Quel particolare rapporto fra droghe ed artisti

Gli scrittori maledetti e il loro assenzio, Conan Doyle che andava di cocaina, i pittori bohémien e l’hashish, i Beatles e l’LSD e Baudelair e più o meno ogni sostanza che circolasse per le vie di Parigi. L’arte e la droga, che ci piaccia sentirlo oppure no, che ci piaccia ammetterlo o pure no, hanno sempre avuto un rapporto stretto e particolare, ma perché succede questo?

Un po’ di storia sulle droghe

Allora partiamo da questo e cerchiamo di definire meglio cosa s’intende per droga. Innanzitutto bisogna considerare che il concetto di stupefacente è abbastanza vago, da un punto di vista scientifico anche nicotina, cacao, alcol etilico, caffeina, teina e perfino l’incenso sono tutte droghe, quindi non si parla solo di quelle illegali, l’alcol ad esempio ha accompagnato una marea di scrittori dall’alba dei tempi.

Nonostante nella società moderna siano in gran parte demonizzati (per motivi negli intenti nobili, si vuole giustamente scoraggiare i giovani dal consumo) gli stupefacenti hanno da sempre fatto parte della cultura umana, dei rituali, delle religioni e delle cerimonie sociali. Il vino aveva ad esempio un ruolo assolutamente importante nelle culture greca e romana, ruolo sociale e socializzante che si è mantenuto fino ai giorni nostri, la cannabis è un elemento ricorrente nella religione induista e le popolazioni germaniche erano note per compiere rituali o addirittura combattere sotto gli effetti psicoattivi del fungo Amanita Muscaria (quello rosso coi pallini bianchi che vostra nonna vi diceva di non toccare nei boschi).

E possiamo continuare: sempre il vino si è ricavato un posticino speciale nella religione cristiana, così come il fumo d’incenso nelle funzioni (è un leggerissimo rilassante), il papavero da oppio in Italia veniva usato come antico antidolorifico mentre dall’altra parte del mondo gli indiani d’America fumavano tabacco e mangiavano peyote nei loro rituali sciamanici.

Perché questo rapporto così stretto con l’arte?

A questo punto torniamo quindi alla domanda iniziale, perché questo rapporto così particolare con l’arte? Cosa differenzia un Van Gogh che fuma hashish e crea la “notte stellata” e un sedicenne che dopo aver fumato riesce solo a finire un kebab? Cosa differenzia Conan Doyle che assume cocaina (abitudine che si rifletterà nel suo Sherlock Holmes) e crea uno dei personaggi letterari più di successo della storia e Lapo Elkann che finisce a fingere un rapimento da parte di un transessuale a New York per spillare soldi alla famiglia?

Per rispondere a questa domanda credo sia utile chiederci chi sia effettivamente l’artista. L’artista è fondamentalmente qualcuno che riesce a prendere cose già esistenti, già reali e tangibili e riformularle in una chiave nuova e diversa, l’artista è una persona che da vita ad un sogno o una visione con la sua sensibilità ed abilità.

Il punto è che per fare ciò a volte può essergli utile uscire da quei binari su cui la mente viaggia di solito. La mente infatti in genere ragiona in un modo, vede le cose in un modo e tende, imperterrita a continuare sulla sua propria strada. Farla uscire può quindi permettere di vedere le cose “da fuori” di permettere una visione che, nello stordimento, sia per assurdo potenzialmente più profonda della realtà vera.

Ciò ovviamente non significa che la droga crei l’artista, è il discorso di prima su Lapo Elkann, se non avete talento per la scrittura potete assumere tutto quello che volete ma non uscirà un nuovo Sherlok Holmes; se non avete talento per la pittura, potete fumare tutta l’erba di questo mondo ma non verrà fuori né un Van Gogh né un Picasso, statene certi.

Questo perché non esiste sostanza a questo mondo che possa donare la sensibilità o la “forma mentis” artistica, tutto quello che le droghe fanno, come già detto, è donare una nuova prospettiva da cui guardare ma la capacità di vedere deve già esserci nella persona altrimenti, e scusate il gioco di parole, è solo fumo negli occhi.

Come un certo tipo d’istruzione allontana i giovani dalla letteratura

La cultura è la più grande eredità del popolo italiano. Sotto molto punti di vista: pittura, scultura, scrittura e poesia, musica; l’Italia ha un passato assolutamente glorioso ben riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo… in tutto il mondo tranne che però, a volte pare, proprio in Italia, almeno a sentire quello che i media dicono in continuazione.

È una cosa in realtà spesso molto tipica il dare per scontato ciò che si ha, e a dire la verità probabilmente non è un problema solo italiano; lo consideriamo tale solo perché ovviamente ne abbiamo una percezione più diretta. Nonostante ciò sta di fatto che il popolo italiano non è certo pieno di lettori e che i lettori e che i lettori che ci sono abbiano gusti che per carità sono gusti e sui cui quindi non discuto, ma i libri di Totti e di Favij sono fra i bestseller, sul serio?

Cercando una risposta al perché di questo fenomeno, che di certo ha molteplici cause che non comprendo e nessuno comprende a pieno, mi sono però dato una risposta su uno dei possibili problemi. Ovvero il modo in cui viene affrontata l’istruzione di queste materie.

L’arte non è matematica

Sembra superfluo dirlo ma nella mia esperienza scolastica, sembra che, pur con tutte le migliori intenzioni, alcuni professori o forse il ministero dell’istruzione che decide i programmi, questo non lo capisca. La letteratura ad esempio viene trattata generalmente come qualcosa di meccanico: testo, lettura, parafrasi, riassunto, commento (non il proprio commento o la propria opinione, ma l’interpretazione data da qualcun altro che andrà quindi imparata a memoria).

E questo è davvero un problema per il semplice fatto che gli leva il senso. Se io voglio essere informato, non leggo un romanzo o una poesia, io leggo un trattato. La forza dell’arte in ogni sua forma sta soprattutto nella sua ambiguità, nella sua interpretabilità. Indubbiamente alcune interpretazioni magari saranno più corrette di altre, più vicine a ciò che l’autore voleva esprimere ma questo è davvero così importante? Se a me quel pezzo d’arte comunica questo perché per me è questo, forse proprio questa interpretazione mi porterà a riflettere, forse proprio ciò mi porterà a conoscere meglio me stesso, perché mi farà capire cosa voglio o cerco di vedere nelle cose.

Leggere un buon libro secondo me è un po’ come guardare una nuvola; non è tanto la forma che conta ma ciò che tu ci vedi in quella forma, perché è ciò che tu vedi che ti insegna qualcosa su te stesso. È un po’ come le macchie di Rorschach, quelle macchie d’inchiostro che si usano per i test psicologici, non importa quello che la macchia raffigura, ma il modo in cui viene interpretata. Studiare un pezzo d’arte partendo dalla sua interpretazione è un po’ come qualcuno che ti indica una nuvola e ti dice: “ecco quello è un cavallo, se ci vedi qualcos’altro, stai sbagliando”.

La differenza fra spiegare e interpretare

Questa è una cosa forse un po’ sottile ma credo sia importante. Se, ad esempio, la classe d’inglese prende mano a “1984” di Orwell, ha molto senso contestualizzare il libro. Ha senso ad esempio contestualizzarlo nell’ambito del dopoguerra e nel post rivoluzioni comuniste e socialiste in Russia e nel clima di paura che generavano.

Allo stesso tempo se leggo, “Dei sepolcri” di Ugo Foscolo, può avere senso contestualizzarlo nell’ambito delle rivoluzioni francesi e via dicendo.

Questo è utile perché il contesto in cui a volte sono scritti i libri cambia nello spazio e nel tempo. Il mondo in cui viviamo noi non è l’Inghilterra in cui viveva Orwell né tantomeno l’Italia di Foscolo.

La spiegazione serve quindi a fornire i mezzi all’osservatore per interpretare in modo migliore possibile. Questo però è diverso dal fornire un interpretazione e dire: “questa è, fattela piacere”.

Riconoscere i propri limiti

C’è una piccola parte nazionalista dentro di me che si sta rivoltando e provando un dolore fisico mentre scrivo queste parole ma io credo fermamente che il primo passo per risolvere un problema sia ammettere che quel problema esiste. Il problema in questione è che, qualitativamente, la letteratura moderna italiana non è al livello di quella anglosassone.

Spiace anche a me dirlo ma è vero, nonostante la presenza di singoli autori di bravura eccezionale, di Pirandello o di Leopardi (che è un po’ più vecchio ma lo lascio lo stesso) ad esempio ho parlato anche nella rubrica delle recensioni letterarie. Se prendiamo in generale la letteratura italiana degli ultimi 150 anni e la confrontiamo con quella inglese-americana purtroppo non regge il confronto se togliamo alcuni generi come il giallo e il romantico in cui andiamo forte.

D’altronde però non ci si può aspettare di essere sempre e costantemente i migliori in tutto, quello che è importante è avere l’umiltà d’imparare dai migliori. Per secoli, i popoli d’Europa e America hanno studiato l’arte classica italiana e alcuni scrittori famosissimi inglesi si sono ispirati a nostri compatrioti (Chaucer si ispirò a Boccaccio ad esempio, Milton a Giovan Battista Andreini). Allora perché noi non possiamo avere l’umiltà d’insegnare anche un po’ di più autori esteri, magari tentando così di formare gli autori di domani?

“I promessi sposi” ad esempio è un buon libro, un ottimo romanzo storico, ma davanti a “I pilastri della terra” di Ken Follet non regge il confronto. Il punto è che forzare gli studenti a leggere testi che, hanno sì uno straordinario significato storico e culturale come “I promessi sposi” ma che al contempo (ovviamente mi riferisco anche ad un mio gusto personale) sono carenti dal punto di vista “artistico” li allontanerà dal leggere.

Al contrario io credo, e lo credo perché davvero non riesco ad immaginare altro, che una persona che legge ad esempio “Dune” di Frank Herbert, “Il mondo nuovo di Huxley”, o “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche (trovi le recensioni di questi nella Libreria) poi smetta di leggere perché fidatevi, sono libri che dopo averli letti non torni più indietro.


Detto questo, spero di non essermi inimicato troppo tutti i cultori della letteratura italiana che bazzicano i blog vari su WordPress, dopotutto il fatto che la letteratura inglese dell’ultimo secolo abbia superato quella italiana non vuol dire che anche quella del prossimo secolo lo farà, il futuro, in fondo, non è ancora stato scritto.

Come internet ha sconvolto gli equilibri di potere fra artisti ed editori

iceberg on body of water

Una volta, chi avesse voluto lavorare nel mondo dell’arte e dell’intrattenimento, avrebbe necessariamente dovuto leccare un po’ il culo a qualcuno, a qualche vecchio selezionatore incartapecorito che avrebbe sostanzialmente deciso, con draconiano e insindacabile giudizio, il destino dell’artista in questione.

Tra l’altro di artisti che furono incompresi da suddetti selezionatori ce ne furono molti: i Beatles che agli inizi della carriera furono rigettati da alcune etichette, Van Gogh e le sue difficoltà a trovare un gallerista che volesse scommettere sui suo dipinti o Italo Svevo gran parte della cui fama venne postuma e fu rifiutato in vita da alcuni editori cui si presentò.

Il fenomeno delle piattaforme di self-publishing

Il punto è che fino a pochi anni fa, l’artista aveva disperatamente bisogno dell’editore che molto meno bisogno aveva dell’artista; questo perché l’artista senza l’editore non aveva sostanzialmente modo alcuno per essere conosciuto, cosa che generava quindi uno squilibrio di potere enorme a favore di quest’ultimo.

Il fenomeno nato però nei meandri di internet è quello degli artisti autopubblicati, che usano piattaforme social o semi-social per farsi conoscere al grande pubblico.

Lo stesso WordPress su cui sto scrivendo queste parole, Facebook, Instagram, Youtube, Tumblr, Wattpad etcetera etcetera, c’è ne uno per ogni cosa.

Ciò che questo fenomeno ha generato è stata quindi la possibilità di artisti di essere conosciuti anche senza avere nessun editore alle spalle o addirittura a volte di monetizzare milioni direttamente usando queste piattaforme: un caso italiano famoso può ad esempio essere quello di Chiara Ferragni e il suo blog “The Blonde Salad.”

Il risultato di ciò è stata quindi una diminuzione del potere contrattuale degli editori ed un aumento di quello degli artisti… ma questo cosa ha creato?

Gli editori non scommettono più sugli esordienti

È un dato di fatto, una triste verità. Che lavoriate o vogliate lavorare nella scrittura, nella musica, nella pittura, fare video o qualsivoglia altra cosa, se siete sconosciuti e senza nemmeno un po’ di seguito sui social è molto difficile che qualcuno vi fili.

Con tutti gli artisti dilettanti che hanno invaso le piattaforme nei fatti gli editori ormai usano queste ultime come delle vetrine da cui scegliere su cui puntare, e generalmente questo qualcuno è quello che è già più seguito.

Il punto è che nel momento che l’editore sceglie questo qualcuno in quanto già molto seguito, dovrà anche dargli delle royalties commisurate, erodendo così il proprio guadagno rispetto a quello che avrebbe avuto puntando su uno sconosciuto, cosa più rischiosa ma potenzialmente più remunerativa.

Questo a conti fatti potrebbe comunque sembrare, ad un occhio inesperto, a vantaggio degli editori. Certo diminuiscono il proprio guadagno, ma anche il rischio d’impresa, se pubblico infatti ad esempio il libro di quel famoso youtuber so già che venderà almeno qualche migliaio di copie ai suoi propri fan.

Questa però, secondo me, è una visione molto superficiale dovuta al fatto che siamo ancora in un momento storico in cui l’editore ha molto potere, se non altro per motivi culturali. Pensiamo ad esempio ai libri, pur potendo autupubblicarsi, ad esempio su Amazon, si vendono molte più copie con l’editoria tradizionale perché quella è forte di un apparato di librerie fisiche in cui fare promozione, cosa che Amazon non ha. L’artista ha quindi ancora interesse, se ne ha la possibilità ad appoggiarsi all’editore, ma ben presto e sono pronto a scommetterci, Amazon o chi per lei, inizierà ad aprire punti vendita fisici, a loro volta pian piano i lettori si abitueranno all’ebook e così, l’utilità già risicata dell’editore è destinata a venire sempre più meno al cospetto dei colossi del self-publishing.

Lo scoglio culturale

Questa è la cosa che, come già detto, al momento mantiene in vita gli editori, il fatto che il pubblico per ragioni culturali abbia ancora affezione per i canali di vendita e di pubblicazione tradizionale.

Soprattutto fra le vecchie generazioni infatti, l’artista nato e cresciuto sulle nuove piattaforme è guardato con un po’ d’altezzosità, con un po’ di sufficienza. È un caso quello accaduto negli ultimi giorno ad esempio di Cicciogamer, lo yotuber che è stato trattato abbastanza male ad una sua comparsata in televisione dove era stato invitato, oppure quel ragazzo solo suo canale youtube fa centinaia di migliaia di visite ogni giorno, più della maggior parte dei programmi tesevisi per inciso.

È la stessa cosa di quell’odio enorme nei confronti della Ferragni, di quell’altezzosità nei confronti di Wattpad dove però, se cerchi bene schivando le fanfiction sugli One Direction, di trovano delle perle (tipo alcuni miei racconti e il primo capitolo del mio libro wattpad, scusate il momento spam).

L’esercito dei professionisti dilettanti

Questo perché anche se ad alcuni non piace sentirlo, fare l’artista può essere un lavoro, anche se lo si fa con mezzi nuovi e non tradizionali. Può essere un lavoro vero e proprio nonché molto remunerativo in alcuni casi, un lavoretto da cui si arrotonda qualcosina nella maggior parte degli altri.

Tra l’altro questi semi-dilettanti sono spesso più capaci e più poliedrici di chi utilizzava i vecchi mezzi anche solo per il fatto che per gestire il self-publishing servono tutta una gamma di competenze, nondimeno quella di saper autopromuovere ed autoeditare il proprio lavoro.

Ovviamente a questo punto si potrebbe aprire anche un discorso sulla qualità dei prodotti offerti, è infatti ovvio che su piattaforme libere a chiunque e di “massa” e senza il vaglio di professionisti del settore la qualità dei prodotti cali ma se devo essere sincero io credo che nonostante prodotti di bassa qualità (pensate alle canzoni trash tipo Gangnam style) possano raggiungere enorme popolarità sul breve periodo poi esse svaniscono, mentre i prodotti che restano e che sopravvivono sono quelli belli.

Ciò avviene anche perché, come si suol dire, una chiassosa minoranze mette in ombra una silenziosa maggioranza. I prodotti più stupidi e trasse ovviamente risaltano, ma poi, svaniscono, e i veri risultati si vedono col tempo.

Cosa ci riserva il futuro?

Case editrici letterarie, etichette musicali, quale sarà il loro destino quando tutto il pubblico si sarà abituato a cercare i propri prodotti online? Quando nessuno andrà più nelle librerie tradizionali o quando qualche colosso come Amazon deciderà di aprire le proprie, quando ascolteremo la musica solo in streaming e nessuno comprerà più album e così via.

Secondo me il destino di queste realtà sarà di trasformarsi completamente, specializzarsi nella promozione e nel creare relazioni fra artisti come nel caso della Newtopia di Fedez o magari svolgere lavoro di correzione bozze, disegno copertine, traduzione di alcune agenzie letterarie nate negli ultimi anni  e che si presentano come le vere e proprie evoluzioni della vecchia editoria.

Allo stesso tempo mi aspetto che grandi aziende puntino sempre di più sui piccoli produttori di contenuti, un esempio sono i programmi d’affiliazione, come quello di Amazon, di Fortnite, o di alcune compagnie di viaggio che puntano proprio su questi, e con evidente successo, per promuovere i propri prodotti.

In ogni caso, e lo voglio dire perché si sentono sempre un sacco d’allarmismi in proposito, non sarà l’arte ad uscirne danneggiata; scrittura, poesia, musica, pittura sono cose che esistono da millenni e continueranno ad esistere per altri millenni, ciò che cambierà sarà però il modo in cui essi arriveranno a noi, aspettate e vedrete.

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Perché è importante ricordare che nell’arte esistono i target

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Andavo in seconda media quando la mia professoressa d’italiano mi assegnò da leggere “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello e, al contrario di diversi miei compagni di classe che si scaricarono la trama da internet, io lo comprai e lo lessi davvero… e lo odiai.

Ero già un lettore discreto, almeno in termini di quantità di volumi, per la mia età, eppure quel libro non riuscivo proprio a continuarlo, ad ognuno di quei monologhi interiori che occupavano venti pagine di seguito avrei voluto spararmi. Eppure sapete una cosa? Negli anni ho imparato ad apprezzarlo Pirandello, addirittura ho scoperto che mi piace e ho letto volontariamente e con piacere sia le sue commedie, che lo stesso romanzo di Mattia Pascal solo alcuni anni più tardi.

Tutta questa lunga introduzione mi serviva per spiegare un concetto, ovvero quello che nell’arte esiste una cosa chiamata “target”, e che spesso e volentieri sono quelli che si dicono più appassionati di qualcosa a non capire questo.

Un target per ogni età

Spesso e volentieri noto una certa altezzosa sufficienza di chi parla ad esempio, della lettura per bambini, adolescenti o young adult. Allo stesso modo una cosa simile si trova nella musica, nella televisione, nel cinema e così via, ma la domanda è: cosa vi aspettate che piaccia ad un bambino?

Se voi considerate, ad esempio, un romanzo di qualità in virtù della profondità dei suoi contenuti, vedesi “Il fu Mattia Pascal” allora dovrebbe essere ovvio che questi contenuti non siano per tutti, se fossero per tutti allora non sarebbe profondo, non sarebbe difficile, sarebbero solo ovvietà. A questo punto è quindi ovvio che un lettore giovane con la fascia d’attenzione di un moscerino si annoierà leggendolo; semplicemente non è un libro indirizzato a lui, non c’è nulla di male in questo.

Allo stesso modo però è anche ovvio che a voi che siete più maturi non piacciano libri pensati per i più giovani, è ovvio che vi annoiate leggendoli perché generalmente una persona crescendo cerca contenuti diversi. Questo però non vuol dire che questi contenuti che ti piacciono facciano schifo, significa che magari tu sei fuori target ma se c’è qualcuno a cui piace un motivo ci sarà.

Allo stesso tempo, pensando a quella professoressa che diede da leggere Pirandello ad una classe di seconda media, mi viene anche da pensare che non è questo il modo di far appassionare qualcuno alla lettura, specialmente un bambino. Voi ad esempio potete dirmi che una serie di romanzi come “Harry Potter” sia piena di buchi di trama, deus ex machina, trame scontate e via dicendo, ma sta di fatto che questi libri hanno appassionato un’intera generazione alla lettura e, magari, qualcuno di quelli che ha iniziato da piccolo con Harry Potter, crescendo è passato a contenuti più complessi.

Questo perché io sono fermamente convinto che se alcuni professori, specialmente delle scuole elementari e medie, si preoccupassero un po’ di più di creare nei propri alunni la passione, prima di cercare di sparare dati su dati e informazioni su informazioni, leggerebbero tutti molto di più; questo per il semplice fatto che, se ad un bambino ai suoi primi approcci alla lettura tu lo annoi, lui magari quel libro lo legge ma poi non ne leggerà altri.

Un target per ogni tempo e luogo

Tutte le volte che in televisione passa X-factor quello che segue è un teatrino degli indignati di vedere Fedez fare il giudice, reo di non fare “vera” musica. Ahh perché tutti non ascolto la buona, vecchia, grande musica italiana come De André?

Allora vi lancio una sfida intellettuale adesso, dovete provare ad immedesimarvi in una situazione e dirmi cosa preferireste. Diciamo che è sera, siete in un locale come un pub o una discoteca e, davanti a voi, una bella ragazza (o ragazzo dipende dai gusti) sta ballando ammiccando nella vostra direzione. A questo punto cosa preferireste che mettesse il DJ? Preferireste magari una musica veloce e pop di Fedez che metta tutti su di giri o “La guerra di Piero” di de Andrè? Siate sinceri.

Il punto è che magari anche io generalmente preferisco De Andrè a Fedez, ma questo non vuol dire che lo preferisca sempre: in ogni situazione tempo e modo. Questo perché l’arte porta sempre con sé emozioni, emozioni che a volte sono impegnative e tristi e vuoi che lo siano, altre volte però preferisci siano leggere e allegre.

A conti fatti, dopotutto e come dicevano i romani: “de gustibus non disputandum est”.

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Come la produzione artistica esprime la vera essenza di un popolo

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Che cosa ha fatto un popolo? Quali sono stati i suoi successi, le sue sconfitte, le sue battaglie? Com’è nato, come si è sviluppato e perché si è sviluppato in un modo e non in un altro? Queste sono tutte domande molto importanti a cui la Storia, cerca, coi suoi studi, di dare una risposta, ma alla domanda “cosa un popolo è?” chi è che risponde? È sufficiente conoscere i nomi dei sette re di Roma per comprendere la cultura romana? È sufficiente conoscere le battaglie fra le città del Peloponneso per conoscere quelle greca?

In questo ci viene d’aiuto quindi lo studio di un’altra disciplina, quella disciplina in cui ogni popolo e, nello specifico anche ogni individuo, inserisce in modo più o a meno cosciente sé stesso, inserisce i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, la propria visione del mondo. Questa è l’arte.

Storie di dei e di lupi mannari

Partiamo dalla letteratura e, in particolare, dalla narrazione mitica e prendiamo ad esempio quattro popoli: gli antichi Greci, i Romani, e norreni.

Iniziamo parlando del rapporto fra i popoli e le proprie divinità. I greci e i romani erano un popolo di agricoltori e pastori innanzitutto e a capo del loro Pantheon c’era quindi un dio della pioggia, erano popoli di navigatori e un’altro dei loro dei più importanti era il dio del mare. Per quanto concerne i romani nello specifico agli inizi furono semplici pastori di collina che via via si militarizzarono sempre di più, fino a diventare una società altamente militare (indicativo di questo, è il passaggio di Marte, originariamente divinità dell’agricoltura, a dio della guerra, oltre alla diffusione di molti altri dei protettori dell’arte militare come Bellona, Mitra o, in una certa misura, Giano bifronte).

Al contrario i Greci erano forse meno militarizzati, al meno a livello professionale, ma avevano una forte cultura dell’eroismo. Molti dei loro miti rappresentano un uomo solo contro le avversità come Ercole o, addirittura e pensiamo ad Ulisse, contro gli dei stessi.

I greci furono poi i creatori della tragedia, l’arte della catarsi delle passioni che mostrava agli uomini una certa filosofia e, d’altro canto, filosofi erano i greci. I romani dal canto proprio erano forse meno filosofi ma più politici, meno retori e più avvocati e crearono il genere dalla satira.

E cosa dire invece dei Norreni? Popoli che, essendo nati in un ambiente ostile, vivevano di razzia a capo del loro Pantheon c’era un dio della guerra. Un popolo che quindi dava ai guerrieri e ai coraggiosi e a loro soltanto l’onore dei loro paradiso. Allo stesso tempo un popolo, similarità questa con i greci, che credeva fortemente nell’ineluttabilità del destino, un destino che in Ragnarok avrebbe decretato la morte degli dei stessi.

Prendo d’esempio un’altro mito molto comune in molte culture, quello della metamorfosi animale. I greci, un popolo che guardava al cielo e all’etereo, avevano come popolo una certa repulsione della natura, pensiamo a miti come la morte di Pan, agli eroi come Ercole o Teseo che lottano contro mostri in parte animali (i semi-animali, a parte rari casi come chirone, sono quasi sempre personaggi negativi). Il mito di Licaone in questo è indicativo, un uomo reo di cannibalismo punito da Zeus ad essere trasformato in un lupo.

Nei romani il rapporto è un po’ diverso invece. Un popolo che nasceva come pastorale aveva per gli animali e i lupi nello specifico una sorta di rapporto ambivalente, un timore reverenziale comunque tendenzialmente negativo. Se nel mito di Romolo e Remo è proprio una lupa a salvare i gemelli, i lupercalia erano ad esempio una festa d’esorcismo delle paure dell’attacco dei lupi dal bestiame e, nel Satyricon (primo secolo) la licantropia è descritta come maledizione.

Ciò cambia radicalmente nei Berserker nordici. In questi guerrieri scelti la metamorfosi rituale diventava la fusione spirituale con un animale totemico che donava forza, insensibilità al dolore e vigore in battaglia. Ciò anche dovuto al rapporto molto stretto che questi popoli avevano con il selvaggio, con il naturale.

Le arti

Ovviamente se volessimo questo stesso discorso preso ad esempio si potrebbe fare con qualsiasi popolo e qualsiasi arte. Prendiamo gli Egizi e il pantheon estremamente vasto ma anche molto gerarchico, piramidale come la loro società, diviso non fra bene e male ma fra ordine e caos.

Prendiamo ad esempio la poesia in tempi anche molto più recenti, che passa dall’essere religiosa in epoca medievale, ad essere nella società industriale una malinconica fuga dal grigiore delle città. Prendiamo la musica, i canti contro l’invasore o lo straniero che si sviluppano in tempo di guerra e che via via in epoca di pace diventano più leggeri fino a diventare in quest’epoca in cui sembra che la depressione sia, nei paesi occidentali, uno dei principali mali della società, puro intrattenimento spesso privo di messaggio ma che permette così alla gente, per un po’, di non pensare e di rilassarsi (ovviamente questa è una mia visione non mi aspetto che tutti siate d’accordo).

Pensiamo alla cultura delle droghe e non credo di dire nulla di scandaloso se sostengo che spesso gli artisti ne sono stati influenzati. Pensiamo al vino, sacro per i greci e per i romani al punto da dedicargli un dio o ai funghi allucinogeni d’amanita usati dai berserker nei loro riti. Pensiamo a come questa cultura sia stata osteggiata dal cristianesimo prima e dal perbenismo americano poi, per risorgere nel dopo guerra fra i giovani. Fino ad arrivare alla sostanziale accettazione delle droghe leggere nell’età moderna.

Pensiamo alla pittura, che prima tende sempre di più verso il realismo e poi, con l’avvento della società industriale e della fotografia fugge, muovendosi verso l’espressione dell’emotività. Pensiamo alla fotografia stessa che nasce nel ritratto e poi, nell’era della cultura della pubblicità diventa espressione della società consumistica (ricordate Andy Warhol e ai fagioli Campbell).

Pensiamo a quanto, nella società di oggi, le nostre arti parlino di un ritorno alla natura e alla fantasia. Di quanto vadano di moda romanzi fantasy e medievaleggianti.

Pensiamo se no quanto la fotografia sia diventata fondamentale nella cultura dell’apparenza, nella cultura del se non posti non esisti, di quanto tutte le foto che pubblichiamo esprimano non tanto la vita che abbiamo ma quella che vorremmo avere. Nessuno posta foto della pasta che mangia sei giorni su sette, ma del sushi che mangia la settima, nessuno posta foto delle discussioni col o con la partner che magari si fanno quotidianamente, ma tutti postano quelle dell’unico momento allegro. Anche questo esprime molto del tipo di società che siamo.

L’arte è espressione

Il punto è questo alla fine, la storia esprime cosa fai, ma è l’arte che produci o che semplicemente apprezzi da spettatore, che dice chi sei.

Sul concetto di perfezione

low angle photograph of the parthenon during daytime

Altro articolo a tema filosofico e su cui, quindi, mi aspetterei un po’ di discussione (che tanto non ci sarà perché sarete tipo in otto a leggere queste parole), articolo che per certi versi si rifà a quello di ieri sull’arte.

Il concetto di perfezione è un concetto straordinariamente ampio che, nelle sue varie accezioni, va a toccare diversi temi: dall’amore, a Dio, alla bellezza e via dicendo. Và da se quindi che come nel caso dell’arte, sia estremamente difficile anche solo definire cosa la perfezione sia.

In un certo senso, la definizione più intuitiva potrebbe essere: “ciò che non ha difetti”, ma la domanda che sorge a questo punto è… cosa non ne ha?

In senso oggettivo

Nulla… non da un punto di vista oggettivo per lo meno. Essendo il concetto stesso di pregio o di difetto soggettivo infatti, non troverete mai nulla che sia oggettivamente privo di difetti, mi dispiace. Se siete religiosi forse potrete sperare di trovarlo all’altro mondo ma, vi assicuro, su questa terra, la perfezione oggettiva non la troverete mai (anche se questo blog ci si avvicina perché no).

In senso soggettivo

Molto più interessante è invece questo tipo di discussione, ma per spiegarvi il mio punto di vista, sono obbligato a fare una piccola lezione di storia dell’arte.

Qualcuno di voi sa come erano fatti i templi greci? Ebbene i greci per le competenze architettoniche che possedevano erano potenzialmente in grado di creare un tempio geometricamente quasi perfetto ma… sceglievano di non farlo.

Le colonne d’angolo ad esempio erano un po’ più grandi delle altre e tutte le colonne erano leggermente rigonfie e inclinate verso l’interno. Lo stilobate (il piano su cui il colonnato poggia) era inoltre leggermente convesso.

Perché veniva fatto questo? Molto semplice, tutte queste pratiche sono definite “correzioni ottiche”, la loro utilità è bilanciare le illusioni ottiche a cui l’occhio umano, imperfetto per sua stessa natura (come tutto il resto d’altronde l’abbiamo detto prima) sarebbe stato sottoposto davanti a qualcosa di più vicino alla perfezione.

All’occhio umano infatti le colonne ad angolo sarebbero, illusoriamente, parse più sottili ade esempio e colonne perfettamente dritte sarebbero parse invece, all’imperfezione umana, pendere verso l’esterno e così lo stilobate sarebbe apparso concavo.

E qui se volete viene il grande paradosso che colpisce la perfezione in senso oggettivo: se davvero esistesse… noi potremmo apprezzarla? O ancora, come possiamo vedere qualcosa privo di difetti se i mezzi stessi con cui guardiamo sono difettevoli?

Le correzioni ottiche furono la risposta, nel soggettivo, a queste domande.

Costruiti attorno all’occhio umano

Questa fu la cosa straordinaria e geniale. Compreso che l’occhio umano era imperfetto e, trovandosi nell’impossibilità di cambiarlo, i greci smisero di fare templi cercando di avvicinarli alla perfezione oggettiva (che sarebbe comunque stata irraggiungibile) e iniziarono a mirare a qualcos’altro, alla perfezione soggettiva, ovvero a renderli, apparentemente privi di difetti e lo fecero proprio aggiungendo dei difetti.

Il risultato fu straordinario. Delle illusioni geometriche che bilanciavano delle illusioni ottiche, dei difetti architettonici che bilanciavano dei difetti biologici e, tutti questi difetti fusi assieme, crearono la perfezione.

Questa tipo di perfezione era diversa da quella oggettiva, da quella teorica degli dei. Era una cosa nuova, era qualcosa che esisteva solo nell’istante in cui l’occhio e il tempio coesistevano e in cui il secondo osservava il primo. Senza un occhio umano a guardarlo infatti, il tempio greco sarebbe rimasto un ammasso di pietra e colonne storte, senza quel tempio, senza quella bellezza, l’occhio sarebbe rimasto una, seppure meravigliosa, macchina biologica racchiusa ed incatenata da una limitatezza fisiologica.

Concettualmente, questo è il concetto di perfezione in cui quindi posso credere e che penso esista. Quella soggettiva che nasce da un certo tipo d’illusione, quella istantanea che si crea nell’atto in cui due imperfezioni combaciano in modo da bilanciarsi e completarsi vicendevolmente (e questa, probabilmente, è anche la cosa più Tumblr che io abbia mai scritto), la perfezione non è quindi una cosa, ma un atto vivo che può esistere solo nell’istante del contatto un osservatore ed un oggetto o, perché no, fra un osservatore ed un altro.

Questa è quindi la mia definizione di perfezione, dell’unico tipo che credo possa esistere: “è il contatto di due corpi i quali, difettosi separatamente, danno nell’insieme l’illusione di essere costruiti l’uno per completare l’altro”.

Wow, ho battuto il mio record di cose Tumblr nello stesso articolo, vai così.

 

Comunque spero che l’articolo vi sia piaciuto e se vi va seguitemi direttamente qui su WordPress o sulla pagina Facebook che trovate sotto.

Fate i bravi… ciao.

 

 

 

 

 

Cos’è l’arte?

vangogh-starry_night_ballance1È sempre difficile dare una definizione o un significato alle cose, generalmente, è molto più difficile che viverle. Ogni definizione che si dà di qualsiasi argomento, ogni verbalizzazione, è di per sé incompleta, di per sé appartenente ad una staticità che mal si adatta alla molteplicità delle forme che coesistono in un universo in costante cambiamento, in una società che muta.

Eppure definire le cose è spesso necessario, anche solo ai fini d’instaurare un dialogo, se io parlo dell’arte, ad esempio, intendo una cosa, tu puoi capire il discorso attorno ad essa solo se prima capisci cosa intendo per quella (non necessariamente condividendolo certo, sono pur sempre opinioni).

Questo è proprio il compito della filosofia d’altronde, dare definizioni alle cose.

L’arte

C’è chi, ad esempio, la definisce solo attraverso l’opinione di chi, per qualche ragione, è considerato un esperto. Un critico, un magnate, magari uno stesso artista divenuto famoso.

C’è chi la vede in ogni cosa. Tutto… ogni cosa, persona, animale, la natura stessa è arte e l’arte è insita nell’essenza di ciò che ci circonda.

C’è chi, edonisticamente, l’associa al puro piacere personale. Arte è ciò che mi smuove, che mi suscita emozione, che mi fa riflettere, che mi dia quel qualcosa che cerco e che mi manca.

C’è che l’associa al successo. Arte è ciò che ce la fa, in un mondo difficile, fra un’infinità di opere ad emergere, a raggiungere picchi, ad essere ricordata attraverso il tempo e le genti.

Un opinione personale

Dato che in questo blog voglio fare filosofia più che citare quella di altri, vorrei dare la mia opinione e commentare quelle sopra, ovviamente, con tutto il rispetto per chi la pensi diversamente, quello non deve mai mancare.

Relegare l’arte all’opinione di un esperto credo che snaturi un po’ quella che debba essere un esperienza personale. Indubbiamente un esperto può darci informazioni di natura tecnica, storica, può parlarci delle influenze e delle correnti, ma non può dirci come ci sentiamo noi e, può darsi, che ciò che a lui generi un emozione a noi non la dia.

Al contempo non credo sia in tutto. Credo che potenzialmente possa esserlo, magari un certo occhio vede l’arte laddove un altro non la vede, ma non credo che esista anche solo una persona, anche un solo occhio che da solo veda l’arte in ogni cosa; io la vedo ad esempio nel vento o nel temporale, ma non riesco a vederla ad esempio in isola di spazzatura nel pacifico.

Il lato edonistico in parte lo condivido, ma non del tutto, non credo sia una buona definizione. Molte cose mi piacciono e mi danno piacere… mangiare un panino con la nutella me lo da, ma non credo che quel panino sia arte (sì, lo so, opinione impopolare).

Nemmeno il successo credo valga per definire qualcosa di così complesso, o meglio, se devo essere sincero credo che almeno il sopravvivere al tempo sia un buon indicatore, la capacità di superare le mode che passano nascendo e morendo non è da tutto, ma allo stesso tempo credo che esistano opere sconosciute di autori sconosciuti che non conosceremo mai, ma che di certo sono straordinarie e, forse, solo sfortunate.

Se dovessi dare la mia, personale, definizione di arte, quindi la definirei così: arte è tutto ciò che quando l’osservi ti faccia dire: “ecco, ciò non potrà mai essere fatto meglio, ma solo diversamente”.

Ciò implica ovviamente che sia estremamente personale, ciò che io credo sia sostanzialmente all’apice può non esserlo per te, il concetto di meglio o peggio dopotutto è personale. Al contempo però resta una componente d’oggettività nell’idea che ci sta dietro, ovvero che l’arte per essere tale dev’essere per sua natura inimitabile ed esistente nella miglior forma possibile.

Guardando un quadro di Van Gogh ad esempio, nel mentre lo guardo penso: “ecco, nessuno farà mai di meglio”. Questo ovviamente non vuol dire che non possano esserci altri quadri che siano essi stessi arte, ma vuol dire che quei quadri non sono quel pezzo e che se quel pezzo dovesse essere imitato, quell’imitazione non sarebbe arte ma, solo e per l’appunto, una brutta copia. Allo stesso tempo vuol dire che ci siano quadri e più in generale opere che magari guardo e non mi comunicano quel senso di perfezione che mi comunica quel van Gogh, quel senso che in quel caso mi fa dire: “non riesco nemmeno ad immaginare come qualcuno avrebbe potuto farlo meglio di come lo ha fatto lui.”

Credo che questa definizione spieghi bene anche quello che sembra essere il moto costante della spinta artistica, quello alla novità. Bisogna conoscere, apprezzare, imparare dai maestri del passato ma, poi bisogna abbandonarli, bisogna sfuggirgli, fare qualcosa di diverso.

Ma questa è ovviamente solo un opinione, la mia personale definizione, voi dovete trovare la vostra