Lo stoicismo è all’origine del pensiero filosofico?

La filosofia è una disciplina nata, in origine, con l’intento di trovare il “corretto” modo di vivere, per trovare il modo in cui una persona poteva vivere senza dolore o sofferenza nel senso psicologico del termine.

In senso stretto, la filosofia nota come stoicismo, è nata ad Atene intorno al 300 A.C. Il concetto che sostanzialmente sta alla base dello stoicismo è quello dell’accettazione degli eventi, il destino guida chi lo accetta e trascina chi non lo accetta (citando Seneca), ma tutti lo seguono. L’uomo, in quanto essere in cui il Logos è perfettamente rispecchiato, può decidere se seguire l’andamento del cosmo, o se opporvisi, ma in entrambi i casi non può vincerlo, gli eventi accadono lo stesso e la felicità sta quindi nel saperli accettare, sta nel saper prendere ciò che il fato ti da e ad essere soddisfatto di ciò che hai, mentre il dolore consiste nelle passioni, ovvero nel cercare di opporsi all’universo e di affrontarlo.

È importante notare inoltre che lo stoicismo non implica come a volte frainteso l’assenza di arbitrio o un totale determinismo, ma indica semplicemente il corretto rapporto dell’individuo con gli eventi. Volenti o nolenti infatti, le cose brutte, così come le belle, accadono, il corretto modo di vivere sta nel saper accettare le cose brutte e apprezzare le belle.

Questo è lo stoicismo in senso stretto (il cui simbolo l’Ouroboro, è anche il simbolo di questo blog), ma in senso lato, e qui inizia quella premetto essere una mia personale osservazione, credo che i concetti in esso espresso, anche se in una forma più grezza, siano di gran lunga più antichi della filosofia greca.

Le religioni stoiche

Se avete letto il mio articolo sulla produzione artistica dei popoli (questo) sapete già cosa ne penso dei rapporti fra storia ed arte. La storia ci dice quello che un popolo ha fatto, l’arte ciò che il popolo era perché è nell’arte che quel popolo mette le proprie idee, passioni, paure; il punto è che anche la religione è una forma d’arte in un certo senso, fin tanto che consideriamo i miti come un insieme di racconti e di storie, spesso con intento pedagogico verso ascoltatori non istruiti che non sarebbero stati in grado di capire complicati discorsi di filosofia, ma che avrebbero apprezzato il simbolismo mistico dei racconti religiosi.

Partiamo dalla stessa religione greca, al fatto che perfino gli dei siano sottoposti al fato (personificato dalla figura delle parche) che è una forza universale e travolgente, tanto che perfino dei e titani vengono sconfitti dalle profezie (pensiamo al mito di Cronos e Zeus ad esempio, a Cronos, re dei titani, fu profetizzato che uno dei suoi figli lo avrebbe sconfitto e usurpato, così lui mangia i suoi primi due figli, Ade e Poseidone, per precauzione ma sarà proprio il terzo figlio, Zeus, a far avverare la profezia).

Pensiamo alla religione norrena e al mito d’Yggdrasil, l’albero del mondo. Secondo il mito l’immenso frassino Yggdrasil cresceva attraverso nove terre e ogni sua più piccola diramazione o venatura della linfa corrispondeva al destino di un essere vivente (dei compresi), destino personificato dalle Norne. Odino, il re degli dei, per ottenere la saggezza offre in sacrificio sé stesso all’albero restando appeso per nove giorni e nove notti, attendo il potere della preveggenza delle rune, attraverso le quali sarà in grado di prevedere tutto il futuro fino al Ragnarok, il crepuscolo degli dei, nel quale prevede la sua stessa morte, sbranato dal lupo Fenrir, morte che però accetta perché decisa dal destino.

E ancora possiamo continuare, possiamo andare alla religione Egizia, col suo grande demiurgo Amon-Ra che a sua volta prevede la sua stessa morte alla fine dei tempi, divorato dalla serpe del caos Apopis. All’induismo e al suo concetto di Karma e di ciclo di reincarnazioni tese alla ricongiunzione con l’universo personificato di Brahman e alla principale riforma dell’induismo stesso, ovvero il Buddismo (che sarebbe poi andato a diffondersi in Cina), una dottrina tutta basata sull’eliminazione delle passioni e all’accettazione degli eventi come origine della felicità.

Anche le religioni abramitiche non sono del tutto esenti da questo schema e un certo senso il Dio onnisciente, che tutto ha già previsto e che ha predisposto un piano per tutte le cose, si pone come una versione personificata di quel Logos greco. (Tra l’altro Logos significa anche “verbo” e la personificazione o carnificazione del Verbo e uno dei dogmi del cristianesimo).

Origine della filosofia

Nonostante quindi ufficialmente lo stoicismo sia nato nel 300 A.C. io credo in realtà che sia molto più vecchio come concetto perlomeno, espresso in diverse forme e con diversi simboli ma sempre simile nel senso. Non ci si spiegherebbe se no una presenza tale di questa filosofia in religioni così antiche, e così sparse per il mondo.

Io credo, in realtà, che questo concetto molto naturalistico del rapporto fra uomo e universo, dove l’individuo e visto come qualcosa che deve adeguarsi e seguire la natura per essere felice, deve capirla e accettarla, essere in simbiosi con essa, risalga invece alle prime civiltà umane, a quelle tribù di cacciatori in costante lotta con l’ambiente per cui era però mantenuto un silenzioso rispetto, un timore reverenziale.

Il paradosso del tempo

Dato che fondamentalmente mi sto annoiando ho pensato di lanciare una piccola sfida di tipo intellettuale a voi lettori, così, per gioco.

Ho pensato di proporvi una situazione di ampasse logico, un’indovinello insomma che assomiglia ad un paradosso e voglio che mi scriviate le vostre idee per una possibile soluzione.

Le premesse

La limitata capacità di prevedere il futuro dipende da due fattori: ignoranza ed incapacità. 

Immaginate ad esempio una scatola chiusa e isolata contenente all’interno una singola molecola gassosa. È possibile prevedere il moto di questa molecola nel tempo? Teoricamente sì è possibile, la molecola si muoverà seguendo leggi sempre uguali, rimbalzerà con urti, velocità e angoli che possono essere calcolati e la sua direzione può quindi essere prevista. Nella pratica però difficilmente avremo informazioni abbastanza precise (ignoranza) per descrivere perfettamente il suo moto e, se anche le avessimo, non avremmo capacità di calcolo sufficiente a prevedere il moto di quella particella all’infinito (incapacità).

Se è così difficile fare ciò con una scatola chiusa contenete una singola molecola quindi, figuratevi cosa può essere farlo per l’intero universo… ma supponiamo che si possa.

L’indovinello

Supponiamo che esista una macchina onnisciente e con infinita capacità di calcolo. Questa macchina è, ovviamente, interna all’universo ed è costruita al fine di prevedere, in maniera assolutamente perfetta, ogni singolo evento del futuro dell’universo stesso. Le previsioni della macchina sono infallibili.

Questa macchina non è dotata, in nessuna forma, di autoconsapevolezza, e il suo unico scopo è prevedere il futuro, che è anche lo scopo per cui è stata costruita. Chi l’abbia costruita è irrilevante.

Supponiamo anche che la macchina possegga un interfaccia tale che sia costitutivamente in grado di comunicare a qualcuno i risultati delle proprie previsioni.

Le domande quindi sono: può una persona che s’interfacci alla macchina conoscere il proprio futuro? Se no, perché? Se sì, perché e in che misura? Considerate anche che una persona che venga a conoscenza del proprio futuro potrebbe cercare di cambiarlo, potrebbe farlo considerato che la macchina è infallibile?


Nonostante possa sembrare a colpo d’occhio un problema banale vi assicuro che, da un punto di vista logico, è estremamente interessante. Non abbiate paura di tentare una risposta. Ad ogni modo, domani pubblicherò il mio tentativo di soluzione.


Edit con il mio tentativo di soluzione:

La questione importante sta nella conoscibilità del futuro. Nell’istante in cui la macchina fungesse da osservatore universale infatti, lo stato d’indeterminazione quantistica dell’universo decadrebbe e tutto il futuro diverrebbe perfettamente determinato a questo punto però l’essere umano potrebbe conoscerlo?

Supponiamo, ad esempio, che la macchina sappia che tu, domani e uscendo di casa, verrai colpito da un fulmine e che te lo comunichi. Possiamo supporre che tu domani eviterai di uscire di casa per non essere colpito, ciò però renderebbe sbagliata la previsione della macchina, il che non è possibile per l’ipotesi.

Il paradosso sta quindi nella conoscibilità del futuro: dato che la macchina conosce tutti gli eventi, comprese le tue domande le reazioni alle sue risposte, le risposte stesse saranno date in una forma tale da portarti ad essere attore nella realizzazione degli eventi da essi previsti.

Il concetto di quest’indovinello è una versione modernizzata di un vecchio interrogativo risalente alla figura dell’oracolo di Delfi e della sua parte all’interno della tragedia di Edipo. L’oracolo va Laio, re di Tebe e gli dice che suo figlio lo ucciderà una volta adulto per poi insidiare la sua stessa madre Giocasta, per evitare ciò Laio abbandona Edipo che, crescendo lontano dalla sua famiglia biologica sarà incapace di riconoscerla quando la incontrerà da adulto. Ucciderà così uno sconosciuto e sposerà una sconosciuta per sapere solo poi che quelli erano i suoi stessi genitori.

A sua volta, la vicenda di Edipo è un’ottima rappresentazione della visione greca, figlia della filosofia stoica, del concetto di “Fato” (rappresentato da Tiresia, portavoce di Apollo e a sua volta portavoce delle Parche) variamente ripreso in varie culture come le Norne nordiche, l’Onniscienza nei secoli di Dio delle religioni abramitiche, l’universalismo del karma e via dicendo.

Tornando quindi all’enigma la risposta è questa: l’essere umano può conoscere il futuro espresso dalla macchina, in una maniera più o a meno completa, ma non può cambiarlo in quanto l’atto stesso di cercare di conoscere il futuro ed ogni sua conseguenza sono già state previste.

Interessante sarebbe anche il caso in cui la macchina non preveda perfettamente il futuro ma lo preveda in maniera probabilistica, ovvero crei delle stime di probabilità che un dato evento accada. In questo caso invece la probabilità di successo di una previsione deriverebbero dalla comprensibilità del futuro stesso da parte dell’osservatore umano. Più un osservatore infatti capirebbe e conoscerebbe il futuro detto dalla macchina, meno esso sarebbe probabile a realizzarsi in quanto si aggiungerebbe un ulteriore elemento d’indeterminazione, ciò fino a raggiungere l’estremo caso in cui l’essere umano coincide con la macchina, vedendo e comprendendo in toto il futuro e in cui come nel primo caso quindi esso sarebbe assolutamente determinato.

Riguardo la “vita” e la “morte”; la chimera.

La chimera, capitolo primo, riguardo la vita e la morte.

Sarà fondamentale, per capire quanto seguirà, definire nel modo più preciso possibile questi concetti, ovvero quello di vita e di morte.

Nonostante possa sembrare che il concetto di “essere vivente” derivi da quello di vita, in realtà è il contrario in quanto la prima cosa di cui si ha percezione e che s’identifica è l’essere vivente e la vita non è altro che la caratteristica che si osserva accumunare questi esseri e farli differire dal mondo non vivente, mentre morte è la caratteristica di quegli esseri nel momento in cui perdono suddetta differenza. Prima di definire la vita dobbiamo quindi definire l’essere vivente.

Definiamo un essere vivente come un’entità derivante dall’espressione di un’informazione mirata a perpetuare sé stessa.

A tal proposito faccio notare che la parola informazione è utilizzata al posto di programma genetico in quanto il programma genetico è solo un linguaggio di scrittura dell’informazione stessa, ma non è difficile immaginare, e nei prossimi anni questo sarà uno dei più interessanti temi di dibattito della bioetica, degli esseri viventi programmati con un diverso tipo di linguaggio, questa differenziazione che può sembrare sottile ci tornerà utile in seguito.

Osserviamo inoltre il principio di perpetuazione dell’informazione. Il presupposto stesso della vita e dell’evoluzione sta infatti nel tentativo dell’informazione di propagarsi, trovando attraverso le mutazioni nuove vie più efficienti per farlo. È proprio la presenza di una finalità infatti che distingue la vita dall’inanimato e che configura tutti i comportamenti tipici dei viventi, dall’autoconservazione alla riproduzione che null’altro sono se non il tentativo di perpetuare l’informazione nel tempo o di moltiplicarla.

Cerchiamo a questo punto di definire cosa siano rispettivamente “vita” e “morte”.

In un essere vivente pluricellulare come gli esseri umani possiamo notare due livelli di espressione dell’informazione, una nel corpo dove è direttamente espressa l’informazione genica ( in maniera più o a meno plastica e in risposta all’ambiente), e una nella mente che altro non è che un’informazione processata all’interno dell’organo che chiamiamo cervello.

È interessante notare come, di fatto, da nessun punto di vista, né nel corpo né nella mente, alcun essere vivente sia, in un istante, uguale all’essere vivente che era o che sarà.

In ogni istante infatti, nel corpo, milioni di cellule degenerano e vengono rigenerate, inoltre all’interno di queste cellule e in ogni istante, migliaia di molecole sono distrutte e ricreate e, all’interno di queste molecole, in ogni istante miliardi di atomi si separano, cambiano di conformazione e si riuniscono. Allo stesso tempo nella mente, che nulla è se non la somma delle esperienze che abbiamo vissuto e la loro interpretazione, in ogni istante nuove esperienze sono aggiunte, altre sono dimenticate e altre ancora reinterpretate. Da ciò deriva la conclusione che, nessuno di noi e da nessun punto di vista, sia la stessa entità che era stata fino ad un istante precedente e che nessuno di noi e da nessun punto di vista è la stessa entità che sarà fra un istante futuro.

Ciò implica che la vita non sia, come generalmente inteso, uno stato (ovvero qualcosa di continuativo nel tempo) ma bensì un atto (ovvero di qualcosa esistente nell’istante), al contrario la morte non sia un atto, ma bensì uno stato, in quanto tutto ciò che è passato è, di fatto, morto.

Il concetto di morte come qualcosa di davanti a noi, nel futuro e non nel passato, deriva da una visione parziale del concetto di perpetuazione dell’informazione mentale. Se infatti i nostri geni possono continuare a vivere nella discendenza, nel momento in cui avviene quella che in ambito medico è chiamata “morte cerebrale” l’informazione contenuta nella nostra mente smette di esistere; ciò però è, come già spiegato, un’illusione, in quanto in ogni singolo istante l’informazione nella nostra mente smette di esistere per poi rigenerarsi nell’istante successivo.

L’unica differenza in quel caso è quindi soltanto la mancanza di rigenerazione ma, come diceva già con altre parole Epicuro, nel momento in cui mancasse in toto la rigenerazione e quindi giungessimo in quello stato di morte cerebrale, non potremmo comunque accorgercene in quanto l’atto stesso dell’accorgersi sarebbe un atto cerebrale.

Ciò potrebbe essere in contrasto con il significato che nella lingua comune viene dato a “morte”. Ad esempio un cadavere viene generalmente considerato morto, anche nell’istante presente, ma io dico che un cadavere dovrebbe piuttosto essere definito “non vivo” proprio come definiremmo, ad esempio, un sasso o il terriccio su cui camminiamo. Ciò perché di fatto, nulla a parte una forma che va disfacendosi differenzia un cadavere da un sasso o dal terriccio (tra l’altro, tutto il terriccio è costituito da resti e residui di viventi) e, lasciato passare abbastanza tempo, il cadavere non sarà nemmeno riconoscibile nella forma.

Definiamo quindi la vita come l’atto di rigenerazione dell’informazione (ovvero di perpetuazione di essa attraverso il tempo) e la morte come tutto il passato di un essere vivente, ovvero della perdita dell’informazione dovuto al moto di questa nel tempo.


La Chimera è un saggio che sto scrivendo a puntate, puoi trovare qui tutti gli altri capitoli fin ora pubblicati

La chimera: introduzione

Da oggi volevo iniziare qualcosa di nuovo qui sul blog, volevo tentare di creare un saggio che verrà pubblicato a puntate (cercherò di pubblicarne almeno una a settimana, impegni personali permettendo), tentando di creare una così una trattazione più approfondita di quanto generalmente la forma del blog permetta.

Premetto che il saggio, un po’ per tempo un po’ per personale sfida, sarà sostanzialmente scritto di volta in volta, sentitevi quindi liberi, se ne avete, di aggiungere appunti o consigliare temi che preferiste essere approfonditi.

Il saggio sarà suddiviso per argomento e creerò una pagina che lo contenga in modo che, quando saranno pubblicate più parti, sia facilmente leggibile. Ogni parte dal canto suo sarà la trattazione completa di un singolo aspetto, quindi, sarà leggibile anche senza la lettura dell’intera opera, che però consiglio di comunque di leggere nell’ordine in cui sarà scritta.

Introduzione

Cos’è un essere umano? Esso non è altro che il risultato della somma di una comunità di individui inferiori che chiamiamo cellule. Ogni essere umano, ognuno di noi, si trova quindi nel duplice stato di essere sia individuo, nell’accezione in cui si considera nell’insieme delle parti di cui è costituito, sia una comunità, nell’accezione in cui si considera l’insieme stesso.

A sua volta è interessante notare come le nostre cellule stesse siano, a loro volta, costituite dall’unione organizzata di parti. È noto infatti attraverso un’accredita teoria biologica che gli organuli cellulari come i mitocondri derivino da un ancestrale processo di simbiosi avvenuto dalla fagocitazione di una grossa cellula di una forma primitiva di cellula mitocondriale.

Fra tutte le materie e fra tutte le discipline, ritengo sia raro trovarne una trattata in maniera tanto ideologica quanto lo studio della masse umane. Concetti quali l’arbitrio, il bene e il male, la giustizia e la morale, l’ordine e il disordine che non dovrebbero avere posto all’interno di un’analisi scientifica, sono invece ampiamente utilizzati in modo più o a meno tacito e più o a meno esplicito e, ne sono certo, se fosse la mente dei sociologi fosse stata più libera da pregiudizi la figura della Chimera sarebbe stata nota, nonché chiara a tutti già da tempo.

Quello che io dico e che sosterrò nei capitoli di questo saggio, è che come l’essere umano è sia individuo che comunità d’individui organizzati esso è sua volta parte di una comunità più grande costituita dall’insieme di esseri umani organizzati nel senso biologico del termine.

Proprio come il comportamento di un essere umano è indipendente dal moto, dalla volontà e dal comportamento della singola cellula, allo stesso modo il comportamento dell’essere collettivo è indipendente dal moto, dalla volontà e dal comportamento dell’individuo. Allo stesso tempo però, ignorare le caratteristiche delle singole cellule, nel cercare di compiere una descrizione sarebbe miope, in quanto le caratteristiche dell’insieme non sono altro che il risultato dell’interazione delle singole parti.

Attraverso i capitoli cercherò di esprimere e di descrivere le dinamiche comportamentali quindi non della massa umana ma bensì dell’essere vivente che è costituito dall’insieme degli esseri umani (distinzione questa che sarà spiegata meglio in seguito) e dell’evoluzione del concretizzazione di questo essere vivente nella figura del Predatore.

La comprensione della figura dell’essere collettivo inoltre, ci permetterà inoltre di dare avere un nuovo punto di vista su quelle dinamiche che, rispetto all’essere umano, appaiono difficilmente spiegabili in quanto ad esso sono superiori. Pensiamo ad esempio ai sistemi religiosi, all’organizzazione del potere, alla guerra, ogni cosa che muove enormi masse è infatti molto difficile da descrivere in quanto si tenta di descriverle partendo da un costituente inferiore.

Per intenderci immaginate la difficoltà se doveste descrivere la corsa di un atleta osservando però solo le singole cellule dello stesso, o se doveste descrivere il moto di un fiume basandovi su quello delle singole molecole d’acqua che lo costituiscono. Lo studio di un essere superiore invece, ci permetterà di avere una visione più ampia delle questioni e quindi, spero, più corretta.


Per le altre parti vai a questa pagina.


Il senso della vita, fra felicità e responsabilità

Oggi ho pensato di proporre un articolo di filosofia su un argomento secondo me molto importante e che, nei secoli, ha occupato i filosofi di tutto il mondo al punto tale che si potrebbe dire che essa sia la domanda fondamentale della filosofia tutta, ma che, per qualche ragione, ultimamente è un po’ passato in sordina.

Qual’è il senso della vita?

Domandona difficile eh? Impegnativa soprattutto per un piccolo blog su WordPress considerando che gente più abile e certamente più intelligente di me ci ha speso interi trattati a proposito e non certo un articolo di un migliaio di parole; ad ogni modo però, vorrei tentare d’intavolare con voi una discussione a proposito.

La domanda a cui cerchiamo di rispondere

Tendenzialmente mentre la scienza descrive il come, la filosofia cerca di rispondere al perché, ma non è questo il caso. Il perché la vita esista non è una domanda a cui la scienza in un certo senso ha già risposto con la biologia, la fisica, la chimica e la casualità. La vita esiste in quanto evento casuale, come unione ordinato di particelle costituite in modo da tentare di replicare sé stesse in una medesima o simile forma (che è anche il concetto dell’evoluzionismo). E per quanto le modalità con cui ciò sia avvenuto siano argomento di dibattito sia scientifico che religioso, ritengo che la vera domanda a cui la filosofia mira in questo specifico caso sia il “cosa”.

Cosa? Una volta che so che sono un agglomerato di molecole (o, se sono religioso, che sono stato plasmato da un Dio) cosa ne faccio della mia vita? È questa la domanda madre della filosofia, la disciplina che si è occupata di cercare il “corretto” modo di vivere.

Il moto biologico

Nel momento in cui c’interpelliamo sul senso della vita, sarebbe anche interessante soffermarsi, se pur brevemente, su quale sia il senso della vita di esseri che noi consideriamo inferiori come animali, piante o batteri; addirittura ci si potrebbe chiedere quale sia il senso della vita di ogni singola cellula che costituisca il nostro corpo.

Da un punto di vista strettamente biologico infatti, ogni nostra cellula è, a tutti gli effetti, viva, ogni cellula che ci costituisce è un essere vivente a sé stante e “Io” non sono nulla più se non l’unione coloniale di questi esseri viventi.

L’essere coloniale

La direzione verso cui si muove l’evoluzione è l’efficenza, dove suddetta efficenza costituisce una serie di strategie tali da massimizzare la possibilità di replicazione genica dell’individuo.

Da un punto di vista biologico il modo con cui il nostro corpo quindi regola il comportamento umano verso la direzione che l’evoluzione ha determinato essere migliore e più efficiente è attraverso i sentimenti che chiamiamo di soddisfazione o di disagio.

Essendo l’essere umano non solo un essere vivente ma l’espressione di una colonia di viventi, i suoi comportamenti devono, almeno nell’ottica dell’evoluzione che ha plasmato la colonia stessa, essere a vantaggio di suddetta colonia e, per comunicare allo stesso essere umano la correttezza o scorrettezza dei suoi comportamenti, alcune cellule, attraverso la produzione e ricezione di sostanze chimiche generano all’interno del cervello i sentimenti rispettivamente di soddisfazione come premio per le azioni utili e di disagio come punizione per le azioni controproducenti.

Utilità e controutilità

La domanda ovvia a questo punto è in cosa siano utili le azioni utili e in cosa siano controproducenti quelle che potremmo definire “controutili”.

Ci sono due livelli in questo, ovvero quello personale e quello collettivo. Essendo infatti a sua volta l’essere umano non solo un’essere a sé stante ma la parte di una colonia superiore che viene definito “comunità” oltre al livello personale vi è infatti il livello sociale (ne parlavamo nell’articolo sul concetto di egoismo). Un’azione può essere utile o controutile quindi sia rispetto all’individuo che rispetto alla comunità e non sempre gli interessi di questi due agenti coincidono.

In ciò s’intersecano quindi due fattori quali felicità e responsabilità come le parti da cui ottenere soddisfazione. Per felicità intendiamo qui quella edonistica, ovvero mirata alla soddisfazione personale, per responsabilità intendiamo quella sociale, ovvero mirata ad ottenere la soddisfazione della comunità.

La soddisfazione

Possiamo dire che la natura stessa dell’uomo, così come quella di ogni essere vivente, sia quella della ricerca della soddisfazione in quanto la soddisfazione stessa esiste per indicare all’essere vivente il comportamento “corretto”.

Tendenzialmente, sia nella filosofia che nella religione lungo la storia, la sfida di determinare il senso della vita non sia nulla più che cercare la strada migliore per giungere a quello stato di soddisfazione tale che elimini, o che permetta di superare, il dolore dell’esistenza.

Diverse culture o diversi periodi storici hanno tra l’altro avuto opinioni diverse su cosa, fra felicità e responsabilità, dovesse avere la precedenza. Possiamo constatare ad esempio come la tradizione cristiana medievale prediligesse in assoluto la responsabilità e l’ordine sociale mentre la modernità al contrario la felicità personale.

Quest’opposizione fra le due dipende dal fatto che una comunità i cui membri sono tutti felici forse è una società felice, ma non necessariamente è forte e, in presenza di un’altra società i cui membri sono abituati al sacrificio quest’ultima potrebbe facilmente prevalere sulla prima. Allo stesso tempo una società i cui cittadini sono rigidamente imbrigliati in un sistema di sacrifici e privi di momenti di semplice gioia genera in essi rabbia e odio che possono portare alla lotta interna e quindi al collasso. Ciò dipendentemente dal fatto che il contrappeso della felicità è la mollezza, mentre il contrappeso della responsabilità è la frustrazione.

Depressione, il male del ventunesimo secolo

È interessante notare come, nel periodo della storia tutta in cui forse è data la maggiore priorità alla felicità sulla responsabilità (ciò anche in conseguenza delle mutate condizioni di qualità della vita rispetto all’epoca antica), sia anche il periodo più depresso della storia, dove depressione è intesa nel senso psicopatologico del termine.

La depressione è attualmente una delle principali cause invalidanti nei paesi occidentali, una delle principali cause di morte fra i giovani ed è un problema in costante crescita di anno in anno.

Ciò da un punto di vista superficiale sembra assurdo no? Perché mai l’uomo del ventunesimo secolo dovrebbe essere depresso? Infondo, almeno nei paesi occidentali, perfino un barbone che vive per la strada si trova a vivere in una condizione migliore di quella in cui si trovasse l’uomo medio dell’alto medioevo. Avrà cibo alla caritas ad esempio, avrà vestiti, vivrà in un ambiente salubre e relativamente senza malattie, e il rischio di essere ucciso o che gli venga fatta violenza sarà decisamente inferiore.

Allo stesso tempo l’uomo del ventunesimo secolo può abbandonarsi alla felicità edonistica senza più i vincoli della pressione sociale e religiosa che la limitava a favore della responsabilità… eppure egli è depresso, perché?

Felicità e responsabilità

La risposta che mi sono dato (che ovviamente è puramente una mia personale teoria) è che la felicità non sia, come viene generalmente narrato, coincidente con la soddisfazione ma sia più che altro una parte di essa, una parte che s’alterna con la responsabilità e che sia quest’ultima che nel ventunesimo secolo sia carente.

Ciò implica che pur se una persona si trovi nella condizione di poter soddisfare tutti i propri bisogni edonistici possa comunque essere depressa. Pensate ad esempio a quei musicisti o artisti arrivati alla celebrità che pur avendo tutto finiscono comunque in circoli di droghe o finanche al suicidio.

Rifuggendo infatti da un ambiente puritano a livello soffocante che uccideva la felicità quindi, l’uomo moderno è decaduto da una religiosità che iper-acclamava la responsabilità demonizzando l’edonismo ad una che iper-acclama l’edonismo a sfavore dell’azione per il benessere sociale.

La mancanza infatti del sacrificio di almeno parte del piacere genera, nell’uomo moderno, una dipendenza dannosa e quasi drogata dallo stesso e genera incapacità d’affrontare gli inevitabili problemi della vita. Una persona che ricavi la propria soddisfazione solo dall’edonismo infatti si troverà del tutto persa nel momento in cui le cause della vita dovessero togliergli anche solo per un breve periodo (per capire meglio questo concetto osservate ad esempio quelle persone che sviluppano una dipendenza compulsiva dal gioco d’azzardo, queste persone tendenzialmente possono arrivare a sviluppare un vero e proprio disprezzo ed insofferenza per il gioco, consci della propria situazione, ma sono incapaci di smettere proprio perché dall’azione del giocare dipende tutta la loro soddisfazione), chi invece s’affida anche alla responsabilità avrà perlomeno un’altra cosa su cui contare per sentirsi utile ed apprezzato nella società.

Allo stesso tempo la nuda e sola responsabilità nemmeno può bastare a dare significato alla vita umana. Come già detto, troppa responsabilità senza piacere genera frustrazione che pure è lesiva sia per l’individuo che per la società stessa.

La ricerca del senso

A questo punto propongo la mia risposta all’annosa domanda. Io ritengo che il senso della vita stia nel trovare il proprio personale equilibrio fra felicità e responsabilità che generi in noi la massima soddisfazione.

Questo equilibrio è ovviamente altamente personale in quanto le proporzioni dell’uno o dell’altro fattore che siano in noi ottime non lo sono necessariamente per tutti, anche se in tutti questi fattori devono comunque concorrere in una qualche misura.

Ciò che quindi spetta a ciascuno, e in cui nessuno può essere aiutato in quanto spetta all’individuo farlo, è trovare quell’equilibrio ottimo e personale…

buona fortuna quindi, e se avete aperto l’articolo sperando in una formula magica servita su un piatto sarete delusi perché la ricerca di quell’equilibrio è qualcosa che dovrete fare voi.

Saluti, e ci sentiamo domani per un prossimo articolo.


 

Perché ogni azione è egoistica (e perché questo non è un male)

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L’essere umano ha la spontanea tendenza alla verbalizzazione dei concetti, ovvero ad esprimere gli stessi mediante un insieme di simboli fonetici che noi chiamiamo “parole” e, in questo insieme di parole traccia dei rapporti reciproci che possono essere di natura gerarchica (ad esempio “cipresso” è gerarchicamente sottomesso alla parola “albero” che comprende sia tutti i cipressi sia molti altri tipi di alberi) o di natura qualitativa (ad esempio cattivo è qualitativamente opposto a buono).

Un’opposizione qualitativa che viene fatta spesso è quella fra “egoismo” e “altruismo”, considerati due concetti opposti e agli antipodi… ma è davvero così?

Il gene egoista

Il concetto di gene egoista è un principio prodotto dal biologo Richard Dawkins nell’omonimo saggio. Il concetto parte col presupposto che l’evoluzione non agisca tanto né sull’individuo né sulla specie, ma solo ed esclusivamente sul gene, ovvero sulla minima unità replicabile.

Tutti i geni per loro stessa natura tendono quindi alla replicazione e generano una serie di comportamenti e caratteristiche nell’individuo atte a massimizzare la probabilità di replicazione. In ciò, giudice supremo è la selezione naturale che determina il successo o meno dei geni nel loro insieme.

Alcune considerazioni

Allora, uscendo dall’ambito della biologia di Dawkins, facciamo delle osservazioni che ciascuno di noi nel suo piccolo può compiere e cerchiamo di capire, senza pregiudizi, perché facciamo quello che facciamo, anche e soprattutto le azioni che ci appaiono più altruistiche.

Diciamo ad esempio che fate volontariato, è un’azione altruistica no? Ora vi chiedo… perché lo fate, perché l’essere umano fa volontariato per aiutare chi sta peggio?

Risposta: perché ci fa sentire bene.

È questa la verità, se fare volontariato ci facesse sentire sporchi, cattivi, se ci facesse sentire sbagliati e in colpa come se avessimo commesso un delitto, nessuno lo farebbe. La gente lo fa perché farlo la fa sentire psicologicamente bene e chiunque faccia volontariato lo sa che il farlo dà soddisfazione.

Questo principio vale sostanzialmente per ogni singola azione umana e, più in generale, per ogni azioni di ogni essere vivente. Se fate qualcosa, nel momento in cui la fate, voi pensate a livello più o a meno cosciente, che quella cosa vi farà stare bene… altrimenti non la fareste, piuttosto non fareste niente. Poi è ovvio magari subito dopo averla fatta vi pentite, magari vorreste tornare indietro, ma nel momento in cui la fate pensate che farla vi farà stare bene; e questo si chiama egoismo.

Altruismo ed egoismo fra bene e male

Il grosso errore secondo me deriva dal dare alle parole dei significati morali (ne parlavo già in questo articolo). Le persone hanno difficoltà ad accettare che ogni azione sia egoistica perché associano la parola egoismo al male e l’altruismo al bene, proprio come considerano egoismo ed altruismo termini antitetici.

Innanzitutto non è vero che egoismo ed altruismo sono opposti. Se fate volontariato, per riprendere l’esempio di prima, lo fate per sì egoismo, ma il vostro gesto è allo stesso tempo anche altruistico in quanto di fatto aiutate il prossimo.

Il rapporto fra altruismo ed egoismo non è quindi qualitativo ma bensì gerarchico. Ogni azione è egoistica e quindi anche l’altruismo è sempre contenuto nell’egoismo, ma allo stesso tempo non tutto l’egoismo è anche altruista. Voi invece di fare volontariato potreste impiegare diversamente il vostro tempo, ad esempio potreste stare ad ubriacarvi in un bar senza aiutare nessuno e in questo caso sarebbe l’egoismo privo di altruismo; se invece scegliete il volontariato voi di fatto state scegliendo di compiere un azione anche altruistica e il fatto che in essa esista sempre un po’ di egoismo, in quanto il compierla vi farà stare bene, non elimina il bene che farete agli altri.

La specie sociale

Il fatto che nell’essere umano altruismo ed egoismo possano coincidere in una medesima azione, deriva inoltre dall’estrema socialità della nostra specie interini evolutivi.

Perché fare volontariato ci fa sentire bene? Perché un gruppo di persone che si aiuta l’un l’altra è evolutivamente più efficiente di uno che non lo fa. Nel momento infatti in cui un gruppo di persone unite e coese si dovesse scontrare contro un gruppo di persone disunite e che non si aiutano e fidano a vicenda, è facile prevedere chi vincerà. Ed è proprio questo, in ultima analisi, che genera questa potenziale coincidenza fra altruismo ed egoismo: nel momento in cui sono parte di una comunità, il bene del prossimo è anche il mio di bene.

Possiamo quindi dire che l’evoluzione ha, nell’essere umano, plasmato l’altruismo proprio partendo dall’egoismo e che quindi, di nuovo, l’egoismo non sia come viene solitamente narrato qualcosa di sbagliato di per sé.

Il ruolo della morale

Come già detto le persone tendono a categorizzare egoismo ed altruismo come antitetici e dare ad essi significati morali, rispettivamente di male e di bene, di sbagliato e di giusto.

Arrivare però a capire che ogni comportamento è egoistico credo sia un passo necessario per arrivare anche a capire che il nostro avversario, il nostro nemico, quella persona i cui intenti non coincidono coi nostri, a sua volta non è cattiva, è semplicemente qualcuno che proprio come noi segue i propri interessi e che va capita in questo prima che odiata.

Siamo tutti infatti molto bravi a giustificare noi stessi trovando sempre l’altruismo in tutto quello che facciamo, però puntando il dito all’egoismo degli altri, quell’altro che segue solo i propri interessi e questo uccide la nostra capacità di capire il prossimo, soprattutto quando i suoi intenti sono molto diversi dai nostri e danneggia anche la nostra capacità di combatterlo in caso volessimo farlo, perché adirato solo come “cattivo” senza capire perché pensa che fare ciò che sta facendo lo possa far sentire meglio non ci permetterà di reagire.

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Perché i paradossi non esistono

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Un paradosso è un concetto in contraddizione con sé stesso e che per questo, sembra violare la logica che è altro non è che una dichiarazione coerente all’interno di un sistema. Il punto è che, proprio per la loro natura illogica, i paradossi nella realtà non possono esistere e, se una cosa è paradossale, significa che non esiste.

La filosofia o anche i semplici indovinelli popolari hanno però nel tempo cercato di scardinare questo concetto cercando esempio di paradosso, ovvero di domande a cui non può essere trovata una risposta logica, nella realtà, qui sotto vi spiegherò perché sono tutti sbagliati e non veri e propri paradossi, ma pseudo-paradossi.

Il paradosso del pelato e l’errata ipotesi

“Dato che la perdita di un capello non costituisce calvizie, si chiede quando un uomo che perde un capello alla volta potrà essere chiamato calvo.”

Questo è un paradosso molto vecchio e molto semplice da spiegare, l’errore in questo caso sta nell’ipotesi fatta che è falsa. La perdita di un capello non costituisce calvizie solo nel caso in cui una persona abbia due o più capelli, se ne ha solo uno e lo perde, si può quindi dire che sia completamente calvo.

L’uovo e la gallina, il paradosso semantico

“È nato prima l’uovo o la gallina?”

Il paradosso semantico è un tipo di pseudo-paradosso che si basa sull’ambiguità di linguaggio per rendere impossibile trovare una risposta, una volta che però ci si accorda sul significato da dare alle parole, esso si risolve da solo.

Innanzitutto cosa significa nascere? Ci sono due possibilità: si può intendere l’atto di un animale di venire al mondo o si può genericamente intendere la formazione di qualcosa, se si intende l’atto di un animale di venire al mondo abbiamo già la risposta, ovvero la gallina, dato che le uova “non nascono”.

Se invece si intende la generica formazione di una cosa allora possiamo continuare. Cosa s’intende per uovo? Di nuovo ci sono due possibilità: si può intendere l’uovo come struttura evolutiva o nello specifico l’uovo di gallina. Se s’intende l’uovo come struttura evolutiva di nuovo la risposta è semplice, l’uovo, in quanto le uova esistono da milioni di anni prima delle galline e degli uccelli in generale.

Se invece s’intende l’uovo di gallina dobbiamo fare un passaggio in più, cosa s’intende per uovo di gallina? È un uovo deposto da una gallina o un uovo da cui nascerà una gallina? Ora semplificando un po’ la teoria dell’evoluzione possiamo dire che la genitrice della prima gallina fosse un altro animale che, dato che non ho voglia di fare tre ore di ricerche, chiamerò amichevolmente pollosauro… ora il nostro pollosauro depone un uovo da cui nascerà la prima gallina, quell’uovo è un uovo di pollosauro in quanto deposto dal pollosauro o di gallina in quanto da esso nascerà una gallina? Di nuovo la questione non è paradossale, ma puramente semantica, dipende solo da quello che voi intendete per “uovo di”.

Socrate bugiardo, il finto paradosso

“Socrate ateniese dice che tutti gli ateniesi mentono.”

Questo paradosso nasce solo dalla disattenzione in quanto è abbastanza immediato da risolvere. Socrate mente in quanto è falso che tutti gli ateniesi mentano, ma solo alcuni e lui è proprio uno di quelli.


Che dire, spero che questo breve articolo vi sia piaciuto, in caso consigliatemi altri paradossi da risolvere che mi diverto.

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L’universo nella mente umana

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Articolo di filosofia più “pura” diciamo, rispetto a quella che faccio di solito mista a qualche tema d’attualità o politica. Mi vorrei soffermare oggi sul tema della realtà e di come l’uomo la percepisce.

Il ruolo dei sensi

Allora come sappiamo che una cosa esiste? Molto semplice, lo sappiamo perché la vediamo, la tocchiamo e la sentiamo, oppure perché crediamo a qualcuno che dice di averla vista, sentita o toccata, oppure perché abbiamo compiuto delle osservazioni su qualcosa e dedotto da esse l’esistenza di altre cose (pensate ad esempio agli atomi che non vengono direttamente “visti” ma le loro caratteristiche possono essere misurate mediante l’interpretazione di esperimenti.)

L’implicazione di ciò è che tutta la nostra conoscenza della realtà viene da “fuori”, giunta alla nostra coscienza attraverso i sensi e i sensi soltanto e che, senza essi, noi saremmo delle sostanziali scatole vuote incapaci di formare un pensiero, in quanto il pensiero stesso per essere espresso richiederebbe comunque una qualche forma di percezione esterna come parole, gesti, immagini: qualcosa che dia il calcio d’inizio all’attività del pensiero e una direzione, oltre che ad una forma con cui, per l’appunto, esprimersi.

Ciò volendo implicherebbe anche un paio di correzioni al celebre detto di Cartesio: “cogito ergo sum” che indicava l’esistenza di sé stessi come esseri pensanti come unica certezza logica. Le certezze logiche sono in realtà tre: la mia esistenza come essere pensante, l’esistenza di altro oltre a me che dia input al mio pensiero, e l’esistenza dell’interazione fra me e l’altro.

Se anche ad esempio vivessimo all’interno di una sorta di matrix che manipola la nostra mente, dovremmo ammettere l’esistenza di quel matrix e dell’interazione fra esso e la mente. Se tutto fosse un sogno dovremmo comunque ammettere l’esistenza di qualcosa che ci abbia indotto attraverso interazione a sognare proprio in questo modo e non in un altro.

Quando usiamo parole quali “immaginazione” o “creatività” inoltre, esse non implicano davvero l’atto creativo, ma solo l’atto riformulatorio di informazioni derivate al cervello tramite i sensi.

La realtà è fuori o dentro di noi?

Concluso che la realtà venga da fuori viene ora da chiedersi dove essa si trovi nell’atto della nostra percezione di essa e, la risposta molto semplice è… nella nostra mente.

Il punto è che, nonostante siamo abituati a dire “io vedo con gli occhi” o “io sento con le orecchie” queste affermazioni sono false. Noi non vediamo con gli occhi, gli occhi sono solo recettori che generano impulsi elettrici quando sono colpiti da alcune frequenze luminose, è il cervello che vede, è il cervello che, interpretando quei segnali elettrici crea un immagine; allo stesso tempo le orecchie percepiscono solo vibrazioni nell’aria, è il cervello che le esprime in suoni.

Ovviamente le nostre percezioni sensoriali rispetto alla totalità d’informazione fornite dalla realtà esterna sono un infima parte, una parte che tra l’altro non è uguale per tutti. Pensate ad esempio alle differenze sensoriali fra l’uomo e altri animali ad esempio un cane. Un cane vede i colori in modo diverso dal nostro, sente i suoni in modo diverso e gli odori in modo molto diverso… di fatto un cane pur vivendo nel nostro stesso mondo ne percepirà uno completamente diverso.

Ciò vale tanto di più per animali diversi: pensate alle api che percepiscono la luce ultravioletta, i serpenti che vedono gli infrarossi, i pipistrelli che usano l’udito come un radar e una seconda vista o gli uccelli migratori che posseggono il senso della magnetocezione, ovvero la capacità di percepire il campo magnetico terrestre per orientarsi come una bussola. In misura minore vale anche fra umani, pensate ad un daltonico o un ipovedente, un vecchio che sente di meno di un ragazzino, un critico culinario con un palato particolarmente sviluppato.

Tutto ciò per dire che, nonostante sia logicamente certo che esista, al di fuori di noi, una realtà, quella non è la realtà in cui viviamo, la realtà in cui tutti noi esistiamo, quella con cui ci rapportiamo è la realtà che ognuno di noi percepisce dentro di sé attraverso l’elaborazione fatta dal cervello degli impulsi elettrici derivanti dai sensi (per semplicità di linguaggio d’ora in poi chiamerò “realtà” quella esterna e “immagine” quella interna costruita dal cervello; la parola universo sarà invece usata per indicare l’insieme di tutte le cose di una data realtà o di tutte le immagini di un dato cervello).

L’universo simulato

Quando parlare con una persona, voi state parlando alla persona reale o all’immagine di quella persona? Il punto è che il vostro cervello crea, attraverso le informazioni sensoriali, una simulazione di quella persona nella vostra mente che sarà costituita da una forma (voi la persona la vedete) che però non è davvero la persona, ma solo la luce che essa riflette e che i vostri occhi hanno percepito e che il vostro cervello ha interpretato in un certo modo; sarà costituita da una voce (infondo ci state parlando) ma quella voce, di nuovo, sono solo vibrazioni nell’aria che il vostro cervello interpreta in una determinata maniera.

Da un punto di vista strettamente logico tra l’altro, voi non siete e non potete essere del tutto sicuri che la persona con cui parlate esista nella realtà, per quanto ciascuno di noi ne può sapere infatti, è benissimo possibile che siamo degli schizofrenici, dei folli avvolti da un sogno onirico fatto di allucinazioni, una sorta di matrix creato da un dio malvagio. Il fatto che siamo certi, come detto prima, che oltre al cogito esistano rispettivamente anche “l’altro” e “l’interazione” non implica che cogito e altro siano direttamente collegati in quanto, e come avviene ad esempio nei sogni o nella follia, l’attività interpretativa e riformulativa del cervello potrebbe essere così sovra-espressa da allontanarsi dalla realtà in toto. Esempio palese di ciò può essere l’illusione ottica del deserto, dove l’aria surriscaldata genera nel viaggiatore l’impressione di uno specchio d’acqua.

Se non potete essere certi della realtà quindi, l’unica cosa di cui potete essere certi è l’immagine, ovvero dell’universo simulato nella vostra mente dal vostro cervello sulla base delle informazioni dei sensi. È con l’immagine e non con la realtà che il cervello quindi si rapporta (anche se per ovvie ragioni di sopravvivenza ed evoluzione, l’immagine tende ad avvicinarsi alla realtà, fermo restando che la possibilità che tutto sia un sogno resta).

Corollario

Il fatto che il cervello di ciascuno di noi simuli un universo all’interno del quale muoversi e rapportarsi, implica l’esistenza di un infinità di universi immagine derivanti dall’interazione fra il cogito e l’altro che in questo caso è l’universo realtà. Allo stesso tempo pone in essere l’interessante questione dell’effettiva esistenza dell’universo realtà, in quanto, di fatto, nessun essere umano ha mai e mai potrà raffrontarsi con esso o di esso avere percezione, in quanto ognuno vive, vede e percepisce il solo proprio personale universo immagine.

Come detto prima infatti le tre certezze logiche sono: cogito, altro ed interazione, ma se l’altro manca d’interazione con il cogito la sua anche teorica esistenza non avrebbe alcuna differenza della sua non esistenza in quanto non genererà nulla nell’universo in cui davvero viviamo, ovvero l’universo immagine all’interno del quale, quindi, non esiste.

La derivazione di ciò è che, l’intero universo realtà, quindi, pur essendo generatore dell’universo immagine, non esiste in quanto universo ma solo in quanto informazione interagente col cervello, informazione che, per essere codificata nella forma dell’insieme delle cose (ovvero dell’universo) necessità del cervello stesso e dell’interazione con esso per concretizzarsi.

Ciò implica che la realtà si trova in uno stato costante d’indeterminazione all’interno del quale la presenza di un osservatore la fa decadere nello stato d’immagine, ovvero di forma concreta con cui l’osservatore può rapportarsi.

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Perché è importante ricordare che nell’arte esistono i target

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Andavo in seconda media quando la mia professoressa d’italiano mi assegnò da leggere “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello e, al contrario di diversi miei compagni di classe che si scaricarono la trama da internet, io lo comprai e lo lessi davvero… e lo odiai.

Ero già un lettore discreto, almeno in termini di quantità di volumi, per la mia età, eppure quel libro non riuscivo proprio a continuarlo, ad ognuno di quei monologhi interiori che occupavano venti pagine di seguito avrei voluto spararmi. Eppure sapete una cosa? Negli anni ho imparato ad apprezzarlo Pirandello, addirittura ho scoperto che mi piace e ho letto volontariamente e con piacere sia le sue commedie, che lo stesso romanzo di Mattia Pascal solo alcuni anni più tardi.

Tutta questa lunga introduzione mi serviva per spiegare un concetto, ovvero quello che nell’arte esiste una cosa chiamata “target”, e che spesso e volentieri sono quelli che si dicono più appassionati di qualcosa a non capire questo.

Un target per ogni età

Spesso e volentieri noto una certa altezzosa sufficienza di chi parla ad esempio, della lettura per bambini, adolescenti o young adult. Allo stesso modo una cosa simile si trova nella musica, nella televisione, nel cinema e così via, ma la domanda è: cosa vi aspettate che piaccia ad un bambino?

Se voi considerate, ad esempio, un romanzo di qualità in virtù della profondità dei suoi contenuti, vedesi “Il fu Mattia Pascal” allora dovrebbe essere ovvio che questi contenuti non siano per tutti, se fossero per tutti allora non sarebbe profondo, non sarebbe difficile, sarebbero solo ovvietà. A questo punto è quindi ovvio che un lettore giovane con la fascia d’attenzione di un moscerino si annoierà leggendolo; semplicemente non è un libro indirizzato a lui, non c’è nulla di male in questo.

Allo stesso modo però è anche ovvio che a voi che siete più maturi non piacciano libri pensati per i più giovani, è ovvio che vi annoiate leggendoli perché generalmente una persona crescendo cerca contenuti diversi. Questo però non vuol dire che questi contenuti che ti piacciono facciano schifo, significa che magari tu sei fuori target ma se c’è qualcuno a cui piace un motivo ci sarà.

Allo stesso tempo, pensando a quella professoressa che diede da leggere Pirandello ad una classe di seconda media, mi viene anche da pensare che non è questo il modo di far appassionare qualcuno alla lettura, specialmente un bambino. Voi ad esempio potete dirmi che una serie di romanzi come “Harry Potter” sia piena di buchi di trama, deus ex machina, trame scontate e via dicendo, ma sta di fatto che questi libri hanno appassionato un’intera generazione alla lettura e, magari, qualcuno di quelli che ha iniziato da piccolo con Harry Potter, crescendo è passato a contenuti più complessi.

Questo perché io sono fermamente convinto che se alcuni professori, specialmente delle scuole elementari e medie, si preoccupassero un po’ di più di creare nei propri alunni la passione, prima di cercare di sparare dati su dati e informazioni su informazioni, leggerebbero tutti molto di più; questo per il semplice fatto che, se ad un bambino ai suoi primi approcci alla lettura tu lo annoi, lui magari quel libro lo legge ma poi non ne leggerà altri.

Un target per ogni tempo e luogo

Tutte le volte che in televisione passa X-factor quello che segue è un teatrino degli indignati di vedere Fedez fare il giudice, reo di non fare “vera” musica. Ahh perché tutti non ascolto la buona, vecchia, grande musica italiana come De André?

Allora vi lancio una sfida intellettuale adesso, dovete provare ad immedesimarvi in una situazione e dirmi cosa preferireste. Diciamo che è sera, siete in un locale come un pub o una discoteca e, davanti a voi, una bella ragazza (o ragazzo dipende dai gusti) sta ballando ammiccando nella vostra direzione. A questo punto cosa preferireste che mettesse il DJ? Preferireste magari una musica veloce e pop di Fedez che metta tutti su di giri o “La guerra di Piero” di de Andrè? Siate sinceri.

Il punto è che magari anche io generalmente preferisco De Andrè a Fedez, ma questo non vuol dire che lo preferisca sempre: in ogni situazione tempo e modo. Questo perché l’arte porta sempre con sé emozioni, emozioni che a volte sono impegnative e tristi e vuoi che lo siano, altre volte però preferisci siano leggere e allegre.

A conti fatti, dopotutto e come dicevano i romani: “de gustibus non disputandum est”.

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Quella religiosità diffusa fra gli atei

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Io sono ateo, lo sono circa da quando avevo dodici anni e, credo, per la mia forma mentis estremamente critica, scettica e logica anche volendo non avrei potuto essere altro e sono perfettamente in grado di sostenere tutte le ragioni per le quali, da un punto di vista prettamente logico, l’ateismo sia la posizione più razionale… ma l’articolo non parlerà di questo, almeno non quello di oggi.

L’idea dell’articolo di oggi mi è infatti venuto in mente parlando con una ragazza la quale, come me si auto-definiva atea, allo stesso tempo però, credeva nell’oroscopo (cosa tra l’altro abbastanza diffusa fra le ragazze under 30) cosa che di per sé non mi avrebbe fatto né caldo né freddo; per me il credere nell’oroscopo, in Dio o negli alieni, lo dico con sincerità, lo vedo più o a meno sullo stesso piano logico e fino a che non vuoi impormi qualcosa, di quello che la gente crede, mi interessa relativamente poco. Il punto però è che questa ragazza è una di quelle persone con la battuta sempre pronta a sfottò della superstizione delle varie fedi, e volevo quindi concentrarmi un po’ sulla coerenza di questo ragionamento.

Cos’è la religione?

Allora, io innanzitutto e per semplicità di linguaggio, distinguerei la religione dal teismo.

Il teismo è credere in un Dio, che sia un ente specifico o un generico “essere superiore”, la religione è il credere in qualcosa che non sia razionale e a cui non siamo disposti a rinunciare.

Per farvi un esempio, il buddismo non identifica un vero e proprio dio e in ciò non è quindi teistica, allo stesso tempo però crede nella reincarnazione, che non è un concetto razionale essendo mancante dell’onere scientifico della prova ma bensì una cosa che è creduta per fede. Allo stesso tempo in Irlanda sono ancora comuni i miti sulle fate e c’è ancora molta gente che ci crede, di nuovo però, pur essendo questa una credenza “di fede” in quanto dubito che qualcuno abbia prove dell’esistenza delle fate, allo stesso tempo non è credenza legata ad una divinità specifica ma affonda le sue radici in antichissimi miti pagani.

La superstizione stessa, così come ad esempio la credenza nel concetto di “fortuna” e della capacità di alcuni comportamenti di manipolare la stessa, sono forme non organizzate di religione che si sviluppano spontaneamente nel tessuto sociale popolare, ma allo stesso tempo fondamentalmente atee, nel senso che non si appoggiano al concetto di “Dio”.

Per riassumere il concetto direi che tutti i teismi, ovvero tutte le credenze in vari dei sono ideologie religiose, ma non tutte le religioni sono teistiche.

Ateo o areligioso?

A questo punto sorge spontanea una domanda: quanto ha senso la definizione di ateo? In realtà poco, di atei arroganti nella mia vita che erano prontissimi a prendere in giro chi andasse in chiesa la domenica mattina ma che allo stesso tempo non passavano sotto una scala perché “non si sa mai” ne ho conosciuti fin troppi.

In questo io quindi, ad esempio, sono areligioso oltre che ateo, in quanto non credo in sostanzialmente nulla senza valide motivazioni e anche in quel caso accetto il fatto che il crederci potrebbe essere un errore.

Allo stesso tempo, ovviamente, non giudico né considero sbagliato chi, dichiarandosi ateo è allo stesso tempo religioso… se è abbastanza umile da ammetterlo. Quello che mi da un po’ fastidio è che delle volte alcuni atei attaccano la religione teistica sul piano logico (che è una cosa ci sta, lo faccio anch’io) per poi cadere però negli stessi errori nelle loro personali religioni e poi prendersela o arrampicarsi sugli specchi se gli fai notare l’incoerenza. La stessa identica incoerenza di chi, per contro, magari crede in Dio e deride chi crede nell’oroscopo.

Tutte le religioni diffuse fra gli atei

Il credere nel bene e nel male come concetti assoluti ad esempio, è una religione, non riuscirai mai a dimostrarne l’esistenza.

Il credere nel libero arbitrio? Altra religione. (Tra l’altro, questa nello specifico, forse la più diffusa in assoluto… probabilmente in futuro ci farò un articolo a proposito.)

La morale? Religione. L’oroscopo? Religione. I rapimenti alieni? Religione. Credere a quel tuo amico che ti ha raccontato di quella volta che ha fatto una cosa a tre con due modelle e che da allora vuole essere chiamato “bomber”? Religione.

In sintesi

È sbagliato avere una religione? No, non lo è (anche perché il credere nel giusto e nello sbagliato sarebbe di nuovo un concetto religioso). Però, se siete quel tipo di atei che di dice ateo perché fa figo e poi avete i numeri fortunati da giocare al Superenalotto abbiate per lo meno la coerenza di non sfottere gli altri sentendovi superiori che, e qui cito un religioso, è più facile vedere la pagliuzza nell’occhio altrui che la trave nel proprio.

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