Come le promesse elettorali comprano i voti e distruggono il paese

adult art conceptual dark
Photo by Pixabay on Pexels.com

Nel 1973 il governo Rumor guidato dalla Democrazia Cristiana, inaugurò quelle che furono chiamate le “baby-pensioni”, pensioni date a lavoratori di poco più di trent’anni d’età il cui costo, come ogni cosa, sarebbe ricaduto sulle spalle dei contribuenti delle generazioni future in un paradosso italiano che si ripresenta in continuazione ad ogni campagna elettorale.

Lo stato non ha un centesimo

C’è una cosa che mi lascia spesso interdetto, una modalità della trattazione degli argomenti economici in questo paese, una modalità che si fa sempre più rumorosa in campagna elettorale, ovvero il fatto che molta gente sembra ignorare il fatto che i soldi dello stato, sono in realtà i soldi dei cittadini… sono soldi anche tuoi.

Quello che mi sembra che la gente, a volte, non capisca, è che un politico in campagna elettorale, ti può promettere anche la Luna, ma non è detto che abbia poi i fondi per pagartela e che se poi te la paga, i soldi li andrà necessariamente a prendere da qualche altra parte, di certo non li pagherà di tasca propria.

Volete la pensione a trentacinque anni di Rumor? Il reddito di cittadinanza di Di Maio? La flat-tax di Salvini? Gli ottanta euro di Renzi? Va bene, va bene tutto, ma credo che prima di osannare prima questo e poi quel politico, prima di dare il nostro voto a chi ci offre questi soldi, dovremmo fermarci un attimo e chiederci… “questi soldi, esattamente, da dove verranno presi?”

Perché la verità è che lo stato non ha un centesimo e che tutto quello che ci da, ogni singolo euro, lo toglierà a qualcun altro. E, quando poi ad un certo punto dovrà trovare un modo per pagarlo, magari lo farà aggiungendo qualche micro-tassa qua e là, o magari aumenterà il debito pubblico scaricando di fatto il problema sulle generazioni future (e poi via a lamentarsi di quanto siano sfaccendati i giovani).

Sta di fatto però, che quei soldi, prima o poi, qualcuno li dovrà pagare e a poco vale lamentarsi delle leggi dure che arrivano ad un certo punto, come la legge Fornero, perché esse sono solo il risultato di una serie di politiche miopi e cronicizzate nel corso di decenni che, invece di tentare di risolvere un problema, lo hanno spazzato sotto al tappeto fino a che quel tappeto non è diventato una montagna troppo grande per essere ignorata.

Il voto di scambio

Quando il sopracitato Rumor in campagna elettorale propose quelle baby-pensioni, davvero secondo voi non si rendeva conto dell’enorme buco (che tutt’ora stiamo ripagando) che questo avrebbe creato? Certo magari quella fu solo innocenza e ingenuità, oppure… pensate che possa mai essere che alla mente di un politico italiano passi, forse per un fugace istante, l’idea di proporre dei soldi a una parte del popolo per comprare il loro voto e lasciando così un grosso debito sulle spalle degli altri? No, certo che no, in effetti di certo fu semplice innocenza, sono sicuro che l’obbiettivo era far ripartire l’economia.

E arriviamo quindi allo slogan eterno di ogni campagna elettorale: “questi ottanta euro/ flat-tax/ reddito di cittadinanza” li vogliamo dare perché sappiamo sarà un investimento, un beneficio per tutti, perché faranno ripartire l’economia”… ma esattamente come? Perché, non so se qualcun altro se n’è accorto, una promessa di questo tipo arriva puntualmente da quasi ogni singola forza politica ad ogni girone elettorale e ogni volta mentre tutte le proposte degli altri sono solo uno spreco di soldi, la propria è invece l’unica vera salvezza del paese e non, ricordiamolo, una mancietta per comprare l’elettorato.

Ed ecco quindi il problema delle promesse elettorali in Italia, vengono presentate come se fossero soldi regalati, quando in realtà sono soldi che verranno poi ripagati dai cittadini stessi. Sono offerte fatte dalla politica, ma a vantaggio non della collettività ma bensì della politica stessa che si erge a caritatevole quando sta solo dando una mancia ai padri accendendo un mutuo sulle teste dei figli. E tutto questo perché, ricordiamolo, il conto di tutto quello che lo stato dà, prima o poi, arriva.

 

Esistono davvero i “cattivi?”

hallway with window
Photo by Jimmy Chan on Pexels.com

Il sistema carcerario italiano (ma si potrebbe benissimo dire quello di quasi ogni paese) e più nello specifico il recente caso Cucchi, hanno portato alla luce una certa caratteristica della percezione di “buono” e “cattivo” in questa nazione che per molti versi è ancora figlia ideologica della vecchia morale cattolica.

Tutte le persone credono di essere buone.

Per capire tutto il resto, credo serva essere d’accordo su almeno questo punto. Tutti noi, tutti quanti, quando facciamo qualcosa, la facciamo perché pensiamo, per qualche ragione, che sia giusto farla; altrimenti non faremmo nulla.

Ci sarà tempo e spazio sulla discussione sul perché pensiamo che fare una cosa sia giusta, ma sul fatto che mentre la facciamo crediamo che lo sia… beh credo sia lapalissiano. Magari ci pentiamo subito dopo certo, come quando il mattino seguente una sbronza guardiamo il cellulare e notiamo la “simpatica chat” di soli trenta messaggi e quattro vocali che abbiamo mandato alla nostra ex sotto il magico potere della birra. Sta però di fatto che, nel mentre che quei trenta messaggi li mandavamo, qualcosa nel nostro cervello annebbiato ci ha fatto credere che mandarli fosse la cosa migliore da fare, altrimenti non avremmo mandato proprio niente.

L’impressione che ho è che le persone abbiano una visione macchiettistica dei criminali. Come in un cartone animato noi li immaginiamo come dei tizi seduti, per qualche motivo, al centro di una stanza buia e che ridacchiano strofinandosi i baffi pensando a quanto sono malvagi… ma di cosa stiamo parlando?

Il sistema carcerario

Il discorso che abbiamo appena fatto serve anche a spiegare alcune questioni sul funzionamento del sistema carcerario in Italia e nel mondo occidentale. Negli obbiettivi, il senso di questo sistema dovrebbe essere non la punizione, ma la rieducazione.

Perché questo? Si fa presto a dirsi, perché se tutti quanti, tutti, dal santo al mostro, dall’eroe all’assassino, dal benefattore al ladro pensano che quello che fanno sia giusto, questo implica che i buoni o i cattivi semplicemente non esistono, non al di fuori dei libri di religione perlomeno. Esistono solo persone che hanno sviluppato, per una qualche ragione, un concetto antisociale di “giusto.”

Ed è proprio questo il motivo per cui non ci ergiamo a dei sulla terra, il motivo per cui non ci arroghiamo, almeno nelle intenzioni, dato che i fatti sono tutta un’altra storia, il diritto a punire ma piuttosto quello a rieducare in modo che le azioni di una persona tornino a combaciare con quelle delle collettività. Ed è anche il motivo per cui paesi come la Norvegia che hanno un sistema più improntato sull’educazione hanno tassi di recidiva molto più bassi del nostro.

Il caso cucchi

Tutto molto bello, la rieducazione, la legge che deve fare la legge e non la morale et cetera et cetera. Ma questo fino a quanto dura in genere? Perché abbiamo alcuni pesanti doppi standard rispetto ad alcuni casi di cronaca rispetto ad altri?

Capita ogni tanto all’interno del dibattito pubblico e in particolare del dibattito polarizzato sui social, che qualche evento di cronaca apra una discussione su quanto poco pesante sia la mano dello stato su alcune persone.

Pensiamo ad esempio al caso Cucchi perché… dai, anche prima che uno dei carabinieri confessasse quanto vi sembrava probabile che fosse inciampato dalle scale? Eppure buona parte del mondo politico e dell’opinione sostenne quelle prime versioni ufficiali.

Quello che mi chiedo e vi chiedo è, secondo voi, se Cucchi fosse stato qualcuno di meglio inserito nella società… pensate ad un medico o che ne so, un panettiere, se non fosse stato un drogato e un piccolo spacciatore pensate che la gente ci avrebbe creduto così volentieri al suo “inciampare dalle scale”? Io credo di no.

Io credo che questo moralismo e paternalismo sia quasi capillare nella società italiana. Questo nostro dividere il mondo fra i buoni e i cattivi senza renderci conto che i cattivi sono persone che, proprio come noi, pensavano di essere buoni e che un bel giorno potremmo svegliarci e renderci conto che i cattivi siamo diventati noi.

E a poco valgono quelle polemiche della serie: “e se fosse successo a te?” “E se fosse successo a tuo figlio?” Saresti così indulgente con un assassino che uccide un tuo famigliare? Diresti che non andrebbe punito ma rieducato se qualcuno avesse ammazzato proprio tuo figlio? Davvero non lo vorresti vedere esangue e torturato?

La risposta a questa domanda è: non lo so, sinceramente, non mi è mai successo e spero che mai mi capiti, credo che nessuno lo speri. Ma penso anche che ci sia un motivo se esistono i giudici e se i giudici non debbano avere coinvolgimento emotivo col processo e credo anche che questo moralismo a singhiozzi, questa disparità di trattamento fra persone considerate degne o non di ricevere la nostra empatia, non faccia bene a nessuno. Credo che nonostante la rabbia o l’odio in queste situazioni siano sentimenti umani e comprensibili esse non debbano sostituirsi alla ratio, al senso che si pone dietro le azioni della giustizia.

Questo perché anche a te che, sicuramente, sei onesto, che sei magari vittima, che un carcerato esca dalla prigione più arrabbiato verso la società di quando ci è entrato, o che non ci esca proprio, lasciandosi magari dietro parenti e un opinione pubblica in pieno odio delle istituzioni, non ti farà bene né ti restituirà ciò che ti è stato tolto.

Sulla polarizzazione dell’opinione

human fist

Vi è mai capitato di assistere ad una discussione sui social network? Magari una di quelle che si sviluppano sotto l’articolo di un qualche giornale che tratta di un tema caldo dell’opinione pubblica come ad esempio l’immigrazione o una qualche battaglia per i diritti sociali? Vi è mai capitato di vedere queste discussioni svilupparsi e continuare per centinaia e centinaia di commenti?

Se la risposta è sì vi faccio uno spoiler: dal commento numero otto in poi sono tutti e solo insulti alle rispettive madri.

Se la risposta è sì però, direi che può anche valere la pena di fermarsi un attimo per fare una riflessione su questo fenomeno che, mi sembra, di anno in anno si faccia sempre più forte e rumoroso, questa continua polarizzazione dell’opinione verso gli estremi e la conseguente morte di ogni discorso costruttivo…ma da cosa deriva tutto ciò?

Il problema è più vecchio di quanto pensiamo

La risposta semplice, la risposta che si danno sempre tutti è “la colpa è dei social.”

Ahh, i social network come capri espiatori di ogni problema della società… perché no? Dopotutto è solo la versione 2.0 del “i cartoni animati giapponesi renderanno i vostri figli dei mostri violenti.”

Ma restiamo nel tema. La polarizzazione e l’estremizzazione delle idee in realtà, se ci pensate, non sono affatto un fenomeno nuovo e nato nell’era di internet, al contrario, questi sono accadimenti molto comuni e che si sono presentati spesso nella storia e sono esattamente il modo in cui ogni massa di persone sempre, in ogni periodo e luogo, si è comportata quando si è sentita minacciata.

Pensate alle guerre, periodi in cui non esistevano le sfumature: bene o male, nero o bianco, amici o nemici, noi o loro. Questo è quello che è sempre accaduto in quei periodi in cui l’istinto di sopravvivenza schiaccia ogni razionalità. Pensate alle epidemie e alla caccia ad untori e streghe, non era questa estremizzazione dell’opinione verso i poli?

Il ruolo della paura

La vera domanda da porsi quindi non è tanto “perché questa polarizzazione avviene?” La risposta a questo è infatti ovvia: avviene perché è così che le persone si comportano quando si sentono attaccate, quando sono guidate dal più primordiale degli istinti di sopravvivenza: esse si chiudono in gruppi fidati, sospettano che ognuno sia un nemico, non osano mai nemmeno pensare di essere anche solo parzialmente in errore perché questo significherebbe che loro, gli altri, i cattivi, hanno parzialmente ragione.

La vera domanda in realtà è: perché in un periodo di sostanziale pace, un periodo senza più vere epidemie o fame (almeno nel mondo occidentale) avviene questo? Perché ci sentiamo tutti costantemente attaccati? Perché non riusciamo più ad accettare che altri abbiano idee diverse dalle nostre e prendiamo ogni altra opinione come un sostanziale attacco personale?

Prendiamo ad esempio il caso dell’immigrazione in Italia.

Semplificando molto un dibattito sostanzialmente infinito e che credo continuerà fino a che l’umanità non scoprirà una razza aliena su un pianeta lontano che, da un lato, si dovrà “aiutare sul pianeta loro” e, dall’altro, “faranno i lavori che i terrestri non vogliono più fare” (tipo, suppongo, riparare cyborg o simili), credo che il problema della percezione del fenomeno derivi principalmente dalla semplificazione estrema che viene fatta sempre e per ogni singola questione sia dalla politica sia dalla maggior parte dei media. Questo perché in Italia ovviamente, più una questione è complicata e ricca di sfumature, più viene trattata con slogan tipo: “ruspa!” o in alternativa con una serie di video strappalacrime sui morti in mare.

Dal un lato la mia impressione è che la posizione della destra sul tema sia quella di dare voce a quelle persone che, tendenzialmente, subiscono il problema in modo maggiore. Se è infatti vero che l’immigrazione in Italia è di gran lunga sovrastimata da parte della popolazione, è anche vero che non tutta la popolazione subisce la questione allo stesso modo: persone che vivono nelle periferie delle città ad esempio, luoghi dove si concentrano più immigrati, di prima o seconda generazione che siano, percepiscono gli effetti negativi di un’immigrazione mal gestita in modo più pesante di chi vive in altre zone. Allo stesso tempo però, la stessa destra ignora che, di fatto e al netto degli slogan, l’immigrazione in un modo o nell’altro continuerà qualsiasi sia la politica adottata, e questo semplicemente perché il mare non può essere chiuso, perché non è così semplice effettuare i rimpatri e perché di fatto anche parte dell’elettorato di destra pur chiedendo una maggiore rigidità, davanti a quei video di naufragi, tace.

Dall’altro la sinistra si concentra invece sul lato umanitario, sugli aiuti a persone che se scelgono di abbandonare tutte le loro vite per partire alla ventura in una nazione di cui non sanno nulla, di certo non lo fanno per una scommessa persa, ma lo fanno spesso perché spinti da cause estremamente gravi e dalla speranza di migliorare le proprie condizioni di vita. Allo stesso tempo però, la sinistra stessa spesso ignora il lato economico e di impatto sociale della questione, e sembra voler ignorare anche il semplice fatto che, se una porzione di popolazione non ama la presenza di migranti questo non li configura immediatamente come stupidi, ignoranti e razzisti, o che magari li configura pure come tali ma che chiamarli in tal modo di certo non li convincerà a cambiare idea, non li convincerà a votarti ma anzi, probabilmente li porterà ad estremizzarsi ancora di più.

La morte del dialogo

Quello che credo che i politici non si rendano conto così come anche i giornalisti (o che peggio se ne rendano conto e cavalchino quest’onda proprio perché, si sa, la gente che urla fa più audience di quelle che parla) è che il parlare continuamente di quanto la parte avversa sia stupida, ignorante, razzista, buonista, etc… non porterà mai alcune di queste persone a voler cercare di capire il tuo punto di vista, ma al contrario, la farà sentire attaccate nel personale, la farà chiudere nel proprio guscio ideologico e, probabilmente, le spingerà ad attaccare a loro volta su questa linea creando una sorta di ping-pong.

Io attacco te dandoti del razzista, tu ti chiudi un po’ e ti sposti verso un polo; tu attacchi me dandomi del “radical chic”, io mi chiudo un po’ e mi sposto verso un polo e così via fino a che tutto quello che resta del dibattito sono un gruppo di persone urlanti ed impaurite le une dalle altre e che si lanciano il corrispettivo internettiano degli escrementi.

A questo punto io posso anche capire un’obiezione abbastanza ovvia a questa considerazione: ovvero che è difficile rispondere nel merito di questioni con gente che le tratta all’acqua di rose in maniera ideologica e di fatto lo è, sono d’accordo, è estremamente difficile. È però vero, e credo sia innegabile, che rispondere con altri insulti e altre ideologie a qualcuno che si comporta così non lo farà mai cambiare idea, ma, al contrario, lo allontanerà sempre di più da noi, danneggiando e non aiutando la posizione che sosteniamo.

Quando cerchiamo il dialogo quindi, e non la sopraffazione, la prima domanda da porsi quindi dovrebbe sempre essere: qual’è il mio obiettivo? Perché se vuoi passare per il più figo del tuo gruppo prendendo in giro l’avversario, attaccandolo personalmente e via dicendo, allora fallo; ma se invece vuoi convincere qualcuno prima lo devi capire, devi capire cosa lo ha portato a sbagliare se vuoi correggerlo, e per capirlo devi imparare ad ascoltarlo, anche se non ti piace, anche se non sei d’accordo con lui.

A questo punto l’ultima domanda che resta in sospeso è… questo circolo vizioso della polarizzazione, questo ping-pong che sta fagocitando giornali e politica si può spezzare?

Lascio a voi l’arduo compito di dare una risposta.