Come la produzione artistica esprime la vera essenza di un popolo

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Che cosa ha fatto un popolo? Quali sono stati i suoi successi, le sue sconfitte, le sue battaglie? Com’è nato, come si è sviluppato e perché si è sviluppato in un modo e non in un altro? Queste sono tutte domande molto importanti a cui la Storia, cerca, coi suoi studi, di dare una risposta, ma alla domanda “cosa un popolo è?” chi è che risponde? È sufficiente conoscere i nomi dei sette re di Roma per comprendere la cultura romana? È sufficiente conoscere le battaglie fra le città del Peloponneso per conoscere quelle greca?

In questo ci viene d’aiuto quindi lo studio di un’altra disciplina, quella disciplina in cui ogni popolo e, nello specifico anche ogni individuo, inserisce in modo più o a meno cosciente sé stesso, inserisce i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, la propria visione del mondo. Questa è l’arte.

Storie di dei e di lupi mannari

Partiamo dalla letteratura e, in particolare, dalla narrazione mitica e prendiamo ad esempio quattro popoli: gli antichi Greci, i Romani, e norreni.

Iniziamo parlando del rapporto fra i popoli e le proprie divinità. I greci e i romani erano un popolo di agricoltori e pastori innanzitutto e a capo del loro Pantheon c’era quindi un dio della pioggia, erano popoli di navigatori e un’altro dei loro dei più importanti era il dio del mare. Per quanto concerne i romani nello specifico agli inizi furono semplici pastori di collina che via via si militarizzarono sempre di più, fino a diventare una società altamente militare (indicativo di questo, è il passaggio di Marte, originariamente divinità dell’agricoltura, a dio della guerra, oltre alla diffusione di molti altri dei protettori dell’arte militare come Bellona, Mitra o, in una certa misura, Giano bifronte).

Al contrario i Greci erano forse meno militarizzati, al meno a livello professionale, ma avevano una forte cultura dell’eroismo. Molti dei loro miti rappresentano un uomo solo contro le avversità come Ercole o, addirittura e pensiamo ad Ulisse, contro gli dei stessi.

I greci furono poi i creatori della tragedia, l’arte della catarsi delle passioni che mostrava agli uomini una certa filosofia e, d’altro canto, filosofi erano i greci. I romani dal canto proprio erano forse meno filosofi ma più politici, meno retori e più avvocati e crearono il genere dalla satira.

E cosa dire invece dei Norreni? Popoli che, essendo nati in un ambiente ostile, vivevano di razzia a capo del loro Pantheon c’era un dio della guerra. Un popolo che quindi dava ai guerrieri e ai coraggiosi e a loro soltanto l’onore dei loro paradiso. Allo stesso tempo un popolo, similarità questa con i greci, che credeva fortemente nell’ineluttabilità del destino, un destino che in Ragnarok avrebbe decretato la morte degli dei stessi.

Prendo d’esempio un’altro mito molto comune in molte culture, quello della metamorfosi animale. I greci, un popolo che guardava al cielo e all’etereo, avevano come popolo una certa repulsione della natura, pensiamo a miti come la morte di Pan, agli eroi come Ercole o Teseo che lottano contro mostri in parte animali (i semi-animali, a parte rari casi come chirone, sono quasi sempre personaggi negativi). Il mito di Licaone in questo è indicativo, un uomo reo di cannibalismo punito da Zeus ad essere trasformato in un lupo.

Nei romani il rapporto è un po’ diverso invece. Un popolo che nasceva come pastorale aveva per gli animali e i lupi nello specifico una sorta di rapporto ambivalente, un timore reverenziale comunque tendenzialmente negativo. Se nel mito di Romolo e Remo è proprio una lupa a salvare i gemelli, i lupercalia erano ad esempio una festa d’esorcismo delle paure dell’attacco dei lupi dal bestiame e, nel Satyricon (primo secolo) la licantropia è descritta come maledizione.

Ciò cambia radicalmente nei Berserker nordici. In questi guerrieri scelti la metamorfosi rituale diventava la fusione spirituale con un animale totemico che donava forza, insensibilità al dolore e vigore in battaglia. Ciò anche dovuto al rapporto molto stretto che questi popoli avevano con il selvaggio, con il naturale.

Le arti

Ovviamente se volessimo questo stesso discorso preso ad esempio si potrebbe fare con qualsiasi popolo e qualsiasi arte. Prendiamo gli Egizi e il pantheon estremamente vasto ma anche molto gerarchico, piramidale come la loro società, diviso non fra bene e male ma fra ordine e caos.

Prendiamo ad esempio la poesia in tempi anche molto più recenti, che passa dall’essere religiosa in epoca medievale, ad essere nella società industriale una malinconica fuga dal grigiore delle città. Prendiamo la musica, i canti contro l’invasore o lo straniero che si sviluppano in tempo di guerra e che via via in epoca di pace diventano più leggeri fino a diventare in quest’epoca in cui sembra che la depressione sia, nei paesi occidentali, uno dei principali mali della società, puro intrattenimento spesso privo di messaggio ma che permette così alla gente, per un po’, di non pensare e di rilassarsi (ovviamente questa è una mia visione non mi aspetto che tutti siate d’accordo).

Pensiamo alla cultura delle droghe e non credo di dire nulla di scandaloso se sostengo che spesso gli artisti ne sono stati influenzati. Pensiamo al vino, sacro per i greci e per i romani al punto da dedicargli un dio o ai funghi allucinogeni d’amanita usati dai berserker nei loro riti. Pensiamo a come questa cultura sia stata osteggiata dal cristianesimo prima e dal perbenismo americano poi, per risorgere nel dopo guerra fra i giovani. Fino ad arrivare alla sostanziale accettazione delle droghe leggere nell’età moderna.

Pensiamo alla pittura, che prima tende sempre di più verso il realismo e poi, con l’avvento della società industriale e della fotografia fugge, muovendosi verso l’espressione dell’emotività. Pensiamo alla fotografia stessa che nasce nel ritratto e poi, nell’era della cultura della pubblicità diventa espressione della società consumistica (ricordate Andy Warhol e ai fagioli Campbell).

Pensiamo a quanto, nella società di oggi, le nostre arti parlino di un ritorno alla natura e alla fantasia. Di quanto vadano di moda romanzi fantasy e medievaleggianti.

Pensiamo se no quanto la fotografia sia diventata fondamentale nella cultura dell’apparenza, nella cultura del se non posti non esisti, di quanto tutte le foto che pubblichiamo esprimano non tanto la vita che abbiamo ma quella che vorremmo avere. Nessuno posta foto della pasta che mangia sei giorni su sette, ma del sushi che mangia la settima, nessuno posta foto delle discussioni col o con la partner che magari si fanno quotidianamente, ma tutti postano quelle dell’unico momento allegro. Anche questo esprime molto del tipo di società che siamo.

L’arte è espressione

Il punto è questo alla fine, la storia esprime cosa fai, ma è l’arte che produci o che semplicemente apprezzi da spettatore, che dice chi sei.

Perché la filosofia, anche nella società moderna, è fondamentale

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C’è stato un tempo in cui essere un filosofo significava essere considerato un punto centrale della vita pubblica, un tempo in cui i filosofi muovevano le masse ed i governi. Al giorno d’oggi però è con reticenza e addirittura un po’ d’imbarazzo che una persona s’azzarderebbe a definirsi tale.

La società d’altronde è cambiata, si è mossa verso la conoscenza e l’istruzione scientifica (che è assolutamente fondamentale e importante), ma siamo così sicuri di voler già rinunciare a questa disciplina che è stata fondamentale per lo sviluppo intellettuale umano?

Cos’è la filosofia?

Prima di discutere sulla sua importanza, bisognerebbe almeno riuscire ad inquadrarla in una definizione, cosa già di per sé quasi impossibile data la molteplicità di significati che questa parola ha assunto.

Dalla ricerca del corretto modo di vivere degli stoici, alla ricerca dei valori dei cristiani, passando per lo studio metodologico della realtà aristotelico. Dovendo però dare per forza una definizione all’attività filosofica, una definizione ampia e abbastanza valida nelle disparate situazioni in cui la parola è usata, direi che la filosofia è l’arte di dare definizioni alle cose.

Questo perché, in fondo, siamo tutti schiavi della semantica. Tutti noi sappiamo cosa abbiamo in testa, ma per comunicare fra noi, abbiamo bisogno di parole e queste parole hanno bisogno di essere definite attraverso altre parole che vanno a loro volta definite fino a che non si giunge al punto il cui discorso non è più ambiguo e le due persone arrivano davvero a comunicare.

L’arte di dare definizioni

Per spiegare meglio questo concetto e allo stesso tempo per spiegare quale sia l’importanza della filosofia vi faccio un esempio. In quanti di voi sono mai, nella vita, stati malati? Credo tutti, chi non lo è stato? Seconda domanda: sapreste darmi una definizione oggettiva di malattia?

Ho degli amici che studiano medicina o psicologia e a cui ho posto questa stessa domanda e nessuno ha saputo rispondermi, non prima di consultare il cellulare almeno; curioso dato che le loro intere discipline di studio si fondano sul concetto di malattia e di malessere.

La definizione da dizionario, presa dritta dritta da Wikipedia recita così: “una malattia (o patologia) è una condizione anormale di un organismo, causata da alterazioni organiche o funzionali che compromettono la salute del soggetto”.

Ora, facciamo un paio di considerazioni rispetto a questa definizione.

Innanzitutto un’alterazione che compromette la mia salute potrebbe essere la rottura di un braccio, sono malato se mi rompo un braccio?

Il concetto di anormale anche potrebbe essere interessante, soprattuto se consideriamo che la parola malattia ha anche risvolti psicologici. L’omosessualità ad esempio è stata spesso nel passato considerata una malattia sulle basi del fatto che fosse un comportamento deviato del “normale” istinto alla riproduzione umano e che quindi ne avrebbe inficiato la salute riproduttiva.

Allo stesso tempo da un certo punto di vista anche una gravidanza potrebbe essere considerata una condizione anormale che compromette la salute, ma mai nessuno si azzarderebbe a definirla una malattia.

E cosa dire di alcune malattie genetiche come la talassemia? Per chi non lo sapesse la talessemia è una forma di anemia molto diffusa in Sardegna; essendo una forma anemica, al giorno è considerata una malattia (nello specifico genetica) ma il motivo per cui è così diffusa è che, nel danneggiare i globuli rossi, li rende anche immuni alla malaria e quindi secoli fa quando la malaria era diffusa in Sardegna, la talessemia, che ora è una malattia, al tempo era addirittura un vantaggio evolutivo.

Pensate se no alle battaglie dei transgender per non essere considerati malati o a quelle, meno mediatiche ma che vanno via via sorgendo, di alcune associazioni Asperger che preferiscono il termine neurodiversità al fine di sottolineare come non siano “malati” ma che il loro cervello sia solo diverso e così via, è un discorso che potrebbe andare avanti all’infinito.

L’importanza

Questa lunga digressione, serviva per mostrare come, di fatto, le intere scienza medica e psicologica si basino in una certa misura sulla filosofia. La definizione di cosa sia malato infatti e di cosa sano dà alla medicina una direzione in cui svilupparsi, dà delle priorità, dei limiti etici.

Lo stesso discorso vale ovviamente per sostanzialmente ogni singolo campo. Pensate alla definizione di “vita”, può sembrare una semplice parola ma dietro a questa si cela un groviglio di dilemmi etici che toccano molti temi attuali: dall’aborto, all’eutanasia, passando per l’accanimento terapeutico.

E ancora cosa vuol dire “essere umano”? Può sembrare una domanda banale ma ancora essa tocca il tema dell’aborto, in passato quello delle leggi razziali e della discriminazione di genere.

Che ce ne accorgiamo o no, di fatto, ogni singolo settore, ogni prodotto, ogni legge, ogni ideologia, è l’espressione di una determinata filosofia che ha dato al mondo e alla realtà, al giusto e allo sbagliato una determinata definizione. La comprensione della filosofia si pone quindi come fondamentale per comprendere i diversi punti di vista dei diversi gruppi umani e per sviluppare fra questi, un dialogo (cosa che mi azzardo a dire, in questo periodo in cui sembra abbia voce solo chi urla più forte, si rende estremamente necessaria).

Logica e filosofia

Questo è un punto che voglio chiarire in merito ai reciproci rapporti fra scienze e la filosofia. Ora non ho intenzione di fare una pappardella storica su come le scienze, in un modo o nell’altro, derivino dalla filosofia stessa, ma vorrei soffermarmi più sul concetto di logica.

La logica è ciò su cui si fonda, di fatto, il metodo scientifico. Essa è costituita da un insieme di regole coerenti che permettono di rendere minimo o addirittura nullo l’errore all’interno di un sistema dato.

Esempio: la matematica, la regina delle scienze, all’interno di un ambiente dato da alcune semplici regole elementari ed assiomatiche, la matematica diventa esatta e assolutamente certa, incontrovertibile grazie alla logica.

Il punto è che la logica, di per sé, è priva di significato. Tutte le norme matematiche sono infatti valide all’interno di un insieme di assiomi creato dalla pratica intellettuale filosofica, e benché le scienze si sviluppino grazie alla logica, la direzione stessa verso cui le scienze sviluppano è dettata dalla filosofia… la differenza fra queste è sostanzialmente la differenza fra il “come” e il “perché”.

Come si è sviluppata l’industria bellica nel ventesimo secolo? Grazie alla logica. Perché si è sviluppata? Filosofia dovuta alle condizioni sociali. Come funziona la manipolazione genetica e la clonazione e come la telefonia cellulare? Le risposte ve le daranno la logica sviluppata nelle rispettive scienze. Perché negli ultimi cinquant’anni la telefonia è evoluta molto più in fretta degli studi sulla clonazione? La risposta la dà la filosofia.

Ciò rende le due attività intellettuali, scientifica-logica e filosofica, non opposte ma bensì complementari. Il metodo scientifico senza filosofia è uno strumento senza mano che lo indirizzi, non sa da che parte andare e svilupparsi; al contempo la filosofia senza applicazione rimane solo un’arroganza autoconclusiva da salotto, una versione moderna del sofismo.

Se pensate di meritarlo, quindi (e qui potrebbe partire un altro lungo articolo su chi lo meriti nei fatti… ma per ora lo lascio a voi) non abbiate paura di assumere l’onere del titolo di filosofo. Di gente che sa pensare c’è ne ancora bisogno non preoccupatevi.

 

 

 

Ci rendiamo conto di quanto potere gestiscano i social network?

mark_zuckerberg_f8_2018_keynoteNon mi sono mi piaciuti i social network, non mi piacciono né come cultura né come concetto, eppure nel momento in cui ho aperto un blog mi sono trovato di fatto obbligato ad averne, ad aprirmi per lo meno una pagina su Facebook.

Nella giornata di ieri, come ogni giorno, ho scritto un articolo (questo), quest’articolo trattava del tema della degenerazione dell’informazione in quest’era in cui perfino i giornali seri sembrano vivere di clickbait, in particolare facendo riferimento alla fake news dell’uomo assolto di stupro in Irlanda perché la vittima indossava un tanga, faccenda che in questi giorni infiamma alcune testate. L’accusa che viene mossa spesso in questi casi è di dare la colpa di questa “degenerazione” ai social network mentre la mia posizione puntava più il dito contro i giornalisti e, anzi, era più che clemente verso il mondo del web.

Credendo che l’articolo fosse ben scritto ed essendo tutt’ora il mio blog agli inizi, dopotutto esiste da un paio di settimane, ho provato a comprare un po’ di pubblicità per quell’articolo, ma Facebook l’ha rifiutata in quanto attaccava la piattaforma… così, se ho fatto trenta, ho pensato che tanto valeva fare trentuno e attaccarla davvero la piattaforma.

(EDIT: dopo circa quattro ore e aver mandato una mail a Facebook, l’inserzione è stata approvata.)

Il quarto potere non è più il quarto

Informazione, media, notizie, si è sempre saputo che dietro a queste cose si nasconde un potere enorme, un potere che, in un certo senso, andava a rivaleggiare coi tre tradizionali: legislativo, giudiziario ed esecutivo. Quello che credo sia sottovalutato, sia la proporzione in cui, nell’era delle democrazie e della politica fatta sui social network, questo potere dell’informazione sia aumentato.

Siamo circondati da una quantità d’informazione immensa in parte vera, in parte falsa, spesso sfumata fra le due. Un informazione che però non ha più il fine di insegnare o di spiegare, ma d’infiammare gli animi, di generare emozione perché sui social una persona arrabbiata genera più interazioni, condivide l’articolo, commenta, mette like.

Qualche giorno fa parlavo con un avvocato che mi raccontava di un caso che stava seguendo, mi diceva che difendeva un cliente contro un truffatore; questo truffatore aveva accumulato denuncia per oltre quattro anni e nessuno aveva fatto nulla, fino a che Striscia la Notizia non ci ha fatto un servizio sopra, solo a quel punto il magistrato è intervenuto, spinto probabilmente dl rischio di una figuraccia pubblica.

Questo è il primo problema, ormai è l’informazione il primo potere del mondo, la legge viene fatta sulla base dell’onda mediatica di turno, i giudizi sono influenzati dall’opinione pubblica, i magistrati intervengono solo dopo che il Gabibbo gli ha dato l’ok.

Sei davvero libero di non essere sui social?

Colgo l’ipocrisia di questo articolo lo ammetto, se leggi probabilmente è perché mi hai trovato attraverso i social e sto scrivendo in questo momento un invettiva contro i social network che sarà pubblicata anche su Facebook ma… ho altra scelta?

La verità è che nel ventunesimo secolo, volente o nolente, se vuoi esistere in un determinato tipo di mondo, devi essere sui social network, devi. (Io ad esempio sto per pubblicare un libro e il blog mi servirà anche a pubblicizzare quello  di fatto non ho altri modi per pubblicizzarlo.)

Per spiegare meglio questo punto vi faccio un esempio: le pizzerie e JustEat.

Allora penso che tutti conosciate JustEat, una piattaforma che non è neanche un vero social ma che si presta comunque all’esempio e che funziona sostanzialmente da vetrina dei ristoranti che fanno consegne d’asporto in una determinata zona. L’utente che vuole una pizza così va su JustEat, sceglie la sua pizza, la ordina, la paga e JustEat otterrà dal ristorante una commissione per la vendita.

Ora vi faccio due domande. La prima è: chi ci guadagna? La seconda è: se ho una pizzeria posso scegliere di non stare su JustEat (o piattaforme simili)?

Immaginiamo che in una città come, ad esempio Verona, esistano solo dieci pizzerie in tutto e che prima di JustEat queste pizzerie si pubblicizzassero coi vecchi metodi: volantinaggio, elenco telefonico, passaparola… le mille persone che magari a Verona vogliono una pizza, si divideranno tra queste dieci pizzerie.

Ora però arriva JustEat e cosa succede? Succede che magari due di quelle pizzerie iniziano ad usarla da subito e queste pizzerie assorbono su di sé una proporzione di clienti molto maggiore delle altre proprio perché c’è molta gente su quell’applicazione, ciò significa che le altre otto perderanno clientela… il risultato di ciò sarà che anche le altre otto si metteranno su JustEat e la clientela quindi si ridistribuire fra tutte e cosa sarà cambiato rispetto a prima? Come prima ci sono ancora mille clienti su dieci pizzerie, questo non è cambiato, ciò implica che rispetto a prima quei negozi non avranno molto più traffico, la vera differenza è che tutte dovranno pagare la commissione a JustEat e perché lo fanno se non ci guadagnano? Perché se una di loro si togliesse dall’applicazione sarebbe tagliata fuori e probabilmente fallirebbe in pochi mesi.

Le pizzerie del nostro esempio sono in un gioco a somma zero, non possono vincere ma solo perdere e, per non perdere, sono obbligate ad appoggiarsi ad una piattaforma terza che, di fatto, le ha rese dipendenti da sé con suo esclusivo guadagno.

Questo è il punto, i social ormai permeano così tanto la nostra società che non usarli è impossibile e questo è tanto più valido quanto più sei giovane, se non sei sui social network nel ventunesimo secolo, non esisti.

Il potere

Chi pensate sia l’uomo più potente del mondo al giorno d’oggi? Forse pensate a Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, della prima potenza economica e militare del pianeta, ma fermatevi un attimo a pensarci… dove ha fatto campagna elettorale Trump per farsi eleggere? Dove è diventato famoso? Sui social network.

Cosa sarebbe successo secondo voi se Mark Zuckerberg avesse deciso che Donald Trump gli stava antipatico e gli avesse bannato il profilo? Non credo proprio sarebbe diventato presidente.

Discorso che vale tanto per la politica americana quanto per quella italiana e di ogni altro paese, che vale per i mezzi d’informazione, per le aziende: puoi essere grande, ricco, importante, famoso quanto vuoi, ma sei e sarai sempre sottomesso a lui, giocherai sempre secondo le sue regole, che tu te ne accorga oppure no. Ah il caro Mark.

Se hai un azienda che vende sul web e FaceBook o Instagram ti chiudono la pagina, hai chiuso anche l’attività, basta, e non c’è appello anche se te le hanno chiuse per errore. Questo è il tipo di potere di cui parliamo, un potere senza alcun contrappeso.

Sì perché torniamo all’esempio di prima di Zuckerberg e Trump, se il primo avesse voluto distruggere il secondo, avrebbe potuto farlo facilmente solo chiudendogli il profilo ma se Trump avesse voluto eliminare FaceBook? Probabilmente non ci sarebbe riuscito, non perlomeno in tempi brevi, proprio perché il suo potere è limitato da una serie di meccanismi istituzionali.

E questa è l’altra cosa che la gente mi sembra non capisca, che mentre i tre poteri tradizionali: legislativo, giudiziario ed esecutivo, sono regolati da pesi e contrappesi, l’informazione, il quarto potere,  nell’era di internet è dominata da un ristrettissimo gruppo di persone, una sostanziale monarchia.

Anche perché, pensateci, tutte le volte che esce un potenziale concorrente dei social più diffusi Mark Zuckerberg sostanzialmente lo divora. È successo con Instagram, è successo con WhatsApp, ogni volta che qualcosa rischia di minare la monarchia questa lo ingloba e lo fa proprio andando via via a delinearsi in un mostro troppo grande per poter cadere.

Il futuro

Ahh bella domanda… cosa accadrà? La storia ci insegna che, in genere, quando il potere è troppo concentrato nelle mani di pochi tendenzialmente accade qualcosa di distruttivo.

Non è necessariamente questo il caso ovviamente, potrebbe essere un passaggio più pacato, magari lento e costante, spero lo sia, sta di fatto che la situazione così com’è ora manca totalmente di equilibrio e, quindi, in un modo o nell’altro, rovinerà su sé stesso.

Esattamente… cosa vuol dire naturale?

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Photo by Lisa Fotios on Pexels.com

Tendenzialmente è una delle argomentazioni maggiormente utilizzati dagli oppositori dei diritti LGBT, il fatto che non sia una cosa naturale; stessa argomentazione che è utilizzata anche in altri settori quali ad esempio la produzione di OGM o, ogni tanto, dagli oppositori dei vaccini (ah quanto erano più eccitanti i tempi quando si poteva fare la roulette russa con l’acqua e la poliomielite eh?).

A questo punto, dato che sono una persona che ama analizzare ogni posizione fino all’arrivo di un punto logico, vorrei quindi parlare di questo concetto, quello di “naturale” e quindi, quello di “natura”.

Ci sono due possibilità

Come già detto in altri articoli di filosofia, la filosofia stessa è l’arte di dare definizioni alle cose; prima di discutere sulle argomentazioni quindi, bisogna definire cosa s’intende per natura, almeno poi possiamo capirci.

Prima definizione possibile: “tutto”. Questa è direi un ottima definizione di natura, la natura è, semplicemente, qualsiasi cosa. Gli esseri umani stessi, benché arrogantemente si pongano fuori da essa, lo sono, lo siamo, siamo tutti parte della natura.

Ci siamo evoluti dalle scimmie e dai primi batteri, i nostri corpi sono fatti delle stesse molecole di tutto il resto dell’universo, perché dovremmo porre noi stessi fuori dalla natura? Siamo animali, infondo, anche se non ci piace considerarlo, solo animali intelligenti (ma siamo davvero così intelligenti se sulle confezioni di vernice c’è un avviso che dice “non bere”?).

Per derivazione ciò implica che anche tutto ciò che l’essere umano produce è naturale. I computer sono naturali, le automobili, gli edifici o i pantaloni coi risvoltini (si gente anche quelli, neppure a me piace ma è così). Ed effettivamente se ci pensate ha un senso… perché se le formiche creano un formicaio è naturale e se gli umani creano un edificio non lo è? Perché se una scimmia usa come utensile un bastone è natura se noi usiamo un arma da fuoco non lo è? Tutti gli animali, utilizzano ciò che la natura gli ha dato per sopravvivere, ciò che la natura ha dato a noi è il cervello e noi lo usiamo per produrre cose, perché questo dovrebbe essere innaturale? È solo per arroganza che noi umani ci consideriamo gli unici da poter uscire dalla natura.

Seconda definizione possibile: “tutto ciò che non è stato prodotto dagli esseri umani”. Tesi che non condivido, propendendo nel mio evoluzionismo per la prima, ma che capisco. È una definizione comunque abbastanza comune ed intuitiva. Natura è ciò che esiste senza intervento umano, il resto non lo è.

Se consideriamo questa tesi però mi preme fare alcune considerazioni in merito. La prima è che, nei fatti a questo punto, praticamente nulla di ciò che ci sta intorno è naturale. Dai vestiti, agli occhiali da vista, all’oggetto con cui leggi questo articolo, alla scrittura stessa, all’arte, ai cani (che sono il prodotto di incroci fatti dagli esseri umani) a praticamente tutto il cibo che mangiate di origine animale o vegetale che sia (sempre frutto di incroci). Sostanzialmente ogni cosa con cui ci rapportiamo quotidianamente è innaturale con questa definizione.

La natura non è né giusta né ingiusta

Il motivo per cui spesso si cerca di delegare tutto alla natura è il concetto secondo la quale la natura sia giusta e tutto ciò che si discosta sia sbagliato. Ora, se come me propendete per la prima tesi, la questione non si pone, in quanto tutto è natura, ma anche se propendete per la seconda dovreste perlomeno riconoscere che, il semplice fatto che una cosa sia naturale non vuol dire che sia giusta: assassinio, stupro, tortura (perché chi dice che gli animali uccidono solo per nutrirsi non ha mai avuto un gatto), violenze di ogni genere e forma sono molto comuni in natura.

Allo stesso tempo, sempre per chi propende per la seconda tesi, dovrebbe ammettere che, non tutte le cose innaturali sono sbagliate. Dato che dubito che queste persone vivano nude in una buca nel terreno nutrendosi di cacciagione che raccolgono a mani nude, la società stessa è una produzione umana e quindi, secondo questa tesi, innaturale, e così la medicina, il riscaldamento etc.

Se propendete per la prima tesi invece, semplicemente, riconoscerete che, essendo tutto natura, essa non è ne giusta ne sbagliata, essa è, e basta.

La questione LGBT

Se condividete la prima tesi, di nuovo, la questione del naturale non si pone affatto perché il semplice fatto che gli omentali esistano, li rende naturali. Ovviamente questo, come detto sopra, non rende questa comunità ne giusta ne ingiusta di per sé. Personalmente io credo che siano semplicemente persone e che fino a che una persona non danneggi gli altri possa fare quel che vuole, sono quindi più che sostenitore dei loro diritti, ma se inizio a parlare di questo aprirei un lungo discorso che non è l’argomento dell’articolo.

Se condividete la seconda tesi invece, allora sì potrebbero anche essere innaturali (cosa comunque da discutere dato che l’omosessualità esiste anche fra specie animali), ma anche se fossero innaturali ciò non li renderebbe automaticamente sbagliati, perché di nuovo, se consideraste che tutto ciò che è innaturale sia sbagliato per coerenza dovreste vivere nudi in un buco del terreno. (Curioso tra l’altro, che la tesi della natura sia spesso usata da gruppi religiosi… dove la vedete la religione in natura?)

Le questioni OGM e vaccini

Di nuovo, se siete come me per la tesi uno, sono tutte cose naturali, se per la due, non lo sono… di nuovo, il fatto che lo siano oppure no non implica automaticamente che siano giusti o sbagliati.

Gli OGM sono innaturali? Per la seconda tesi sì, ma se per questo dovrebbero esserlo anche gli incroci selezionati che hanno prodotto nel corso di millenni praticamente tutte le specie, animali e vegetali, di cui ci nutriamo perché statene certi, il grano selvatico centra ben poco con quello agrario.

I vaccini sono innaturali? Sempre per la seconda tesi sì, ma allo stesso tempo la poliomielite è molto naturale e così anche la tubercolosi, non lo so, forse sono io ma in questo caso preferisco un po’ meno natura, un po’ più di chimica e un po’ meno morte a vent’anni.

In conclusione

Seppur la questione di cosa sia naturale, può essere dibattuta, in qualsiasi caso essa non darà mai informazioni di carattere morale, il fatto che sia o no naturale, non rende le cose in automatico giuste o sbagliate e ciò implica che l’argomentazione stessa è del tutto inutile serve solo a sviare l’attenzione del discorso dalla razionalità all’ideologia… è solo sabbia negli occhi per nascondere la povertà delle proprie argomentazioni.

Quindi la prossima volta che qualcuno usa questo argomento per vincere una discussione linkategli questo articolo… almeno mi fate fare visualizzazioni.

 

 

 

La filosofia della società: fra William Holding e Aldous Huxley

adventure-fog-guy-6720.jpgUn’altro insieme di recensioni letterarie/ consigli di lettura dopo quelli di settimana scorsa su Frank Herbert e Stanislaw Lem.

Come la volta scorsa, quello su cui più vorrei soffermarmi, non è tanto la trama del libro in sé che potete trovare ovunque, quanto una riflessione su quello che secondo me è l’aspetto più importante di questo tipo di romanzi, ovvero il profondo significato filosofico espresso fra le righe.

Oh mirabile mondo nuovo

Andiamo in ordine cronologico (rispetto alla data di nascita degli autori) per parlare del capolavoro di Aldous Huxley: “Il mondo nuovo”.

Cosa rende una società perfetta? Cosa rende una società perfettamente stabile, perfettamente in pace, perfettamente felice? Come si può creare un mondo in cui tutti amano quello fanno e fanno quello che amano? La risposta data da Huxley è tanto semplice quanto terrificante, basta eliminare alcune piccole cose: la libertà, l’amore, la famiglia e la verità.

Nel mondo descritto da Huxley la famiglia non esiste, tutti gli esseri umani crescono in dei grandi uteri artificiali e sono già in fase embrionale suddivise in cinque caste denominate dalle prime cinque lettere dell’alfabeto greco (alfa, beta, gamma, delta, epsilon), con le ultime tre classi, che costituiscono la bassa manovalanza, fatte riprodurre per clonazione in gruppi di decine e decine di gemelli identici.

Il motivo di questa divisione è presto detto, in un’ipotetica società composta tutta da esseri superiori, da alfa, l’insoddisfazione regnerebbe sovrana in quanto un uomo intelligente e altamente istruito avrebbe sempre cercato di raggiungere posizioni superiori. al contrario determinando fin dall’embrione che solo una ristretta parte della popolazione avrebbe raggiunto ruoli di comando e responsabilità (gli alfa) e di tecnici specializzati (i beta) questa competizione interne si spegne e l’umanità procede ordinata.

Tutte le classi sotto gli alpha sono create attraverso il meccanismo del semi-aborto, ovvero tramite la riduzione controllata dell’ossigeno dato all’embrione che genera via via umani fisicamente più bassi e di minore quoziente intellettivo (ciò è particolarmente evidente nelle ultime tre classi).

Fin dalla più tenera infanzia, o addirittura dall’embrione, inoltre ogni singolo individuo è condizionato ad amare il ruolo che avrebbe occupato nella società, attraverso meccanismi di rinforzo positivo e negativo. I bambini delle caste inferiori sono, ad esempio, condizionati tramite scosse elettriche a disprezzare i libri mentre gli viene insegnato ad amare lo sport all’aria aperta in modo che acquistino attrezzi e usino i mezzi di trasporto facendo girare l’economia e tenendoli occupati.

Allo stesso tempo a tutti quanti è insegnato a ricercare il piacere immediato e fin da piccolissimi i bambini sono introdotti a giochi erotici e alle droghe, in modo da eliminare ogni sentimento negativo col piacere. La droga diffusa nel mondo nuovo è il soma, uno stupefacente perfetto e senza effetti collaterali, anti-depressivo, allucinogeno ed euforico, distribuito dal governo stesso.

Credo che ciò che rende davvero straordinario questo romanzo, sia che è assolutamente realistico, ve ne accorgerete leggendolo se lo farete. Se penso ad una società come quella del più famoso 1984 di Orwell ad esempio, dico che il libro è bello, dico che anche il significato è profondo, ma non lo trovo realistico, una società basata sulla coercizione non può che collassare.

La società di Huxley è però diversa, è una società dove le persone sono tenute schiave dal piacere e dalla felicità, gli schiavi devono essere felici della loro schiavitù, è così che si crea un sistema stabile, un sistema che non può essere rovesciato perché nessuno tenta o vuole rovesciarlo. Perfino il più infimo degli epsilon nel mondo nuovo è felice del suo ruolo, gli è insegnato ad essere felice, gli è insegnato ad amare la sua posizione d’inferiorità e a ringraziare il governo mondiale per essa.

Questa è la profonda pronazione del libro che emerge fra le righe del romanzo. Diciamo che si possa creare una società perfetta, siete così sicuri di volerla? Siete così sicuri di desiderare l’utopia? Anche se per raggiungerla, ironicamente, si dovesse rinunciare a tutto ciò che ritenete essere un valore?

Pubblicato per la prima volta nel 1932, il romanzo non è particolarmente lungo ed è di semplice lettura, scritto con uno stile incalzante e ricco d’avvenimenti. Incentrato nella prima parte maggiormente sulla descrizione del mondo nuovo e lasciando alla seconda lo sviluppo delle vicende.

A chi fosse interessato ad acquistare il libro, lascio qui di seguito il link dell’edizione che vi consiglio; scritta nel 1952 sempre da Huxley a questa versione chiamata “ritorno al mondo nuovo” è aggiunta un appendice in cui lo scrittore, vent’anni dopo, confronta le previsioni del suo romanzo con gli eventi della seconda guerra mondiale e con le scoperte scientifiche avvenute, oltre che a trattare diversi temi sociologici in maniera più approfondita. Ritorno al mondo nuovo

Il signore delle mosche

Altro romanzo molto famoso nel mondo anglosassone, ma che in Italia credo non sia abbastanza conosciuto.

Cosa accadrebbe se dei bambini, persone tipicamente considerate pure e non ancora “traviate” dalla società finissero su un isola deserta senza nessun adulto a controllarli? Che tipo di società creerebbero in un mondo senza regole?

Questa è la storia del signore delle mosche. Precipitati in un incidente aereo, gli studenti pre-adolescenti di una scuola inglese finiscono su un isola deserta. All’inizio tutto sembra andare bene, ancora memori delle vecchie norme infatti si danno delle regole, una forma di governo democratico, delle prime leggi.

Piano piano però la situazione degenera, si creano gruppi, faide fra i cacciatori e chi gestisce il fuoco per il potere, lotte per la supremazia. Allo stesso tempo iniziano a crearsi fra i bambini dei miti dovuti agli eventi dell’isola, rituali praticati dai cacciatori o da chi governa e, su tutti, si affaccia l’ombra della presenza di un mostro che forse abita la foresta, il signore delle mosche.

In aperto e ostentato contrasto col mito del buon selvaggio che voleva l’uomo come un essere di per sé buono e traviato dalla società, Huxley descrive lo sviluppo e la nascita di una società tribale con il suo sistema di potere, la sua religione e la sua morale.

Il libro, dal punto di vista stilistico, è raccontato dal punto di vista dei bambini, cosa che ritengo sia uno dei motivi del suo successo. La presentazione di eventi che sembrerebbero naturali agli occhi di un adulto e del lettore, vengono invece visti attraverso gli occhi dei piccoli come magici o mostruosi ed è proprio questa estrema fantasia dei bambini a creare il signore delle mosche.

Dal ritmo più lento del mondo nuovo, ma comunque estremamente accattivante, vi lascio qui di seguito quindi il link del libro in caso qualcuno fosse interessato ad acquistarlo. Il signore delle mosche.


Se siete arrivati a leggere fino a qui vi ringrazio dell’attenzione e, in caso voleste leggere altre delle mie recensioni, vi lascio il link della Libreria dove le ho raccolte.

La filosofia sottovalutata di Frank Herbert e Stanislaw Lem

sky space dark galaxy

Docere, delectare, flectere: erano questi i compiti di un buon oratore secondo Cicerone (letteralmente: insegnare, dilettare, muovere le coscienze).

Esiste però in alcuni ambienti accademici il fatto di non considerare il lato del delectare, ovvero il concetto secondo cui un testo non debba essere solo esaustivo e utile a convincere il pubblico, ma anche formalmente bello, interessante. E così ci sono esempi di letteratura di genere, nel particolare di oggi della fantascienza, che sono in sé dei veri e propri trattati di filosofia che, essendo espressi non nella forma del saggio ma bensì in quella del romanzo, pur venendo apprezzati nella forma passano in sordina per il contenuto, la profonda filosofia che li caratterizza.

Dune di Frank Herbert

Ho letto nel corso della mia vita moltissimi libri e questo è, in assoluto, il mio preferito, anche per questo ho deciso di iniziare proprio con questo volume questa piccola pseudo-rubrica.

È molto difficile, se non forse impossibile descriverlo con poche parole, ma se dovessi sceglierne solo una da un vocabolario credo che questa sarebbe: “terrificante”, inteso proprio nel senso di spaventoso.

È proprio questo che mi suscita il livello d’introspezione raggiunto da Herbert all’interno dell’essere umano, all’interno delle dinamiche sociali che muovono le masse ed è così che probabilmente vi sentirete leggendo questo libro, come un bambino terrificato da un dio che gli passa innanzi, un dio personificato nei colossali vermi delle sabbie di Arrakis e negli kwisatz haderach dagli occhi blu del melange.

Dune e i suoi seguiti, (in particolare credo anche il quarto, l’imperatore-dio di Dune sia un altro capolavoro) posseggono in sé una profondità straordinaria di una filosofia che è a tratti stoica, a tratti nichilista, a tratti addirittura cristiana o musulmana, a tratti positivista, il tutto fuso in un amalgama che crea però qualcosa di nuovo e che si concretizza fra le pagine.

Il rapporto del singolo con la massa, con il tempo e il libero arbitrio, con la responsabilità, con Dio, con ì la sopravvivenza, con l’ambiente e con la morte. Tutto viene vagliato da i molti punti di vista dei personaggi del romanzo ognuno dei quali rappresenta una diversa filosofia portata avanti da una diversa comunità: i Fremen di Arrakis con il loro stoicismo e collettivismo, le Bene Gesserit con la loro eugenetica di stampo transumanista e nichilista, i Tleilaxu e la loro mente alveare e i loro cloni, i Mentat e la loro logica priva di emozione.

Il libro che, come già accennato, s’inserisce nelle schiere della fantascienza (e di cui è uno dei pilastri) narra la storia del giovane Paul Atreides, ragazzo quindicenne figlio di un progetto eugenetico volto a creare un essere superiore, nonché di una delle più importanti casate nobili dell’universo feudale di Dune. Gli intrighi di corte lo porteranno a perdersi su Arrakis, il pianeta deserto, il luogo più inospitale della galassia dove sarà accolto dai Fremen, il popolo autoctono. Lì diventerà Muad’dib, un profeta ed un dio per i Fremen, vessati e schiavizzati dall’Impero e da lì partirà la sua ascesa.

A chi fosse interessato ad acquistare il libro: Dune.

Stanislaw Lem e il suo Solaris

Altro famoso e sottovalutato libro nella sua filosofia, Solaris è un capolavoro della letteratura polacca.

Qual’è il limite della conoscenza umana? Quali sono i limiti della fantasia e dell’intelletto? Sembra questa la grande domanda che aleggia fra le pagine di questo libro. Possiamo davvero conoscere, possiamo davvero capire qualcosa di completamente diverso da noi?

Solaris sembra un tentativo di risposta a questa domanda. Gli esseri umani, giunti infatti davanti ad un mondo ricoperto tutto da un unico grande oceano gelatinoso che, poi, scoprono essere un unico immenso essere vivente capace senza sforzo di eguagliare se non a surclassare la tecnologia umana. Non riescono a capirlo, non riescono a comunicare e, piano piano, accanto ad esso, impazziscono. La storia di Solaris sarà infatti narrata dal punto di vista di uno psicologo mandato ad indagare sulla base spaziale attorno a Solaris.

Il tema della sanità mentale è centrale in questo libro, così come quello dell’ignoto e di Dio e della realtà. Esiste qualcosa di vero se tutto o è tutto un prodotto della nostra mente?

Meno impegnativo in termini di tempo di Dune (è infatti più breve e in libro singolo, mentre Dune, pur essendo ogni romanzo una storia a sé, è una serie che, vi assicuro, una volta iniziata difficilmente abbandonerete) è comunque estremamente significativo e un libro perfetto per chi voglia sia passere il tempo, sia riflettere.

Anche nello stile Lem è inoltre molto particolare, un po’ difficile forse a livello sintattico, con un ritmo denso e sostenuto, un susseguirsi molto serrato e al contempo molto riflessivo degli eventi che di certo non vi farà annoiare ma vi costringerà a tenere alta l’attenzione. Detto questo ve ne renderete conto leggendolo, sotto molti aspetti difficilmente troverete un libro o un opera paragonabile a questa.

A chi fosse interessato ad acquistare il libro: Solaris

 

Sul concetto di perfezione

low angle photograph of the parthenon during daytime

Altro articolo a tema filosofico e su cui, quindi, mi aspetterei un po’ di discussione (che tanto non ci sarà perché sarete tipo in otto a leggere queste parole), articolo che per certi versi si rifà a quello di ieri sull’arte.

Il concetto di perfezione è un concetto straordinariamente ampio che, nelle sue varie accezioni, va a toccare diversi temi: dall’amore, a Dio, alla bellezza e via dicendo. Và da se quindi che come nel caso dell’arte, sia estremamente difficile anche solo definire cosa la perfezione sia.

In un certo senso, la definizione più intuitiva potrebbe essere: “ciò che non ha difetti”, ma la domanda che sorge a questo punto è… cosa non ne ha?

In senso oggettivo

Nulla… non da un punto di vista oggettivo per lo meno. Essendo il concetto stesso di pregio o di difetto soggettivo infatti, non troverete mai nulla che sia oggettivamente privo di difetti, mi dispiace. Se siete religiosi forse potrete sperare di trovarlo all’altro mondo ma, vi assicuro, su questa terra, la perfezione oggettiva non la troverete mai (anche se questo blog ci si avvicina perché no).

In senso soggettivo

Molto più interessante è invece questo tipo di discussione, ma per spiegarvi il mio punto di vista, sono obbligato a fare una piccola lezione di storia dell’arte.

Qualcuno di voi sa come erano fatti i templi greci? Ebbene i greci per le competenze architettoniche che possedevano erano potenzialmente in grado di creare un tempio geometricamente quasi perfetto ma… sceglievano di non farlo.

Le colonne d’angolo ad esempio erano un po’ più grandi delle altre e tutte le colonne erano leggermente rigonfie e inclinate verso l’interno. Lo stilobate (il piano su cui il colonnato poggia) era inoltre leggermente convesso.

Perché veniva fatto questo? Molto semplice, tutte queste pratiche sono definite “correzioni ottiche”, la loro utilità è bilanciare le illusioni ottiche a cui l’occhio umano, imperfetto per sua stessa natura (come tutto il resto d’altronde l’abbiamo detto prima) sarebbe stato sottoposto davanti a qualcosa di più vicino alla perfezione.

All’occhio umano infatti le colonne ad angolo sarebbero, illusoriamente, parse più sottili ade esempio e colonne perfettamente dritte sarebbero parse invece, all’imperfezione umana, pendere verso l’esterno e così lo stilobate sarebbe apparso concavo.

E qui se volete viene il grande paradosso che colpisce la perfezione in senso oggettivo: se davvero esistesse… noi potremmo apprezzarla? O ancora, come possiamo vedere qualcosa privo di difetti se i mezzi stessi con cui guardiamo sono difettevoli?

Le correzioni ottiche furono la risposta, nel soggettivo, a queste domande.

Costruiti attorno all’occhio umano

Questa fu la cosa straordinaria e geniale. Compreso che l’occhio umano era imperfetto e, trovandosi nell’impossibilità di cambiarlo, i greci smisero di fare templi cercando di avvicinarli alla perfezione oggettiva (che sarebbe comunque stata irraggiungibile) e iniziarono a mirare a qualcos’altro, alla perfezione soggettiva, ovvero a renderli, apparentemente privi di difetti e lo fecero proprio aggiungendo dei difetti.

Il risultato fu straordinario. Delle illusioni geometriche che bilanciavano delle illusioni ottiche, dei difetti architettonici che bilanciavano dei difetti biologici e, tutti questi difetti fusi assieme, crearono la perfezione.

Questa tipo di perfezione era diversa da quella oggettiva, da quella teorica degli dei. Era una cosa nuova, era qualcosa che esisteva solo nell’istante in cui l’occhio e il tempio coesistevano e in cui il secondo osservava il primo. Senza un occhio umano a guardarlo infatti, il tempio greco sarebbe rimasto un ammasso di pietra e colonne storte, senza quel tempio, senza quella bellezza, l’occhio sarebbe rimasto una, seppure meravigliosa, macchina biologica racchiusa ed incatenata da una limitatezza fisiologica.

Concettualmente, questo è il concetto di perfezione in cui quindi posso credere e che penso esista. Quella soggettiva che nasce da un certo tipo d’illusione, quella istantanea che si crea nell’atto in cui due imperfezioni combaciano in modo da bilanciarsi e completarsi vicendevolmente (e questa, probabilmente, è anche la cosa più Tumblr che io abbia mai scritto), la perfezione non è quindi una cosa, ma un atto vivo che può esistere solo nell’istante del contatto un osservatore ed un oggetto o, perché no, fra un osservatore ed un altro.

Questa è quindi la mia definizione di perfezione, dell’unico tipo che credo possa esistere: “è il contatto di due corpi i quali, difettosi separatamente, danno nell’insieme l’illusione di essere costruiti l’uno per completare l’altro”.

Wow, ho battuto il mio record di cose Tumblr nello stesso articolo, vai così.

 

Comunque spero che l’articolo vi sia piaciuto e se vi va seguitemi direttamente qui su WordPress o sulla pagina Facebook che trovate sotto.

Fate i bravi… ciao.

 

 

 

 

 

Cos’è l’arte?

vangogh-starry_night_ballance1È sempre difficile dare una definizione o un significato alle cose, generalmente, è molto più difficile che viverle. Ogni definizione che si dà di qualsiasi argomento, ogni verbalizzazione, è di per sé incompleta, di per sé appartenente ad una staticità che mal si adatta alla molteplicità delle forme che coesistono in un universo in costante cambiamento, in una società che muta.

Eppure definire le cose è spesso necessario, anche solo ai fini d’instaurare un dialogo, se io parlo dell’arte, ad esempio, intendo una cosa, tu puoi capire il discorso attorno ad essa solo se prima capisci cosa intendo per quella (non necessariamente condividendolo certo, sono pur sempre opinioni).

Questo è proprio il compito della filosofia d’altronde, dare definizioni alle cose.

L’arte

C’è chi, ad esempio, la definisce solo attraverso l’opinione di chi, per qualche ragione, è considerato un esperto. Un critico, un magnate, magari uno stesso artista divenuto famoso.

C’è chi la vede in ogni cosa. Tutto… ogni cosa, persona, animale, la natura stessa è arte e l’arte è insita nell’essenza di ciò che ci circonda.

C’è chi, edonisticamente, l’associa al puro piacere personale. Arte è ciò che mi smuove, che mi suscita emozione, che mi fa riflettere, che mi dia quel qualcosa che cerco e che mi manca.

C’è che l’associa al successo. Arte è ciò che ce la fa, in un mondo difficile, fra un’infinità di opere ad emergere, a raggiungere picchi, ad essere ricordata attraverso il tempo e le genti.

Un opinione personale

Dato che in questo blog voglio fare filosofia più che citare quella di altri, vorrei dare la mia opinione e commentare quelle sopra, ovviamente, con tutto il rispetto per chi la pensi diversamente, quello non deve mai mancare.

Relegare l’arte all’opinione di un esperto credo che snaturi un po’ quella che debba essere un esperienza personale. Indubbiamente un esperto può darci informazioni di natura tecnica, storica, può parlarci delle influenze e delle correnti, ma non può dirci come ci sentiamo noi e, può darsi, che ciò che a lui generi un emozione a noi non la dia.

Al contempo non credo sia in tutto. Credo che potenzialmente possa esserlo, magari un certo occhio vede l’arte laddove un altro non la vede, ma non credo che esista anche solo una persona, anche un solo occhio che da solo veda l’arte in ogni cosa; io la vedo ad esempio nel vento o nel temporale, ma non riesco a vederla ad esempio in isola di spazzatura nel pacifico.

Il lato edonistico in parte lo condivido, ma non del tutto, non credo sia una buona definizione. Molte cose mi piacciono e mi danno piacere… mangiare un panino con la nutella me lo da, ma non credo che quel panino sia arte (sì, lo so, opinione impopolare).

Nemmeno il successo credo valga per definire qualcosa di così complesso, o meglio, se devo essere sincero credo che almeno il sopravvivere al tempo sia un buon indicatore, la capacità di superare le mode che passano nascendo e morendo non è da tutto, ma allo stesso tempo credo che esistano opere sconosciute di autori sconosciuti che non conosceremo mai, ma che di certo sono straordinarie e, forse, solo sfortunate.

Se dovessi dare la mia, personale, definizione di arte, quindi la definirei così: arte è tutto ciò che quando l’osservi ti faccia dire: “ecco, ciò non potrà mai essere fatto meglio, ma solo diversamente”.

Ciò implica ovviamente che sia estremamente personale, ciò che io credo sia sostanzialmente all’apice può non esserlo per te, il concetto di meglio o peggio dopotutto è personale. Al contempo però resta una componente d’oggettività nell’idea che ci sta dietro, ovvero che l’arte per essere tale dev’essere per sua natura inimitabile ed esistente nella miglior forma possibile.

Guardando un quadro di Van Gogh ad esempio, nel mentre lo guardo penso: “ecco, nessuno farà mai di meglio”. Questo ovviamente non vuol dire che non possano esserci altri quadri che siano essi stessi arte, ma vuol dire che quei quadri non sono quel pezzo e che se quel pezzo dovesse essere imitato, quell’imitazione non sarebbe arte ma, solo e per l’appunto, una brutta copia. Allo stesso tempo vuol dire che ci siano quadri e più in generale opere che magari guardo e non mi comunicano quel senso di perfezione che mi comunica quel van Gogh, quel senso che in quel caso mi fa dire: “non riesco nemmeno ad immaginare come qualcuno avrebbe potuto farlo meglio di come lo ha fatto lui.”

Credo che questa definizione spieghi bene anche quello che sembra essere il moto costante della spinta artistica, quello alla novità. Bisogna conoscere, apprezzare, imparare dai maestri del passato ma, poi bisogna abbandonarli, bisogna sfuggirgli, fare qualcosa di diverso.

Ma questa è ovviamente solo un opinione, la mia personale definizione, voi dovete trovare la vostra

 

Esistono davvero i “cattivi?”

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Photo by Jimmy Chan on Pexels.com

Il sistema carcerario italiano (ma si potrebbe benissimo dire quello di quasi ogni paese) e più nello specifico il recente caso Cucchi, hanno portato alla luce una certa caratteristica della percezione di “buono” e “cattivo” in questa nazione che per molti versi è ancora figlia ideologica della vecchia morale cattolica.

Tutte le persone credono di essere buone.

Per capire tutto il resto, credo serva essere d’accordo su almeno questo punto. Tutti noi, tutti quanti, quando facciamo qualcosa, la facciamo perché pensiamo, per qualche ragione, che sia giusto farla; altrimenti non faremmo nulla.

Ci sarà tempo e spazio sulla discussione sul perché pensiamo che fare una cosa sia giusta, ma sul fatto che mentre la facciamo crediamo che lo sia… beh credo sia lapalissiano. Magari ci pentiamo subito dopo certo, come quando il mattino seguente una sbronza guardiamo il cellulare e notiamo la “simpatica chat” di soli trenta messaggi e quattro vocali che abbiamo mandato alla nostra ex sotto il magico potere della birra. Sta però di fatto che, nel mentre che quei trenta messaggi li mandavamo, qualcosa nel nostro cervello annebbiato ci ha fatto credere che mandarli fosse la cosa migliore da fare, altrimenti non avremmo mandato proprio niente.

L’impressione che ho è che le persone abbiano una visione macchiettistica dei criminali. Come in un cartone animato noi li immaginiamo come dei tizi seduti, per qualche motivo, al centro di una stanza buia e che ridacchiano strofinandosi i baffi pensando a quanto sono malvagi… ma di cosa stiamo parlando?

Il sistema carcerario

Il discorso che abbiamo appena fatto serve anche a spiegare alcune questioni sul funzionamento del sistema carcerario in Italia e nel mondo occidentale. Negli obbiettivi, il senso di questo sistema dovrebbe essere non la punizione, ma la rieducazione.

Perché questo? Si fa presto a dirsi, perché se tutti quanti, tutti, dal santo al mostro, dall’eroe all’assassino, dal benefattore al ladro pensano che quello che fanno sia giusto, questo implica che i buoni o i cattivi semplicemente non esistono, non al di fuori dei libri di religione perlomeno. Esistono solo persone che hanno sviluppato, per una qualche ragione, un concetto antisociale di “giusto.”

Ed è proprio questo il motivo per cui non ci ergiamo a dei sulla terra, il motivo per cui non ci arroghiamo, almeno nelle intenzioni, dato che i fatti sono tutta un’altra storia, il diritto a punire ma piuttosto quello a rieducare in modo che le azioni di una persona tornino a combaciare con quelle delle collettività. Ed è anche il motivo per cui paesi come la Norvegia che hanno un sistema più improntato sull’educazione hanno tassi di recidiva molto più bassi del nostro.

Il caso cucchi

Tutto molto bello, la rieducazione, la legge che deve fare la legge e non la morale et cetera et cetera. Ma questo fino a quanto dura in genere? Perché abbiamo alcuni pesanti doppi standard rispetto ad alcuni casi di cronaca rispetto ad altri?

Capita ogni tanto all’interno del dibattito pubblico e in particolare del dibattito polarizzato sui social, che qualche evento di cronaca apra una discussione su quanto poco pesante sia la mano dello stato su alcune persone.

Pensiamo ad esempio al caso Cucchi perché… dai, anche prima che uno dei carabinieri confessasse quanto vi sembrava probabile che fosse inciampato dalle scale? Eppure buona parte del mondo politico e dell’opinione sostenne quelle prime versioni ufficiali.

Quello che mi chiedo e vi chiedo è, secondo voi, se Cucchi fosse stato qualcuno di meglio inserito nella società… pensate ad un medico o che ne so, un panettiere, se non fosse stato un drogato e un piccolo spacciatore pensate che la gente ci avrebbe creduto così volentieri al suo “inciampare dalle scale”? Io credo di no.

Io credo che questo moralismo e paternalismo sia quasi capillare nella società italiana. Questo nostro dividere il mondo fra i buoni e i cattivi senza renderci conto che i cattivi sono persone che, proprio come noi, pensavano di essere buoni e che un bel giorno potremmo svegliarci e renderci conto che i cattivi siamo diventati noi.

E a poco valgono quelle polemiche della serie: “e se fosse successo a te?” “E se fosse successo a tuo figlio?” Saresti così indulgente con un assassino che uccide un tuo famigliare? Diresti che non andrebbe punito ma rieducato se qualcuno avesse ammazzato proprio tuo figlio? Davvero non lo vorresti vedere esangue e torturato?

La risposta a questa domanda è: non lo so, sinceramente, non mi è mai successo e spero che mai mi capiti, credo che nessuno lo speri. Ma penso anche che ci sia un motivo se esistono i giudici e se i giudici non debbano avere coinvolgimento emotivo col processo e credo anche che questo moralismo a singhiozzi, questa disparità di trattamento fra persone considerate degne o non di ricevere la nostra empatia, non faccia bene a nessuno. Credo che nonostante la rabbia o l’odio in queste situazioni siano sentimenti umani e comprensibili esse non debbano sostituirsi alla ratio, al senso che si pone dietro le azioni della giustizia.

Questo perché anche a te che, sicuramente, sei onesto, che sei magari vittima, che un carcerato esca dalla prigione più arrabbiato verso la società di quando ci è entrato, o che non ci esca proprio, lasciandosi magari dietro parenti e un opinione pubblica in pieno odio delle istituzioni, non ti farà bene né ti restituirà ciò che ti è stato tolto.

Sulla polarizzazione dell’opinione

human fist

Vi è mai capitato di assistere ad una discussione sui social network? Magari una di quelle che si sviluppano sotto l’articolo di un qualche giornale che tratta di un tema caldo dell’opinione pubblica come ad esempio l’immigrazione o una qualche battaglia per i diritti sociali? Vi è mai capitato di vedere queste discussioni svilupparsi e continuare per centinaia e centinaia di commenti?

Se la risposta è sì vi faccio uno spoiler: dal commento numero otto in poi sono tutti e solo insulti alle rispettive madri.

Se la risposta è sì però, direi che può anche valere la pena di fermarsi un attimo per fare una riflessione su questo fenomeno che, mi sembra, di anno in anno si faccia sempre più forte e rumoroso, questa continua polarizzazione dell’opinione verso gli estremi e la conseguente morte di ogni discorso costruttivo…ma da cosa deriva tutto ciò?

Il problema è più vecchio di quanto pensiamo

La risposta semplice, la risposta che si danno sempre tutti è “la colpa è dei social.”

Ahh, i social network come capri espiatori di ogni problema della società… perché no? Dopotutto è solo la versione 2.0 del “i cartoni animati giapponesi renderanno i vostri figli dei mostri violenti.”

Ma restiamo nel tema. La polarizzazione e l’estremizzazione delle idee in realtà, se ci pensate, non sono affatto un fenomeno nuovo e nato nell’era di internet, al contrario, questi sono accadimenti molto comuni e che si sono presentati spesso nella storia e sono esattamente il modo in cui ogni massa di persone sempre, in ogni periodo e luogo, si è comportata quando si è sentita minacciata.

Pensate alle guerre, periodi in cui non esistevano le sfumature: bene o male, nero o bianco, amici o nemici, noi o loro. Questo è quello che è sempre accaduto in quei periodi in cui l’istinto di sopravvivenza schiaccia ogni razionalità. Pensate alle epidemie e alla caccia ad untori e streghe, non era questa estremizzazione dell’opinione verso i poli?

Il ruolo della paura

La vera domanda da porsi quindi non è tanto “perché questa polarizzazione avviene?” La risposta a questo è infatti ovvia: avviene perché è così che le persone si comportano quando si sentono attaccate, quando sono guidate dal più primordiale degli istinti di sopravvivenza: esse si chiudono in gruppi fidati, sospettano che ognuno sia un nemico, non osano mai nemmeno pensare di essere anche solo parzialmente in errore perché questo significherebbe che loro, gli altri, i cattivi, hanno parzialmente ragione.

La vera domanda in realtà è: perché in un periodo di sostanziale pace, un periodo senza più vere epidemie o fame (almeno nel mondo occidentale) avviene questo? Perché ci sentiamo tutti costantemente attaccati? Perché non riusciamo più ad accettare che altri abbiano idee diverse dalle nostre e prendiamo ogni altra opinione come un sostanziale attacco personale?

Prendiamo ad esempio il caso dell’immigrazione in Italia.

Semplificando molto un dibattito sostanzialmente infinito e che credo continuerà fino a che l’umanità non scoprirà una razza aliena su un pianeta lontano che, da un lato, si dovrà “aiutare sul pianeta loro” e, dall’altro, “faranno i lavori che i terrestri non vogliono più fare” (tipo, suppongo, riparare cyborg o simili), credo che il problema della percezione del fenomeno derivi principalmente dalla semplificazione estrema che viene fatta sempre e per ogni singola questione sia dalla politica sia dalla maggior parte dei media. Questo perché in Italia ovviamente, più una questione è complicata e ricca di sfumature, più viene trattata con slogan tipo: “ruspa!” o in alternativa con una serie di video strappalacrime sui morti in mare.

Dal un lato la mia impressione è che la posizione della destra sul tema sia quella di dare voce a quelle persone che, tendenzialmente, subiscono il problema in modo maggiore. Se è infatti vero che l’immigrazione in Italia è di gran lunga sovrastimata da parte della popolazione, è anche vero che non tutta la popolazione subisce la questione allo stesso modo: persone che vivono nelle periferie delle città ad esempio, luoghi dove si concentrano più immigrati, di prima o seconda generazione che siano, percepiscono gli effetti negativi di un’immigrazione mal gestita in modo più pesante di chi vive in altre zone. Allo stesso tempo però, la stessa destra ignora che, di fatto e al netto degli slogan, l’immigrazione in un modo o nell’altro continuerà qualsiasi sia la politica adottata, e questo semplicemente perché il mare non può essere chiuso, perché non è così semplice effettuare i rimpatri e perché di fatto anche parte dell’elettorato di destra pur chiedendo una maggiore rigidità, davanti a quei video di naufragi, tace.

Dall’altro la sinistra si concentra invece sul lato umanitario, sugli aiuti a persone che se scelgono di abbandonare tutte le loro vite per partire alla ventura in una nazione di cui non sanno nulla, di certo non lo fanno per una scommessa persa, ma lo fanno spesso perché spinti da cause estremamente gravi e dalla speranza di migliorare le proprie condizioni di vita. Allo stesso tempo però, la sinistra stessa spesso ignora il lato economico e di impatto sociale della questione, e sembra voler ignorare anche il semplice fatto che, se una porzione di popolazione non ama la presenza di migranti questo non li configura immediatamente come stupidi, ignoranti e razzisti, o che magari li configura pure come tali ma che chiamarli in tal modo di certo non li convincerà a cambiare idea, non li convincerà a votarti ma anzi, probabilmente li porterà ad estremizzarsi ancora di più.

La morte del dialogo

Quello che credo che i politici non si rendano conto così come anche i giornalisti (o che peggio se ne rendano conto e cavalchino quest’onda proprio perché, si sa, la gente che urla fa più audience di quelle che parla) è che il parlare continuamente di quanto la parte avversa sia stupida, ignorante, razzista, buonista, etc… non porterà mai alcune di queste persone a voler cercare di capire il tuo punto di vista, ma al contrario, la farà sentire attaccate nel personale, la farà chiudere nel proprio guscio ideologico e, probabilmente, le spingerà ad attaccare a loro volta su questa linea creando una sorta di ping-pong.

Io attacco te dandoti del razzista, tu ti chiudi un po’ e ti sposti verso un polo; tu attacchi me dandomi del “radical chic”, io mi chiudo un po’ e mi sposto verso un polo e così via fino a che tutto quello che resta del dibattito sono un gruppo di persone urlanti ed impaurite le une dalle altre e che si lanciano il corrispettivo internettiano degli escrementi.

A questo punto io posso anche capire un’obiezione abbastanza ovvia a questa considerazione: ovvero che è difficile rispondere nel merito di questioni con gente che le tratta all’acqua di rose in maniera ideologica e di fatto lo è, sono d’accordo, è estremamente difficile. È però vero, e credo sia innegabile, che rispondere con altri insulti e altre ideologie a qualcuno che si comporta così non lo farà mai cambiare idea, ma, al contrario, lo allontanerà sempre di più da noi, danneggiando e non aiutando la posizione che sosteniamo.

Quando cerchiamo il dialogo quindi, e non la sopraffazione, la prima domanda da porsi quindi dovrebbe sempre essere: qual’è il mio obiettivo? Perché se vuoi passare per il più figo del tuo gruppo prendendo in giro l’avversario, attaccandolo personalmente e via dicendo, allora fallo; ma se invece vuoi convincere qualcuno prima lo devi capire, devi capire cosa lo ha portato a sbagliare se vuoi correggerlo, e per capirlo devi imparare ad ascoltarlo, anche se non ti piace, anche se non sei d’accordo con lui.

A questo punto l’ultima domanda che resta in sospeso è… questo circolo vizioso della polarizzazione, questo ping-pong che sta fagocitando giornali e politica si può spezzare?

Lascio a voi l’arduo compito di dare una risposta.