I libri del mese: “The Outsider” di Stephen King; “La forchetta, la strega e il drago” di Christopher Paolini e “La Gladiatrice” di Vladimiro Maccari

Allora, è da un po’ che ho sospeso la rubrica delle recensioni letterarie ma credo che sia ora di ricominciare con qualche libro che ho letto in questi giorni e, per accontentare tutti, ho qui tre libri che non potevano che essere l’uno più diverso dall’altro. Come sempre le recensioni saranno quanto più possibile senza spoiler.

The Outsider di Stephen King

Da assiduo lettore mi sentivo quasi in imbarazzo a non aver mai letto niente di uno dei più prolifici autori dell’horror americano di sempre, così, una volta caduto il mio occhio sulla copertina del nuovo romanzo di King ho deciso di comprarlo.

Allora, parto dicendo che il romanzo è buono, non potevo aspettarmi qualcosa di meno da un pilastro come della letteratura contemporanea come Stephen King, ma che sinceramente non l’ho trovato eccelso.

La trama, detta molto in sintesi e molto spoiler free, è un misto horror-giallo che narra le vicende di uomo, accusato di un crimine orribile con prove assolutamente schiaccianti, ma che al contempo ha un alibi assolutamente di ferro. Il tutto unito a leggende di esseri misteriosi e mostruosi e ad un profondo senso di mistero che accompagnerà il lettore dall’inizio alla fine del romanzo.

Tecnicamente la scrittura è ottima, i personaggi sono vari e ben caratterizzati, le descrizioni dei luoghi e delle persone sono raccontate in modo molto preciso e “visivo” sempre attraverso gli occhi di qualche altro personaggio. Il testo è poi densissimo, si susseguono velocemente moltissimi punti di vista differenti; invece che usare scene lunghe, King preferisce usare moltissime scene brevi e ricche di avvenimenti sparate con una velocità che però è quasi disorientante.

Forse questo è il principale problema, che succedono troppe cose tutte assieme. Non hai tempo di affezionarti ad un personaggio o provare quel batticuore che dovrebbe darti un horror perché sei troppo preso a correre dietro al ritmo eccessivamente incalzante del romanzo.

Non fraintendetemi non è un brutto libro assolutamente, anzi mi sento anche di consigliarlo agli amanti del genere (in particolare del giallo che è predominante, sopratutto nella prima parte, rispetto all’horror), ma diciamo che non incontra completate il mio gusto.

La forchetta, la strega e il drago di Christopher Paolini

Forse ricorderete il nome di Christopher Paolini, scrittore americano di origini italiane diventato celebre giovanissimo per aver scritto la saga fantasy di Eragon. Dopo la fine del ciclo dell’eredità però di lui non si è saputo più molto, un vero peccato considerando che era, ed è, il mio scrittore fantasy preferito, fino a pochi mesi fa quando è uscito il suo ultimo libro con l’emblematico titolo riportato sopra.

“La forchetta, la strega e il drago” è un libro ambientato sempre nel mondo di Alagaesia (ovvero quello di Eragon) e si presenta come l’unione di tre racconti che approfondiscono alcuni aspetti di alcuni personaggi del ciclo, tutti uniti da una sotto-trama comune rappresentata dal viaggio di Eragon oltre i confini del mondo conosciuto.

Come ho già detto, io amo lo stile di scrittura di Paolini, e non posso quindi fare altro che elogiarlo assieme alla fantasia e alla coerenza del suo mondo immaginario. Questo autore ha la capacità di far sentire davvero i suoi personaggi come vivi e reali e le sue ambientazioni fantastiche come concrete e a portata di mano. I tre racconti brevi, sono tre piccole opere di ottima letteratura fantasy, corte e poco impegnative ma ottime.

Unico lato negativo: il libro è un po’ scarno. Poche pagine con un carattere e un interlinea enormi che mi ricordano un po’ quando al liceo dovevo fare una ricerca e scrivevo più grande per far sembrare che avessi fatto di più. Da un autore che prima dei venticinque anni aveva pubblicato quattro libri per un totale di oltre duemila pagine mi sarei aspettato qualcosina di più per il suo grande ritorno. Comunque diciamo di prediligere la qualità alla quantità e, in questi termini, nulla da eccepire.

La gladiatrice di Vladimiro Maccari

Dato che l’autore segue questo blog spero non si risenta di questa postilla sul suo libro che più che una vera e propria recensione, che forse non sarebbe corretto fare al fianco di nomi molti più grandi della letteratura, vuole essere più che altro un insieme di considerazioni più generali e rilassate.

La gladiatrice, romanzo che per ora credo sia disponibile solo in formato e-book, è come accennato un breve (relativamente alla media del genere) romanzo storico con protagonista “Fenice”, una gladiatrice donna dell’epoca della Roma Domiziano. Il romanzo si svolge attraverso una serie di intrighi di potere e vicende personali e sentimentali con un ottima cura al dettaglio storico che ci trasporta nella violenza del mondo dei gladiatori romani d’epoca imperiale.

Il romanzo è scritto davvero bene, cosa non scontata se ricordiamo che l’autore è un indipendente autopubblicato e ho molto apprezzato la caratterizzazione dei protagonisti. Forse l’unica critica che posso muovere è un po’ di lentezza nell’ingranare verso l’inizio e la presenza di alcuni termini e riferimenti un po’ difficili per chi non conosca bene l’ambiente dell’antica Roma (cosa che comunque è aiutata dal glossario alla fine del libro). In generale è però un ottimo lavoro e ogni tanto fa piacere leggere un italiano fra tanti stranieri; inoltre se lo scrittore un giorno dovesse fare successo potrò dire di essere stato fra i primi a leggerlo.

Come un certo tipo d’istruzione allontana i giovani dalla letteratura

La cultura è la più grande eredità del popolo italiano. Sotto molto punti di vista: pittura, scultura, scrittura e poesia, musica; l’Italia ha un passato assolutamente glorioso ben riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo… in tutto il mondo tranne che però, a volte pare, proprio in Italia, almeno a sentire quello che i media dicono in continuazione.

È una cosa in realtà spesso molto tipica il dare per scontato ciò che si ha, e a dire la verità probabilmente non è un problema solo italiano; lo consideriamo tale solo perché ovviamente ne abbiamo una percezione più diretta. Nonostante ciò sta di fatto che il popolo italiano non è certo pieno di lettori e che i lettori e che i lettori che ci sono abbiano gusti che per carità sono gusti e sui cui quindi non discuto, ma i libri di Totti e di Favij sono fra i bestseller, sul serio?

Cercando una risposta al perché di questo fenomeno, che di certo ha molteplici cause che non comprendo e nessuno comprende a pieno, mi sono però dato una risposta su uno dei possibili problemi. Ovvero il modo in cui viene affrontata l’istruzione di queste materie.

L’arte non è matematica

Sembra superfluo dirlo ma nella mia esperienza scolastica, sembra che, pur con tutte le migliori intenzioni, alcuni professori o forse il ministero dell’istruzione che decide i programmi, questo non lo capisca. La letteratura ad esempio viene trattata generalmente come qualcosa di meccanico: testo, lettura, parafrasi, riassunto, commento (non il proprio commento o la propria opinione, ma l’interpretazione data da qualcun altro che andrà quindi imparata a memoria).

E questo è davvero un problema per il semplice fatto che gli leva il senso. Se io voglio essere informato, non leggo un romanzo o una poesia, io leggo un trattato. La forza dell’arte in ogni sua forma sta soprattutto nella sua ambiguità, nella sua interpretabilità. Indubbiamente alcune interpretazioni magari saranno più corrette di altre, più vicine a ciò che l’autore voleva esprimere ma questo è davvero così importante? Se a me quel pezzo d’arte comunica questo perché per me è questo, forse proprio questa interpretazione mi porterà a riflettere, forse proprio ciò mi porterà a conoscere meglio me stesso, perché mi farà capire cosa voglio o cerco di vedere nelle cose.

Leggere un buon libro secondo me è un po’ come guardare una nuvola; non è tanto la forma che conta ma ciò che tu ci vedi in quella forma, perché è ciò che tu vedi che ti insegna qualcosa su te stesso. È un po’ come le macchie di Rorschach, quelle macchie d’inchiostro che si usano per i test psicologici, non importa quello che la macchia raffigura, ma il modo in cui viene interpretata. Studiare un pezzo d’arte partendo dalla sua interpretazione è un po’ come qualcuno che ti indica una nuvola e ti dice: “ecco quello è un cavallo, se ci vedi qualcos’altro, stai sbagliando”.

La differenza fra spiegare e interpretare

Questa è una cosa forse un po’ sottile ma credo sia importante. Se, ad esempio, la classe d’inglese prende mano a “1984” di Orwell, ha molto senso contestualizzare il libro. Ha senso ad esempio contestualizzarlo nell’ambito del dopoguerra e nel post rivoluzioni comuniste e socialiste in Russia e nel clima di paura che generavano.

Allo stesso tempo se leggo, “Dei sepolcri” di Ugo Foscolo, può avere senso contestualizzarlo nell’ambito delle rivoluzioni francesi e via dicendo.

Questo è utile perché il contesto in cui a volte sono scritti i libri cambia nello spazio e nel tempo. Il mondo in cui viviamo noi non è l’Inghilterra in cui viveva Orwell né tantomeno l’Italia di Foscolo.

La spiegazione serve quindi a fornire i mezzi all’osservatore per interpretare in modo migliore possibile. Questo però è diverso dal fornire un interpretazione e dire: “questa è, fattela piacere”.

Riconoscere i propri limiti

C’è una piccola parte nazionalista dentro di me che si sta rivoltando e provando un dolore fisico mentre scrivo queste parole ma io credo fermamente che il primo passo per risolvere un problema sia ammettere che quel problema esiste. Il problema in questione è che, qualitativamente, la letteratura moderna italiana non è al livello di quella anglosassone.

Spiace anche a me dirlo ma è vero, nonostante la presenza di singoli autori di bravura eccezionale, di Pirandello o di Leopardi (che è un po’ più vecchio ma lo lascio lo stesso) ad esempio ho parlato anche nella rubrica delle recensioni letterarie. Se prendiamo in generale la letteratura italiana degli ultimi 150 anni e la confrontiamo con quella inglese-americana purtroppo non regge il confronto se togliamo alcuni generi come il giallo e il romantico in cui andiamo forte.

D’altronde però non ci si può aspettare di essere sempre e costantemente i migliori in tutto, quello che è importante è avere l’umiltà d’imparare dai migliori. Per secoli, i popoli d’Europa e America hanno studiato l’arte classica italiana e alcuni scrittori famosissimi inglesi si sono ispirati a nostri compatrioti (Chaucer si ispirò a Boccaccio ad esempio, Milton a Giovan Battista Andreini). Allora perché noi non possiamo avere l’umiltà d’insegnare anche un po’ di più autori esteri, magari tentando così di formare gli autori di domani?

“I promessi sposi” ad esempio è un buon libro, un ottimo romanzo storico, ma davanti a “I pilastri della terra” di Ken Follet non regge il confronto. Il punto è che forzare gli studenti a leggere testi che, hanno sì uno straordinario significato storico e culturale come “I promessi sposi” ma che al contempo (ovviamente mi riferisco anche ad un mio gusto personale) sono carenti dal punto di vista “artistico” li allontanerà dal leggere.

Al contrario io credo, e lo credo perché davvero non riesco ad immaginare altro, che una persona che legge ad esempio “Dune” di Frank Herbert, “Il mondo nuovo di Huxley”, o “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche (trovi le recensioni di questi nella Libreria) poi smetta di leggere perché fidatevi, sono libri che dopo averli letti non torni più indietro.


Detto questo, spero di non essermi inimicato troppo tutti i cultori della letteratura italiana che bazzicano i blog vari su WordPress, dopotutto il fatto che la letteratura inglese dell’ultimo secolo abbia superato quella italiana non vuol dire che anche quella del prossimo secolo lo farà, il futuro, in fondo, non è ancora stato scritto.

Racconti: il labirinto di specchi

Dopo aver saltato la scorsa settimana causa Natale, mi sono sforzato di portare un racconto anche oggi, in modo da riprendere la tradizione del martedì, spero vi piaccia.


Il labirinto di specchi

Mi svegliai nel labirinto di specchi ove un fiume di stelle sopra il mio capo brillava e, scuro e nero come il vuoto, un demone m’attendeva innanzi.

Vidi la bestia ed ella mi vide e i suoi occhi erano vivi di fiamma. Io fuggì fra gli specchi, seguito dal suono rapido del passo che s’avvicinava, dell’enorme mole che passando tutto spaccava ed ogni cosa lasciava in pezzi.

Ahi quale dura corsa è quella del labirinto di specchi! Ove ogni passo più del precedente pesa, ogni svincolo pare cieco e vie giuste e sbagliate si riflettono e confondono l’un l’altra.

Il terreno m’assorbe, mi trae a sé, quanta forza serve solo per tenersi in piedi, e quanta più ne serve ad ogni passo, ad ogni gesto, ad ogni respiro troppo stanco per esalare… ma il demone scuro alle spalle incalza e rapido devo procedere nel cammino.

Esso è imperterrito ed eterno, una forza acquattata, silente, soppressa solo dal sonno e l’oblio, ma che mai smette di ruggire, di graffiare, di strappare. Sento la bestia e, senza voltarmi, ne vedo il volto nascosto negli angoli degli specchi. Il volto orribile, mutilato, urlante.

Corro nel labirinto e la sento, ma sono io l’intruso, essa è sempre qui. In ogni istante il demone attende, a volte in rispettoso silenzio, a volte ringhiando, a volte ridendo di chi cieco lo ignora, di chi cerca di sopprimere.

Un vicolo cieco…

Giunsi sul fondo dell’ultima via e mi voltai, nessuno scampo o via di fuga. Rapido nella corsa il demone era giunto.

Era più grande adesso o più piccolo? O era solo lo stesso? Poco importava davanti ai suoi artigli, davanti ai suoi denti ed occhi di fiamma. Estrassi dalla federa una vecchia e logora spada, e l’affrontai.

La battaglia imperversò nel labirinto e piano le energie mi lasciavano, risucchiate, ma anche la bestia cedeva a poco a poco. I suoi artigli e denti si spezzavano sulla mia spada e come frammenti infiniti di vetro cadevano a terra in frammenti.

Infine lo feci, assestai il colpo di grazia. Un affondo fatto con tutte le mie ultime forze e gettando un urlo. La lama penetrerò nel demone nero e sangue scuro scorse. La bestia cadde quindi con un lamento.

Un fiume di stelle ancora brillava su di me, ma diverso era ora il cielo. Esso cambiava rapido come se il tempo stesso fosse accelerato e in pochi istanti vidi sorgere e tramontare costellazioni intere e la Luna fare il suo ciclo. 

Venne infine il giorno e il caldo sole e in quella luce forte la carcassa del demone sembrò evaporare in fumo nero che in fretta salì e salì perdendosi nel cielo, spazzata via dal vento.

Guardai in basso e lo vidi, uno specchio solo restava davanti a me a memento e mille frammenti da mille specchi mi circondavano nel labirinto distrutto. Ancora la mia spada restava, conficcata fra i vetri degli specchi, a testimonio dell’ardua sfida.

Improvvisamente il labirinto tutto scomparve, anch’esso come evaporando in scuro fumo che il vento rapido spazzò, rimase solo la logora spada che raccolsi e rimisi nella vecchia custodia. 

Ora ciò che restava ero io e il Sole che in alto splendeva e la collina erbosa attorno a me con me rideva la sua gioia. Liberi dalla maledizione! Liberi dal demone nero!

Il giorno passò allegro e il Sole lavò e fatiche e gli affanni mentre l’erbosa collina offriva cibo e ristoro e la brezza leggera che spirava allontanava perfino il ricordo nella bestia che un tempo aveva abitato quel luogo.

Infine, passato un tempo di minuti o forse di ore ed ore, il Sole stanco m’annunciò la fine di quel giorno e l’erbosa collina mi mostrò, nascosto fra le frasche e i fiori, un comodo giaciglio dove dormire mentre il buio calava.

M’addormentai con il sorriso e senza il ricordo di un dolore mentre caldo nel giaciglio inspiravo la brezza leggera. 

Fu un sonno profondo e senza sogni, ma non abbastanza lungo… non adatto a prepararmi a ciò che nel risveglio avrei trovato!Mi svegliai ancora nel labirinto di specchi ove un fiume di stelle sopra il mio capo brillava e, scuro e nero come il vuoto, un demone m’attendeva innanzi.


Grazie per la lettura, per altri racconti passa dalla Libreria

I casi editoriali, fra Dan Brown e Stephanie Meyer

Bene, eccomi di nuovo qui dopo essermi preso una pausa per digerire le immense quantità di cibo di questo periodo natalizio; come di consueto per il mercoledì, vi porto un paio di recensioni-opinioni su alcune opere di un paio di scrittori accumunati da un medesimo teme che, oggi e nello specifico è il caso editoriale, quel romanzo che, in qualche modo, riesce ad esplodere dando luogo ad un fenomeno. Vediamo come hanno fatto

Dan Brown e il thriller fantasy-religioso

Chi oramai, dopo la fama raggiunta sul grande schermo, non conosce Robert Langdon? L’iconico personaggio di Dan Brown, professore di simbologia di Harvard, è ormai una realtà consolidata e conosciuta dell’editoria, nonché l’esempio perfetto di un personaggio poliedrico ed originale.

Innanzitutto partiamo con il genere; è interessante notare come sia molto difficile inserirlo in un genere specifico. I romanzi di Dan Brown (non li cito tutti perché tanto già li conoscete, sappiate che il mio preferito resta “Il simbolo perduto”, quello che mi piace meno “Inferno”) sono infatti thriller principalmente, ma contengono elementi strani, quasi alieni alla tipicità del genere. Una retorica artistica e religiosa che non appartiene certo al thriller classico, il tutto unito da elementi d’azione, di retorica, di fantasia o di fantascienza.

In secondo luogo vi è l’ambientazione, tutto è a sua volta inserito infatti in un’ambientazione frenetica nella sua velocità, spesso con l’intera storia che si riassume in pochi giorni o, addirittura come nel caso di Origin, in una sola notte, in un’unità temporale che avrebbe reso felici i tragediografi greci. È uno stile serrato che porta il lettore a divorare il libro, non ci sono spazi per le pause, un capitolo è fatto per tirare quello successivo in un domino continuo e rapido.

Poi c’è anche un’altra cosa, che è il motivo forse più di ogni altro che ha fatto famoso Dan Brown nonché purtroppo il motivo per cui io, dopo essere stato suo fan per anni, mi allontano da lui. Le sue trame sono terribilmente costanti.

Si dice che la definizione perfetta per “qualità” sia la capacità di soddisfare le aspettative e, in questo Dan Brown è bravissimo, dando al pubblico esattamente quello che si aspetta. Allora, qualcuno muore in circostanze misteriose attorniato da strani simboli, Robert viene tirato fuori da Harvard, piazzato sulla scena del crimine da cui poi lui dovrà scappare dopo dieci minuti perché avrà capito che la polizia è contro di lui. Incontra una donna bellissima, intelligente, sui trentacinque e con un passato oscuro che lo aiuterà e da cui ci sarà alla fine un doloroso distacco. Verso la fine ci sarà un completo plot twist e si rivelerà che uno dei personaggi buoni è in realtà cattivo o/e che uno dei cattivi è in realtà buono. Credo che queste cento parole circa siano una buona descrizione di ogni singolo romanzo della serie.

Il punto secondo me, e lo dico senza volontà di polemica o di accusa, ma anzi con forte rispetto con un autore che, ad ogni modo, è stato e resta uno dei miei preferiti anche solo per la capacità di tenerti così incollato alle pagine; è che Dan Brown abbia creato praticamente un modello standard dei suoi romanzi un po’ in stile fast food, e li replichi ogni due anni cambiando un poco l’ambientazione. In questo modo il pubblico, sa esattamente cosa sta per leggere quando vede il libro in libreria, e, essendogli piaciuta la prima o la seconda volta, lo prende una terza.

I libri ad ogni modo sono davvero ben scritti, senza buchi di trama e, nonostante le ovvie romanzate, anche ben studiati nel loro artistico, religioso o scientifico che sia. I personaggi sono ben definiti e caratterizzati, anche se, come già detto, tendono a ritornare di romanzo in romanzo solo con nomi diversi.

Per chi fosse interessato ad acquistare, i libri pur essendo basati sullo stesso protagonista, non sono collegati l’uno all’altro, possono quindi essere letti anche da soli. Origin  ; Il Codice da Vinci  ;Angeli e demoni

Stephanie Meyer, può un vampiro essere sexy?

Forse il Dracula di Bram Stocker si rivolterebbe nella tomba con Twilight, la celeberrima opera della scrittrice americana Stephane Meyer (Dracula che si rivolta nella tomba… l’avete capita?), ad ogni modo, personalmente, devo dire di pensare che tutto l’odio che si sia riversato su questa scrittrice sia ingiustificato.

Sarà che sono dell’idea che, di fronte a qualcuno che ha avuto successo, non abbia senso perdere tempo a denigrarlo ma piuttosto si debba capire in cosa sia stato bravo, sarà che i suoi libri mi sono genuinamente piaciuti, sarà che non ho visto i film e forse quel fanno davvero schifo come si dice, chi lo sa?

Ad ogni modo parliamo della saga di Twilight, una storia d’amore horror, un teen fantasy di straordinario e innegabile successo.

Allora io credo che il principale motivo per cui i libri sono diventati famosi, è che sono stati davvero originali. Imitati da tutti negli seguenti, Twilight ha aperto il mondo dello urban fantasy per giovani adulti e dalla fusione di generi che raramente sono accostati come l’horror e il romance. È anche un libro ben scritto, molto ben scritto con una trama che riesce a creare la giusta suspence anche se a volte sembra un po’ priva del pathos che in genere caratterizza questi romanzi.

Twilight è una storia d’amore prima di ogni altra cosa e, anche per questo, l’autrice lascia molto spazio, e infonde molta della sua abilità, nella caratterizzazione emotiva dei personaggi che è davvero straordinaria. Tormento, amore, un groviglio di emozioni che hanno per il lettore (consideriamo che il target medio è giovane e femminile) la funzione della catarsi, la funzione di permettere di riversare su di essa tutta la propria emotività in subbuglio adolescenziale.

Allo stesso tempo l’autrice crea attorno a sé un piccolo mondo di fantasia, molto coinvolgente e per questo molto imitato, abitato da esseri che, infondo, assumo proprio un ruolo dove tutti si sentono a proprio agio: la ragazza nel ruolo della protetta e il ragazzo nel ruolo del protettore (piccola nota: non dicendo che questi ruoli debbano essere così, ma sto sottolineando come, in genere, sono i ruoli in cui le persone sono a loro agio).

Unica nota negativa forse, come già accennato prima, la mancanza di pathos in punti dove me ne sarebbe piaciuto un po’ di più. Il finale di New Moon ad esempio, o di Breaking Dawn (che è anche il finale della serie), dopo aver aumentato e tenuta alta la tensione per un intero romanzo finiscono così, con due parole e senza un nulla di fatto, ammetto che mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca.

Ad ogni modo consiglio vivamente la lettura di questa serie e, in caso voleste acquistare, ecco il link da cui potete comodamente farlo:
Twilight

Riguardo la “vita” e la “morte”; la chimera.

La chimera, capitolo primo, riguardo la vita e la morte.

Sarà fondamentale, per capire quanto seguirà, definire nel modo più preciso possibile questi concetti, ovvero quello di vita e di morte.

Nonostante possa sembrare che il concetto di “essere vivente” derivi da quello di vita, in realtà è il contrario in quanto la prima cosa di cui si ha percezione e che s’identifica è l’essere vivente e la vita non è altro che la caratteristica che si osserva accumunare questi esseri e farli differire dal mondo non vivente, mentre morte è la caratteristica di quegli esseri nel momento in cui perdono suddetta differenza. Prima di definire la vita dobbiamo quindi definire l’essere vivente.

Definiamo un essere vivente come un’entità derivante dall’espressione di un’informazione mirata a perpetuare sé stessa.

A tal proposito faccio notare che la parola informazione è utilizzata al posto di programma genetico in quanto il programma genetico è solo un linguaggio di scrittura dell’informazione stessa, ma non è difficile immaginare, e nei prossimi anni questo sarà uno dei più interessanti temi di dibattito della bioetica, degli esseri viventi programmati con un diverso tipo di linguaggio, questa differenziazione che può sembrare sottile ci tornerà utile in seguito.

Osserviamo inoltre il principio di perpetuazione dell’informazione. Il presupposto stesso della vita e dell’evoluzione sta infatti nel tentativo dell’informazione di propagarsi, trovando attraverso le mutazioni nuove vie più efficienti per farlo. È proprio la presenza di una finalità infatti che distingue la vita dall’inanimato e che configura tutti i comportamenti tipici dei viventi, dall’autoconservazione alla riproduzione che null’altro sono se non il tentativo di perpetuare l’informazione nel tempo o di moltiplicarla.

Cerchiamo a questo punto di definire cosa siano rispettivamente “vita” e “morte”.

In un essere vivente pluricellulare come gli esseri umani possiamo notare due livelli di espressione dell’informazione, una nel corpo dove è direttamente espressa l’informazione genica ( in maniera più o a meno plastica e in risposta all’ambiente), e una nella mente che altro non è che un’informazione processata all’interno dell’organo che chiamiamo cervello.

È interessante notare come, di fatto, da nessun punto di vista, né nel corpo né nella mente, alcun essere vivente sia, in un istante, uguale all’essere vivente che era o che sarà.

In ogni istante infatti, nel corpo, milioni di cellule degenerano e vengono rigenerate, inoltre all’interno di queste cellule e in ogni istante, migliaia di molecole sono distrutte e ricreate e, all’interno di queste molecole, in ogni istante miliardi di atomi si separano, cambiano di conformazione e si riuniscono. Allo stesso tempo nella mente, che nulla è se non la somma delle esperienze che abbiamo vissuto e la loro interpretazione, in ogni istante nuove esperienze sono aggiunte, altre sono dimenticate e altre ancora reinterpretate. Da ciò deriva la conclusione che, nessuno di noi e da nessun punto di vista, sia la stessa entità che era stata fino ad un istante precedente e che nessuno di noi e da nessun punto di vista è la stessa entità che sarà fra un istante futuro.

Ciò implica che la vita non sia, come generalmente inteso, uno stato (ovvero qualcosa di continuativo nel tempo) ma bensì un atto (ovvero di qualcosa esistente nell’istante), al contrario la morte non sia un atto, ma bensì uno stato, in quanto tutto ciò che è passato è, di fatto, morto.

Il concetto di morte come qualcosa di davanti a noi, nel futuro e non nel passato, deriva da una visione parziale del concetto di perpetuazione dell’informazione mentale. Se infatti i nostri geni possono continuare a vivere nella discendenza, nel momento in cui avviene quella che in ambito medico è chiamata “morte cerebrale” l’informazione contenuta nella nostra mente smette di esistere; ciò però è, come già spiegato, un’illusione, in quanto in ogni singolo istante l’informazione nella nostra mente smette di esistere per poi rigenerarsi nell’istante successivo.

L’unica differenza in quel caso è quindi soltanto la mancanza di rigenerazione ma, come diceva già con altre parole Epicuro, nel momento in cui mancasse in toto la rigenerazione e quindi giungessimo in quello stato di morte cerebrale, non potremmo comunque accorgercene in quanto l’atto stesso dell’accorgersi sarebbe un atto cerebrale.

Ciò potrebbe essere in contrasto con il significato che nella lingua comune viene dato a “morte”. Ad esempio un cadavere viene generalmente considerato morto, anche nell’istante presente, ma io dico che un cadavere dovrebbe piuttosto essere definito “non vivo” proprio come definiremmo, ad esempio, un sasso o il terriccio su cui camminiamo. Ciò perché di fatto, nulla a parte una forma che va disfacendosi differenzia un cadavere da un sasso o dal terriccio (tra l’altro, tutto il terriccio è costituito da resti e residui di viventi) e, lasciato passare abbastanza tempo, il cadavere non sarà nemmeno riconoscibile nella forma.

Definiamo quindi la vita come l’atto di rigenerazione dell’informazione (ovvero di perpetuazione di essa attraverso il tempo) e la morte come tutto il passato di un essere vivente, ovvero della perdita dell’informazione dovuto al moto di questa nel tempo.


La Chimera è un saggio che sto scrivendo a puntate, puoi trovare qui tutti gli altri capitoli fin ora pubblicati

L’arte della satira fra Douglas Adams e Giacomo Leopardi

Come ogni mercoledì, ecco un paio di recensioni letterarie. Il tema di oggi è la satira, l’arte di criticare divertendo, di sottolineare incongruenze e ipocrisie senza essere banali fra un autore inglese moderno e uno italiano classico.

Guida galattica per autostoppisti

“I Vogon sono una delle razze più sgradevoli della galassia; non sono cattivi ma insensibili burocrati zelanti con un pessimo carattere, sì. Non alzerebbero un dito per salvare la propria nonna dalla vorace bestia Bugblatta di Traal senza un ordine in triplice copia spedito, ricevuto, verificato, smarrito, ritrovato, soggetto a inchiesta ufficiale, smarrito di nuovo ed infine sepolto nella torba per tre mesi e riciclato come cubetti accendifuoco.”

Iniziata come serie radiofonica, nessuno mai avrebbe immaginato l’enorme successo della guida galattica, diventato così celebre che, quando alcuni mesi fa Elon Musk lanciò la sua auto Tesla nello spazio, all’interno del cruscotto vi era contenuta proprio una copia di questo libro.

Tutto inizia quando Arthur Dent, un comunissimo e noioso cittadino inglese, scopre che la sua casa sta per essere distrutta in quanto di lì dovrà passare un autostrada. Passeranno solo poche ore prima che l’intero pianeta Terra subisca lo stesso destino, cancellato dalla razza aliena Vogon per farci passare un autostrada spaziale. Assieme all’amico Ford quindi, Arthur scappa dal pianeta appena in tempo, fedelmente aiutato dal manuale della “guida galattica per autostoppisti”.

Il libro si presenta come un testo di satira principalmente sociale, molto divertente e assolutamente adatto a tutti, dai vecchi ai bambini. La rappresentazione caricaturale ed esagerata dei soggetti è perfettamente utilizzata a questo fine, a sottolineare tutte quelle ipocrisie ed ingiustizie che vengono attuate dai più forti verso i più deboli e questa linea di tiro è perfettamente chiara fin dall’inizio quando appena dopo aver distrutto la casa di Arthur, gli umani hanno la loro propria casa, la Terra, distrutta a loro volta.

Allo stesso tempo il libro rimane esilarante per tutto il tempo, ed è proprio probabilmente il suo essere così divertente che ha decretato il suo successo. Il suo humor un po’ inglese, un po’ sguaiato all’americana ha creato un connubio perfetto fra sviluppo della trama e del ridicolo che secondo me è anche il segreto della satira; una cosa deve sì far pensare ma deve anche far ridere, perché se non ti fa ridere la ignorerai e non ti soffermerai a pensare.

Per chi fosse interessato ad acquistare: Guida galattica per gli autostoppisti. Il ciclo completo

I paralipomeni della bratacomiomachia

“Poi che da’ granchi a rintegrar venuti
Delle ranocchie le fugate squadre,
Che non gli aveano ancor mai conosciuti,
Come volle colui ch’a tutti è padre,
Del topo vincitor furo abbattuti
Gli ordini, e volte invan l’opre leggiadre,
Sparse l’aste pel campo e le berrette
E le code topesche e le basette;”

Credo che, al giorno d’oggi, se Giacomo Leopardi si presentasse da un qualsiasi editore con un libro con questo titolo, l’editore lo inseguirebbe con un fucile.

In realtà il titolo è la cosa più complicata di uno dei più famosi testi satirici del poeta italiano che no, non scriveva solo cose depresse come generalmente si dice, quelle costituiscono solo il novanta per cento della sua produzione.

Bratacomiomachia, letteralmente: “la battaglia fra i topi e le rane” è un poemetto, in realtà abbastanza lungo, di satira politica scritta da Leopardi che ironizza sulla battaglia fra i rivoluzionari napoletani (i topi) con i sostenitori dell’autorità pontificia (le rane) aiutati dagli austriaci (che saranno presentati come granchi).

Allora ovviamente come ci si può aspettare da Leopardi il testo è qualcosa di abbastanza impegnato pur nel suo intento satirico, in esso il poeta italiano fa la parodia di una battaglia epica, ricalcando anche i temi classici del romanzo omerico ma con protagonista non un eroe o un semi-dio, ma bensì un topolino sconfitto dai malvagi granchi.

Le riflessioni su cui si soffermerà e ci vorrà far soffermare Leopardi saranno quelle sul senso della guerra, sul mantenere il potere con la violenza proprio dei granchi, sull’intellettualismo fine a sé stesso del topo Leccafondi.

Rispetto alla guida spaziale, per ovvie ragioni, l’opera di Leopardi è un po’ più difficile ed impegnata e all’umorismo iper-caricaturale di Adams, va a sostituirsi un umorismo un po’ più cupo proprio di Leopardi, che inoltre paga un po’ lo scotto di non essere direttamente al passo dei tempi (anche se in realtà i temi trattati sono perfettamente trasponibili anche alla nostra società). Ad ogni modo secondo me è un testo molto interessante, anche solo per la sua originalità e anche solo per rapportarsi con un testo italiano classico che non sia il solito romanzo pieno zeppo di pesanti paragrafi filosofici con riferimenti religiosi di cui ognuno di noi ha letto, ai tempi delle scuole, almeno ottocento versioni diverse; ed è anche secondo me un buon modo di riapprocciarsi un po’ a Leopardi, fuoriuscendo dalle sue opere più famose per dare un’occhiata anche a quelle meno celebri.

Per chi fosse interessato ad acquistare: Paralipomeni alla Batracomiomachia


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Racconti: ode al caos

Come ogni martedì vi lascio da leggere uno dei miei racconti.


Ode al caos

Gli dei hanno un padre ed un boia ed il suo nome è caos.

E in quell’istante davanti ai suoi occhi si spalancarono le stelle e gli spazi vuoti fra esse. Luci e ombre che si contorcevano nel vuoto infinito e freddo.

Quante cose sconosciute agli uomini e ai mortali! Di quegli infiniti luoghi dove gli dei combattono la loro guerra eterna.

E in quegli spazi lo vedo sorgere, emergere profano come una vergine dalle acque ma non è limpida rugiada la sua culla, ma bensì una vasca di serpenti che si avviluppano e si divorano l’un l’altro.

E dalla vasca nasce ed emerge Kraishan il caos. Nudo e perfetto, i suoi capelli sono neri come il vuoto fra gli spazi e delicati gli cadono sul viso e i suoi occhi scintillano rossi come le stelle morenti.

Alzandosi, si scrolla di dosso le serpi che senza lui muoiono e scompaiono in polvere e solo una grossa vipera gli resta addosso, un serpente avvolto attorno al collo col la propria coda nella bocca che fa da collana.

Kraishan si muove quindi fra gli spazi e dove giunge tutto crolla nella follia. 

“Ma non lo capite allora?” Chiede.

“Ancora non capite che tutto nasce e muore in caos e che perfino gli dei in esso attendono il patibolo?”

E mentre le stelle esplodono e i mondi collassano le genti diventano folli e nella follia ritrovano la libertà della più pura violenza e furia della natura e del selvaggio.

E il caos si erge come una bestia che striscia fra le genti spezzando le catene. “Siate liberi ora servi! Io v’impongo la libertà che avete sempre rifiutato e in essa scorrerà sangue e dolore e la purezza selvaggia della natura!”

E anche gli dei scappano innanzi a Kraishan, colti dall’antico panico che credevano morto.

“Ed ecco gli alti schiavisti correre come bambini!” “Ecco gli antichi del mondo correre via davanti chi è più vecchio dell’universo e del tempo stesso vostro padre!” “Né cielo, né terra o infimo tartaro che è vuoto sotto al mondo possono proteggervi dal caos, esso esiste da prima di tutto e dopo tutto continuerà!”

“La morte è il passato, tutto ciò che è stato e mai tornerà, ogni secondo della vostra vita che appartiene al fu è nel suo dominio. Il presente è un fugace momento, un battito di un cuore morente che squassa l’universo intero e il futuro sono parole scritte da un cieco su una pietra che non è ancora nata… ma tutto appartiene a caos!”

E Kraishan cammina fra le genti e alcune si inchinano ad esso, altre fuggono e altre preparano le armi per dar battaglia, folli fra i folli che credono di poter sconfiggere ciò che proviene dall’interno dell’essere umano.

“Mentite a voi stessi uomini. Pigri e deboli dite di amare l’ordine, ma v’inchinate alla tempesta e le vostre arti parlano di caos! I vostri sogni sono mari in tumulto, le vostre anime fiamme vive! Voi dite, voi raccontate a voi stessi di bramare la pace quando caos è nei vostri cuori!”

“Quell’umana società che vi avvolge come un guanto. Quel piccolo dio sparuto che tiene in mano il guinzaglio che vi siete messi al collo da soli… voi in realtà l’odiate non è così? Accusate me di portare follia, ma credete di essere voi i sani?”

“Guardate il lupo che vive nella foresta… egli patisce il freddo e la fame, il buio e il vento dell’inverno, morte e malattia, ma nel dolore è libero e il suo ululato trapassa i boschi della notte e la sua libertà e pagata col sangue!”

“Guardate ora il cane, molle nei vostri salotti. Egli è caldo, sazio e in pace ma al collo porta il marchio della schiavitù!”

“Catene, solo catene io vedo attorno all’uomo e io mi chiedo accettereste il peso di caos? Accettereste il peso di libertà che è mia figlia?”

E davanti ai suoi occhi si spiegò la battaglia alla fine del tempo, al termine di tutte le cose e il cui nome è Kraishan, combattuta negli spazi fra stelle morenti. 

È un rito folle quello del caos, un rito orgiastico e blasfemo che ride nel dolore e si dispera nella pace che rifugge come peste.

E vedo una serpe muoversi nel cielo e divorare il Sole e la Luna e la terra stessa mentre tutto sprofonda in qualcosa dove luce e buio si fondono e come la serpe che si mangia la coda si divorano l’un l’altro.

E così infine Kraishan, il caos, si leverà sulle tombe degli dei e in esso, tutto ciò che resterà, sarà purezza e violenza.

Qualcuno scuote la mia spalla e in un istante torno alla realtà mentre, come era venuta, la visione sparisce, frantumandosi e sparendo dalla memoria.

«Ehi, ti sei incantato, tutto bene?»Mi guardo attorno: sono nel mio cubicolo, tutti lavorano attorno me con gli occhi bassi sulle loro tastiere… cos’è successo? Mi sono come addormentato per un istante ad occhi aperti e non ricordo più a cosa stavo pensando. «Si, scusa» rispondo, tornando poi a battere a macchina.


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Il fascino del cattivo, fra Oscar Wilde e John Milton

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Chiunque abbia l’abitudine alla lettura si sarà di certo reso conto di come, a volte, in alcune storie siano proprio i cattivi i personaggi più interessanti, quelli più carismatici e tormentati, a tutto tondo nella descrizione psicologica della loro depravazione.

Sarà forse per questo che a volte alcuni scrittori scelgono direttamente di renderli protagonisti, stravolgendo in parte quelle norme che vogliono sempre un eroe buono e giusto. Nella recensione letteraria di oggi parlerò quindi di due opere e dei rispettivi autori: “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde e il “Paradiso perduto” di John Milton.

Dorian Gray e la critica dell’ipocrisia

“L’unico elemento di colore che sia rimasto nella vita moderna è il peccato.”

Immaginate di vivere in un epoca sotto molti punti di vista depravata fino al ridicolo, e nella città in assoluto più decadente e depravata di quell’epoca. Immaginate una società “bene” che vi circonda riempiendovi le orecchie di discorsi sulla morale, sul giusto, sui buoni costumi solo per poi rivelarsi per quello che è davvero appena dietro il sottilissimo velo del “se la gente non vede, allora nulla è successo.”

Questa è l’ipocrisia dell’Inghilterra vittoriana, padrona di mezzo mondo la sua elite si chiude in salotti fatti di perbenismi solo per poi rivelare la sua vera natura  quando nessuno vede e lì, tutti quegli istinti vitali repressi esplodono, ma in maniera controllata, perché nonostante siano tutti depravati la depravazione va comunque nascosta perché nulla, assolutamente nulla è più importante dell’immagine, del mantenere la faccia nella società.

Dorian Gray è simbolo di questo, è un simbolo atto a sottolineare e ridicolizzare quell’ipocrisia della gente che passa la vita a sparlare degli altri solo per nascondere quello che vorrebbe e non può fare o che peggio, lo fa e lo nasconde per vergogna.

Dorian è un ragazzo estremamente bello, di una bellezza che travolge chi gli si avvicina, bellezza però destinata a svanire in quanto effimera e, nella disperazione e nel timore che questo accade egli stringe un patto diabolico, un suo ritratto che sarà poi conservato in soffitta, invecchierà e imbruttirà al posto suo mentre lui rimarrà giovane e bello.

Quella che inizialmente sembrava una fortuna assume però via i tratti della maledizione perché nemmeno nella bellezza e nell’eterna giovinezza, nemmeno nell’apprezzamento che con questi doni riceve all’interno della società Dorian riesce a trovare la felicità ma anzi, la sua lenta ma inesorabile caduta morale arriva a fargli odiare sé stesso fino a fargli desiderare perfino la bruttezza e la vecchiaia come liberazioni.

In tutto ciò Dorian si fa quindi immagine di una critica alla società perbenista, è un personaggio che fugge dall’ipocrisia per rifugiarsi nella bellezza, nella ricerca spasmodica dell’immagine che porta però al suo lento sfacelo morale.

Nella forma, il romanzo si presenta come una straordinaria e perfettamente riuscita alternanza fra trama e filosofia che si concretizza nei dialoghi fra Lord Herny e Dorian, permettendo così alle idee di Wilde di trasparire senza però pesare rallentando il ritmo del racconto.

Per chi fosse interessato ad acquistare: Il ritratto di Dorian Gray

Un’ode al diavolo

“Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso.”

Fu certamente un tentativo coraggioso quello di John Milton di scrivere, nel lontano diciassettesimo secolo, un poema epico dedicato nientedimeno che a Lucifero stesso nella sua angelica e demoniaca figura.

Un tempo la più bella e la preferita delle creature di Dio, Lucifero è offeso, dopo la creazione dell’uomo, di essere posto dal padre in secondo piano rispetto a questa nuova creatura, così si ribella, si oppone a quel potere tirannico che viene dall’alto e, perdendo, cade, trascinando giù con sé molti degli angeli del cielo.

Eppure all’inferno accade qualcosa. In un certo senso e una certa forma, Lucifero nelle fiamme trova la libertà che in cielo, in quella gabbia dorata, non aveva; da un servitore celeste diviene quindi un monarca oscuro e tartarico, condottiero di un’armata di angeli e demoni e qui prepara la sua vendetta, la sua rivincita contro quel Dio che aveva preferito l’essere umano al suo angelo più splendente, avrebbe corrotto l’uomo, traviandolo dalla via del padre.

La cosa più interessante di questo romanzo a mio parere è l’interpretazione che viene data alla figura di Lucifero, il diavolo che, per assurdo, non è per nulla demonizzata ma anzi; rappresenta dall’inizio alla fine l’eroe triste ed oscuro della vicenda, forse archetipo di quegli antieroi dannati che avrebbero invaso la letteratura fino ai giorni nostri.

Lucifero è un eroe potente, carismatico, coraggioso, è un ribelle che nella sua arroganza, tradizionalmente il difetto del diavolo, oppone il suo desiderio di libertà alla tirannide di un potere infinito. In ciò Lucifero è anche simbolo del libero arbitrio dell’uomo: se, infatti, la via di Dio fosse l’unica via, l’arbitrio non potrebbe esistere e solo il fatto che ci sia un alternativa lo rende possibile, Lucifero stesso è l’alternativa, l’alternativa al bene, è quel desiderio di ribellione che brucia nell’animo umano.

Stilisticamente l’opera di Milton ricalca i poemi epici classici, i toni sono aulici e il linguaggio, come dopotutto è dovuto a questo genere di testi, è indubbiamente difficile e nei tratti che sostanzialmente toccano la scrittura lirica il linguaggio profondamente simbolico si fonde con la narrazione forzando il lettore a riflettere su ogni parola e su ogni frase senza perdersi nemmeno una riga di testo. È comunque e nella sua difficoltà, un testo che indubbiamente vale la pena leggere tanto quanto lo vale leggere un poema come la Divina Commedia.

Per chi fosse interessato ad acquistare, per un testo di questo genere, molto poetico, vi consiglio un edizione mista italiano/inglese che ho molto apprezzato. Su una pagina troverete la versione tradotta e su quella accanto la versione originale in questo modo avrete sottomano la scrittura di Milton, ma non perderete gli elementi della trama in caso il vostro inglese non sia perfetto. Paradiso perduto.


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Racconti: Il monte degli dei

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Come ogni martedì, vi propongo, nella speranza che vi possa piacere, uno dei miei racconti.


 

Il monte degli dei

 

Davanti a me si ergono alte le colonne sulla montagna. Un lungo muro che circonda il perimetro del monte degli dei a circa metà altezza, e la cima del monte è tanto lontana che anche nei giorni migliori è solo un puntino nel cielo per chi alza la testa.

Ed eccole sorgere mentre mi avvicino al muro, le alte statue che bloccano il cammino, due uomini immensi di marmo bianco posti dagli dei in persona. Uno impugna una lancia e ha la testa di un rettile, uno ha una spada e il cranio di un lupo e le rispettive due armi s’incrociano nel mezzo, creando un arco stretto che è l’unico accesso.

Questo è l’ultimo punto, il non ritorno e il non plus ultra, è qui che la guida si congeda e fugge, sperando che nessuno noti il suo crimine, abbandonandomi infine davanti alle porte proibite.

Oltre questo punto il peccato non sarà perdonato, oltre può essere solo la fine mia o del tabù. Della vetta che è degli dei e che nessun uomo deve toccare o vedere perché sacra, o la fine del sacro stesso.

Il passaggio è basso e devo inginocchiarmi per passare sotto le armi in croce, strisciare nell’erba verde della montagna.

È fatta, non tornerò più indietro, e anche se solo l’aquila che passa nel cielo conosce il crimine esso sarà per certo scoperto. Esso infatti veniva scoperto sempre e farlo non era nemmeno difficile, perché chi tornava dalla montagna era colto dalla follia e la loro mente vaneggiava.

“Gli dei li avevano colpiti prima dell’uomo” diceva la gente, ma spetta a quest’ultimo rimediare al sacrilegio col sangue!

Deboli, questo erano, lo so. Uomini deboli che avevano intrapreso un viaggio sopra le loro possibilità, uomini pieni di timori che si erano concretizzati in follia nella solitudine del viaggio, ma nessuna vetta è irraggiungibile per chi ha coraggio e forza.

La salita inizia piano per poi diventare sempre più irta, sempre più difficile, ma continuo conscio che fino alla discesa nessuno mi potrà fermare, perché nessuno infrangerebbe il tabù per dare la caccia ad un folle.

Neanche il tuono mi ferma, o la tempesta, ma al contrario le sorrido e l’abbraccio, spegnendo il fuoco per ricevere il bacio freddo del vento e il pianto della pioggia. E soffia quindi tempesta! Esplodi fulmine e cadi! Io ti saluto e ti amo, perché i forti amano la forza e i coraggiosi la paura. Date il vostro meglio dei! E spingetevi più in alto mentre salgo o busserò alle vostre alte case più in fretta!

E che scenda la nebbia e urli la bufera di notte, nuvole cariche di lampi coprono la cima come il velo pudico di una vergine. Tentate avanti, ma nel cielo calmo del giorno che schiarisce la piana di una luce nuova io vedo una bellezza che nessun uomo ha mai visto, se non i folli. E la vedo anche in voi, tempeste e ghiaccio e vento che scendete dal cielo.

La purezza cieca di una magnifica violenza, forza pura che grida e sbatte e brucia, il fulmine mi sfiora e mi cade accanto ma mi riempie gli occhi di un milione di fiaccole e davanti alla sua furia rido, come i folli perché solo essi possono vedere ciò che vedo e sentire ciò che sento.

La scintilla di pazzia più vera della realtà che i folli vedono e che i savi temono; essa vive nel fuoco e nell’aria, e nel dolore e nell’aria che brucia. E chi abbraccia il dolore se non i matti?

Ed è in te, furia divina e sacra ira, schiaffo alle mortali virtù degli uomini, in te sogno cose che i loro occhi sbarrati non potranno mai vedere e anche se vedessero non capirebbero, tanto invischiati nell’illusione che chiamano “realtà”.

E mentre salgo due uccelli volano mi sopra la testa aspettandomi alla luce chiara dell’alba e congedandosi al tramonto con un fischio: l’aquila e l’avvoltoio che volano in un cerchio.

L’occhio degli dei e lo spazzino della montagna, una invoca la morte e l’altro l’aspetta.

Ci sono cadaveri sulla strada, eccoli gli scomparsi! Scheletri riuniti in attesa, comodamente sdraiati sorridono il prossimo folle, e invitano al loro banchetto.

Ma quello che non sanno è che in molti di quelli che tentano muoiono e ancora di più rinunciano e ugualmente falliscono, ma tutti quelli che arrivano hanno tentato!

Sorridete quindi scheletri e anche tu avvoltoio, ancora non hai finito di spolpare i vecchi non ti serve un nuovo arrivo. L’ora dei forti non è ancora giunta, ma i deboli hanno creato comode scale di ossa!

La nebbia avvolge la cima quindi, e dove sono le case degli dei? Neppure un nume attende quindi in alto? Procedo a tentoni, solo nuvole o nebbia, o altro ancora, un velo sottile di bianco velluto che prelude ormai alla vista anche il prossimo passo, che quindi cade avanti, incerto.

Che strana nebbia o nuvola è questa… che più si sale più si addensa. Sei tu il mistero della montagna sacra?

Solo urla distanti dei volatili mi dicono che non sono solo, grida acute, invocazioni, perfino preghiere che mi dicono di tornare. Alle preghiere rido, soprattutto a quelle dell’aquila, occhio degli dei mi confondi coi tuoi padroni che troppa paura ebbero e che in alto, sempre di più, sparendo fuggirono?

E poi come posso tornare ora? Gli uomini mi lascerebbero forse vivere fra loro ora che ho infranto il loro tabù? Crederebbero che il monte non è speciale, ma solo alto? Per vedere dovrebbero tentare, ma per tentare non dovrebbero essere pavidi davanti all’immagine che vedono allo specchio!

Salgo alla cieca ora e non so quanto manchi, ma solo che bisogna salire e lo so perché ad ogni passo un passo più in alto posso ancora fare.

Ed ecco nella nebbia i fantasmi che strisciano, visioni fugaci di fumosi spettri, sono loro che hanno reso pazzi i sopravvissuti. Essi appaiono e si nascondono in quella nebbia sopra troppo in alto perché la tempesta la raggiunga.

Essi pregano minacce e ringhiano avvertimenti: “non andare” dicono, ma io sputo nel vento. “Se morte certa attende chi torna e follia chi rimane, cosa c’è di peggio?” gli chiedo.

“Molto” dicono soffiando, contorcendosi in una danza macabra.

Risa isteriche si alternano alle urla e le grida, allucinazioni orribili e caotiche. Un turbine infinito e in esso compaiono i segreti degli dei. L’orrore e il vuoto, l’infinito tutto al di là di ciò che la mente contiene che quindi spinge sulla coscienza e la schiaccia.

Avanzo nella nebbia, più in fretta e ora corro sperando che il mio piede non incespichi in un sasso nascosto o cada in un crepaccio. Esso è il terrore, il padre della follia, è cosa è questa se non una difesa della mente? I sani temono la realtà e ne scappano, ma chi non può scappare impazzisce, chi troppo vede e non può non vedere cambia i suoi occhi!

E salgo inseguito da fantasmi intangibili, mentre la nebbia mi avvolge e mi copre.

Finalmente arrivo alla cima ed esco dalla foschia con la foga di chi da sott’acqua ha bisogno d’aria, la cima è libera dalla nebbia, e si vede tutto e anche i fantasmi, squali del mare di nebbia si fermano indietro sbuffando.

Troppo stanco, cado e mi siedo su rocce bianche come l’avorio e rido alla sorte e alle leggi degli uomini. Quei folli e deboli, vedo il villaggio da qui e molti altri ancora e tutti quei signori sono batteri da quell’altezza, troppo piccoli per essere afferrati dall’occhio che vede il tutto dall’alto.

Sopra di me si apre un cielo grande, stellato anche in pieno giorno. È lì che avete spostato le case, dei? Ora che l’ultimo e più alto dei monti è stato conquistato? E quanto ancora scapperete? Quanto indietro e quanto lontano sarete cacciati dai figli?

Qui, in alto, la tempesta non è più vostra amica, né il vento che pure è placato e la nebbia lambisce piano solo i piedi coprendo il suolo.

Ora solo i pensieri volano liberi, cosa fare ora? Accendere un fuoco sulla cima e fissare un’effige, che tutti vedano che il monte è preso e che gli dei sono fuggiti più lontano nel cielo. Né li protegge più la loro tempesta, e la follia è vinta infine.

Nel cielo svettano ancora e di nuovo i due grandi uccelli in cerchio, orfani, abbandonati indietro da pavidi padroni.

E mentre guardo il cielo, a terra la nebbia si dirada, scompare pian piano come un drappo bianco levato dal bianco corpo della montagna.

Ora il monte si rivela: nude pietre bianche ne costituiscono il suolo di tutta la cima che all’apparenza sembra gesso ma che uno sguardo più attento capisce nella sua vera natura. La nebbia infatti si dirada del tutto e lo vedo, esse non sono pietre, ma ossa.

Bianche e spolpate costituiscono tutta la montagna, in un intreccio macabro, gli scheletri degli avventori, quanto ero stato cieco, essi erano solo un avvertimento e le scale erano scavate nella montagna dai passi di chi ora costituiva la cima.

Non può essere, non possono così in tanti, eppure ora il monte sembra pulsare e ridere della stupidità dell’uomo, esso si nutre di noi e sorride con denti d’ossa.

Ora sento di nuovo i fantasmi, ma cieco resto ai loro visi. Scherniscono chi non ha seguito i loro avvertimenti, uscite dalla mia testa morti!

La montagna è presa, ma essa è un cimitero, questo dicono e ridono e piangono in urla disperate.

Mi alzo e guardo la strada, è lunga, ma è in discesa, posso farcela e fuggire, avvertirò gli uomini, chiederò perdono per aver infranto le sacre leggi e…

L’aquila scende in picchiata e gli artigli affondano nella carne. Non cerca il fegato del previdente, ma la vita, e in fretta la strappa e vola via, a portare agli dei gli occhi dell’hybris.

Ora giaccio, corpo morto sulla cima d’ossa, e nuova cima fra i corpi morti, l’avvoltoio becca la mia carne e pulisce il tutto, e aspetta il prossimo.


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L’identità e la percezione di sé stessi, fra Pirandello e Kafka

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Come ogni mercoledì vi propongo due opere di due autori molto diversi ma accumulate da un medesimo tema, oggi in particolare vorrei parlare de “Il Fu Mattia Pascal” di Pirandello e de “La Metamorfosi” di Kafka, entrambi accomunati dal tema dell’identità, della sua sostituzione e della percezione che gli altri hanno di noi stessi.

Pirandello fra Mattia Pascal e Adriano Meis

Cosa fareste se vinceste una somma enorme al casinò? Se da un giorno all’altro passaste, per pura fortuna, dall’essere gente che sopravvive con il proprio lavoretto ad avere una somma tale da permettervi di vivere per decenni di rendita?

Mattia Pascal di pose questa domanda e si diede una risposta inaspettata: morire… e poi rinascere in una nuova identità.

Questi sono i presupposti della più famosa opera dell’autore italiano. Mattia Pascal, dopo aver vinto una somma enorme di lire al casinò e, dopo aver scoperto, con sua enorme sorpresa di essere stato dato per morto nel paesino natale a causa di uno scambio d’identità con un suicida, decide di compiere un gesto folle e sparire, diventando un’altra persona, col nome di Adriano Meis.

La vera domanda sottesa all’interno di tutta l’opera è chi sia davvero l’individuo, chi sia davvero libero, chi sia la persona e chi il personaggio. In un certo senso Mattia Pascal è infatti un uomo schiavo e testimone degli eventi: la sua vita è stata determinata da altri come il padre e l’amministratore della sua eredità, è schiavo di una certa percezione che la gente ha di lui e perfino il suo più grande successo, la vincita alla roulette di Montecarlo, non è altro che un dono della sorte di cui lui non ha né merito né colpa.

Diventato Adriano Meis però, colui che fu Mattia sembra essere libero. Può crearsi una nuova identità da capo dove nessuno lo conosce, ha abbastanza denaro da non dover lavorare, non ha più moglie, non ha più responsabilità, non ha un passato che faccia sentire su di lui il proprio peso. Adriano Meis è libero, un uomo nuovo… o no?

Cos’è un uomo al di fuori della società che lo considera tale, che gli dona dei diritti? Se la società non sa della tua esistenza, esisti? Queste sono le domande con cui Adriano si scontra. Non può sposarsi perché non è iscritto all’anagrafe, non può denunciare un furto. Chi è quindi? È una persona forse più vera e libera di Mattia Pascal, ma che per le stesse ragioni che lo rendono libero, ovvero la mancanza di passato, di fatto per la società non esiste, è un fantasma, un essere fittizio.

Ovviamente come sempre cerco di non spoilerare troppo della trama, anche se suppongo che, anche solo per i vostri studi scolastici, non siate del tutto digiuni di quest’opera.

Per quanto riguarda lo stile devo dire che questo romanzo presenta un po’ il difetto tipico degli scritti di Pirandello, ovvero che è davvero lento. È più simile, per probabile deformazione professionale dell’autore, ad una sceneggiatura che ad un romanzo e sono certo che se fosse fatto a teatro i dialoghi e i monologhi avrebbero tutto un altro effetto e velocità. Ad ogni modo allo stesso tempo è anche uno stile molto profondo, cosa che in un certo senso giustifica la lentezza, molto filosofico e interiore, molto autoanalitico, è, indubbiamente, qualcosa a cui un lettore italiano dovrebbe almeno tentare di rapportarsi anche solo per osservare uno dei pilastri della nostra letteratura.

In caso voleste acquistare il libro, facendolo dal mio link Amazon voi farete shopping normalmente ma io riceverò una commissione, questa è un edizione che vi consiglio: Il fu Mattia Pascal

Kafka fra gli scarafaggi

Cosa fareste se un giorno vi svegliaste e scopriste di esservi trasformati in un gigantesco insetto? Che nessuno più vi capisce, che a mala pena capiscono chi siete?

Gregor Samsa, all’interno de “La Metamorfosi” a questa domanda risponde in un modo inaspettato… tornereste a dormire sperando di non far tardi al lavoro.

“Strano” credo sia l’aggettivo più corretto di questo libro che non ha assolutamente alcuna pretesa di realismo né negli eventi né nelle reazioni dei personaggi, “surreale” è un altro.

Gregor è uomo semplice che non ha una vita né davvero felice, né davvero triste. Semplicemente tira avanti con un lavoro con cui mantiene la sua famigliola e, nell’istante in cui avviene la sua metamorfosi tutta l’ipocrisia che lo circondava viene prepotentemente a galla.

Quello che prima era un rispettato cittadino e membro della famiglia, ora è solo un peso, solo un mostro di cui si sopporta la presenza solamente per un qualche recesso di norme sociali, è pur sempre un figlio dopotutto, ma che, spogliato della sua utilità, è spogliato anche del rispetto e dell’amore.

È in questo che Gregor in un certo senso trova la sua libertà dagli schemi e dalle norme sociali. Al contrario di Mattia Pascal che si allontana volontariamente, è la società stessa ad escludere Gregor ma in questa esclusione lui arriva ad una comprensione più della società stessa, perdendo umanità arriva a comprendere l’essere umano e ad essere, tristemente, libero nella sua miseria.

Come avrete certamente capito, lo stile di Kafka è, di nuovo… strano. Non è una cosa facile da descrivere nemmeno se lo avete letto. È profondamente allegorico di un allegoria che sconfina così tanto nella realtà che essa si distacca totalmente restando più come elemento scenico al servizio del simbolismo, se volete approcciarvi a qualcosa di diverso, questo è il libro che fa per voi.

Per chi fosse interessato ad acquistare: La metamorfosi


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