Come internet ha sconvolto gli equilibri di potere fra artisti ed editori

iceberg on body of water

Una volta, chi avesse voluto lavorare nel mondo dell’arte e dell’intrattenimento, avrebbe necessariamente dovuto leccare un po’ il culo a qualcuno, a qualche vecchio selezionatore incartapecorito che avrebbe sostanzialmente deciso, con draconiano e insindacabile giudizio, il destino dell’artista in questione.

Tra l’altro di artisti che furono incompresi da suddetti selezionatori ce ne furono molti: i Beatles che agli inizi della carriera furono rigettati da alcune etichette, Van Gogh e le sue difficoltà a trovare un gallerista che volesse scommettere sui suo dipinti o Italo Svevo gran parte della cui fama venne postuma e fu rifiutato in vita da alcuni editori cui si presentò.

Il fenomeno delle piattaforme di self-publishing

Il punto è che fino a pochi anni fa, l’artista aveva disperatamente bisogno dell’editore che molto meno bisogno aveva dell’artista; questo perché l’artista senza l’editore non aveva sostanzialmente modo alcuno per essere conosciuto, cosa che generava quindi uno squilibrio di potere enorme a favore di quest’ultimo.

Il fenomeno nato però nei meandri di internet è quello degli artisti autopubblicati, che usano piattaforme social o semi-social per farsi conoscere al grande pubblico.

Lo stesso WordPress su cui sto scrivendo queste parole, Facebook, Instagram, Youtube, Tumblr, Wattpad etcetera etcetera, c’è ne uno per ogni cosa.

Ciò che questo fenomeno ha generato è stata quindi la possibilità di artisti di essere conosciuti anche senza avere nessun editore alle spalle o addirittura a volte di monetizzare milioni direttamente usando queste piattaforme: un caso italiano famoso può ad esempio essere quello di Chiara Ferragni e il suo blog “The Blonde Salad.”

Il risultato di ciò è stata quindi una diminuzione del potere contrattuale degli editori ed un aumento di quello degli artisti… ma questo cosa ha creato?

Gli editori non scommettono più sugli esordienti

È un dato di fatto, una triste verità. Che lavoriate o vogliate lavorare nella scrittura, nella musica, nella pittura, fare video o qualsivoglia altra cosa, se siete sconosciuti e senza nemmeno un po’ di seguito sui social è molto difficile che qualcuno vi fili.

Con tutti gli artisti dilettanti che hanno invaso le piattaforme nei fatti gli editori ormai usano queste ultime come delle vetrine da cui scegliere su cui puntare, e generalmente questo qualcuno è quello che è già più seguito.

Il punto è che nel momento che l’editore sceglie questo qualcuno in quanto già molto seguito, dovrà anche dargli delle royalties commisurate, erodendo così il proprio guadagno rispetto a quello che avrebbe avuto puntando su uno sconosciuto, cosa più rischiosa ma potenzialmente più remunerativa.

Questo a conti fatti potrebbe comunque sembrare, ad un occhio inesperto, a vantaggio degli editori. Certo diminuiscono il proprio guadagno, ma anche il rischio d’impresa, se pubblico infatti ad esempio il libro di quel famoso youtuber so già che venderà almeno qualche migliaio di copie ai suoi propri fan.

Questa però, secondo me, è una visione molto superficiale dovuta al fatto che siamo ancora in un momento storico in cui l’editore ha molto potere, se non altro per motivi culturali. Pensiamo ad esempio ai libri, pur potendo autupubblicarsi, ad esempio su Amazon, si vendono molte più copie con l’editoria tradizionale perché quella è forte di un apparato di librerie fisiche in cui fare promozione, cosa che Amazon non ha. L’artista ha quindi ancora interesse, se ne ha la possibilità ad appoggiarsi all’editore, ma ben presto e sono pronto a scommetterci, Amazon o chi per lei, inizierà ad aprire punti vendita fisici, a loro volta pian piano i lettori si abitueranno all’ebook e così, l’utilità già risicata dell’editore è destinata a venire sempre più meno al cospetto dei colossi del self-publishing.

Lo scoglio culturale

Questa è la cosa che, come già detto, al momento mantiene in vita gli editori, il fatto che il pubblico per ragioni culturali abbia ancora affezione per i canali di vendita e di pubblicazione tradizionale.

Soprattutto fra le vecchie generazioni infatti, l’artista nato e cresciuto sulle nuove piattaforme è guardato con un po’ d’altezzosità, con un po’ di sufficienza. È un caso quello accaduto negli ultimi giorno ad esempio di Cicciogamer, lo yotuber che è stato trattato abbastanza male ad una sua comparsata in televisione dove era stato invitato, oppure quel ragazzo solo suo canale youtube fa centinaia di migliaia di visite ogni giorno, più della maggior parte dei programmi tesevisi per inciso.

È la stessa cosa di quell’odio enorme nei confronti della Ferragni, di quell’altezzosità nei confronti di Wattpad dove però, se cerchi bene schivando le fanfiction sugli One Direction, di trovano delle perle (tipo alcuni miei racconti e il primo capitolo del mio libro wattpad, scusate il momento spam).

L’esercito dei professionisti dilettanti

Questo perché anche se ad alcuni non piace sentirlo, fare l’artista può essere un lavoro, anche se lo si fa con mezzi nuovi e non tradizionali. Può essere un lavoro vero e proprio nonché molto remunerativo in alcuni casi, un lavoretto da cui si arrotonda qualcosina nella maggior parte degli altri.

Tra l’altro questi semi-dilettanti sono spesso più capaci e più poliedrici di chi utilizzava i vecchi mezzi anche solo per il fatto che per gestire il self-publishing servono tutta una gamma di competenze, nondimeno quella di saper autopromuovere ed autoeditare il proprio lavoro.

Ovviamente a questo punto si potrebbe aprire anche un discorso sulla qualità dei prodotti offerti, è infatti ovvio che su piattaforme libere a chiunque e di “massa” e senza il vaglio di professionisti del settore la qualità dei prodotti cali ma se devo essere sincero io credo che nonostante prodotti di bassa qualità (pensate alle canzoni trash tipo Gangnam style) possano raggiungere enorme popolarità sul breve periodo poi esse svaniscono, mentre i prodotti che restano e che sopravvivono sono quelli belli.

Ciò avviene anche perché, come si suol dire, una chiassosa minoranze mette in ombra una silenziosa maggioranza. I prodotti più stupidi e trasse ovviamente risaltano, ma poi, svaniscono, e i veri risultati si vedono col tempo.

Cosa ci riserva il futuro?

Case editrici letterarie, etichette musicali, quale sarà il loro destino quando tutto il pubblico si sarà abituato a cercare i propri prodotti online? Quando nessuno andrà più nelle librerie tradizionali o quando qualche colosso come Amazon deciderà di aprire le proprie, quando ascolteremo la musica solo in streaming e nessuno comprerà più album e così via.

Secondo me il destino di queste realtà sarà di trasformarsi completamente, specializzarsi nella promozione e nel creare relazioni fra artisti come nel caso della Newtopia di Fedez o magari svolgere lavoro di correzione bozze, disegno copertine, traduzione di alcune agenzie letterarie nate negli ultimi anni  e che si presentano come le vere e proprie evoluzioni della vecchia editoria.

Allo stesso tempo mi aspetto che grandi aziende puntino sempre di più sui piccoli produttori di contenuti, un esempio sono i programmi d’affiliazione, come quello di Amazon, di Fortnite, o di alcune compagnie di viaggio che puntano proprio su questi, e con evidente successo, per promuovere i propri prodotti.

In ogni caso, e lo voglio dire perché si sentono sempre un sacco d’allarmismi in proposito, non sarà l’arte ad uscirne danneggiata; scrittura, poesia, musica, pittura sono cose che esistono da millenni e continueranno ad esistere per altri millenni, ciò che cambierà sarà però il modo in cui essi arriveranno a noi, aspettate e vedrete.

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Chi ha paura degli OGM?

close up of pink rose flower

La genetica sarà la scienza del ventunesimo secolo; solo pochi decenni fa infatti, codificare il DNA umano costò miliardi di dollari e anni di lavoro, oggi ne costa poche centinaia e qualche settimana. Ben presto, ogni ambito dalla medicina all’alimentazione ne saranno toccati, eppure l’Italia sembra voler aspettare, come al solito, che siano tutti gli altri ad aprire la strada.

Cosa sono gli OGM?

Partiamo con qualche nozione di base, gli OGM sono organismi geneticamente modificati, ovvero degli organismi il cui genoma è stato editato attraverso tecniche d’ingegneria genetica quali l’inserzione o la rimozione di geni specifici.

Organismi le cui modifiche genetiche derivano dalla mutazione casuale, anche laddove questa sia stata indotta da mutageni quali le radiazioni nucleari (ricordatevelo questo sarà spiegato più avanti) non rientrano invece in questa categoria.

Perché non dobbiamo averne paura

Allora, praticamente tutti abbiamo visto qualche film horror-fantascientifico in cui un criceto geneticamente modificato diventava alto cinquanta metri e devastava New York (è sempre New York che viene devastata), ma la verità è che, di prove dei danni degli OGM, che siano alla salute o all’ambiente, non ce ne sono.

Allo stesso tempo però ci sono prove dei loro successi. Forse qualcuno di voi è o conoscerà una persona diabetica che necessita più o a meno frequentemente dell’uso d’insulina sintetica. Prima della genetica l’insulina veniva ottenuta dai maiali, con costi esorbitanti e rischi per la salute, ma nel 1982 un laboratorio americano fu in grado d’inserire il gene umano funzionante della produzione d’insulina all’interno di un batterio chiamato Escherichia Coli, il batterio fu poi fatto riprodurre e nutrito ed esso iniziò a produrre grandi quantità d’insulina che, da allora, è disponibile per tutti e a prezzo contenuto.

Un altro caso più recente, riguarda quello di un bambino affetto da epidermiosi bollosa, una rara malattia che porta al distacco della pelle con conseguenti atroci dolori, la sua intera pelle fu ricostruita in laboratorio correggendo i geni malati e poi applicandogli la nuova epidermide chirurgicamente.

Tralasciando l’ambito medico e spostandoci su quello alimentare osserviamo inoltre come negli Stati Uniti essi siano diffusi da anni e non abbiano presentato rischi per la salute, e più in generale, non esistono studi scientifici che abbiano dimostrato la dannosità degli OGM da un punto di vista salutistico.

Perché ne abbiamo paura

A parte le ovvie osservazioni sulla Chiesa cattolica, sulla sua influenza in Europa e soprattutto in Italia e le sue opposizioni di stampo religioso a questa tecnologia, possiamo considerare che, il principio logico su cui si basa l’Europa verso questi prodotti sia il principio di precauzione.

Nel momento in cui sappiamo infatti che un prodotto non OGM è sano certamente, un prodotto OGM che potrebbe non esserlo, per quanto la probabilità che lo sia sia bassa, utilizzarlo arrecherebbe un rischio superiore rispetto al rischio nullo di utilizzare un non OGM.

Perché il regolamento europeo ed italiano non hanno senso

Nonostante il principio di precauzione sia un principio tecnicamente giusto,ritengo che la sua applicazione in questo caso sia abbastanza ipocrita e vi spiegherò il perché.

Innanzitutto, come accennato prima, esistono tecniche quali l’induzione di mutazioni spontanea tramite radiazioni nucleari che, non rientrando nella definizione d’ingegneria genetica, sono perfettamente legali. Un esempio di pianta ottenuta con questa tecnica è il frumento “Creso”, ottenuto tramite irradiazione con raggi gamma di una cultivar di grano duro e che ha rappresentato oltre il cinquanta per cento di tutto il grano duro coltivato in Italia fino agli anni 90 ed è tutt’ora una delle principali varietà del paese. Di fatto però, non c’è alcun motivo per negare l’ingegneria genetica sulla base della precauzione e permettere l’uso di mutanti derivati dal nucleare, è abbastanza ipocrita come cosa.

Allo stesso tempo, io sono d’accordo con il principio di precauzione, se esso è usato per fare precauzione e non ostruzionismo. Sono d’accordissimo con chi sostiene che gli OGM debbano essere testati e controllati prima di metterli in commercio, sarebbe una follia non farlo. Però questo in Italia non viene fatto, non è che gli OGM li testiamo per poi metterli in commercio, li rifiutiamo e basta e questa non è precauzione, ma semplice e irrazionale paura.

Un’ultima, grande ipocrisia poi riguarda una questione economica, l’Italia, pur vietando la coltivazione degli OGM, ogni anno spende cinque miliardi di euro per importarli dall’estero come foraggio per il bestiame. Cosa che credo sia ancora più ridicola nell’ottica d’iperprotezionismo e di “prima gli italiani” in cui viviamo. L’Italia in questo modo ha di fatto tagliato le gambe a tutto un potenziale settore dell’agricoltura italiana spingendogli allevatori di bestiame ad acquistare dall’estero e spingendo quindi via miliardi di euro ogni anno a favore delle casse americane da cui acquistiamo.

Un’altra argomentazione che spesso viene poi usata è che gli OGM sono innaturali, ad essi basta rispondere che, nello stato selvatico, nessuna pianta o animale comunemente allevato e nemmeno lontanamente simile allo stato d’allevamento, per il resto vi rimando all’articolo sul concetto di naturale.

Un punto a sfavore

Dato che non mi piace fare delle sviolinate senza sentire l’altra campana, spendo due parole riguardo a quello che, secondo me è il grande e unico rischio degli OGM, ovvero la dipendenza dalle multinazionali.

Forse non lo sapete ma gli OGM, essendo prodotti non esistenti in natura sono brevettati dalle aziende produttrici, cosa di per se giusta in quanto esse devono rientrare dei costi di laboratorio, questo brevetto si concretizza nel divieto di riutilizzare i semi. Semplificando funziona così: il contadino compra i semi (e se li compra è perché anche lui ci guadagna sia chiaro), fa crescere ad esempio del mais, vende il mais ma non può tenersi dei semi per sé e ripiantarli, ma è obbligato a ricomprarli o ad utilizzare varietà naturali (in genere sceglie di ricomprarli perché al netto del costo/ricavo è in positivo, inoltre per molte piante e molte aziende agricole acquistano comunque di anno in anno i semi per comodità o per altre ragioni quali l’eterozigoticità di alcune cultivar).

Il vero problema quindi rischia di diventare nel tempo un oligopolio della produzione alimentare mondiale da parte di poche aziende specializzate che potrebbero anche colludere, dopotutto è il rischio degli oligopoli.

Il punto è che, girala come vuoi, gli OGM noi gli acquistiamo lo stesso, lo abbiamo detto prima, quindi questa cosa non solo non viene combattuta, ma viene addirittura avvallata in quanto lo stato italiano o, perché no, la comunità europea potrebbero creare loro dei propri progetti di genetica alimentare e competere coi prodotti alimentari, eliminando così il problema della dipendenza da società estere.

E il made in Italy?

Allora piccola puntualizzazione, non è che il miglioramento genetico non venga comunque fatto in continuazione, è solo che viene fatto alla vecchia maniera, tramite incroci o selezione clonale nel caso delle piante.

In realtà l’utilizzo con criterio dell’ingegneria genetica potrebbe migliorare il made in Italy, anche solo per la questione che si potrebbero evitare parte dell’immensa quantità di pesticidi che si usano in agricoltura. Si potrebbero infatti inserire geni di resistenza specifici mantenendo intatte le qualità alimentari.

Il futuro

Questo è un altro punto importante che vorrei venisse preso di più in considerazione. Ci sono cose che, prima o poi, saranno fatte, che ci piacciano oppure no, che le consideriamo etiche oppure no.

Noi possiamo anche rifiutare gli OGM ma cosa succedere quando la Cina e tutta l’Asia li produrranno in massa esportandoli all’estero? Facendo precipitare il valore dei prodotti già sul mercato? Ad un certo punto, quando tutto il mondo lo avrà fatto, vedremo l’aria che tira e ci adegueremo, questa è una tecnologia troppo stravolgente per non impattare sulle nostre vite e sul delicato equilibrio del mondo.

Cosa succederà quando qualcuno dirà che può curare una qualche malattia genetica o addirittura il cancro, che deriva da una mutazione genetica spontanea, tramite l’editing genetico? Adesso può sembrare fantascienza ma non siamo così lontano dalle capacità tecniche per farlo.

In quel momento nessuno sarà contrario, ve lo assicuro e anche i contrari, nel momento in cui avessero un figlio malato smetteranno di esserlo. Nel momento in cui si creeranno piante in grado di crescere nei climi aridi e di salvare la vita a chi muore di fame. L’unica cosa importante da considerare e da ricordare è che, la scienza non è mai di per sé buona o cattiva, ma dipende da come la si usa, e forse questa scienza dovremmo iniziare ad imparare ad usarla.

“Hate speech”, libertà di parola e di offesa, quali sono i limiti?

walk human trafficking

In Inghilterra è già in vigore da anni una legge contro il cosiddetto “hate speech” ovvero quell’insieme di parole o gesti che potrebbero urtare la sensibilità di alcune persone o che potrebbero incitare all’odio. Divenne alcuni mesi fa un caso internazionale quello di “Count Dankula” uno youtuber che venne condannato per questo dopo aver postato un video in cui insegnava il saluto nazista al suo carlino (e no, non è una battuta, è un fatto vero e verificato).

Le campane

Allora innanzitutto, e metto davanti le mani, so già che la mia opinione non piacerà a tutti (e in caso vi rimando a questo link), è una materia complessa su cui in molti hanno idee anche molto distanti e in cui non credo nessuno abbia proprio tutti i torti.

Da un lato, c’è chi, come me, pensa che la libertà di parola e di espressione vada tutelata sempre e comunque, anche nel caso di neo-nazi o neo-fascisti, anche nel caso sia estremamente estremamente offensiva (e spiegherò meglio perché nei blocchi successivi).

Dall’altro, e in un certo senso pur non condividendoli li capisco, c’è chi sostiene una sorta di “damnatio memorie” di alcune opinioni o movimenti politici che si rivelarono estremamente distruttivi per la società, volendo sostanzialmente che essi siano silenziati in tutto e per tutto e addirittura condannati al carcere per le loro parole.

La libertà di parola non può essere a metà, o c’è o non c’è.

Come ho già detto, io credo che sempre e comunque la libertà di parola vada tutelata sul piano legale e il primo motivo per cui sostengo questo è che, secondo me, la libertà di parola è tale solo se è completa.

Mi spiego meglio. Se tu mi dici: “sei libero di dire quello vuoi, tranne quello che io non voglio che tu dica” allora io non sono davvero libero, io posso solo dire quello che tu mi concedi di dire, quello che tu mi permetti… grazie tante.

Ovviamente questo non significa che non ci siano o che non debbano esserci paletti nelle azioni. In esse è ovvio che io non sia davvero libero ed è anche giusto che non lo sia, è ovvio che non mi sia concesso di ammazzare qualcuno in nome del fatto che sono libero, ma questo in quanto questa mia azione viola la tua di libertà, viola i tuoi di diritti, ciò non vale però per delle parole e nemmeno per dei gesti assolutamente non violenti.

La grossa differenza fra questi due punti sta nel fatto che la violenza fisica è qualcosa di oggettivo, qualcosa di provabile in maniera empirica, in questo modo si permette che tutti siano soggetti alle stesse leggi in tal senso. L’hate speech invece è pura opinione di qualcuno… cosa è offensivo? Cosa va bene dire e cosa no? Chi lo decide?

Cosa ci rende diversi dai fascisti?

Qui vi lancio una provocazione.

Io fui molto contrario alla legge, varata dal governo Renzi, contro l’apologia di fascismo e lo sono stato per un motivo semplicissimo, che secondo me quella è una legge fascista, forse una delle più fasciste dopo la caduta del regime.

Il punto è che, se tu non credi nella democrazia, è un discorso, ma se invece ci credi, non puoi comportarti allo stesso modo di un regime, è ipocrita. Non puoi dire “il fascismo era sbagliato perché censurava le opposizioni e le eliminava coercitivamente” e poi accettare che la stessa cosa venga fatta dalla democrazia verso questi movimenti che, per quanto schifosi, devono avere, come credo tutti, dei diritti tutelati.

Questo perché altrimenti in realtà non siamo meglio di loro. Se tuteliamo solo le idee che ci piacciono e siamo pronti a togliere la parola e l’espressione a chi non ci piace, allora nel momento in cui quei diritti venissero tolti a noi non avremmo diritto di lamentarcene. E nel momento in cui tu cittadino, col tuo voto, dai ad un governante il potere di censurare e addirittura arrestare con la forza il diritto di parola di qualcuno che non era violento, cosa ne sai che un giorno quel potere non si scarichi anche sulla tua testa?

La verità è che siamo tutti bravi a sostenere la libertà altrui quando questa libertà si sposa coi nostri intenti, ma la vera differenza fra un sistema che garantisce dei diritti fondamentali ai cittadini, sta nel tutelare anche chi non ci piace, anche chi magari odia e si oppone alla società e al sistema stesso, se no è po’ troppo facile.

L’altra campana

A questo punto mi aspetterei da qualcuno una contro-argomentazione, una posizione che capisco nel concetto ma a cui comunque mi oppongo. Anche se le parole, anche se i gesti e i simboli non sono direttamente lesivi della libertà altrui, alle parole e ai gesti potrebbero seguire delle azioni, azioni violente e terribili come accaduto nel passato e, quindi, si decide di limitare la libertà di parola rispetto a certi ambiti al fine di evitare lo sviluppo consequenziale di violenza.

Secondo quest’ottica dobbiamo limitare il linguaggio offensivo perché questo potrebbe portare ad esempio al bullismo (pensiamo ad ambiti come l’omosessualità in cui soprattutto fra i giovani un bullismo in questo senso ancora esiste), o addirittura perché potrebbe portare al risorgere di partiti come quello fascista o nazional-socialista.

Ecco io però non sono d’accordo con questa tesi, e non lo sono per due ragioni.

La prima: quest’ottica del “potrebbe”. Dobbiamo vietare queste parole perché potrebbero portare a questo, questi simboli perché potrebbero portare a quest’altro e così via… Il punto è che, di nuovo, tutto in realtà potrebbe portare a tutto, questa censura stessa potrebbe portare ad una soppressione della libertà. Chi decide cosa potrebbe portare a cosa? Vi rendete conto del potere che state dando ad un governante nel momento in cui lasciate che esso eserciti il potere esecutivo non sulla base di quello che è accaduto, ma sulla base di quello che “potrebbe” succedere?

La seconda: vietare una cosa la cancella? Allora, diciamo che decidiamo di punire severamente chi parla male delle minoranze, chi sostiene movimenti estremisti e così via. Davvero pensate che a questo punto le discriminazioni o questi movimenti scompaiano per magia? Non sarà piuttosto più probabile che rendere illegale una cosa la possa rendere addirittura più attrattiva, soprattutto per i più giovani, permettendo magari a quei gruppi neo-fascisiti di fare la parte delle vittime ad esempio?

Le emozioni vanno tutelate?

Ecco questo è un altro punto interessante anche se un po’ più lontano, almeno per ora, dalla realtà italiana e più vicina a quella dei paesi anglosassoni. Ovvero sul tutelare le emozioni delle persone, una strada su cui si sono mossi in questi anni anche quasi tutti i social network.

Io credo questo, credo che le persone siano le uniche responsabili delle proprie emozioni e che quindi esse non vadano tutelate. Se io dico una cosa, e questa cosa ti offende, tu hai tutto il diritto di andartene e smettere di ascoltarmi, di smettere di seguirmi, anche, se vuoi, di darmi dell’idiota, lo accetto. Ma non hai e non devi avere il diritto di silenziarmi perché quello che dico “ti offende”.

Questo perché innanzitutto non c’è limite a quanto facilmente le persone possano offendersi e, in secondo luogo, perché questo nascondersi dal dibattito, nascondersi dal confronto chiudendoci nella nostra piccola e calda tana fatta di bias che cerchiamo disperatamente di confermare non elimina l’opinione opposta, ma forse addirittura le permette di rafforzarsi.

La differenza fra tutela legale ed accettazione sociale

Ecco su questo vorrei essere molto chiaro. Una persona che fa battute sugli stranieri o sulle donne o sugli omosessuali o che addirittura non faccia battute ma che sia seriamente contrario ai diritti di queste categorie, oppure un neo-fascista o simili dovrebbe essere arrestato? No, secondo me no, l’ho spiegato prima. Allo stesso tempo dovrebbe essere accettato o apprezzato, nemmeno.

Il fatto che a tutti debba essere garantita la libertà di parola, sempre e comunque, non vuol dire che debba piacerci. Se tu sei libero d’inneggiare al duce, io sono libero di dire che probabilmente sei caduto dal seggiolone da piccolo e che hai le capacità d’interpretazione storica di una marmotta in coma farmacologico. Tu sei libero di girare con una maglietta con scritto “abbasso i gay”, le persone per strada che ti vedono però sono libere di darti dell’idiota e di non farti entrare in casa loro e non invitarti alla loro tavola se non gli piaci.

E questo perché, ritengo, le ideologie non si combattono con l’oppressione, ma con l’educazione e soprattutto con l’esempio. Se tu ad una persona che nutre solo odio rispondi con la violenza lui e i suoi compari non proveranno meno odio e il pubblico che vi guarda forse addirittura empatizzerà con lui che passa per vittima, ma se al contrario a chi fa il bulletto tu reagisci con la calma e l’accettazione forse lui non smetterà di essere un bulletto ma perlomeno passerà per stronzo.

Concludo dicendo: se volete che le cose cambino, che migliorino anche per alcune minoranze e gruppi, non forzate la mano chiedendo punizioni perché due torti non fanno mai una ragione, siate un esempio piuttosto, che il mondo cambia un po’ alla volta.

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Qual è il grosso problema della democrazia

art colors conceptual country

Si dice che il primo passo per risolvere un problema sia ammettere la sua esistenza, compiere quel piccolo e necessario atto d’umiltà che ci permette di non chiuderci a riccio ad ogni accusa ma di accettare che qualcosa, anche se vogliamo fingere che non sia così, proprio non vada.

L’avvento dell’oclocrazia

Fu Erodoto per primo a descrivere le tre forme ottime di governo identificandole nella monarchia (governo di uno), nell’aristocrazia (governo dei migliori) e democrazia (governo del popolo), allo stesso tempo per ognuna di queste segnalò l’esistenza di una forma degenerata, rispettivamente: tirannide, oligarchia e oclocrazia.

Ma cos’è esattamente l’oclocrazia, la forma degenerata di democrazia? Per l’esattezza, oclocrazia significa il governo della massa, indica quindi quel momento in cui il governo di un popolo è trascinato dalla volatilità dei sentimenti della folla, spesso una folla manipolata e trascinata da uno o da pochissimi uomini che ne tirano i fili al fine di seguire i propri personali interessi.

Questo è il grande rischio e problema della democrazia, il momento in cui il dibattito viene meno, il momento in cui tutto diventa una discussione da curva da stadio fatta per partito preso, il momento in cui i partiti stessi iniziano a fare i propri interessi e non quelli dello stato, demagocizzando le masse ed aumentando la polarizzazione dell’opinione, quello è il momento in cui la democrazia stessa, sistema che ha garantito la pace per decenni, collassa.

Il sistema partitico

La nostra democrazia potrebbe essere definita in un certo senso “partitica” in quanto ad essere eletti dal popolo sono dei gruppi di persone che, almeno in teoria, dovrebbe essere ideologicamente coerente e identificativo e rappresentativo di una porzione di popolo. Il punto è… i partiti hanno davvero interesse a fare il bene delle stato? Provate a seguirmi.

Cos’è il bene dello stato innanzitutto? Già questa è una domanda bella difficile dato che in essa si scontrano una moltitudine di fattori. La ricchezza totale ad esempio è uno, ma anche come la ricchezza è distribuita lo è, la credibilità internazionale è un altro fattore, così come l’avere e lo stipulare solidi accordi che assicurino la pace, il fatto che i cittadini siano felici, il fatto che le future generazioni abbiano delle possibilità, il fatto che l’ambiente sia salubre e così via.

Il punto è che, concettualmente, il sistema partitico si dovrebbe basare su di un meccanismo di controllo del popolo sui partiti al governo. Se, ad esempio, il partito Pinco sale al potere e nel suo mandato fa un sacco di casini, si suppone che il popolo lo debba destituire per sostituirlo con un partito più valido e capace.

Il problema, spesso questo non succede e sapete qual’è il motivo, che se il partito Pinco fa un sacco di casini, ma allo stesso tempo da una mancetta al popolo (ne parlavo anche in questo articolo), il popolo di quei casini, non se ne accorge proprio.

Esempio: Abbiamo detto che fra i fattori che concorrono al “bene dello stato”, vi è il concetto che le future generazioni debbano avere delle possibilità e che, quindi, non debbano essere indebitate dalle vecchie. Eppure in quasi tutto il mondo occidentale e in Italia in particolare questo non succede, la generazione dei più giovani si è trovata a crescere in un mondo dove non c’è lavoro, dove guadagnerà mediamente meno dei propri genitori. Questo avviene perché le persone non votano seguendo il raziocinio, ma votano bensì di pancia, votano la persona che gli offre più cose subito, nell’immediato e il partito ha quindi interesse a solleticare questo negli elettori.

Immaginiamo un partito che arriva e prometta tagli alle tasse, prometta più pensioni, prometta addirittura un reddito di cittadinanza ai non abbienti (sì lo so che è difficile da immaginare, ma provateci), dove pensate che andranno a gravare queste riforme? Sul debito pubblico. E chi dovrà ripagarlo? Le future generazioni, future generazioni che, però, non votano, e che quindi i partiti non hanno interesse a tutelare.

Lo stato non ha soldi

Il punto è che, credo, le persone non hanno il concetto che qualunque cosa gli venga data dallo stato, verrà tolta a qualcun altro. Vi faccio un esempio: in Italia è molto dibattuta la questione della tampon tax, ovvero che gli assorbenti siano ivati al 22 per cento, percentuale che alcuni partiti vorrebbero (e io sarei anche favorevole, in fondo di fatto sono beni necessari) portarli al cinque per cento come i beni di prima necessità. Il punto è che questi partiti fanno campagna dicendo: “diminuiremo le tasse degli assorbenti!” e non “aumenteremo le tasse da qualche altra parte per coprire i soldi che non prenderemo più diminuendo quelle degli assorbenti” (non suonerebbe bene come slogan eh?), eppure se mai passerà questa legge sarà questo che accadrà, quei soldi, qualcuno li dovrà pagare e non ci sarà quindi davvero una detassazione, ma solo uno spostamento di tasse da una parte all’altra.

Di nuovo, il momento in cui la sopravvivenza di un partito diventa indipendente da quanto bene lavori ma legata solo a quanto è bravo a “vendersi” a livello mediatico, è il momento in cui la politica diventa solo un grosso stadio e che il dibattito un insieme di cori e di prese di posizioni ideologiche che nascondono solo la lotta fra i partiti e interna ai partiti per la supremazia.

Il meglio per il cittadino, non è necessariamente il meglio per lo stato

Nel 1973 il governo Rumor (Democrazia Cristiana) propose in campagna elettorale le baby pensioni, pensioni date a lavoratori pubblici di alcune categorie addirittura nei loro trenta o quarant’anni. Vinse così le elezioni prendendosi i voti di queste categorie pubbliche ma, quei soldi, sarebbero andati a gravare nelle tasse delle generazioni successive e nell’aumento continuo dell’età pensionabile di questi.

Questo della compravendita di voti è una cosa molto tipica dell’Italia (ottanta euro di Renzi, reddito di cittadinanza, bonus cultura, flat tax…) il punto è che di nuovo, mentre le categorie interessate in positivo, in genere una minoranza (come nel caso Rumor i dipendenti pubblici) votano in massa chi gli offre soldi, gli altri, quelli da cui i soldi verrano presi, neanche se ne accorgono spesso e quindi magari non votano quel partito o magari sì, ma in genere questo non sarà tanto determinante per la scelta del loro voto quanto per quello di chi invece ha da guadagnarci una pensione a trent’anni.

Ciò avviene per una caratteristica insita nel sistema della tassazione e della percezione della stessa. Diciamo ad esempio che io voglia comprarmi i voti di duecentomila persone dandogli ottanta euro a testa (sì lo so, è difficile immaginare che nella realtà qualcuno cada in un tranello tanto ovvio, ma fate uno sforzo d’immaginazione), per coprire questo costo ho bisogno di sedici milioni di euro. Ora, diciamo che in Italia i contribuenti siano venti milioni, ciò implica che a me basterà alzare le tasse di ottanta centesimi a testa per coprire quei costi e comprare così i voti… e chi si accorgerà di un aumento di venti centesimi all’anno? Nessuno mai e così il partito si compra l’elezione a spese dello stato; una minoranza di cittadini ottiene una mancetta elettorale e vota in massa il mio partito e gli altri nemmeno si accorgono che quella mancetta è stata pagata con le loro tasse e quindi magari mi votano pure loro.

Immaginiamoci se no, che in un certo paese ci sia un forte movimento ideologico in ascesa tipo i no-vax. La caratteristica tipica dei movimenti ideologici è che sono monotematici, vedono solo una cosa e la seguono a testa bassa e voteranno in massa chi gli propone quella cosa. Così se un partito propone di levare l’obbligo vaccinale (sì, di nuovo, molto difficile da immaginare) quelle persone lo voteranno in massa e se quel partito arriverà al potere, o verrà meno alle promesse fatte, o farà un danno enorme allo stato. Allo stesso tempo però un pro-vax, una persona favorevole ai vaccini, difficilmente toglierà il voto a quel partito solo per questa posizione, per lo più perché, probabilmente, la questione non gli interessa più di tanto.

La democrazia è più fragile di quanto pensiate

Questo è un altra cosa importante e di cui ho già parlato qui ma sui cui spendo due parole.

Ci siamo nati, ci siamo cresciuti, sembra impossibile che un sistema del genere collassi vero? Sbagliato. Tutti i sistemi finiscono prima o poi, spesso in modo rapido, con uno strappo e proprio in questo anni sta accadendo attorno a noi in giro per il mondo. Turchia? Erdogan ha fondamentalmente creato il suo principato. Brasile? Bolsonaro, pur essendosi insediato da poco ha avuto apprezzamenti per il regime militare che ha dominato il suo paese fino agli anni 80. Cina? Il capo del partito comunista ha accentrato su di sé negli ultimi anni una quantità enorme di potere. (E in caso consideriate ancora questi stati come terzo mondo ricordate che il primo è praticamente da anni con un piede dentro l’Europa,  uno è la prima economia del sud-America e uno la seconda economia del pianeta.)

Cosa fare?

Tendenzialmente finisco così i miei articoli d’opinionismo, con qualche considerazione che mi dia l’illusione di essere l’intellettuale che non sono ma a questo giro ammetto davvero di non saperlo.

Io vedo ogni giorno, sui social, sulla televisione e sui media, un dibattito sempre più polarizzato, sempre più lontano dalla quella che dovrebbe essere il cuore del democrazia, ovvero la comprensione reciproca, e sempre più volto alla demonizzazione dell’altro in un tentativo di aizzare le folle contro il nemico ed è una cosa che vedo in tutti i partiti, tutti quanti nessuno escluso: nella destra, nel centro e anche nella sinistra che mi dicono dalla regia esistere ancora.

Quindi… non lo so cosa fare, sono sincero. Voi avete idee?

Perché la filosofia, anche nella società moderna, è fondamentale

brown book page
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C’è stato un tempo in cui essere un filosofo significava essere considerato un punto centrale della vita pubblica, un tempo in cui i filosofi muovevano le masse ed i governi. Al giorno d’oggi però è con reticenza e addirittura un po’ d’imbarazzo che una persona s’azzarderebbe a definirsi tale.

La società d’altronde è cambiata, si è mossa verso la conoscenza e l’istruzione scientifica (che è assolutamente fondamentale e importante), ma siamo così sicuri di voler già rinunciare a questa disciplina che è stata fondamentale per lo sviluppo intellettuale umano?

Cos’è la filosofia?

Prima di discutere sulla sua importanza, bisognerebbe almeno riuscire ad inquadrarla in una definizione, cosa già di per sé quasi impossibile data la molteplicità di significati che questa parola ha assunto.

Dalla ricerca del corretto modo di vivere degli stoici, alla ricerca dei valori dei cristiani, passando per lo studio metodologico della realtà aristotelico. Dovendo però dare per forza una definizione all’attività filosofica, una definizione ampia e abbastanza valida nelle disparate situazioni in cui la parola è usata, direi che la filosofia è l’arte di dare definizioni alle cose.

Questo perché, in fondo, siamo tutti schiavi della semantica. Tutti noi sappiamo cosa abbiamo in testa, ma per comunicare fra noi, abbiamo bisogno di parole e queste parole hanno bisogno di essere definite attraverso altre parole che vanno a loro volta definite fino a che non si giunge al punto il cui discorso non è più ambiguo e le due persone arrivano davvero a comunicare.

L’arte di dare definizioni

Per spiegare meglio questo concetto e allo stesso tempo per spiegare quale sia l’importanza della filosofia vi faccio un esempio. In quanti di voi sono mai, nella vita, stati malati? Credo tutti, chi non lo è stato? Seconda domanda: sapreste darmi una definizione oggettiva di malattia?

Ho degli amici che studiano medicina o psicologia e a cui ho posto questa stessa domanda e nessuno ha saputo rispondermi, non prima di consultare il cellulare almeno; curioso dato che le loro intere discipline di studio si fondano sul concetto di malattia e di malessere.

La definizione da dizionario, presa dritta dritta da Wikipedia recita così: “una malattia (o patologia) è una condizione anormale di un organismo, causata da alterazioni organiche o funzionali che compromettono la salute del soggetto”.

Ora, facciamo un paio di considerazioni rispetto a questa definizione.

Innanzitutto un’alterazione che compromette la mia salute potrebbe essere la rottura di un braccio, sono malato se mi rompo un braccio?

Il concetto di anormale anche potrebbe essere interessante, soprattuto se consideriamo che la parola malattia ha anche risvolti psicologici. L’omosessualità ad esempio è stata spesso nel passato considerata una malattia sulle basi del fatto che fosse un comportamento deviato del “normale” istinto alla riproduzione umano e che quindi ne avrebbe inficiato la salute riproduttiva.

Allo stesso tempo da un certo punto di vista anche una gravidanza potrebbe essere considerata una condizione anormale che compromette la salute, ma mai nessuno si azzarderebbe a definirla una malattia.

E cosa dire di alcune malattie genetiche come la talassemia? Per chi non lo sapesse la talessemia è una forma di anemia molto diffusa in Sardegna; essendo una forma anemica, al giorno è considerata una malattia (nello specifico genetica) ma il motivo per cui è così diffusa è che, nel danneggiare i globuli rossi, li rende anche immuni alla malaria e quindi secoli fa quando la malaria era diffusa in Sardegna, la talessemia, che ora è una malattia, al tempo era addirittura un vantaggio evolutivo.

Pensate se no alle battaglie dei transgender per non essere considerati malati o a quelle, meno mediatiche ma che vanno via via sorgendo, di alcune associazioni Asperger che preferiscono il termine neurodiversità al fine di sottolineare come non siano “malati” ma che il loro cervello sia solo diverso e così via, è un discorso che potrebbe andare avanti all’infinito.

L’importanza

Questa lunga digressione, serviva per mostrare come, di fatto, le intere scienza medica e psicologica si basino in una certa misura sulla filosofia. La definizione di cosa sia malato infatti e di cosa sano dà alla medicina una direzione in cui svilupparsi, dà delle priorità, dei limiti etici.

Lo stesso discorso vale ovviamente per sostanzialmente ogni singolo campo. Pensate alla definizione di “vita”, può sembrare una semplice parola ma dietro a questa si cela un groviglio di dilemmi etici che toccano molti temi attuali: dall’aborto, all’eutanasia, passando per l’accanimento terapeutico.

E ancora cosa vuol dire “essere umano”? Può sembrare una domanda banale ma ancora essa tocca il tema dell’aborto, in passato quello delle leggi razziali e della discriminazione di genere.

Che ce ne accorgiamo o no, di fatto, ogni singolo settore, ogni prodotto, ogni legge, ogni ideologia, è l’espressione di una determinata filosofia che ha dato al mondo e alla realtà, al giusto e allo sbagliato una determinata definizione. La comprensione della filosofia si pone quindi come fondamentale per comprendere i diversi punti di vista dei diversi gruppi umani e per sviluppare fra questi, un dialogo (cosa che mi azzardo a dire, in questo periodo in cui sembra abbia voce solo chi urla più forte, si rende estremamente necessaria).

Logica e filosofia

Questo è un punto che voglio chiarire in merito ai reciproci rapporti fra scienze e la filosofia. Ora non ho intenzione di fare una pappardella storica su come le scienze, in un modo o nell’altro, derivino dalla filosofia stessa, ma vorrei soffermarmi più sul concetto di logica.

La logica è ciò su cui si fonda, di fatto, il metodo scientifico. Essa è costituita da un insieme di regole coerenti che permettono di rendere minimo o addirittura nullo l’errore all’interno di un sistema dato.

Esempio: la matematica, la regina delle scienze, all’interno di un ambiente dato da alcune semplici regole elementari ed assiomatiche, la matematica diventa esatta e assolutamente certa, incontrovertibile grazie alla logica.

Il punto è che la logica, di per sé, è priva di significato. Tutte le norme matematiche sono infatti valide all’interno di un insieme di assiomi creato dalla pratica intellettuale filosofica, e benché le scienze si sviluppino grazie alla logica, la direzione stessa verso cui le scienze sviluppano è dettata dalla filosofia… la differenza fra queste è sostanzialmente la differenza fra il “come” e il “perché”.

Come si è sviluppata l’industria bellica nel ventesimo secolo? Grazie alla logica. Perché si è sviluppata? Filosofia dovuta alle condizioni sociali. Come funziona la manipolazione genetica e la clonazione e come la telefonia cellulare? Le risposte ve le daranno la logica sviluppata nelle rispettive scienze. Perché negli ultimi cinquant’anni la telefonia è evoluta molto più in fretta degli studi sulla clonazione? La risposta la dà la filosofia.

Ciò rende le due attività intellettuali, scientifica-logica e filosofica, non opposte ma bensì complementari. Il metodo scientifico senza filosofia è uno strumento senza mano che lo indirizzi, non sa da che parte andare e svilupparsi; al contempo la filosofia senza applicazione rimane solo un’arroganza autoconclusiva da salotto, una versione moderna del sofismo.

Se pensate di meritarlo, quindi (e qui potrebbe partire un altro lungo articolo su chi lo meriti nei fatti… ma per ora lo lascio a voi) non abbiate paura di assumere l’onere del titolo di filosofo. Di gente che sa pensare c’è ne ancora bisogno non preoccupatevi.

 

 

 

L’arte del meme come manifesto generazionale

trump memeArticolo leggero da non prendere troppo sul serio su cui vorrei indagare e provare a dare spiegazioni al fenomeno ormai ampiamente diffuso dei meme, forse la vera forma d’espressione per le nuove generazioni (o per le vecchie che vogliono fingere di essere giovani).

Origine noiosa del termine

Il termine fu coniato dal biologo e filosofo Richard Dawkins nel 1976 al fine di prendere in giro i cristiani perché dai, è Richard Dawkins nel suo saggio il gene egoista in cui descriveva il meme come la minima unità culturale capace di replicazione nei cervelli umani. Sostanzialmente il tutto faceva parte di una teoria secondo la quale le norme culturali umane si evolvessero e sviluppassero attraverso le generazioni in modo simile a quello fatto dai geni, ciò basandosi su una sorta di selezione artificiale dovuta all’ambiente sociale.

Lo sviluppo più interessante

Con l’era di Internet e come tutti sapete, il concetto di meme si è rapidamente trasformato diventando un contenuto (generalmente ma non necessariamente sotto forma di immagine con didascalie) a scopo umoristico comprensibile solo agli aderenti ad un particolare gruppo sociale che ne viene così identificato e che finisce sempre in campagne di troll e flame.

La cultura del meme

La vera forza del meme sta per l’appunto nella sua settorialità, non esiste un meme che faccia ridere tutti o che sia comprensibile da tutti allo stesso modo; questo perché i temi trattati e su cui si fa umorismo calcano su stereotipi o caratteristiche buffe interne ad un ambiente specifico.

Per noi bambini degli anni 90 ad esempio, i meme con basi Pokemon che magari contengono anche qualche frecciata politica o di attualità possono essere spassosissimi, ma lo sono perché capiamo il contesto, non mi aspetterei di certo che piacciano a mio padre.

Questa settorialità del meme tendenzialmente va a creare tutta una serie di pagine tematiche centrate su alcune determinate caratteristiche o su un determinato target, target che può essere ampio come in “Alpha Woman” che fa meme calcando su stereotipi femminili o più ridotto come “Irreverent Italian Memes” che li fa a tema italian culture o “Il SuperUovo” che li fa a tema filosofico o anche veramente minuscola come “Transgender Memes for Transhumanist Teens” che fanno meme a tema anarco-transumanista (in caso ve lo chiedeste sì, passo troppo tempo sul web, ok?)

Dimmi cosa ti fa ridere e ti dirò chi sei

Il successo del meme è anche dovuto a questo, il fatto che essi siano per loro stessa natura tematici permette la formazione di community, spesso anche abbastanza grandi, che condividono uno stesso gusto umoristico e, quindi, generalmente anche alcuni stessi interessi. Mi sarà ad esempio semplice trovare persone a cui interessa la filosofia facendomi un giro sulla pagina o sui gruppi del SuperUovo così come mi sarà di certo facile, in caso me ne servisse uno, trovare un Serial Killer sulle pagine di meme a tema Disney.

Questo avviene perché, generalmente, il tipo di umorismo che ci piace dice molto sul tipo di persona che siamo. Ti fanno ridere i meme sui pokemon? Probabilmente sei un bambino degli anni 90. Ti spezzi dalle risate davanti una meme su Renzi ma ti offendi davanti ad una su Di Maio? Probabilmente voti cinque stelle. Ti piace il Black Humor pesante? Probabilmente sei una persona arguta e sveglia. Preferisci forse il tema “Animali Pucciosi?” C’è sempre l’eutanasia tranquillo.

La satira e l’arte

In un certo senso inoltre, i meme si riallacciano e si presentano come evoluzione di quella che una volta era la satira vignettistica, e, in particolare mi riferisco a tutte quelle meme a tema politico o di attualità.

Questo avviene anche perché, che vi piaccia sentirlo oppure no, i meme sono diventanti pian piano una delle principali forme d’espressione (e quindi anche d’arte) della società del ventunesimo secolo e che quindi ci dice molto della società stessa.

Ci dice che è una società spezzata, anche per via dei social, in una moltitudine di micro-comunità; ci dice che è una società veloce, frenetica che vuole quindi un contenuto veloce ed immediato, racchiuso nello spazio di un’immagine; ci dice che è una società che ricerca spensieratezza e divertimento sopra ogni cosa e, forse, anche questo dovrebbe farci riflettere.

L’inizio della guerra dei meme

Come tutte le cose buone, giuste e divertenti quando diventano cultura di massa, il destino dei meme era ovvio, degenerare in una cloaca d’impoverimento, pochezza e Game Of Thrones.

Questo è quello che è successo quando personaggi politici hanno iniziato a memare non tanto per far ridere o per far satira ma attrarre consensi attaccando e gli oppositori con l’intento di generare rabbia e indignazione oltre che ad attrarre l’attenzione con l’ilarità; un esempio di questo lo abbiamo visto con i Cinque Stelle proprio qui in Italia… ehi aspetta ma io non voglio generare flame sulla mia pagina con Donald Trump negli Usa e il cui meme, pubblicato da lui stesso sul suo twitter e sul suo instagram, ci offre gentilmente la copertina dell’articolo. E a tal riguardo… non lo so forse sono io, ma non credo che qualcosa che sia nato con lo scopo di far ridere debba essere usato così e non credo che un tema così delicato debba essere discusso in questi termini dall’uomo più potente del mondo.

Detto questo vi lascio, prima dei Post Scriptum, il meme di risposta a Trump del generale rivoluzionario iraniano Qasem Soleimani.

iran meme.png

P.S. Curiosità

  • Se sei arrivato a leggere fino a questo punto, probabilmente sei anche l’unico oltre a me che scrivo, passi decisamente troppo tempo su internet eh?
  • Se sei arrivato a leggere fino a questo punto, probabilmente non hai nulla da fare, passi troppo tempo su internet e stai sprecando la tua vita.
  • Se non segui l’ambiente dei meme, probabilmente ti sei perso la più importante battaglia culturale del paese degli ultimi ottant’anni: quella fra Selvaggia Lucarelli e “Sesso Droga e Pastorizia”.
  • Se anche tu sei cresciuto coi cartoni della Disney, sei o stai per diventare un Serial Killer.
  • Dawkins ha coniato il termine solo per vedere i meme su Mario Adinolfi.
  • Se hai capito la battuta precedente, di nuovo, probabilmente sei ateo e passi troppo tempo su internet… e pure sulle pagine sbagliate.
  • Il meme scritto su Rick e Morty, quello lungo tipo venti righe che inizia con “to be fair” è la seconda causa di suicidio in Svezia dopo il rock francese.
  • Il filosofo preferito come base per i meme è Giordano Bruno, il pokémon preferito è Charizard. I meme con sia Charizard che Giordano Bruno non finiscono bene.
  • Se hai letto con attenzione l’articolo, probabilmente hai voglia di cercare le pagine di meme anarco-transumaniste… non ringraziarmi.

Link di oggi:  instagram di Trump      instagram Soleimani      marmotta      il SuperUovo    Alpha Woman    irreverent italian memes    ah no, questo era il  SuperUovo    Anarco-transumanisti

Ma sono l’unico che si ricorda che l’Italia è ancora in guerra in Afghanistan?

Afghan National Army takes charge at Observation Post Mace

Ok, dopo gli articoli più leggeri degli ultimi due giorni torno a farne uno un po’ più impegnato.

Premessa: quest’articolo non sarà un opinione tanto sulla guerra in sé, ma sul fatto secondo me stranissimo che, semplicemente, non se ne parli.

La guerra

Come tutti sapete è iniziata sotto il governo Bush nel 2001 (la guerra continua quindi da diciassette anni) da parte di USA e UK a seguito dell’attentato delle torri gemelle;  il fine della guerra era di tenere basso il costo del petrolio ed evitare l’avvicinamento del medio-oriente alle influenze Russe portare la pace e la democrazia nel paese sconfiggendo il terrorismo.

I risultati di questi diciassette anni sono sostanzialmente un mare di civili morti, feriti e mutilati, soldati anch’essi morti e feriti, una marea di migranti (forse non li stiamo aiutando a casa loro nel modo migliore dopotutto). Oltre a ciò un paese distrutto, ancora profondamente instabile, con un economia a pezzi e da cui proviene gran parte dell’oppio mondiale (da cui si ricava la maggior parte dell’eroina mondiale).

Oltre a tutto ciò ovviamente anche una pessima figura degli Stati Uniti, la prima potenza militare del mondo che per la seconda volta nella sua storia dimostra di non saper tenere testa a dei gruppi di contadini.

In Italia

Bene a questo punto ci aspetteremmo tutti che questa guerra sia al centro del dibattito pubblico no? Specialmente in un paese come il nostro che è sempre, costantemente sotto elezioni. Questo perché questo è esattamente il tipo di tema su cui un qualsiasi politico di un qualsiasi schieramento potrebbe lamentarsi all’infinito.

C’è la questione dello spreco di soldi di cui ad esempio potremmo parlare, abbiamo speso miliardi per sostenere uno sforzo bellico, quello americano, che non ci ha portato alcun vantaggio e ce li fa spendere ancora, anche adesso mentre scrivo. C’è la questione umanitaria dei civili uccisi e dei nostri militari uccisi. C’è la questione dei migranti molti dei quali sono proprio profughi di guerra Afghani. C’è la questione della droga, l’eroina, e gran parte di quella che gira nelle strade italiane ed europee viene proprio da là, dall’Afghanistan dove prima del 2001 nemmeno si coltivava (la coltivazione è iniziata quando i talebani hanno avuto bisogno di fondi per la guerra).

C’è infine anche una questione più sottile che però avrebbe potuto solleticare le corde del governo attuale, ovvero il fatto del sostanziale abbandono dello sforzo bellico da parte di altri paesi europei come Francia nel 2012 e il fatto che l’Italia sia, dopo gli USA, una delle nazioni più presenti sul territorio, e quindi più caricate in termini di costi economici e umani, dell’intero conflitto.

Eppure tutto questo evidentemente non basta ad aprire il discorso perché, mi sembra, a nessuno frega niente.

Perché è importante parlarne

Allora, io sono personalmente contrario alla guerra ma come già detto, non è articolo tanto sulla guerra in sé, tanto su quello che mi sembra stia diventando il dibattito pubblico in questo paese. Sia che siate pro, contro o indecisi, questa è una situazione estremamente importante sotto una tonnellata di punti di vista, punti di vista che sarebbe bene mettere un po’ in discussione.

Perché non parlare dell’imperialismo USA e delle conseguenze di questo sulla stabilità mondiale, del terrorismo, della differenza fra attacco e legittima difesa, dei costi, dei benefici, delle conseguenze, del giusto o dello sbagliato.

Perché non parlare magari del fatto che i presidenti degli Stati Uniti, in campagna elettorale si dicano continuamente contrari, Trump lo era ad esempio e Obama lo fu addirittura due volte, in entrambe le sue campagne, ma che poi arrivati al potere questo essere contrari sparisca e che si rimangino sempre le parole.

Perché non parlare di come in un clima così antimigratorio e di “aiutiamoli a casa loro” stiamo sostanzialmente creando noi, in primis, profughi di guerra.

Questo dell’Afghanistan potrebbe essere ad esempio uno di quei temi su cui la sinistra italiana, quella sinistra che non fa opposizione e che sembra scomparsa nel nulla, potrebbe tornare a farsi sentire, a dire la sua, magari riunita da una battaglia comune.

Potrebbe essere una battaglia di destra perché no? Contro gli sprechi dello stato, dei lobbisti americani, delle vite dei soldati italiani uccisi mentre la Francia se ne lava le mani, ma, di nuovo, silenzio.

Perché non si parla di quanto diritto possa avere uno stato d’imporre una forma di governo e quindi di cultura ad un altro, sia pure la forma democratica? Perché non parlare del senso di continuare una guerra che, dopo diciassette anni, non ha portato risultati? Perché non parlare della moltitudine abnorme di civili uccisi nel conflitto? Perché non parlare dei legami fra queste “morti collaterali” e il terrorismo islamico di questi ultimi anni (perché, spoiler, i fratelli e i figli di quei civili uccisi dubito passino le serate abbracciati ad una copertina a stelle e strisce… o tricolore).

Perché non parlare dell’ipocrisia di continuare a chiamare le guerre missioni di pace, o di far credere che tutto il conflitto si porti avanti per buon cuore? (Perché si, gli Stati Uniti sono famosi per non agire mai seguendo secondi fini economici e giochi di potere).

Ripeto, io sono contrario, l’ho detto e credo si sia letto fra le righe, ma sono anche aperto alla discussione, sono aperto ad opinioni contrastanti o ad opinioni in generale che, però, non sembrano esistere.

E il problema del dibattito è proprio questo, proprio qui. Davvero vogliamo essere i cittadini di quella nazione che s’indigna e discute per quasi due settimane di una bottiglietta d’acqua ad otto euro e che non parla di una guerra dove sono già morti oltre tremila italiani e oltre centomila civili? È davvero così miserabile quello che è diventato il dibattito pubblico in Italia? Che ne è stato dell’apparato di diffusione d’informazione e di opinion leading?

Non lo so… io spero sinceramente sia solo una parentesi quella che sta vivendo l’informazione in Italia in generale che mi sembra sempre più fagocitata da un sistema social in cui la discussione è monopolizzata da eventi estremamente semplici e ridicoli (vedasi appunto, acqua Evian della Ferragni) perché discutere su argomenti più complicati è, per l’appunto, difficile e servono dati e ricerche e non basta sparare la prima cosa che passa per la testa. Io spero che questa situazione faccia un’inversione di marcia ma, sinceramente, ho il timore che invece questo iper-concentrarsi sulla futilità ignorando le questioni importanti andrà sempre peggio.

Lascio a voi eventuali opinioni e commenti così almeno, forse, qualcuno ne discuterà.

P.S. Attenti quando fate benzina che se il vostro serbatoio è capiente e fate il pieno gli USA potrebbero decidere che avete bisogno di democrazia.

 

Quell’atteggiamento della sinistra che le fa perdere voti (e che fa vincere la destra)

matteo_renzi_2Ok, ok, forse arrivo un po’ in ritardo alla festa. Di articoli sul perché la sinistra italiana abbia perso vertiginosamente popolarità e credibilità ne sono stati scritti a bizzeffe, ma volevo comunque dare una mia versione concentrandomi su uno degli aspetti che credo siano stati decisivi: l’arroganza.

L’anti-elitarismo

Se avete capito cosa vuol dire il titolo del paragrafo, mi dispiace per voi, significa che siete professoroni della casta (pagati probabilmente dai poteri forti).

Il punto è che, nel mondo, si va sempre di più rafforzandosi, un movimento che potremmo definire anti-accademico e anti-elitario, dove le persone che ne sanno su un argomento sono tacciati di vederlo solo dall’alto del loro trono senza conoscere i problemi veri della gente. In parte, la colpa di questo è anche di un certo tipo di giornalismo clickbait, in parte di un cozzare culturale fra alcune battaglie tipicamente di sinistra (penso a questioni LGBT ad esempio) e il tradizionalismo religioso che ancora pervade molte società e quella italiana in primis.

Questo atteggiamento è, credo, del tutto palese, non vi sto dicendo nulla che qualcuno che non abbia aperto un social network negli ultimi cinque anni non sappia già. Quello su cui mi vorrei soffermare però, è il modo in cui la sinistra ha risposto a questo anti-elitarismo, ovvero diventando ancora più elitaria.

Il moralismo

Non so se ve ne siete mai accorti ma, ogni volta che c’è un dibattito fra qualche esponente di destra e di sinistra, va sempre a finire che il politico di destra insulta quei ladri, incapaci, inetti e abbietti politici di sinistra amici delle banche e nemici della gente, allo stesso tempo, il politico di sinistra finisce per dare all’elettorato di destra (nota bene: all’elettorato, non al politico, o magari ad entrambi) dell’ignorante, del razzista, del cattivo (nota bene: non ovviamente con queste esatte parole, ma più o a meno con questo senso diciamocelo).

Questo è ad esempio un aspetto che ho visto moltissimo nel dibattito PD-Lega. Tutti noi sappiamo quanto duro Salvini abbia picchiato su politici come Matteo Renzi o Laura Bordini, ma mai una volta, nemmeno una, avrete sentito Matteo Salvini attaccare l’elettorato di sinistra e lo sapete perché? Perché contrariamente a quello che viene spesso pensato dalla sinistra stessa, quell’uomo non è affatto stupido: voleva quei voti e a pensato bene a come ottenerli.

Allo stesso tempo ho sentito politici di sinistra che sottolineavano spesso quanto nel paese ci fosse, ad esempio rispetto all’immigrazione, un’ ignoranza nel popolo italiano sulla questione che lo portava a mal interpretare i dati sulla presenza di migranti, cosa che magari è anche vera, ma… sorpresa, non ti farà guadagnare voti, così come non te li farà guadagnare il porre te stesso su un piedistallo morale, e, invece di argomentare con dei dati che probabilmente sarebbero pure dalla tua parte, ridurre il tutto ad una questione di giusto e sbagliato in stile #restiamoumani.

Le sagaci battute

Avete presente quanto Luigi di Maio sbagliava i congiuntivi e metà del popolo dell’internet, seguendo a ruota alcuni politici lo prendeva in giro? Che io sarei dannato se me lo dimenticassi.

Bene, ora quello stesso uomo è a capo del primo partito del paese e, io la butto lì, forse sarebbe stato meglio rispondergli a tono che sfotterlo perché se vuoi passare per quello intelligente della situazione e non per un bulletto, forse dovresti dire qualcosa di intelligente. Tra l’altro, evidentemente non hanno imparato la lezione dato che anche recentemente si passa più tempo a fare battute su Salvini ignorante che a rispondergli e a fare la seria opposizione che in Italia non c’è (tweet).

Il blasting

Un altro modo in cui si configura quest’arroganza è nel meccanismo social noto come in inglese come “blasting”, ovvero dare una risposta forte a qualcuno sui social sbattendogli in faccia la sua stupidità. È questa una cosa che vedete con alcuni personaggi social come Enrico Mentana o Roberto Burioni.

Ora… di sicuro Mentana è un ottimo giornalista, di sicuro Burioni è un ottimo medico, ma posso essere scettico sui risultati che la loro attività social stanno portando? Voglio dire, sì, nessuno mette in dubbio che siate più intelligenti e capaci della persona media che crede che i vaccini provochino l’autismo ma insultare queste persone non gli farà di sicuro cambiare idea (ne chiamarli webeti, ad esempio), ed è questa la differenza fra essere bene informati ed essere buoni divulgatori d’informazione. Forse bisognerebbe a volte fermarsi e chiedersi… qual’è il mio obbiettivo? Autocompiacermi della mia intelligenza o vincere quella che si configura sempre più come una vera e propria battaglia culturale?

L’arroganza

Altro punto super-iper citassimo e discusso e su cui, quindi, dirò solo due parole, ma che credo riassuma bene tutto il resto del mio articolo essendo stato un gesto di una tale stupidità e, per l’appunto, di una tale arroganza che credo rimarrà negli annali del come non fare politica per secoli.

Ovviamente sto parlando di come Renzi ha gestito il referendum costituzionale.

Allora, sei uno dei politici più impopolari di sempre che sta per proporre la riforma in assoluto più importante del tuo intero mandato nonché, se fosse passata, fra le più importanti della storia italiana recente e cosa fai? Leghi il successo del referendum alla tua carica e alla sopravvivenza del governo stesso (sì Matteo, vai così, grande idea.)

Non so se ve lo ricordate, ma la campagna d’opposizione contro il referendum fu, come ci si poteva aspettare, molto più contro Renzi che contro il referendum stesso nel merito. Lo slogan era “Renzi a casa” e non “abbasso la riforma costituzionale” e quest’atto che probabilmente nella mente del politico doveva sembrare un’idea geniale in stile: “ora vedranno che tengo più al paese che al mio posto in politica” gli si ritorse rapidamente contro.

In conclusione credo che, se la sinistra italiana vuole risorgere da quelle ceneri in cui è bruciata e in cui mi sembra ancora sguazzi (dato che di opposizione non ne vedo), penso che un buon punto d’inizio sia scendere dal piedistallo su cui si è messa, magari anche entrando in discussione con sé stessa. Deve iniziare a combattere battaglie che la gente sente vicino, iniziare a criticare il governo nel merito delle questioni senza fare battute da terza elementare su twitter, o sarà così, o andrà sempre peggio.

 

“Lo dice la scienza” non vuol dire assolutamente nulla

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Scrivo quest’articolo in merito ad un certo tipo di giornalismo che, online, spamma ogni opinione personale, ogni più piccolo studio  fatto da minuscola un’università sperduta nel Texas, come la nuova teoria della relatività, con l’intento spesso malcelato di fare clickbait.

La scienza non dice nulla

Partiamo con il concetto stesso di scienza… cos’è? Molto semplice, non è né una cosa, né una persona che può “dire qualcosa” ma è bensì un metodo d’indagine, un procedimento che può essere applicato in vari campi e situazioni (ma che non è ugualmente efficace in tutti).

Il metodo scientifico si propone diverse tappe da seguire per essere certi che i propri pregiudizi e la percentuale d’errore da essi derivati siano ridotti al minimo.

  • Osservazione
  • Ipotesi
  • Esperimenti
  • Conclusioni
  • Replicazioni

Una volta che si è osservato un dato fenomeno quindi, si fanno teorie che lo spiegano, si creano esperimenti per dimostrare o per sfatare quelle teorie, si traggono conclusioni dagli esperimenti e poi si passano i risultati ad altri che cercheranno di replicare l’esperimento per verificare che non ci siamo inventati tutto o che non abbiamo sbagliato (quest’ultimo passaggio, spesso dimenticato, è estremamente importante). Se uno solo di questi passaggi fallisce, replicazioni comprese, si ricomincia da capo.

Non tutte le scienze sono uguali

Tasto dolente, con tutto il rispetto per le scienze umane (io stesso sono un appassionato di psicologia) che hanno comunque un importanza accademica e sociale enorme che spesso viene sottovalutata,viene da sé che per la natura stessa di alcune discipline il metodo scientifico non funzioni necessariamente altrettanto bene con esse come per, ad esempio, la fisica.

Vuoi perché magari ci sono più pregiudizi dato che sono spesso discipline che toccano il vivo del dibattito sociale, pensate all’innumerevole quantità di studi che in questi anni toccano questioni quali l’identità di genere e dove, sia nella destra che nella sinistra, c’è un interesse politico ad avere molti studi a proprio supporto, sicuramente più di quanto ce ne siano su una pubblicazione d’astrofisica sulle macchie solari. Vuoi perché spesso gli studi di questo tipo si basano su metodi d’indagine statistici usando questionari e in questi casi anche il solo modo in cui è posta la domanda può far variare i risultati enormemente, senza contare che i risultati possono venire interpretati in modo creativo.

Uno studio non basta

Come detto prima, una delle parti più importanti nel processo scientifico e la replicazione dei risultati. Un singolo studio infatti potrebbe essere errato, le conclusioni potrebbero esserlo o, anche se si spera di no, potrebbe essere semplicemente inventato.

Secondo uno studio di Nature (che è molto interessante e vi linko per chi masticasse l’inglese), diverse piattaforme di pubblicazione non badano alla qualità degli studi pubblicati ma mantengono bensì una politica “predatoria”, basata sul pubblicare articoli anche senza verifiche in cambio di soldi.

Addirittura i giornalisti di Nature hanno creato dal nulla il falso profilo di una scienziata, tale Szust, in polacco “frode”, aggiungendole pubblicazioni altrettanto fasulle un falso sito web e mandando poi il suo curriculum a diverse testate di pubblicazione scientifica e, sorpresa, non poche hanno risposto positivamente, magari dicendo che avrebbero pubblicato (senza fare ulteriori domande) dietro pagamento. Lo stesso studio dichiara che questo tipo di giornalismo predatorio nel tempo potrebbe minare la credibilità della comunità scientifica tutta.

Ciò avviene probabilmente anche per l’altissima competizione interna dei mondi accademici che spinge gli autori a pubblicare tanto e spesso, soprattutto contenuti che possano essere “popolari” in una determinata comunità. Ed è proprio per questo che la replicazione di un esperimento è importante e che, ancora più importante, è la capacità di distinguere fra una teoria e un fatto, fra la dichiarazione di un esperto e una dimostrazione di un esperto (la prima potrà anche essere autorevole, ma non è scienza) e la differenza fra un vero esperto e qualcuno che viene considerato tale solo perché ha molte pubblicazioni fatte su testate non autorevoli.

Cosa fare?

Non è un problema semplice a cui quindi posso dare risposte semplici, purtroppo. Il fatto che esistano studi faziosi, spesso rimpallati da testate giornalistiche italiane anche autorevoli che, per fare clickbait, mettono un bel “Lo dice la scienza” nel titolo non è una cosa che si possa liquidare con due battute e buone intenzioni, è un problema serio i cui effetti li vediamo nel profondo clima antiscientifico che pian piano inizia a pervadere e divorare la nostra società e di cui, credo, questo tipo di giornalismo dovrebbe assumersi almeno una parte di responsabilità.

Come nella storia di “Al lupo! Al lupo!” vi è un tipo sia di giornalismo, sia di piattaforme di pubblicazione accademica infatti, che prima cita la scienza a sproposito, mentendo di fatto al proprio pubblico in cambio di un po’ di visibilità… poi quando dopo una, due, cinque volte che la gente che sente queste e smette di credere alla scienza tutta (cosa che è completamente sbagliata, perché il metodo scientifico, quello vero, esiste e ad esso dobbiamo buona parte del nostro benessere attuale) se ne lamentano.

Tutto ciò perché a lungo andare questo nominare la scienza a caso le fa perdere di credibilità al grande pubblico, quel tipo di pubblico che non intendendosene si rapporta alla Scienza solo attraverso ciò che legge e sente sui media e, se non può credere ad essi, non crederà più a nessuno. Se non posso infatti credere ai giornali che fanno titoli ridicoli come: “l’amicizia fra uomo e donna non esiste: lo dice la scienza” come posso crederle quando mi dicono che i vaccini fanno bene? (Ovviamente un esempio estremo, ma spero esprima bene il concetto.)

A questo punto tutto ciò che ci resta da fare è sviluppare un buon occhio per questi titoli e sfruttare così quello che è il vero potere del lettore, ovvero il poter scegliere cosa leggere. Se tutti noi smettiamo di dare attenzione a chi attenzione non ne merita forse, laddove ha fallito l’etica (se ancora ne esiste oramai), saranno i soldi degli sponsor che se ne vanno a far cambiare idea ad alcuni editori, quelli almeno, non mentono mai.

 

La TAP e il ciclo di nascita, vita e morte di un governo italiano

flag italy

In questo meraviglioso mondo che è la Terra ci sono alcune cose estremamente longeve. Pensate, ad esempio, alle sequoie che vivono oltre tremila anni o alle testuggini che superano il secolo, allo stesso tempo però ce ne sono di estremamente effimere: come le farfalle che vivono solo qualche giorno… oppure come i governi italiani che spesso e volentieri sembrano impegnarsi a durare anche meno, seguendo un ciclo vitale che è più o a meno sempre lo stesso, ogni singola volta.

Stadio uno: l’eroe

Così come le farfalle vivono sì poco in quanto tali, ma prima passano una lunga fase vitale in quanto larve, così anche governi italiani hanno una fase che precede la formazione del governo stesso. Questa è la fase d’opposizione, la fase in cui l’uomo che sarà destinato a prendere in mano le redini del paese si trova ancora nel lato minoritario del parlamento.

Questo è il periodo in cui ogni problema è colpa dell’amministrazione attuale, della sua incapacità, della sua lontananza dai “problemi veri del cittadino” (marchio registrato da Silvio Berlusconi all’età di soli ventidue anni nel 1862). In questa fase, il futuro Premier pone sé stesso come un eroe, come l’uomo del cambiamento, l’uomo che, arrivato al potere, cambierà tutto con un veloce colpo di mano (qualcuno dice manina).

Era così quando Letta doveva ricreare il governo di un Italia in crisi, quando Renzi doveva raccattare i pezzi di una coalizione allo sfascio, era così quando… no in effetti di Gentiloni non è mai fregato nulla a nessuno, ma era così quando Di Maio tuonava contro la casta, contro la politica vecchia e contro le trivelle prima e la TAP poi.

In questa fase l’Eroe raccoglie molti consensi, puntando generalmente più ad indurre le persone a votare contro il vecchio governo che a votare per sé. Ed è in questa fase che il personaggio di turno cerca di raccogliere consensi in modo estremamente ampio restando su posizioni generaliste in modo da raccattare voti nel bacino più ampio possibile, aprioristicamente critiche verso ogni proposta del governo “vecchio” e spesso inserendo qua e là una mancetta elettorale (ottanta euro, restituzione IMU, flat tax, reddito di cittadinanza etc…)

Stadio due: il principe

Salito al governo l’uomo nuovo, l’eccitazione del popolo ed elettorato è alle stelle, tutti sembrano pensare che questa volta sarà diverso, che basti cambiare governante perché tutti i problemi del paese scompaiano in una nuvoletta di fumo. È in questa fase che i giornali prima critici al governo di turno in genere si ammorbidiscono, che i consensi salgono e che machiavellicamente ogni parola del nuovo leader è studiata per accontentare al massimo lo spesso diversissimo e variegato elettorato.

Al contempo però sorgono le primissime incrinature qua e là dovute al fatto che fino a che si resta nell’opposizione non ci vuole nulla a rifiutare tutto, ma nel momento in cui ci si scontra con la realtà e bisogna fare una legge, bisogna necessariamente prendere una posizione, essere propositivi, e questo sconterà qualcuno.

E così Renzi che in campagna elettorale era contro i matrimoni gay per accaparrarsi i voti dei democristiani diventa pro in parlamento, di Maio che tuonava contro l’obbligo vaccinale raggiunge posizioni più miti cinque minuti dopo l’insediamento (si perché diciamocelo dai, non è Conte ad essere al governo.)

Fase tre: il traditore

Il duro scontro della realtà con un paese ricco di problemi (e di debiti) cade come un macigno sulla testa del nuovo governo. Forse non era così facile risolvere tutto eh? Non bastava la buona volontà.

Ed è così che un giovane governo a cinque stelle che faceva campagna contro la TAP (per chi non lo sapesse un gasdotto, criticato per l’ipotesi di rischio ambientale), davanti ai numeri di bilancio, si trova obbligato a rimangiarsi le parole. Il malcontento degli elettori che credevano che l’eroe facesse scomparire debiti e problemi per magia, sale.

In questa fase le critiche al governo aumentano un poco alla volta mentre di proposta in proposta, sempre più elettori si sentono traditi e le opposizioni si fanno più forti: all’interno del partito al potere si formano quindi delle correnti (capacità portata al massimo dal PD) che, piano piano, cercano di allontanarsi da chi sta di fatto al potere per evitare i danni della sua deflagrazione imminente e accaparrarsi un po’ degli elettori scontenti, per lo stesso motivo, anche gli alleati di coalizione iniziano a diventare più critici e ad allontanarsi.

Fase quattro: il demone

Un po’ alla volta, ogni presa di decisione del governo viene osteggiata sempre di più sia fuori che dentro al parlamento, sia fuori che dentro il suo stesso partito. I problemi che si credeva sarebbero stati risolti in uno schiocco di dita permangono e, con la delusione che sale, gli elettori si spostano o alle opposizioni, o ad altre correnti della coalizione (che iniziano quindi ad avere interesse a far cadere il governo), motivo per cui la coalizione stessa inizia a scricchiolare.

In questa fase il governo andrà assumendo i tratti del mostro, di tutto ciò che di sbagliato c’è in Italia. L’elettorato stesso lo disprezza, la coalizione si allontana, l’opposizione lo incalza… lo abbiamo visto con Berlusconi, con Monti, con Renzi, quello che era nato come eroe, di punto in bianco, si è trasformato in un demone.

Toccato un tema di troppo, una battaglia sbagliata, il governo cade.

Fase cinque: l’eterno ritorno

Nessun problema gente, in Italia c’è un nuovo politico, un vero eroe, lui risolverà tutto, lui è la speranza, il cambiamento di cui questo paese ha bisogno, questa volta sarà tutto diverso… fidatevi.