accelerato e in pochi istanti vidi sorgere e tramontare costellazioni intere e la Luna fare il suo ciclo. 

Venne infine il giorno e il caldo sole e in quella luce forte la carcassa del demone sembrò evaporare in fumo nero che in fretta salì e salì perdendosi nel cielo, spazzata via dal vento.

Guardai in basso e lo vidi, uno specchio solo restava davanti a me a memento e mille frammenti da mille specchi mi circondavano nel labirinto distrutto. Ancora la mia spada restava, conficcata fra i vetri degli specchi, a testimonio dell’ardua sfida.

Improvvisamente il labirinto tutto scomparve, anch’esso come evaporando in scuro fumo che il vento rapido spazzò, rimase solo la logora spada che raccolsi e rimisi nella vecchia custodia. 

Ora ciò che restava ero io e il Sole che in alto splendeva e la collina erbosa attorno a me con me rideva la sua gioia. Liberi dalla maledizione! Liberi dal demone nero!

Il giorno passò allegro e il Sole lavò e fatiche e gli affanni mentre l’erbosa collina offriva cibo e ristoro e la brezza leggera che spirava allontanava perfino il ricordo nella bestia che un tempo aveva abitato quel luogo.

Infine, passato un tempo di minuti o forse di ore ed ore, il Sole stanco m’annunciò la fine di quel giorno e l’erbosa collina mi mostrò, nascosto fra le frasche e i fiori, un comodo giaciglio dove dormire mentre il buio calava.

M’addormentai con il sorriso e senza il ricordo di un dolore mentre caldo nel giaciglio inspiravo la brezza leggera. 

Fu un sonno profondo e senza sogni, ma non abbastanza lungo… non adatto a prepararmi a ciò che nel risveglio avrei trovato!Mi svegliai ancora nel labirinto di specchi ove un fiume di stelle sopra il mio capo brillava e, scuro e nero come il vuoto, un demone m’attendeva innanzi.


Grazie per la lettura, per altri racconti passa dalla Libreria

Cosa rende le società religiose più efficienti?

Pur essendo io ateo mi ritrovo a dover ammettere un dato di fatto, nessuna civiltà si è mai sviluppata sull’ateismo. La religione invece, si è sempre dimostrata un sistema straordinario nella sua capacità di propagarsi fra le genti, facendo sviluppare la società che l’aveva creata, osservando la questione da un punto di vista evoluzionistico quindi, osserviamo come di fatto, sembra che le società religiose siano “più efficienti” delle altre… proviamo a capire perché.

La società guerriera

Immagino di non dire nulla di strano se sostengo che la storia umana sia stanzialmente un libro di storia della guerra. Ciò che l’essere umano ha sempre saputo fare meglio, è ammazzare il proprio vicino.

Ciò deriva, ritengo, in una certa misura dallo sviluppo demografico incontrollato a cui è stata soggetta la nostra specie. L’essere umano è di fatto in natura una specie senza competitori, non abbiamo predatori, ci produciamo il nostro cibo con agricoltura e allevamento, le comunità quindi crescono e crescono sempre di più fino a che lo spazio non basta per tutti; ed ecco quindi la guerra, ecco esplodere il conflitto che, vinca chi vinca, lascerà al vincitore nuovo spazio ove espandersi e al contempo diminuirà il numero di persone.

Questa è quindi la guerra, un po’ ipocritamente considerata nella società attuale come il peggior male del mondo quando noi stessi, anche adesso, siamo in guerra come stato in Afghanistan (e no, chiamarla missione di pace non cambia il concetto), dico un po’ ipocritamente non perché io sia uno di quelli che vede la guerra come “unica igiene del mondo”, ma perché di fatto ogni cosa che abbiamo attorno a noi: dalla tecnologia, alle istituzioni, ai confini di provincie, regioni e delle stesso stato, alla lingua che parliamo, sono tutti sottoprodotti che la guerra ha portato nell’arco dei millenni e, per quanto si possa volere un futuro diverso dal passato, negare il passato è un po’ ipocrita.

Chi è il nemico?

Siamo quindi arrivati ad un punto, spesso e volentieri, la guerra è esplosa per semplice necessità territoriale, necessità economica e di risorse, se due comunità vogliono mangiare dallo stesso campo, sarà un conflitto a decidere chi avrà quel fazzoletto di terra.

A questo punto però sorge un dilemma, chi sono i miei nemici e chi sono i miei amici?

Questo perché, di fatto, se ammettiamo che la guerra abbia un origine nella scarsità delle risorse, questo implicherebbe che il conflitto sia fra tutti gli uomini contro tutti, questo perché tutti competono per le risorse. Così però non è, i conflitti in realtà sono fra gruppi di uomini, contro altri gruppi di uomini; ma cosa definisce un gruppo? Cosa lo rende coeso?

Ecco quindi la religione. Un insieme di rituali, di usanze, di tradizioni condivise da un certo gruppo di uomini che così li accomuna, gli permette di riconoscersi l’un l’altro con semplicità, gli permette, in ultima analisi, di fare una distinzione fra “noi” e “voi”.

Spesso noto fra l’altro quella che secondo me è un errore di comprensione dei rapporti causa-effetto nella narrazione storica, in cui la religione viene accusata di generare le guerre. Io direi che è la necessità a generare guerre, la religione è il modo in cui vengono spiegate al popolo e in cui gli animi di questo vengono infiammati.

Non è facile spiegare ad un contadino medievale di andare a combattere in terra santa per un insieme di ragioni quali: espansione territoriale, risoluzione del problema dei “secondi figli” generati dal sistema feudale, attacco preventivo dovute all’invasione dell’islam in Spagna. È facile dirgli di farlo perché così Dio vuole.

Efficienza

Come ci insegna la teoria dell’evoluzione, ciò che si propaga, all’interno di un ambiente competitivo, è, per ovvie ragioni, il competitore più efficiente. Ciò si può applicare tanto ai geni, quanto alle tradizioni, alle usanze e, infondo, alle intere società.

La religione si mostra quindi come un sistema che permette un riconoscimento molto efficiente dei nemici e degli amici e che, allo stesso tempo, permette di controllare facilmente le emozioni della massa: generare odio nel nemico, compassione per l’alleato, eliminare la naturale paura per la morte promettendo qualche forma di paradiso, instillare paura per la diserzione minacciando una qualche forma d’inferno.

La religiosità permette quindi ad una società di essere più efficiente nel propagarsi e nel conservarsi in un ambiente dove le società si azzannano l’un l’altra in maniera più o a meno violenta, cercando costantemente la sopraffazione altrui. Ciò porta alla comunità religiosa un vantaggio competitivo, e, in quell’immenso arazzo di guerre che è la storia, permette che la comunità si sviluppi, propagando le proprie tradizioni e usanze.


Internet sta diventando sempre più borghese?

Voi non lo sapete ma sono da lungo tempo un utente e un fan di una piattaforma secondo me straordinaria, ovvero YouTube. Piattaforma che, se vogliamo è a volte difficile da capire per un neofita, a volte può sembrare un accozzaglia di trashate o programmi per bambini, ma che nasconde in realtà un piccolo microcosmo di programmi e servizi d’informazione e d’intrattenimento davvero interessanti: ne sono un esempio Breaking Italy o Wesachannel, tanto per citare due italiani, o Jordan Peterson e PewDiePie per citare degli internazionali.

Il punto è che spesso, e per assurdo, io vedo molta più onestà e professionalità nel raccontare e commentare delle notizie su internet che sui media tradizionali. Vedo, per assurdo, che oramai tutti i giornali italiani usano un sistema clickbait per attirare i visitatori mentre nel luogo dove il clickbait è nato, il web, ciò non avviene.

Credo che ciò sia dovuto all’immensa meritocrazia e “fedeltà” che va ad instaurarsi sul web. Cose che esistono data l’immensità dei competitori presenti su internet; in un sistema dove chiunque può entrare infatti, la vera differenza la fa la qualità, e se fare titoli clickbait su YouTube o perché no, su WordPress ti può far fare qualche visualizzazione in più sul breve periodo ucciderà la tua fanbase sul lungo, nessuno vorrà più seguirti.

I giornali al contrario, vuoi perché l’utenza è più matura, vuoi perché campano anche di sovvenzioni statali sono andati secondo me nel corso degli anni via via politicizzandosi, estremizzandosi nell’opinione fino al punto che sembra che ogni articolo sia fatto per partito preso. Sfruttano un tipo di utenza che punta più all’autoconferma che all’informazione, ovvero mirano a quelle persone che aprono un articolo solo se conferma i propri pregiudizi piuttosto che per formare un opinione consapevole.

Questo è stato, secondo me, anche il motivo che ha decretato un così straordinario successo del mondo del web, delle community che vi sono formate. Internet era arrivato con le sue promesse dell’ “express yourself”, che permetteva a creatori di contenuti di farsi portavoce di una determinata comunità senza dover passare sotto l’occhio censorio del sistema mediatico tradizionale, magari, riuscendo se si era bravi perfino a guadagnarci con questa liberà espressione del sé.

L’invecchiamento di internet

Questa libera espressione però non è durata poi così a lungo. Piano piano, con l’incremento dell’utenza infatti, le community online iniziarono a venire gestiti da bot, che inizialmente facevano un tipo di censura semantica, ovvero c’erano determinate parole o immagini che non potevano essere usate, e fino a qui tutto bene.

La censura però ha iniziato a spostarsi sempre più dall’essere semantica ad ideologica. Sotto le pressanti accuse di ospitare community pericolose quindi, i social hanno cambiato via via le loro politiche per censurare i contenuti su cui non potessero piazzare le pubblicità via via che accadeva un qualche scandalo pompato dai media che, per ovvie ragioni, hanno tutto l’interesse per screditare il mondo e la cultura del web.

Ciò che ritengo abbia portato lentamente, ad “imborghesimento” di internet e del suo mondo e credo sia un peccato, in particolare perché internet è nato come un luogo d’espressione del libero pensiero, con il risultato fra l’altro di far spostare le comunità sempre verso nuove piattaforme che siano in questo più “giovani”, o che per loro natura siano meno censorie come 4chan o reddit (che comunque si sta spostando in direzione censura)

Nonostante credo infatti che sia più che giusto che ci siano dei regolamenti e anche delle leggi che regolino, come dopotutto ogni cosa è regolata, il mondo del web, credo che queste regole debbano essere libere da pregiudizi e da politicizzazione, perché se non torniamo al problema dei giornali. Il problema è che se ogni cosa che anche leggermente controversa su internet viene censurata o anche solo demonetizzata dai bot, questo porta o rischia di portare alla morte di questi ambienti di libero pensiero e questa non può che essere una perdita per tutti.

Perché sono contrario ai Social Justice Warrior all’americana

Devo dire che, recentemente, inizio a maturare l’idea che gli Stati Uniti siano un paese di gente così poco istruita che, come vasi vuoti, accettano acriticamente ogni singola cosa che gli viene riversata sopra.

Insomma, non voglio essere troppo polemico, troppo aggressivo, ma dopo aver visto in quel paese nascere i testimoni di Geova, Scientology, il terrapiattismo, l’antievoluzionismo e, ultimi ma non per importanza i social justice warrior (SJW) permettetemi di essere scettico sulla grande america.

SJW, chi sono?

Allora partiamo da questo, da un po’ di storia e di osservazioni per evitare di trattare il problema per partito preso.

Gli Stati Uniti hanno una storia di discriminazioni interna molto pesante, molto più pesante della nostra italiana. Lo schiavismo, l’apartheid, i recessi del puritanesimo che si scaricavano sugli omosessuali, le politiche del don’t tell don’t ask dell’esercito e via dicendo. Come spesso accade però quando una situazione è molto sbilanciata in un senso però, il risultato di questo non è stato tanto raggiungere un punto d’equilibrio, ma bensì cadere negli anni successivi nell’estremo opposto, ed ecco i social justice warrior.

Per SJW s’intende generalmente un gruppo politico che negli stati uniti si ritrova ad essere molto interessato all’uguaglianza sociale e alla tutele delle minoranze, ma lo fa estremizzando la cosa al ridicolo. Per fare un esempio, Prada, che è stata recentemente accusa di razzismo perché vendeva un accessorio, una scimmietta, che per qualcuno ricordava vagamente la caricatura di un africano; il fatto che secondo alcuni i bianchi negli stati uniti non dovrebbero farsi le treccine perché è “appropriazione culturale”, il fatto che ci siano state delle espulsioni nelle scuole per ragazzi che avevano detto che i generi non sono più di due. È un esempio il movimento “metoo” che, inizialmente, era partito con l’intento, secondo me giustissimo di tirare fuori quel sommerso di ricatti e abusi sessuali a cui le donne, o anche gli uomini, possono essere costrette anche nella vita di tutti i giorni, ma che poi è decaduto in una sostanziale gogna senza processo per gli uomini accusati fino ad arrivare a situazioni paradossali come quella di Asia Argento che, prima invoca la fine del garantismo, poi nel momento in cui è lei stessa l’accusata, chiede tutele.

La polarizzazione dell’opinione

Né ho già scritto in passato, ma questo è un grosso problema della società che credo che i sjw stiano aumentando, questo perché spesso e volentieri, la loro politica è del tipo o con me o contro di me (dove il contro, nel panorama politico americano, è l’alt right); eppure io ad esempio sono a favore di quasi tutte le loro battaglie. Sono favorevole ai matrimoni omosessuali, sono favorevole a pari diritti per uomini e donne, bianchi e neri e via dicendo. Questo gruppo però va molto oltre.

Va alla censura, il voler censurare comici, personaggi pubblici o dell’internet (generalmente e fortunatamente non riuscendoci) come PewDiePie, Jordan Peterson, Luis CK, Rick Gervais. Va alla vittimizzazione, trattando ogni questione, anche la più piccola incomprensione, alla stregua di un genocidio, vedasi ad esempio il casino accaduto per la scimmietta di Prada che ha costretto l’azienda a ritirare il prodotto e a fare pubbliche scuse e sinceramente io ho letto troppo Orwell perché cose del genere mi possano piacere.

La modifica del vocabolario

Ma per cosa combattono questi guerrieri della giustizia sociale? Molto semplice, per sentirsi moralmente superiori e vi spiegherò perché.

Negli ultimi anni, gli strascichi di questa battaglia culturale che sta avvenendo negli USA stanno arrivando anche da noi e, ne abbiamo avuto un rimo contatto con quei tentativi di alcuni esponenti politici come Laura Boldrini, sul sostituire alcune parole perché offensive: ad esempio “barbone” andrebbe cambiato in “clochard”, “prostituta” in “sex worker” e via dicendo… ora permettetemi di fare alcune considerazioni.

Le parole non sono mai offensive di per sé, le parole sono solo suoni che veicolano concetti, i concetti possono essere offensivi, possono esserlo nelle intenzioni di chi parla, o nell’orecchio di chi ascolta. Il punto è che… ok barbone è offensivo, ma è offensiva la parola o il concetto che veicola? Cioè se io chiamo qualcuno barbone questo qualcuno si offende per la parola che ho scelto di usare o perché lo sto accusando di essere un poveraccio? Se io chiamo qualcuna puttana si offende per la parola o perché si sente giudicata nella sua condotta sessuale?

Ovviamente voi mi potete dire: ok, ma in realtà clochard o sex worker, a primo acchito, non suonano così offensive come le loro controparti, al colpo d’orecchio almeno… e questo è vero, ma considerate che queste parole non sono usate. Nel momento in cui infatti, le nuove parole andassero a sostituire in toto le parole vecchie, senza però cambiare la cultura dietro a quelle parole, allora le nuove parole assumerebbero anche tutti i significati delle vecchie, comprese le accezioni offensive.

A questo punto quindi, qual è il punto di cambiare il vocabolario? Perché, detto fra noi, non credo che i barboni che vivono al freddo per strada di punto in bianco si accorgano di essere clochard e sono subito super felici per questo, non credo in realtà che gliene freghi niente, hanno problemi più gravi di questo. Il punto è solo questo, far sentire le persone che usano le nuove parole come se fossero moralmente superiori senza che in realtà stiano facendo alcunché di pratico.

È lo stesso concetto se volete che si è sviluppato con la parola “negro” (tra l’altro, non so se lo sapete, ma in America è sostanzialmente vietato, a livello sociale, per bianco, usare questa parola in qualsiasi contesto). In Italia era usata, dalle vecchie generazioni, in maniera assolutamente neutra e non offensiva, era semplicemente la parola che definiva gli africani subshaariani, poi qualcuno ha iniziato a dire che era razzista ed è stata sostituita un po’ alla volta, ma non è che questo abbia in alcun modo combattuto il razzismo o la percezione che il popolo italiano aveva dei neri, l’unica utilità è stata quella di far sentire un gruppo di persone moralmente superiori per il semplice fatto di fare una differenza semantica.

La vittimizzazione

E arriviamo all’ultimo punto, questo fare le vittime per qualsiasi cosa, per qualsiasi battuta, per qualsiasi piccola critica od osservazione.

Come abbiamo detto prima infatti, l’offesa sta nel concetto di chi parla, o di chi ascolta. Il punto è che se tu ti senti offeso per qualcosa, questo sentirti offeso sta a te, non è un problema di chi parla se lui non voleva essere offensivo, non puoi pretendere che tutti tacciano per non rischiare di urtare le tue emozioni.

Nelle università inglesi e statunitensi si stanno ad esempio diffondendo i “safe space” spazi ovvero in cui una persona che si sente offesa da qualcosa può nascondersi per tutelare i propri sentimenti e, lasciate che lo dica, credo sia davvero qualcosa di ridicolo.

Il punto è che non puoi comportarti continuamente da vittima e poi voler essere trattato da pari. Il mondo non è bel posto, non lo è per moltissime persone e bisogna essere forti contro gli eventi della vita perché se ti comporti da debole, sarai trattato da debole.

Se frigni per ogni cosa ridicola, come di nuovo la scimmietta di Prada, quando ci sarà davvero una battaglia da combattere quella non avrà magari la giusta attenzione perché oramai la gente si sarà stancata. Se dai del razzista a chiunque solo perché usa un vocabolario diverso dal tuo, ma senza intenti razzisti, tu puoi anche credere di star combattendo il razzismo, ma forse lo stai addirittura rinforzando, dando dei punti d’argomentazione ai tuoi oppositori politici e detto fra noi, se io fossi un politico di estrema destra, sarei molto felice di avere dall’altra parte qualcuno in stile SJW.

A questo punto solo un ultima osservazione. La prossima volta che vi sentite offesi da qualcosa, prima di chiamare la psicopolizia, fermatevi un attimo e pensate: era nelle intenzioni di chi parlava offendermi o ci sto costruendo qualcosa io nelle mia mente? Solo poi, agite.


I casi editoriali, fra Dan Brown e Stephanie Meyer

Bene, eccomi di nuovo qui dopo essermi preso una pausa per digerire le immense quantità di cibo di questo periodo natalizio; come di consueto per il mercoledì, vi porto un paio di recensioni-opinioni su alcune opere di un paio di scrittori accumunati da un medesimo teme che, oggi e nello specifico è il caso editoriale, quel romanzo che, in qualche modo, riesce ad esplodere dando luogo ad un fenomeno. Vediamo come hanno fatto

Dan Brown e il thriller fantasy-religioso

Chi oramai, dopo la fama raggiunta sul grande schermo, non conosce Robert Langdon? L’iconico personaggio di Dan Brown, professore di simbologia di Harvard, è ormai una realtà consolidata e conosciuta dell’editoria, nonché l’esempio perfetto di un personaggio poliedrico ed originale.

Innanzitutto partiamo con il genere; è interessante notare come sia molto difficile inserirlo in un genere specifico. I romanzi di Dan Brown (non li cito tutti perché tanto già li conoscete, sappiate che il mio preferito resta “Il simbolo perduto”, quello che mi piace meno “Inferno”) sono infatti thriller principalmente, ma contengono elementi strani, quasi alieni alla tipicità del genere. Una retorica artistica e religiosa che non appartiene certo al thriller classico, il tutto unito da elementi d’azione, di retorica, di fantasia o di fantascienza.

In secondo luogo vi è l’ambientazione, tutto è a sua volta inserito infatti in un’ambientazione frenetica nella sua velocità, spesso con l’intera storia che si riassume in pochi giorni o, addirittura come nel caso di Origin, in una sola notte, in un’unità temporale che avrebbe reso felici i tragediografi greci. È uno stile serrato che porta il lettore a divorare il libro, non ci sono spazi per le pause, un capitolo è fatto per tirare quello successivo in un domino continuo e rapido.

Poi c’è anche un’altra cosa, che è il motivo forse più di ogni altro che ha fatto famoso Dan Brown nonché purtroppo il motivo per cui io, dopo essere stato suo fan per anni, mi allontano da lui. Le sue trame sono terribilmente costanti.

Si dice che la definizione perfetta per “qualità” sia la capacità di soddisfare le aspettative e, in questo Dan Brown è bravissimo, dando al pubblico esattamente quello che si aspetta. Allora, qualcuno muore in circostanze misteriose attorniato da strani simboli, Robert viene tirato fuori da Harvard, piazzato sulla scena del crimine da cui poi lui dovrà scappare dopo dieci minuti perché avrà capito che la polizia è contro di lui. Incontra una donna bellissima, intelligente, sui trentacinque e con un passato oscuro che lo aiuterà e da cui ci sarà alla fine un doloroso distacco. Verso la fine ci sarà un completo plot twist e si rivelerà che uno dei personaggi buoni è in realtà cattivo o/e che uno dei cattivi è in realtà buono. Credo che queste cento parole circa siano una buona descrizione di ogni singolo romanzo della serie.

Il punto secondo me, e lo dico senza volontà di polemica o di accusa, ma anzi con forte rispetto con un autore che, ad ogni modo, è stato e resta uno dei miei preferiti anche solo per la capacità di tenerti così incollato alle pagine; è che Dan Brown abbia creato praticamente un modello standard dei suoi romanzi un po’ in stile fast food, e li replichi ogni due anni cambiando un poco l’ambientazione. In questo modo il pubblico, sa esattamente cosa sta per leggere quando vede il libro in libreria, e, essendogli piaciuta la prima o la seconda volta, lo prende una terza.

I libri ad ogni modo sono davvero ben scritti, senza buchi di trama e, nonostante le ovvie romanzate, anche ben studiati nel loro artistico, religioso o scientifico che sia. I personaggi sono ben definiti e caratterizzati, anche se, come già detto, tendono a ritornare di romanzo in romanzo solo con nomi diversi.

Per chi fosse interessato ad acquistare, i libri pur essendo basati sullo stesso protagonista, non sono collegati l’uno all’altro, possono quindi essere letti anche da soli. Origin  ; Il Codice da Vinci  ;Angeli e demoni

Stephanie Meyer, può un vampiro essere sexy?

Forse il Dracula di Bram Stocker si rivolterebbe nella tomba con Twilight, la celeberrima opera della scrittrice americana Stephane Meyer (Dracula che si rivolta nella tomba… l’avete capita?), ad ogni modo, personalmente, devo dire di pensare che tutto l’odio che si sia riversato su questa scrittrice sia ingiustificato.

Sarà che sono dell’idea che, di fronte a qualcuno che ha avuto successo, non abbia senso perdere tempo a denigrarlo ma piuttosto si debba capire in cosa sia stato bravo, sarà che i suoi libri mi sono genuinamente piaciuti, sarà che non ho visto i film e forse quel fanno davvero schifo come si dice, chi lo sa?

Ad ogni modo parliamo della saga di Twilight, una storia d’amore horror, un teen fantasy di straordinario e innegabile successo.

Allora io credo che il principale motivo per cui i libri sono diventati famosi, è che sono stati davvero originali. Imitati da tutti negli seguenti, Twilight ha aperto il mondo dello urban fantasy per giovani adulti e dalla fusione di generi che raramente sono accostati come l’horror e il romance. È anche un libro ben scritto, molto ben scritto con una trama che riesce a creare la giusta suspence anche se a volte sembra un po’ priva del pathos che in genere caratterizza questi romanzi.

Twilight è una storia d’amore prima di ogni altra cosa e, anche per questo, l’autrice lascia molto spazio, e infonde molta della sua abilità, nella caratterizzazione emotiva dei personaggi che è davvero straordinaria. Tormento, amore, un groviglio di emozioni che hanno per il lettore (consideriamo che il target medio è giovane e femminile) la funzione della catarsi, la funzione di permettere di riversare su di essa tutta la propria emotività in subbuglio adolescenziale.

Allo stesso tempo l’autrice crea attorno a sé un piccolo mondo di fantasia, molto coinvolgente e per questo molto imitato, abitato da esseri che, infondo, assumo proprio un ruolo dove tutti si sentono a proprio agio: la ragazza nel ruolo della protetta e il ragazzo nel ruolo del protettore (piccola nota: non dicendo che questi ruoli debbano essere così, ma sto sottolineando come, in genere, sono i ruoli in cui le persone sono a loro agio).

Unica nota negativa forse, come già accennato prima, la mancanza di pathos in punti dove me ne sarebbe piaciuto un po’ di più. Il finale di New Moon ad esempio, o di Breaking Dawn (che è anche il finale della serie), dopo aver aumentato e tenuta alta la tensione per un intero romanzo finiscono così, con due parole e senza un nulla di fatto, ammetto che mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca.

Ad ogni modo consiglio vivamente la lettura di questa serie e, in caso voleste acquistare, ecco il link da cui potete comodamente farlo:
Twilight

L’essere umano può sopportare la civiltà?

Nel 1962, uno scienziato statunitense, tale John Calhoun, creò un esperimento per dimostrare i danni dell’aumento della popolazione osservando ciò che sarebbe poi stato definito come: “estinzione da utopia” o la “fogna del comportamento”.

L’esperimento: universo 25

Vennero prese quattro coppie di topi, selezionati fra i migliori in termini di salute e di genetica e vennero posti all’interno di un grande granaio in campagna. Il granaio era stato costruito per essere un vero e proprio paradiso per topi: venivano forniti cibo e acqua in abbondanza, ogni mese l’ambiente veniva pulito, erano presenti 256 nidi ognuno in grado di ospitare almeno quindici topi, per un totale di 3800 e diverso spazio per muoversi.

Come prevedibile, i topi iniziarono a riprodursi, arrivando in fretta ad un punto “esponenziale” arrivando a raddoppiare in numero ogni due mesi circa; i primi problemi arrivarono però quando il numero dei topi raggiunse i circa 600 esemplari.

Nonostante la presenza di cibo ed acqua in abbondanza infatti, alcuni topi iniziarono a mostrare disturbi comportamentali. Alcuni topi divennero violenti, alcuni maschi alpha iniziarono a rifiutare il proprio ruolo di protezione delle femmine e queste fuggirono rintanandosi in nidi più nascosti, si verificarono addirittura episodi di cannibalismo pur in presenza di cibo.

Lentamente la situazione degenerò fino a raggiungere gli oltre duemila esemplari (ricordo comunque che, potenzialmente, cibo e acqua erano sufficienti per oltre tremila esemplari). A questo punto ogni ordine sociale che era connaturato ai topi era scomparso: nei nidi inferiori esplosioni di violenza e cannibalismo erano intervallate da lungo periodi di inattività in cui i roditori rimanevano semplicemente fermi. Le femmine per sfuggire dalle violenze scapparono in dei nidi-ginecei uccidendo anche i loro stessi figli o scacciandoli per mantenere l’omeostasi di quei luoghi mentre un terzo gruppo, che Calhoun definì “i belli” si allontanarono da tutto e da tutti passando le giornate a lisciarsi il pelo e basta.

La mortalità infantile era vicina al cento per cento e, così, la popolazione calò sempre di più, quando tornò ai livelli iniziali inoltre, neppure gli individui ancora sani riuscirono a riprodursi avendo perso “la capacità sociale” di farlo, la comunità si avviava quindi all’estinzione, un ‘estinzione da utopia.

L’interpretazione, cosa c’insegna l’esperimento?

La vecchia teoria era che il problema della sovrappopolazione fosse la mancanza delle risorse, Calhoun dimostrò però che così non era, la sovrappopolazione era un problema di per sé.

La responsabilità dei danni psicologici dei topi fu data all’esaurimento delle nicchie sociali e all’eccesso d’interazioni.

La mancanza di nicchie libere spingeva infatti i topi ad essere ipercompetitivi in ogni ambito. Nel momento in cui infatti, un maschio alpha si trovava a dover compiere moltissimi scontri ogni giorno contro i molteplici pretendenti alle femmine, lo stress derivante dal ruolo deve aver, ad un certo punto, superato la gratificazione derivante dallo stesso spingendo questi maschi a ritirarsi dalla propria nicchia sociale. Ciò portò le femmine a fuggire per evitare violenze fisiche e sessuali.

La mancanza di nicchie portava così ad una lotta fra i giovani topi e i vecchi che competevano per uno stesso mansione, una lotta violenta ed esauriente per entrambe le parti nonché esasperata dall’eccesso d’interazioni a cui ogni topo era sottoposto non potendo fare nulla da solo ma essendo in costante contatto con altri individui. Ciò portò alla caduta dei sistemi sociali che regolavano il comportamento reciproco dei roditori.

Gli umani

Osservo nella nostra e ancor più in altre società l’avvento nell’universo 25 di Calhoun.

Uno dei grossi problemi in Italia e, generalmente nelle società occidentali è infatti la mancanza di posizioni per i giovani, di nicchie che le nuove generazioni possano occupare.

Ciò è dovuto ad una molteplicità di fattori economici, storici e demografici ma riconoscerete che rispetto a qualcuno nato nella generazione degli anni 30 ad esempio, ove ognuno aveva un occupazione e una casa, o uno degli anni 60 in cui comunque si riusciva in qualche modo, ad emergere. La generazione anni 80 e 90 si è trovata in un ambiente sostanzialmente già saturo ove anche i lavori storicamente fatti dai giovani, come il fattorino, sono occupati da individui più vecchi.

Il risultato di ciò è stata una fuga della società verso l’iper-specializzazione e l’iper-scolarizzazione. Se il problema sono infatti la mancanza di nicchie la soluzione sembrerebbe essere quella di creare nuove nicchie specializzandosi il più possibile su un singolo campo, ciò però richiede tempi di studio sempre più lunghi che non permettono ai giovani di rendersi indipendenti economicamente in tempi brevi.

Allo stesso tempo è interessante rapportare il fenomeno dei topi dell’universo 25 ad alcuni fenomeni sociali odierni quali: depressione, autolesionismo, incel (su di loro andrebbe scritto un articolo a parte) e gli hikikomori (per chi non lo sapesse, sono ragazzi che si chiudono in camera per anni, rifiutandosi di uscire all’esterno, problema nato in Giappone, guarda caso società iper-competitiva ad altissima densità di popolazione, recentemente è stato osservato in crescita anche in Italia; anche su di loro servirebbe un articolo intero.)

Era infatti frequente fra i topi di Calhoun casi estremi di violenza contro sé stessi dovuti probabilmente allo stress enorme che quel tipo di società imponeva ai suoi membri e ai danni che questo generava. Allo stesso tempo non è difficile considerare gli hikikomori, persone che rifiutano il contatto sociale, come espressione di ciò.

E che dire invece dei belli, ovvero di quei topi che, nell’esperimento, si tirarono fuori da ogni violenza non tentando nemmeno di riprodursi, occupando le loro giornate a lisciarsi ossessivamente il pelo? Forse il paragone è forzato, me ne rendo conto, ma a me viene in mente facilmente la nostra società focalizzata sull’immagine data attraverso i social network.

Quindi la società è condannata?

No, credo di no. Nello specifico credo che forse abbiamo schivato un proiettile senza rendercene conto. La popolazione infatti, è ormai sostanzialmente stabile e nonostante siamo in un sostanziale periodo d’assestamento sociale, vendesi i discorso dei prima sui giovani, sono relativamente fiducioso sul futuro.

Ma… c’è un ma. Questa cosa del collasso sociale, come dimostrato da Calhoun non dipende tanto dalla popolazione in sé, ma dal rapporto fra essa e le nicchie sociali disponibili, ciò implica che, nell’ambito di una società umana, in essa c’è anche una responsabilità politica, vanno quindi create nicchie, che nella nostra società dipendono principalmente dal lavoro. È quindi importante ricordare che, nonostante il proiettile sia stato schivato, ci vuole un attimo, una crisi economica di troppo, perché uno nuovo ci esploda in faccia.

Allo stesso tempo è importante ricordare di come, non debba essere l’uomo ad evolversi per combaciare con la società ma deve essere la società che, sviluppandosi, resti a misura d’uomo, perché se non lo fa, se l’uomo e la società sono in competizione, ad un certo punto, uno dei due ucciderà l’altro, e non so voi ma non è una guerra a cui io voglio assistere.

Il paradosso del tempo

Dato che fondamentalmente mi sto annoiando ho pensato di lanciare una piccola sfida di tipo intellettuale a voi lettori, così, per gioco.

Ho pensato di proporvi una situazione di ampasse logico, un’indovinello insomma che assomiglia ad un paradosso e voglio che mi scriviate le vostre idee per una possibile soluzione.

Le premesse

La limitata capacità di prevedere il futuro dipende da due fattori: ignoranza ed incapacità. 

Immaginate ad esempio una scatola chiusa e isolata contenente all’interno una singola molecola gassosa. È possibile prevedere il moto di questa molecola nel tempo? Teoricamente sì è possibile, la molecola si muoverà seguendo leggi sempre uguali, rimbalzerà con urti, velocità e angoli che possono essere calcolati e la sua direzione può quindi essere prevista. Nella pratica però difficilmente avremo informazioni abbastanza precise (ignoranza) per descrivere perfettamente il suo moto e, se anche le avessimo, non avremmo capacità di calcolo sufficiente a prevedere il moto di quella particella all’infinito (incapacità).

Se è così difficile fare ciò con una scatola chiusa contenete una singola molecola quindi, figuratevi cosa può essere farlo per l’intero universo… ma supponiamo che si possa.

L’indovinello

Supponiamo che esista una macchina onnisciente e con infinita capacità di calcolo. Questa macchina è, ovviamente, interna all’universo ed è costruita al fine di prevedere, in maniera assolutamente perfetta, ogni singolo evento del futuro dell’universo stesso. Le previsioni della macchina sono infallibili.

Questa macchina non è dotata, in nessuna forma, di autoconsapevolezza, e il suo unico scopo è prevedere il futuro, che è anche lo scopo per cui è stata costruita. Chi l’abbia costruita è irrilevante.

Supponiamo anche che la macchina possegga un interfaccia tale che sia costitutivamente in grado di comunicare a qualcuno i risultati delle proprie previsioni.

Le domande quindi sono: può una persona che s’interfacci alla macchina conoscere il proprio futuro? Se no, perché? Se sì, perché e in che misura? Considerate anche che una persona che venga a conoscenza del proprio futuro potrebbe cercare di cambiarlo, potrebbe farlo considerato che la macchina è infallibile?


Nonostante possa sembrare a colpo d’occhio un problema banale vi assicuro che, da un punto di vista logico, è estremamente interessante. Non abbiate paura di tentare una risposta. Ad ogni modo, domani pubblicherò il mio tentativo di soluzione.


Edit con il mio tentativo di soluzione:

La questione importante sta nella conoscibilità del futuro. Nell’istante in cui la macchina fungesse da osservatore universale infatti, lo stato d’indeterminazione quantistica dell’universo decadrebbe e tutto il futuro diverrebbe perfettamente determinato a questo punto però l’essere umano potrebbe conoscerlo?

Supponiamo, ad esempio, che la macchina sappia che tu, domani e uscendo di casa, verrai colpito da un fulmine e che te lo comunichi. Possiamo supporre che tu domani eviterai di uscire di casa per non essere colpito, ciò però renderebbe sbagliata la previsione della macchina, il che non è possibile per l’ipotesi.

Il paradosso sta quindi nella conoscibilità del futuro: dato che la macchina conosce tutti gli eventi, comprese le tue domande le reazioni alle sue risposte, le risposte stesse saranno date in una forma tale da portarti ad essere attore nella realizzazione degli eventi da essi previsti.

Il concetto di quest’indovinello è una versione modernizzata di un vecchio interrogativo risalente alla figura dell’oracolo di Delfi e della sua parte all’interno della tragedia di Edipo. L’oracolo va Laio, re di Tebe e gli dice che suo figlio lo ucciderà una volta adulto per poi insidiare la sua stessa madre Giocasta, per evitare ciò Laio abbandona Edipo che, crescendo lontano dalla sua famiglia biologica sarà incapace di riconoscerla quando la incontrerà da adulto. Ucciderà così uno sconosciuto e sposerà una sconosciuta per sapere solo poi che quelli erano i suoi stessi genitori.

A sua volta, la vicenda di Edipo è un’ottima rappresentazione della visione greca, figlia della filosofia stoica, del concetto di “Fato” (rappresentato da Tiresia, portavoce di Apollo e a sua volta portavoce delle Parche) variamente ripreso in varie culture come le Norne nordiche, l’Onniscienza nei secoli di Dio delle religioni abramitiche, l’universalismo del karma e via dicendo.

Tornando quindi all’enigma la risposta è questa: l’essere umano può conoscere il futuro espresso dalla macchina, in una maniera più o a meno completa, ma non può cambiarlo in quanto l’atto stesso di cercare di conoscere il futuro ed ogni sua conseguenza sono già state previste.

Interessante sarebbe anche il caso in cui la macchina non preveda perfettamente il futuro ma lo preveda in maniera probabilistica, ovvero crei delle stime di probabilità che un dato evento accada. In questo caso invece la probabilità di successo di una previsione deriverebbero dalla comprensibilità del futuro stesso da parte dell’osservatore umano. Più un osservatore infatti capirebbe e conoscerebbe il futuro detto dalla macchina, meno esso sarebbe probabile a realizzarsi in quanto si aggiungerebbe un ulteriore elemento d’indeterminazione, ciò fino a raggiungere l’estremo caso in cui l’essere umano coincide con la macchina, vedendo e comprendendo in toto il futuro e in cui come nel primo caso quindi esso sarebbe assolutamente determinato.

Riguardo la “vita” e la “morte”; la chimera.

La chimera, capitolo primo, riguardo la vita e la morte.

Sarà fondamentale, per capire quanto seguirà, definire nel modo più preciso possibile questi concetti, ovvero quello di vita e di morte.

Nonostante possa sembrare che il concetto di “essere vivente” derivi da quello di vita, in realtà è il contrario in quanto la prima cosa di cui si ha percezione e che s’identifica è l’essere vivente e la vita non è altro che la caratteristica che si osserva accumunare questi esseri e farli differire dal mondo non vivente, mentre morte è la caratteristica di quegli esseri nel momento in cui perdono suddetta differenza. Prima di definire la vita dobbiamo quindi definire l’essere vivente.

Definiamo un essere vivente come un’entità derivante dall’espressione di un’informazione mirata a perpetuare sé stessa.

A tal proposito faccio notare che la parola informazione è utilizzata al posto di programma genetico in quanto il programma genetico è solo un linguaggio di scrittura dell’informazione stessa, ma non è difficile immaginare, e nei prossimi anni questo sarà uno dei più interessanti temi di dibattito della bioetica, degli esseri viventi programmati con un diverso tipo di linguaggio, questa differenziazione che può sembrare sottile ci tornerà utile in seguito.

Osserviamo inoltre il principio di perpetuazione dell’informazione. Il presupposto stesso della vita e dell’evoluzione sta infatti nel tentativo dell’informazione di propagarsi, trovando attraverso le mutazioni nuove vie più efficienti per farlo. È proprio la presenza di una finalità infatti che distingue la vita dall’inanimato e che configura tutti i comportamenti tipici dei viventi, dall’autoconservazione alla riproduzione che null’altro sono se non il tentativo di perpetuare l’informazione nel tempo o di moltiplicarla.

Cerchiamo a questo punto di definire cosa siano rispettivamente “vita” e “morte”.

In un essere vivente pluricellulare come gli esseri umani possiamo notare due livelli di espressione dell’informazione, una nel corpo dove è direttamente espressa l’informazione genica ( in maniera più o a meno plastica e in risposta all’ambiente), e una nella mente che altro non è che un’informazione processata all’interno dell’organo che chiamiamo cervello.

È interessante notare come, di fatto, da nessun punto di vista, né nel corpo né nella mente, alcun essere vivente sia, in un istante, uguale all’essere vivente che era o che sarà.

In ogni istante infatti, nel corpo, milioni di cellule degenerano e vengono rigenerate, inoltre all’interno di queste cellule e in ogni istante, migliaia di molecole sono distrutte e ricreate e, all’interno di queste molecole, in ogni istante miliardi di atomi si separano, cambiano di conformazione e si riuniscono. Allo stesso tempo nella mente, che nulla è se non la somma delle esperienze che abbiamo vissuto e la loro interpretazione, in ogni istante nuove esperienze sono aggiunte, altre sono dimenticate e altre ancora reinterpretate. Da ciò deriva la conclusione che, nessuno di noi e da nessun punto di vista, sia la stessa entità che era stata fino ad un istante precedente e che nessuno di noi e da nessun punto di vista è la stessa entità che sarà fra un istante futuro.

Ciò implica che la vita non sia, come generalmente inteso, uno stato (ovvero qualcosa di continuativo nel tempo) ma bensì un atto (ovvero di qualcosa esistente nell’istante), al contrario la morte non sia un atto, ma bensì uno stato, in quanto tutto ciò che è passato è, di fatto, morto.

Il concetto di morte come qualcosa di davanti a noi, nel futuro e non nel passato, deriva da una visione parziale del concetto di perpetuazione dell’informazione mentale. Se infatti i nostri geni possono continuare a vivere nella discendenza, nel momento in cui avviene quella che in ambito medico è chiamata “morte cerebrale” l’informazione contenuta nella nostra mente smette di esistere; ciò però è, come già spiegato, un’illusione, in quanto in ogni singolo istante l’informazione nella nostra mente smette di esistere per poi rigenerarsi nell’istante successivo.

L’unica differenza in quel caso è quindi soltanto la mancanza di rigenerazione ma, come diceva già con altre parole Epicuro, nel momento in cui mancasse in toto la rigenerazione e quindi giungessimo in quello stato di morte cerebrale, non potremmo comunque accorgercene in quanto l’atto stesso dell’accorgersi sarebbe un atto cerebrale.

Ciò potrebbe essere in contrasto con il significato che nella lingua comune viene dato a “morte”. Ad esempio un cadavere viene generalmente considerato morto, anche nell’istante presente, ma io dico che un cadavere dovrebbe piuttosto essere definito “non vivo” proprio come definiremmo, ad esempio, un sasso o il terriccio su cui camminiamo. Ciò perché di fatto, nulla a parte una forma che va disfacendosi differenzia un cadavere da un sasso o dal terriccio (tra l’altro, tutto il terriccio è costituito da resti e residui di viventi) e, lasciato passare abbastanza tempo, il cadavere non sarà nemmeno riconoscibile nella forma.

Definiamo quindi la vita come l’atto di rigenerazione dell’informazione (ovvero di perpetuazione di essa attraverso il tempo) e la morte come tutto il passato di un essere vivente, ovvero della perdita dell’informazione dovuto al moto di questa nel tempo.


La Chimera è un saggio che sto scrivendo a puntate, puoi trovare qui tutti gli altri capitoli fin ora pubblicati