Perché sono contrario ai Social Justice Warrior all’americana

Devo dire che, recentemente, inizio a maturare l’idea che gli Stati Uniti siano un paese di gente così poco istruita che, come vasi vuoti, accettano acriticamente ogni singola cosa che gli viene riversata sopra.

Insomma, non voglio essere troppo polemico, troppo aggressivo, ma dopo aver visto in quel paese nascere i testimoni di Geova, Scientology, il terrapiattismo, l’antievoluzionismo e, ultimi ma non per importanza i social justice warrior (SJW) permettetemi di essere scettico sulla grande america.

SJW, chi sono?

Allora partiamo da questo, da un po’ di storia e di osservazioni per evitare di trattare il problema per partito preso.

Gli Stati Uniti hanno una storia di discriminazioni interna molto pesante, molto più pesante della nostra italiana. Lo schiavismo, l’apartheid, i recessi del puritanesimo che si scaricavano sugli omosessuali, le politiche del don’t tell don’t ask dell’esercito e via dicendo. Come spesso accade però quando una situazione è molto sbilanciata in un senso però, il risultato di questo non è stato tanto raggiungere un punto d’equilibrio, ma bensì cadere negli anni successivi nell’estremo opposto, ed ecco i social justice warrior.

Per SJW s’intende generalmente un gruppo politico che negli stati uniti si ritrova ad essere molto interessato all’uguaglianza sociale e alla tutele delle minoranze, ma lo fa estremizzando la cosa al ridicolo. Per fare un esempio, Prada, che è stata recentemente accusa di razzismo perché vendeva un accessorio, una scimmietta, che per qualcuno ricordava vagamente la caricatura di un africano; il fatto che secondo alcuni i bianchi negli stati uniti non dovrebbero farsi le treccine perché è “appropriazione culturale”, il fatto che ci siano state delle espulsioni nelle scuole per ragazzi che avevano detto che i generi non sono più di due. È un esempio il movimento “metoo” che, inizialmente, era partito con l’intento, secondo me giustissimo di tirare fuori quel sommerso di ricatti e abusi sessuali a cui le donne, o anche gli uomini, possono essere costrette anche nella vita di tutti i giorni, ma che poi è decaduto in una sostanziale gogna senza processo per gli uomini accusati fino ad arrivare a situazioni paradossali come quella di Asia Argento che, prima invoca la fine del garantismo, poi nel momento in cui è lei stessa l’accusata, chiede tutele.

La polarizzazione dell’opinione

Né ho già scritto in passato, ma questo è un grosso problema della società che credo che i sjw stiano aumentando, questo perché spesso e volentieri, la loro politica è del tipo o con me o contro di me (dove il contro, nel panorama politico americano, è l’alt right); eppure io ad esempio sono a favore di quasi tutte le loro battaglie. Sono favorevole ai matrimoni omosessuali, sono favorevole a pari diritti per uomini e donne, bianchi e neri e via dicendo. Questo gruppo però va molto oltre.

Va alla censura, il voler censurare comici, personaggi pubblici o dell’internet (generalmente e fortunatamente non riuscendoci) come PewDiePie, Jordan Peterson, Luis CK, Rick Gervais. Va alla vittimizzazione, trattando ogni questione, anche la più piccola incomprensione, alla stregua di un genocidio, vedasi ad esempio il casino accaduto per la scimmietta di Prada che ha costretto l’azienda a ritirare il prodotto e a fare pubbliche scuse e sinceramente io ho letto troppo Orwell perché cose del genere mi possano piacere.

La modifica del vocabolario

Ma per cosa combattono questi guerrieri della giustizia sociale? Molto semplice, per sentirsi moralmente superiori e vi spiegherò perché.

Negli ultimi anni, gli strascichi di questa battaglia culturale che sta avvenendo negli USA stanno arrivando anche da noi e, ne abbiamo avuto un rimo contatto con quei tentativi di alcuni esponenti politici come Laura Boldrini, sul sostituire alcune parole perché offensive: ad esempio “barbone” andrebbe cambiato in “clochard”, “prostituta” in “sex worker” e via dicendo… ora permettetemi di fare alcune considerazioni.

Le parole non sono mai offensive di per sé, le parole sono solo suoni che veicolano concetti, i concetti possono essere offensivi, possono esserlo nelle intenzioni di chi parla, o nell’orecchio di chi ascolta. Il punto è che… ok barbone è offensivo, ma è offensiva la parola o il concetto che veicola? Cioè se io chiamo qualcuno barbone questo qualcuno si offende per la parola che ho scelto di usare o perché lo sto accusando di essere un poveraccio? Se io chiamo qualcuna puttana si offende per la parola o perché si sente giudicata nella sua condotta sessuale?

Ovviamente voi mi potete dire: ok, ma in realtà clochard o sex worker, a primo acchito, non suonano così offensive come le loro controparti, al colpo d’orecchio almeno… e questo è vero, ma considerate che queste parole non sono usate. Nel momento in cui infatti, le nuove parole andassero a sostituire in toto le parole vecchie, senza però cambiare la cultura dietro a quelle parole, allora le nuove parole assumerebbero anche tutti i significati delle vecchie, comprese le accezioni offensive.

A questo punto quindi, qual è il punto di cambiare il vocabolario? Perché, detto fra noi, non credo che i barboni che vivono al freddo per strada di punto in bianco si accorgano di essere clochard e sono subito super felici per questo, non credo in realtà che gliene freghi niente, hanno problemi più gravi di questo. Il punto è solo questo, far sentire le persone che usano le nuove parole come se fossero moralmente superiori senza che in realtà stiano facendo alcunché di pratico.

È lo stesso concetto se volete che si è sviluppato con la parola “negro” (tra l’altro, non so se lo sapete, ma in America è sostanzialmente vietato, a livello sociale, per bianco, usare questa parola in qualsiasi contesto). In Italia era usata, dalle vecchie generazioni, in maniera assolutamente neutra e non offensiva, era semplicemente la parola che definiva gli africani subshaariani, poi qualcuno ha iniziato a dire che era razzista ed è stata sostituita un po’ alla volta, ma non è che questo abbia in alcun modo combattuto il razzismo o la percezione che il popolo italiano aveva dei neri, l’unica utilità è stata quella di far sentire un gruppo di persone moralmente superiori per il semplice fatto di fare una differenza semantica.

La vittimizzazione

E arriviamo all’ultimo punto, questo fare le vittime per qualsiasi cosa, per qualsiasi battuta, per qualsiasi piccola critica od osservazione.

Come abbiamo detto prima infatti, l’offesa sta nel concetto di chi parla, o di chi ascolta. Il punto è che se tu ti senti offeso per qualcosa, questo sentirti offeso sta a te, non è un problema di chi parla se lui non voleva essere offensivo, non puoi pretendere che tutti tacciano per non rischiare di urtare le tue emozioni.

Nelle università inglesi e statunitensi si stanno ad esempio diffondendo i “safe space” spazi ovvero in cui una persona che si sente offesa da qualcosa può nascondersi per tutelare i propri sentimenti e, lasciate che lo dica, credo sia davvero qualcosa di ridicolo.

Il punto è che non puoi comportarti continuamente da vittima e poi voler essere trattato da pari. Il mondo non è bel posto, non lo è per moltissime persone e bisogna essere forti contro gli eventi della vita perché se ti comporti da debole, sarai trattato da debole.

Se frigni per ogni cosa ridicola, come di nuovo la scimmietta di Prada, quando ci sarà davvero una battaglia da combattere quella non avrà magari la giusta attenzione perché oramai la gente si sarà stancata. Se dai del razzista a chiunque solo perché usa un vocabolario diverso dal tuo, ma senza intenti razzisti, tu puoi anche credere di star combattendo il razzismo, ma forse lo stai addirittura rinforzando, dando dei punti d’argomentazione ai tuoi oppositori politici e detto fra noi, se io fossi un politico di estrema destra, sarei molto felice di avere dall’altra parte qualcuno in stile SJW.

A questo punto solo un ultima osservazione. La prossima volta che vi sentite offesi da qualcosa, prima di chiamare la psicopolizia, fermatevi un attimo e pensate: era nelle intenzioni di chi parlava offendermi o ci sto costruendo qualcosa io nelle mia mente? Solo poi, agite.


“Hate speech”, libertà di parola e di offesa, quali sono i limiti?

walk human trafficking

In Inghilterra è già in vigore da anni una legge contro il cosiddetto “hate speech” ovvero quell’insieme di parole o gesti che potrebbero urtare la sensibilità di alcune persone o che potrebbero incitare all’odio. Divenne alcuni mesi fa un caso internazionale quello di “Count Dankula” uno youtuber che venne condannato per questo dopo aver postato un video in cui insegnava il saluto nazista al suo carlino (e no, non è una battuta, è un fatto vero e verificato).

Le campane

Allora innanzitutto, e metto davanti le mani, so già che la mia opinione non piacerà a tutti (e in caso vi rimando a questo link), è una materia complessa su cui in molti hanno idee anche molto distanti e in cui non credo nessuno abbia proprio tutti i torti.

Da un lato, c’è chi, come me, pensa che la libertà di parola e di espressione vada tutelata sempre e comunque, anche nel caso di neo-nazi o neo-fascisti, anche nel caso sia estremamente estremamente offensiva (e spiegherò meglio perché nei blocchi successivi).

Dall’altro, e in un certo senso pur non condividendoli li capisco, c’è chi sostiene una sorta di “damnatio memorie” di alcune opinioni o movimenti politici che si rivelarono estremamente distruttivi per la società, volendo sostanzialmente che essi siano silenziati in tutto e per tutto e addirittura condannati al carcere per le loro parole.

La libertà di parola non può essere a metà, o c’è o non c’è.

Come ho già detto, io credo che sempre e comunque la libertà di parola vada tutelata sul piano legale e il primo motivo per cui sostengo questo è che, secondo me, la libertà di parola è tale solo se è completa.

Mi spiego meglio. Se tu mi dici: “sei libero di dire quello vuoi, tranne quello che io non voglio che tu dica” allora io non sono davvero libero, io posso solo dire quello che tu mi concedi di dire, quello che tu mi permetti… grazie tante.

Ovviamente questo non significa che non ci siano o che non debbano esserci paletti nelle azioni. In esse è ovvio che io non sia davvero libero ed è anche giusto che non lo sia, è ovvio che non mi sia concesso di ammazzare qualcuno in nome del fatto che sono libero, ma questo in quanto questa mia azione viola la tua di libertà, viola i tuoi di diritti, ciò non vale però per delle parole e nemmeno per dei gesti assolutamente non violenti.

La grossa differenza fra questi due punti sta nel fatto che la violenza fisica è qualcosa di oggettivo, qualcosa di provabile in maniera empirica, in questo modo si permette che tutti siano soggetti alle stesse leggi in tal senso. L’hate speech invece è pura opinione di qualcuno… cosa è offensivo? Cosa va bene dire e cosa no? Chi lo decide?

Cosa ci rende diversi dai fascisti?

Qui vi lancio una provocazione.

Io fui molto contrario alla legge, varata dal governo Renzi, contro l’apologia di fascismo e lo sono stato per un motivo semplicissimo, che secondo me quella è una legge fascista, forse una delle più fasciste dopo la caduta del regime.

Il punto è che, se tu non credi nella democrazia, è un discorso, ma se invece ci credi, non puoi comportarti allo stesso modo di un regime, è ipocrita. Non puoi dire “il fascismo era sbagliato perché censurava le opposizioni e le eliminava coercitivamente” e poi accettare che la stessa cosa venga fatta dalla democrazia verso questi movimenti che, per quanto schifosi, devono avere, come credo tutti, dei diritti tutelati.

Questo perché altrimenti in realtà non siamo meglio di loro. Se tuteliamo solo le idee che ci piacciono e siamo pronti a togliere la parola e l’espressione a chi non ci piace, allora nel momento in cui quei diritti venissero tolti a noi non avremmo diritto di lamentarcene. E nel momento in cui tu cittadino, col tuo voto, dai ad un governante il potere di censurare e addirittura arrestare con la forza il diritto di parola di qualcuno che non era violento, cosa ne sai che un giorno quel potere non si scarichi anche sulla tua testa?

La verità è che siamo tutti bravi a sostenere la libertà altrui quando questa libertà si sposa coi nostri intenti, ma la vera differenza fra un sistema che garantisce dei diritti fondamentali ai cittadini, sta nel tutelare anche chi non ci piace, anche chi magari odia e si oppone alla società e al sistema stesso, se no è po’ troppo facile.

L’altra campana

A questo punto mi aspetterei da qualcuno una contro-argomentazione, una posizione che capisco nel concetto ma a cui comunque mi oppongo. Anche se le parole, anche se i gesti e i simboli non sono direttamente lesivi della libertà altrui, alle parole e ai gesti potrebbero seguire delle azioni, azioni violente e terribili come accaduto nel passato e, quindi, si decide di limitare la libertà di parola rispetto a certi ambiti al fine di evitare lo sviluppo consequenziale di violenza.

Secondo quest’ottica dobbiamo limitare il linguaggio offensivo perché questo potrebbe portare ad esempio al bullismo (pensiamo ad ambiti come l’omosessualità in cui soprattutto fra i giovani un bullismo in questo senso ancora esiste), o addirittura perché potrebbe portare al risorgere di partiti come quello fascista o nazional-socialista.

Ecco io però non sono d’accordo con questa tesi, e non lo sono per due ragioni.

La prima: quest’ottica del “potrebbe”. Dobbiamo vietare queste parole perché potrebbero portare a questo, questi simboli perché potrebbero portare a quest’altro e così via… Il punto è che, di nuovo, tutto in realtà potrebbe portare a tutto, questa censura stessa potrebbe portare ad una soppressione della libertà. Chi decide cosa potrebbe portare a cosa? Vi rendete conto del potere che state dando ad un governante nel momento in cui lasciate che esso eserciti il potere esecutivo non sulla base di quello che è accaduto, ma sulla base di quello che “potrebbe” succedere?

La seconda: vietare una cosa la cancella? Allora, diciamo che decidiamo di punire severamente chi parla male delle minoranze, chi sostiene movimenti estremisti e così via. Davvero pensate che a questo punto le discriminazioni o questi movimenti scompaiano per magia? Non sarà piuttosto più probabile che rendere illegale una cosa la possa rendere addirittura più attrattiva, soprattutto per i più giovani, permettendo magari a quei gruppi neo-fascisiti di fare la parte delle vittime ad esempio?

Le emozioni vanno tutelate?

Ecco questo è un altro punto interessante anche se un po’ più lontano, almeno per ora, dalla realtà italiana e più vicina a quella dei paesi anglosassoni. Ovvero sul tutelare le emozioni delle persone, una strada su cui si sono mossi in questi anni anche quasi tutti i social network.

Io credo questo, credo che le persone siano le uniche responsabili delle proprie emozioni e che quindi esse non vadano tutelate. Se io dico una cosa, e questa cosa ti offende, tu hai tutto il diritto di andartene e smettere di ascoltarmi, di smettere di seguirmi, anche, se vuoi, di darmi dell’idiota, lo accetto. Ma non hai e non devi avere il diritto di silenziarmi perché quello che dico “ti offende”.

Questo perché innanzitutto non c’è limite a quanto facilmente le persone possano offendersi e, in secondo luogo, perché questo nascondersi dal dibattito, nascondersi dal confronto chiudendoci nella nostra piccola e calda tana fatta di bias che cerchiamo disperatamente di confermare non elimina l’opinione opposta, ma forse addirittura le permette di rafforzarsi.

La differenza fra tutela legale ed accettazione sociale

Ecco su questo vorrei essere molto chiaro. Una persona che fa battute sugli stranieri o sulle donne o sugli omosessuali o che addirittura non faccia battute ma che sia seriamente contrario ai diritti di queste categorie, oppure un neo-fascista o simili dovrebbe essere arrestato? No, secondo me no, l’ho spiegato prima. Allo stesso tempo dovrebbe essere accettato o apprezzato, nemmeno.

Il fatto che a tutti debba essere garantita la libertà di parola, sempre e comunque, non vuol dire che debba piacerci. Se tu sei libero d’inneggiare al duce, io sono libero di dire che probabilmente sei caduto dal seggiolone da piccolo e che hai le capacità d’interpretazione storica di una marmotta in coma farmacologico. Tu sei libero di girare con una maglietta con scritto “abbasso i gay”, le persone per strada che ti vedono però sono libere di darti dell’idiota e di non farti entrare in casa loro e non invitarti alla loro tavola se non gli piaci.

E questo perché, ritengo, le ideologie non si combattono con l’oppressione, ma con l’educazione e soprattutto con l’esempio. Se tu ad una persona che nutre solo odio rispondi con la violenza lui e i suoi compari non proveranno meno odio e il pubblico che vi guarda forse addirittura empatizzerà con lui che passa per vittima, ma se al contrario a chi fa il bulletto tu reagisci con la calma e l’accettazione forse lui non smetterà di essere un bulletto ma perlomeno passerà per stronzo.

Concludo dicendo: se volete che le cose cambino, che migliorino anche per alcune minoranze e gruppi, non forzate la mano chiedendo punizioni perché due torti non fanno mai una ragione, siate un esempio piuttosto, che il mondo cambia un po’ alla volta.

Photo by Tookapic on Pexels.com

 

 

Sulle opinioni impopolari

abandoned antique architecture building

Allora scrivo questo articolo per spendere due parole su un tema che mi sta molto a cuore e che al contempo potrebbe fungere da utile paraculata per possibili futuri articoli.

Il coraggio

Siamo, ritengo, in un epoca da molti punti di vista abbastanza ignava, la gente cerca di evitare il dialogo e il dibattito, se ci sentiamo attaccati, ci chiudiamo a riccio nelle nostre convinzioni piuttosto che rischiare di discuterle e rischiare magari di scoprire che siamo noi ad essere in errore.

Siamo anche in un epoca in cui la popolarità è tutto, è un valore che è stato portato alla massima potenza dai social network, social network che, in genere, con la scusa del “non offendere” censurano tutto ciò che potrebbe essere anche solo minimamente controverso perché: “esprimiti… ma è meglio se lo fai postando meme vecchie di dieci anni e foto di gattini, non sia mai che una persona che si trova su internet voglia qualcosa che la faccia riflettere”.

E quest’atteggiamento io lo ritengo sia assurdo, assurdo soprattutto perché quasi tutti i valori che nella società moderna consideriamo giusti nacquero come opinioni impopolari. “Ehi, forse i neri sono esseri umani ci hai pensato?” Un tempo questa era un’opinione impopolare, almeno negli USA. “Ehi forse le donne dovrebbero votare”, altra opinione impopolare. “Ehi ma se gli omosessuali non fossero la personificazione del demonio?” Di nuovo, neanche troppo tempo fa, questa sarebbe stata un’opinione molto impopolare.

Questo perché se la società cambia, se la società si evolve, non è grazie a chi si mangia passivamente ogni cosa che gli viene servita, chi vive come un’ombra senza mai esporsi, senza mai rischiare di essere impopolare. In questo avere un’opinione, un’opinione che come tutte le opinioni a qualcuno non piacerà, diventa a volte un atto di coraggio necessario a cambiare il mondo e la realtà che ci circonda.

L’umiltà

Questo non significa, allo stesso tempo, che chiunque possa sparare qualsiasi cosa e che tutti debbano accettarla perché questo qualcuno ha iniziato la frase con “opinione impopolare”. Dire “Opinione impopolare: la Terra è piatta” non la rende piatta in automatico e non rende te degno di nota e considerazione in automatico, questo perché un opinione diventa sensata e interessante da discutere nel momento in cui essa è accompagnata da argomentazioni valide ed è proposta con umiltà.

Se io, ad esempio, propongo un’opinione impopolare, e so che questo genererà discussione, sarò più che pronto ad accettare le eventuali critiche e a rispondere nel merito delle stesse. Se io infatti mi chiudessi a riccio, accusassi tutti di essere buonisti, razzisti, sessisti o qualunque altro -isti che mi passi per la mente in quel momento, innanzitutto sono punto e a capo, ho sostituito un dibattito sterile e da “stadio” con un altro dibattito sterile e, in secondo luogo, ci faccio probabilmente la figura dell’idiota e questo di certo non aiuta a sostenere la mia posizione, anche se essa fossa giusta.

Bisogna avere quindi, e questo vale sia per chi propone un opinione che per chi l’avversa e la discute, quell’umiltà di riconoscere che forse si è in errore, che forse stiamo sbagliando.

La pacificazione

Una considerazione: la verità non sta nel mezzo.

Può stare nel mezzo? Sì certo che può. È per forza nel mezzo? No, non lo è. Se io dico che la torre Eiffel è alta 300 metri e tu dici che alta 700, questo non la rende alta 500 metri perché 500 è la via di mezzo, è alta 300 (circa) metri, punto.

Questa ricerca costante della via di mezzo per pacificare le discussioni e ritirarsi da esse, restando fuori anche solo dal minimo rischio di essere impopolari e tentando di non scontentare nessuno non è una cosa “giusta”, è solo una cosa pavida e, di nuovo, ignava.

Questo anche perché, fidatevi, nel momento in cui una persona un po’ sgamata nel dibattere si accorge che voi tendete sempre alla via di mezzo, lui la sparerà ancora più grossa perché non c’è davvero limite a quanto le persone possano sparare grosso.

Di nuovo però, tornando al discorso sull’umiltà, bisogna considerare e chiedersi il perché anche dell’opinione dell’altro e ricordarsi che negare a priori dandogli dell’idiota in stile “blasting” sui social media (vedasi Mentana o Burioni) molto probabilmente ci renderà i più fighi della nostra piccola cerchia, ma non porterà il nostro interlocutore a convincersi del nostro punto di vista. Se dai dello scemo a qualcuno, magari tu hai anche ragione, ma poi non aspettarti che quel qualcuno diventi tuo fan. Aspettati invece che si offenda e si estremizzi ancora di più nella sua posizione, chiudendosi ancora una volta nel suo guscio e magari usando la tua maleducazione come pretesto per screditarti.

In sintesi

Siate coraggiosi, se pensate una cosa, non evitate di dirla solo perché temete che possa essere impopolare perché lo sviluppo del pensiero e della società passa anche e soprattutto da questo.

Allo stesso tempo, abbiate l’umiltà di riconoscere che forse state dicendo una stupidaggine, che forse la tesi che osteggiate è invece giusta, portate dati, prove e argomentazioni a sostegno di quello che dite e siate pronti a fornirle se ve le chiedono.

Se il dibattito è sterile, se notate che le persone rispondono per partito preso senza discutere nel merito, allontanatevi pure da esso perché discutere con chi è sordo è una perdita di tempo e basta. Se proprio decidete di allontanarvi però, evitate di insultare solo per dare una pompata al vostro ego che questa cosa non vi aiuterà di certo a convincere nessuno.

In ultimo, ogni dibattito, se educato e sensato, è, almeno per quanto mi riguarda, bene accetto… nonché divertente che è il vero motivo per cui lo faccio.

Apologia dell’emozione

adult alone black and white dark

Articolo che scrivo in risposta ad una tendenza, nel mondo accademico e in particolare filosofico, di dividere la sfera dell’emotività umana in due grandi gruppi: quello giusto e buono e quello sbagliato e cattivo. Ma… esistono davvero emozioni sbagliate?

Innanzitutto mi preme fare una considerazione. Le emozioni tutte, a conti fatti sono delle reazioni chimiche nel cervello (osservazione ahimè poco romantica ma neurologicamente vera), se davvero un emozione fosse in assoluto sbagliata, se davvero fosse in assoluto negativa e controproducente per la vita di una persona, ebbene, semplicemente in quel caso l’evoluzione l’avrebbe probabilmente eliminata, avrebbe eliminato anche la possibilità cerebrale di provarla. Se un emozione esiste quindi, dobbiamo razionalmente pensare che, in qualche forma o modo, abbia un utilità positiva.

La tristezza

Iniziamo parlando di questa. È un sentimento indubbiamente molto forte, ma anche molto biasimato all’interno della nostra società. Se sei triste nell’occidente del ventunesimo secoli lo devi nascondere, devi mostrare una maschera, un’impressione di felicità ed allegria. Credo che più a meno a tutti sia capitato di sentirsi dire in un attimo in cui si è giù di sorridere.

Non credo di dire nulla di nuovo se sostengo che molti dei più grandi artisti o scienziati della storia passarono un periodo di profonda tristezza e depressione che, nei casi più estremi terminarono addirittura nel suicidio. Ora, tralasciando quest’ultimo punto che magari potrà, in futuro, essere materiale per un prossimo articolo vorrei concentrarmi sul semplice fatto che, se la tristezza fosse sempre e comunque negativa, allora non si spiegherebbe tutto lo sviluppo intellettuale che sembra nascere e dipartire da essa.

Il punto è che la tristezza, pur togliendo delle cose, pur essendo, nella sua forma cronica, devastante per la psiche di una persona, al contempo fa anche dei doni. Dona la capacità di introspezione e di distacco dalla realtà, migliora il pensiero razionale e logico, ti offre una finestra sui recessi e sull’oscurità nascosta nell’essere umano che nient’altro dà. Questo è il motivo per cui così tanti artisti sono stati tendenti alla depressione perché l’arte spesso nasce da una situazione di tristezza.

La rabbia

Altro sentimento che toglie molte cose, toglie la razionalità e l’autocontrollo e che, di nuovo però, ne dona altre.

Innanzitutto la perdita di controllo non è necessariamente un male, al contrario può essere liberatoria, può addirittura essere necessaria a volte. Allo stesso tempo la rabbia può essere un motore, una spinta che ti fa lavorare meglio e di più sentendo di meno la fatica, e qualcosa che ti spinge con una forza travolgente che, indubbiamente se fuori controllo può essere dannosa, ma che non per questo è in assoluto sbagliata.

L’odio

Veniamo a quello che probabilmente sarà il più controverso. Viviamo nell’epoca dove più di tutto si pongono come capostipiti delle emozioni buone e cattive rispettivamente amore e odio.

Come accennato sopra: tutte le emozioni, se esistono, debbono avere un utilità e allora qual’è la sua? Molto semplice, è un collante sociale ad ampio spettro.

Così come l’amore è un collante sociale fortissimo, necessario all’essere umano per creare legami stretti, l’odio è un collante forse più debole, ma a raggio molto più ampio. Pensate ad esempio ad un conflitto o ad una situazione di vita o di morte, è molto più facile e nella storia si è rivelato molto più facile indurre le persone ad odiare il nemico, che ad amare un ideale.

Questo perché per sua natura l’amore non va molto lontano da noi. Possiamo provare pietà, rispetto o apprezzamento per qualcuno che non conosciamo ma difficilmente proveremo amore per qualcuno che non sentiamo vicino, l’odio al contrario lo possiamo provare.

Ciò ovviamente può venire fatto a favore di battaglie giuste come di sbagliate. I nazisti indussero odio verso gli ebrei per unire il popolo tedesco (questa direi che era una battaglia sbagliata), allo stesso tempo però gli alleati indussero odio verso i nazisti in modo che la popolazione accettasse la guerra con più facilità. Di nuovo il giusto o lo sbagliato non sta, ritengo, nell’emozione in sé, ma nelle sue applicazioni ed effetti.

Le emozioni positive

Così come le emozioni che sono generalmente poste nel grosso paniere cattivo non sono di per sé ne giuste né sbagliate, così quelle del paniere buono non lo sono.

Pensiamo di nuovo all’amore. Collante sociale molto forte abbiamo detto ma che, proprio per questo, può degenerare in iper-attaccamento e ossessione.

Allo stesso tempo la felicità può renderti immobile, non farti più agire, la pietà può renderti irrazionale e non cogliere magari un imbroglio et cetera et cetera.

In conclusione

Il punto è che nonostante ci si rapporti alle emozioni indicandole con i metri di bene e male, forse dovremmo semplicemente accettarle ed accettare il fatto che non è tutto bianco o nero. Bisognerebbe entrare nell’ottica che il positivo o dannoso spesso non sta nella cosa in sé, ma nell’intensità e nella capacità di gestire queste emozioni.

La tristezza in sé non è cattiva è, come tutto il resto, umana, però sì, in certe forme e proporzioni, come la depressione cronica, può essere devastante. Ma allo stesso tempo anche l’amore, ad esempio, che in molte forme è meraviglioso può anche degenerare in forme ossessive estremamente dannose per l’individuo o per la società.

Forse bisognerebbe tutti accettare che le persone provano quello che provano senza arrogarci di dare giudizi su quelle emozioni e lasciare invece il giudizio alle azioni, alla capacità di controllare anche le proprio emozioni e di sfruttarle sempre al meglio. Questo perché la differenza fra l’usare la rabbia come spinta o farsi travolgere da essa, la differenza di usare l’odio per protrarre un genocidio o per combattere contro i genocidi, la fa la persona, la fate voi. Ed è questa, è l’azione, che dovrebbe essere giudicata, perché non è l’emozione ad essere giusta o sbagliata, ma il modo in cui ci rapporta ad essa.

 

Se siete arrivati fin qui vi ringrazio per l’attenzione e, se vi è piaciuto, magari seguitemi qui o su Facebook, ci saranno nuovi articoli ogni giorno.

 

 

 

 

 

 

Cos’è l’arte?

vangogh-starry_night_ballance1È sempre difficile dare una definizione o un significato alle cose, generalmente, è molto più difficile che viverle. Ogni definizione che si dà di qualsiasi argomento, ogni verbalizzazione, è di per sé incompleta, di per sé appartenente ad una staticità che mal si adatta alla molteplicità delle forme che coesistono in un universo in costante cambiamento, in una società che muta.

Eppure definire le cose è spesso necessario, anche solo ai fini d’instaurare un dialogo, se io parlo dell’arte, ad esempio, intendo una cosa, tu puoi capire il discorso attorno ad essa solo se prima capisci cosa intendo per quella (non necessariamente condividendolo certo, sono pur sempre opinioni).

Questo è proprio il compito della filosofia d’altronde, dare definizioni alle cose.

L’arte

C’è chi, ad esempio, la definisce solo attraverso l’opinione di chi, per qualche ragione, è considerato un esperto. Un critico, un magnate, magari uno stesso artista divenuto famoso.

C’è chi la vede in ogni cosa. Tutto… ogni cosa, persona, animale, la natura stessa è arte e l’arte è insita nell’essenza di ciò che ci circonda.

C’è chi, edonisticamente, l’associa al puro piacere personale. Arte è ciò che mi smuove, che mi suscita emozione, che mi fa riflettere, che mi dia quel qualcosa che cerco e che mi manca.

C’è che l’associa al successo. Arte è ciò che ce la fa, in un mondo difficile, fra un’infinità di opere ad emergere, a raggiungere picchi, ad essere ricordata attraverso il tempo e le genti.

Un opinione personale

Dato che in questo blog voglio fare filosofia più che citare quella di altri, vorrei dare la mia opinione e commentare quelle sopra, ovviamente, con tutto il rispetto per chi la pensi diversamente, quello non deve mai mancare.

Relegare l’arte all’opinione di un esperto credo che snaturi un po’ quella che debba essere un esperienza personale. Indubbiamente un esperto può darci informazioni di natura tecnica, storica, può parlarci delle influenze e delle correnti, ma non può dirci come ci sentiamo noi e, può darsi, che ciò che a lui generi un emozione a noi non la dia.

Al contempo non credo sia in tutto. Credo che potenzialmente possa esserlo, magari un certo occhio vede l’arte laddove un altro non la vede, ma non credo che esista anche solo una persona, anche un solo occhio che da solo veda l’arte in ogni cosa; io la vedo ad esempio nel vento o nel temporale, ma non riesco a vederla ad esempio in isola di spazzatura nel pacifico.

Il lato edonistico in parte lo condivido, ma non del tutto, non credo sia una buona definizione. Molte cose mi piacciono e mi danno piacere… mangiare un panino con la nutella me lo da, ma non credo che quel panino sia arte (sì, lo so, opinione impopolare).

Nemmeno il successo credo valga per definire qualcosa di così complesso, o meglio, se devo essere sincero credo che almeno il sopravvivere al tempo sia un buon indicatore, la capacità di superare le mode che passano nascendo e morendo non è da tutto, ma allo stesso tempo credo che esistano opere sconosciute di autori sconosciuti che non conosceremo mai, ma che di certo sono straordinarie e, forse, solo sfortunate.

Se dovessi dare la mia, personale, definizione di arte, quindi la definirei così: arte è tutto ciò che quando l’osservi ti faccia dire: “ecco, ciò non potrà mai essere fatto meglio, ma solo diversamente”.

Ciò implica ovviamente che sia estremamente personale, ciò che io credo sia sostanzialmente all’apice può non esserlo per te, il concetto di meglio o peggio dopotutto è personale. Al contempo però resta una componente d’oggettività nell’idea che ci sta dietro, ovvero che l’arte per essere tale dev’essere per sua natura inimitabile ed esistente nella miglior forma possibile.

Guardando un quadro di Van Gogh ad esempio, nel mentre lo guardo penso: “ecco, nessuno farà mai di meglio”. Questo ovviamente non vuol dire che non possano esserci altri quadri che siano essi stessi arte, ma vuol dire che quei quadri non sono quel pezzo e che se quel pezzo dovesse essere imitato, quell’imitazione non sarebbe arte ma, solo e per l’appunto, una brutta copia. Allo stesso tempo vuol dire che ci siano quadri e più in generale opere che magari guardo e non mi comunicano quel senso di perfezione che mi comunica quel van Gogh, quel senso che in quel caso mi fa dire: “non riesco nemmeno ad immaginare come qualcuno avrebbe potuto farlo meglio di come lo ha fatto lui.”

Credo che questa definizione spieghi bene anche quello che sembra essere il moto costante della spinta artistica, quello alla novità. Bisogna conoscere, apprezzare, imparare dai maestri del passato ma, poi bisogna abbandonarli, bisogna sfuggirgli, fare qualcosa di diverso.

Ma questa è ovviamente solo un opinione, la mia personale definizione, voi dovete trovare la vostra

 

Quell’atteggiamento della sinistra che le fa perdere voti (e che fa vincere la destra)

matteo_renzi_2Ok, ok, forse arrivo un po’ in ritardo alla festa. Di articoli sul perché la sinistra italiana abbia perso vertiginosamente popolarità e credibilità ne sono stati scritti a bizzeffe, ma volevo comunque dare una mia versione concentrandomi su uno degli aspetti che credo siano stati decisivi: l’arroganza.

L’anti-elitarismo

Se avete capito cosa vuol dire il titolo del paragrafo, mi dispiace per voi, significa che siete professoroni della casta (pagati probabilmente dai poteri forti).

Il punto è che, nel mondo, si va sempre di più rafforzandosi, un movimento che potremmo definire anti-accademico e anti-elitario, dove le persone che ne sanno su un argomento sono tacciati di vederlo solo dall’alto del loro trono senza conoscere i problemi veri della gente. In parte, la colpa di questo è anche di un certo tipo di giornalismo clickbait, in parte di un cozzare culturale fra alcune battaglie tipicamente di sinistra (penso a questioni LGBT ad esempio) e il tradizionalismo religioso che ancora pervade molte società e quella italiana in primis.

Questo atteggiamento è, credo, del tutto palese, non vi sto dicendo nulla che qualcuno che non abbia aperto un social network negli ultimi cinque anni non sappia già. Quello su cui mi vorrei soffermare però, è il modo in cui la sinistra ha risposto a questo anti-elitarismo, ovvero diventando ancora più elitaria.

Il moralismo

Non so se ve ne siete mai accorti ma, ogni volta che c’è un dibattito fra qualche esponente di destra e di sinistra, va sempre a finire che il politico di destra insulta quei ladri, incapaci, inetti e abbietti politici di sinistra amici delle banche e nemici della gente, allo stesso tempo, il politico di sinistra finisce per dare all’elettorato di destra (nota bene: all’elettorato, non al politico, o magari ad entrambi) dell’ignorante, del razzista, del cattivo (nota bene: non ovviamente con queste esatte parole, ma più o a meno con questo senso diciamocelo).

Questo è ad esempio un aspetto che ho visto moltissimo nel dibattito PD-Lega. Tutti noi sappiamo quanto duro Salvini abbia picchiato su politici come Matteo Renzi o Laura Bordini, ma mai una volta, nemmeno una, avrete sentito Matteo Salvini attaccare l’elettorato di sinistra e lo sapete perché? Perché contrariamente a quello che viene spesso pensato dalla sinistra stessa, quell’uomo non è affatto stupido: voleva quei voti e a pensato bene a come ottenerli.

Allo stesso tempo ho sentito politici di sinistra che sottolineavano spesso quanto nel paese ci fosse, ad esempio rispetto all’immigrazione, un’ ignoranza nel popolo italiano sulla questione che lo portava a mal interpretare i dati sulla presenza di migranti, cosa che magari è anche vera, ma… sorpresa, non ti farà guadagnare voti, così come non te li farà guadagnare il porre te stesso su un piedistallo morale, e, invece di argomentare con dei dati che probabilmente sarebbero pure dalla tua parte, ridurre il tutto ad una questione di giusto e sbagliato in stile #restiamoumani.

Le sagaci battute

Avete presente quanto Luigi di Maio sbagliava i congiuntivi e metà del popolo dell’internet, seguendo a ruota alcuni politici lo prendeva in giro? Che io sarei dannato se me lo dimenticassi.

Bene, ora quello stesso uomo è a capo del primo partito del paese e, io la butto lì, forse sarebbe stato meglio rispondergli a tono che sfotterlo perché se vuoi passare per quello intelligente della situazione e non per un bulletto, forse dovresti dire qualcosa di intelligente. Tra l’altro, evidentemente non hanno imparato la lezione dato che anche recentemente si passa più tempo a fare battute su Salvini ignorante che a rispondergli e a fare la seria opposizione che in Italia non c’è (tweet).

Il blasting

Un altro modo in cui si configura quest’arroganza è nel meccanismo social noto come in inglese come “blasting”, ovvero dare una risposta forte a qualcuno sui social sbattendogli in faccia la sua stupidità. È questa una cosa che vedete con alcuni personaggi social come Enrico Mentana o Roberto Burioni.

Ora… di sicuro Mentana è un ottimo giornalista, di sicuro Burioni è un ottimo medico, ma posso essere scettico sui risultati che la loro attività social stanno portando? Voglio dire, sì, nessuno mette in dubbio che siate più intelligenti e capaci della persona media che crede che i vaccini provochino l’autismo ma insultare queste persone non gli farà di sicuro cambiare idea (ne chiamarli webeti, ad esempio), ed è questa la differenza fra essere bene informati ed essere buoni divulgatori d’informazione. Forse bisognerebbe a volte fermarsi e chiedersi… qual’è il mio obbiettivo? Autocompiacermi della mia intelligenza o vincere quella che si configura sempre più come una vera e propria battaglia culturale?

L’arroganza

Altro punto super-iper citassimo e discusso e su cui, quindi, dirò solo due parole, ma che credo riassuma bene tutto il resto del mio articolo essendo stato un gesto di una tale stupidità e, per l’appunto, di una tale arroganza che credo rimarrà negli annali del come non fare politica per secoli.

Ovviamente sto parlando di come Renzi ha gestito il referendum costituzionale.

Allora, sei uno dei politici più impopolari di sempre che sta per proporre la riforma in assoluto più importante del tuo intero mandato nonché, se fosse passata, fra le più importanti della storia italiana recente e cosa fai? Leghi il successo del referendum alla tua carica e alla sopravvivenza del governo stesso (sì Matteo, vai così, grande idea.)

Non so se ve lo ricordate, ma la campagna d’opposizione contro il referendum fu, come ci si poteva aspettare, molto più contro Renzi che contro il referendum stesso nel merito. Lo slogan era “Renzi a casa” e non “abbasso la riforma costituzionale” e quest’atto che probabilmente nella mente del politico doveva sembrare un’idea geniale in stile: “ora vedranno che tengo più al paese che al mio posto in politica” gli si ritorse rapidamente contro.

In conclusione credo che, se la sinistra italiana vuole risorgere da quelle ceneri in cui è bruciata e in cui mi sembra ancora sguazzi (dato che di opposizione non ne vedo), penso che un buon punto d’inizio sia scendere dal piedistallo su cui si è messa, magari anche entrando in discussione con sé stessa. Deve iniziare a combattere battaglie che la gente sente vicino, iniziare a criticare il governo nel merito delle questioni senza fare battute da terza elementare su twitter, o sarà così, o andrà sempre peggio.

 

Come le promesse elettorali comprano i voti e distruggono il paese

adult art conceptual dark
Photo by Pixabay on Pexels.com

Nel 1973 il governo Rumor guidato dalla Democrazia Cristiana, inaugurò quelle che furono chiamate le “baby-pensioni”, pensioni date a lavoratori di poco più di trent’anni d’età il cui costo, come ogni cosa, sarebbe ricaduto sulle spalle dei contribuenti delle generazioni future in un paradosso italiano che si ripresenta in continuazione ad ogni campagna elettorale.

Lo stato non ha un centesimo

C’è una cosa che mi lascia spesso interdetto, una modalità della trattazione degli argomenti economici in questo paese, una modalità che si fa sempre più rumorosa in campagna elettorale, ovvero il fatto che molta gente sembra ignorare il fatto che i soldi dello stato, sono in realtà i soldi dei cittadini… sono soldi anche tuoi.

Quello che mi sembra che la gente, a volte, non capisca, è che un politico in campagna elettorale, ti può promettere anche la Luna, ma non è detto che abbia poi i fondi per pagartela e che se poi te la paga, i soldi li andrà necessariamente a prendere da qualche altra parte, di certo non li pagherà di tasca propria.

Volete la pensione a trentacinque anni di Rumor? Il reddito di cittadinanza di Di Maio? La flat-tax di Salvini? Gli ottanta euro di Renzi? Va bene, va bene tutto, ma credo che prima di osannare prima questo e poi quel politico, prima di dare il nostro voto a chi ci offre questi soldi, dovremmo fermarci un attimo e chiederci… “questi soldi, esattamente, da dove verranno presi?”

Perché la verità è che lo stato non ha un centesimo e che tutto quello che ci da, ogni singolo euro, lo toglierà a qualcun altro. E, quando poi ad un certo punto dovrà trovare un modo per pagarlo, magari lo farà aggiungendo qualche micro-tassa qua e là, o magari aumenterà il debito pubblico scaricando di fatto il problema sulle generazioni future (e poi via a lamentarsi di quanto siano sfaccendati i giovani).

Sta di fatto però, che quei soldi, prima o poi, qualcuno li dovrà pagare e a poco vale lamentarsi delle leggi dure che arrivano ad un certo punto, come la legge Fornero, perché esse sono solo il risultato di una serie di politiche miopi e cronicizzate nel corso di decenni che, invece di tentare di risolvere un problema, lo hanno spazzato sotto al tappeto fino a che quel tappeto non è diventato una montagna troppo grande per essere ignorata.

Il voto di scambio

Quando il sopracitato Rumor in campagna elettorale propose quelle baby-pensioni, davvero secondo voi non si rendeva conto dell’enorme buco (che tutt’ora stiamo ripagando) che questo avrebbe creato? Certo magari quella fu solo innocenza e ingenuità, oppure… pensate che possa mai essere che alla mente di un politico italiano passi, forse per un fugace istante, l’idea di proporre dei soldi a una parte del popolo per comprare il loro voto e lasciando così un grosso debito sulle spalle degli altri? No, certo che no, in effetti di certo fu semplice innocenza, sono sicuro che l’obbiettivo era far ripartire l’economia.

E arriviamo quindi allo slogan eterno di ogni campagna elettorale: “questi ottanta euro/ flat-tax/ reddito di cittadinanza” li vogliamo dare perché sappiamo sarà un investimento, un beneficio per tutti, perché faranno ripartire l’economia”… ma esattamente come? Perché, non so se qualcun altro se n’è accorto, una promessa di questo tipo arriva puntualmente da quasi ogni singola forza politica ad ogni girone elettorale e ogni volta mentre tutte le proposte degli altri sono solo uno spreco di soldi, la propria è invece l’unica vera salvezza del paese e non, ricordiamolo, una mancietta per comprare l’elettorato.

Ed ecco quindi il problema delle promesse elettorali in Italia, vengono presentate come se fossero soldi regalati, quando in realtà sono soldi che verranno poi ripagati dai cittadini stessi. Sono offerte fatte dalla politica, ma a vantaggio non della collettività ma bensì della politica stessa che si erge a caritatevole quando sta solo dando una mancia ai padri accendendo un mutuo sulle teste dei figli. E tutto questo perché, ricordiamolo, il conto di tutto quello che lo stato dà, prima o poi, arriva.

 

Esistono davvero i “cattivi?”

hallway with window
Photo by Jimmy Chan on Pexels.com

Il sistema carcerario italiano (ma si potrebbe benissimo dire quello di quasi ogni paese) e più nello specifico il recente caso Cucchi, hanno portato alla luce una certa caratteristica della percezione di “buono” e “cattivo” in questa nazione che per molti versi è ancora figlia ideologica della vecchia morale cattolica.

Tutte le persone credono di essere buone.

Per capire tutto il resto, credo serva essere d’accordo su almeno questo punto. Tutti noi, tutti quanti, quando facciamo qualcosa, la facciamo perché pensiamo, per qualche ragione, che sia giusto farla; altrimenti non faremmo nulla.

Ci sarà tempo e spazio sulla discussione sul perché pensiamo che fare una cosa sia giusta, ma sul fatto che mentre la facciamo crediamo che lo sia… beh credo sia lapalissiano. Magari ci pentiamo subito dopo certo, come quando il mattino seguente una sbronza guardiamo il cellulare e notiamo la “simpatica chat” di soli trenta messaggi e quattro vocali che abbiamo mandato alla nostra ex sotto il magico potere della birra. Sta però di fatto che, nel mentre che quei trenta messaggi li mandavamo, qualcosa nel nostro cervello annebbiato ci ha fatto credere che mandarli fosse la cosa migliore da fare, altrimenti non avremmo mandato proprio niente.

L’impressione che ho è che le persone abbiano una visione macchiettistica dei criminali. Come in un cartone animato noi li immaginiamo come dei tizi seduti, per qualche motivo, al centro di una stanza buia e che ridacchiano strofinandosi i baffi pensando a quanto sono malvagi… ma di cosa stiamo parlando?

Il sistema carcerario

Il discorso che abbiamo appena fatto serve anche a spiegare alcune questioni sul funzionamento del sistema carcerario in Italia e nel mondo occidentale. Negli obbiettivi, il senso di questo sistema dovrebbe essere non la punizione, ma la rieducazione.

Perché questo? Si fa presto a dirsi, perché se tutti quanti, tutti, dal santo al mostro, dall’eroe all’assassino, dal benefattore al ladro pensano che quello che fanno sia giusto, questo implica che i buoni o i cattivi semplicemente non esistono, non al di fuori dei libri di religione perlomeno. Esistono solo persone che hanno sviluppato, per una qualche ragione, un concetto antisociale di “giusto.”

Ed è proprio questo il motivo per cui non ci ergiamo a dei sulla terra, il motivo per cui non ci arroghiamo, almeno nelle intenzioni, dato che i fatti sono tutta un’altra storia, il diritto a punire ma piuttosto quello a rieducare in modo che le azioni di una persona tornino a combaciare con quelle delle collettività. Ed è anche il motivo per cui paesi come la Norvegia che hanno un sistema più improntato sull’educazione hanno tassi di recidiva molto più bassi del nostro.

Il caso cucchi

Tutto molto bello, la rieducazione, la legge che deve fare la legge e non la morale et cetera et cetera. Ma questo fino a quanto dura in genere? Perché abbiamo alcuni pesanti doppi standard rispetto ad alcuni casi di cronaca rispetto ad altri?

Capita ogni tanto all’interno del dibattito pubblico e in particolare del dibattito polarizzato sui social, che qualche evento di cronaca apra una discussione su quanto poco pesante sia la mano dello stato su alcune persone.

Pensiamo ad esempio al caso Cucchi perché… dai, anche prima che uno dei carabinieri confessasse quanto vi sembrava probabile che fosse inciampato dalle scale? Eppure buona parte del mondo politico e dell’opinione sostenne quelle prime versioni ufficiali.

Quello che mi chiedo e vi chiedo è, secondo voi, se Cucchi fosse stato qualcuno di meglio inserito nella società… pensate ad un medico o che ne so, un panettiere, se non fosse stato un drogato e un piccolo spacciatore pensate che la gente ci avrebbe creduto così volentieri al suo “inciampare dalle scale”? Io credo di no.

Io credo che questo moralismo e paternalismo sia quasi capillare nella società italiana. Questo nostro dividere il mondo fra i buoni e i cattivi senza renderci conto che i cattivi sono persone che, proprio come noi, pensavano di essere buoni e che un bel giorno potremmo svegliarci e renderci conto che i cattivi siamo diventati noi.

E a poco valgono quelle polemiche della serie: “e se fosse successo a te?” “E se fosse successo a tuo figlio?” Saresti così indulgente con un assassino che uccide un tuo famigliare? Diresti che non andrebbe punito ma rieducato se qualcuno avesse ammazzato proprio tuo figlio? Davvero non lo vorresti vedere esangue e torturato?

La risposta a questa domanda è: non lo so, sinceramente, non mi è mai successo e spero che mai mi capiti, credo che nessuno lo speri. Ma penso anche che ci sia un motivo se esistono i giudici e se i giudici non debbano avere coinvolgimento emotivo col processo e credo anche che questo moralismo a singhiozzi, questa disparità di trattamento fra persone considerate degne o non di ricevere la nostra empatia, non faccia bene a nessuno. Credo che nonostante la rabbia o l’odio in queste situazioni siano sentimenti umani e comprensibili esse non debbano sostituirsi alla ratio, al senso che si pone dietro le azioni della giustizia.

Questo perché anche a te che, sicuramente, sei onesto, che sei magari vittima, che un carcerato esca dalla prigione più arrabbiato verso la società di quando ci è entrato, o che non ci esca proprio, lasciandosi magari dietro parenti e un opinione pubblica in pieno odio delle istituzioni, non ti farà bene né ti restituirà ciò che ti è stato tolto.

Sulla polarizzazione dell’opinione

human fist

Vi è mai capitato di assistere ad una discussione sui social network? Magari una di quelle che si sviluppano sotto l’articolo di un qualche giornale che tratta di un tema caldo dell’opinione pubblica come ad esempio l’immigrazione o una qualche battaglia per i diritti sociali? Vi è mai capitato di vedere queste discussioni svilupparsi e continuare per centinaia e centinaia di commenti?

Se la risposta è sì vi faccio uno spoiler: dal commento numero otto in poi sono tutti e solo insulti alle rispettive madri.

Se la risposta è sì però, direi che può anche valere la pena di fermarsi un attimo per fare una riflessione su questo fenomeno che, mi sembra, di anno in anno si faccia sempre più forte e rumoroso, questa continua polarizzazione dell’opinione verso gli estremi e la conseguente morte di ogni discorso costruttivo…ma da cosa deriva tutto ciò?

Il problema è più vecchio di quanto pensiamo

La risposta semplice, la risposta che si danno sempre tutti è “la colpa è dei social.”

Ahh, i social network come capri espiatori di ogni problema della società… perché no? Dopotutto è solo la versione 2.0 del “i cartoni animati giapponesi renderanno i vostri figli dei mostri violenti.”

Ma restiamo nel tema. La polarizzazione e l’estremizzazione delle idee in realtà, se ci pensate, non sono affatto un fenomeno nuovo e nato nell’era di internet, al contrario, questi sono accadimenti molto comuni e che si sono presentati spesso nella storia e sono esattamente il modo in cui ogni massa di persone sempre, in ogni periodo e luogo, si è comportata quando si è sentita minacciata.

Pensate alle guerre, periodi in cui non esistevano le sfumature: bene o male, nero o bianco, amici o nemici, noi o loro. Questo è quello che è sempre accaduto in quei periodi in cui l’istinto di sopravvivenza schiaccia ogni razionalità. Pensate alle epidemie e alla caccia ad untori e streghe, non era questa estremizzazione dell’opinione verso i poli?

Il ruolo della paura

La vera domanda da porsi quindi non è tanto “perché questa polarizzazione avviene?” La risposta a questo è infatti ovvia: avviene perché è così che le persone si comportano quando si sentono attaccate, quando sono guidate dal più primordiale degli istinti di sopravvivenza: esse si chiudono in gruppi fidati, sospettano che ognuno sia un nemico, non osano mai nemmeno pensare di essere anche solo parzialmente in errore perché questo significherebbe che loro, gli altri, i cattivi, hanno parzialmente ragione.

La vera domanda in realtà è: perché in un periodo di sostanziale pace, un periodo senza più vere epidemie o fame (almeno nel mondo occidentale) avviene questo? Perché ci sentiamo tutti costantemente attaccati? Perché non riusciamo più ad accettare che altri abbiano idee diverse dalle nostre e prendiamo ogni altra opinione come un sostanziale attacco personale?

Prendiamo ad esempio il caso dell’immigrazione in Italia.

Semplificando molto un dibattito sostanzialmente infinito e che credo continuerà fino a che l’umanità non scoprirà una razza aliena su un pianeta lontano che, da un lato, si dovrà “aiutare sul pianeta loro” e, dall’altro, “faranno i lavori che i terrestri non vogliono più fare” (tipo, suppongo, riparare cyborg o simili), credo che il problema della percezione del fenomeno derivi principalmente dalla semplificazione estrema che viene fatta sempre e per ogni singola questione sia dalla politica sia dalla maggior parte dei media. Questo perché in Italia ovviamente, più una questione è complicata e ricca di sfumature, più viene trattata con slogan tipo: “ruspa!” o in alternativa con una serie di video strappalacrime sui morti in mare.

Dal un lato la mia impressione è che la posizione della destra sul tema sia quella di dare voce a quelle persone che, tendenzialmente, subiscono il problema in modo maggiore. Se è infatti vero che l’immigrazione in Italia è di gran lunga sovrastimata da parte della popolazione, è anche vero che non tutta la popolazione subisce la questione allo stesso modo: persone che vivono nelle periferie delle città ad esempio, luoghi dove si concentrano più immigrati, di prima o seconda generazione che siano, percepiscono gli effetti negativi di un’immigrazione mal gestita in modo più pesante di chi vive in altre zone. Allo stesso tempo però, la stessa destra ignora che, di fatto e al netto degli slogan, l’immigrazione in un modo o nell’altro continuerà qualsiasi sia la politica adottata, e questo semplicemente perché il mare non può essere chiuso, perché non è così semplice effettuare i rimpatri e perché di fatto anche parte dell’elettorato di destra pur chiedendo una maggiore rigidità, davanti a quei video di naufragi, tace.

Dall’altro la sinistra si concentra invece sul lato umanitario, sugli aiuti a persone che se scelgono di abbandonare tutte le loro vite per partire alla ventura in una nazione di cui non sanno nulla, di certo non lo fanno per una scommessa persa, ma lo fanno spesso perché spinti da cause estremamente gravi e dalla speranza di migliorare le proprie condizioni di vita. Allo stesso tempo però, la sinistra stessa spesso ignora il lato economico e di impatto sociale della questione, e sembra voler ignorare anche il semplice fatto che, se una porzione di popolazione non ama la presenza di migranti questo non li configura immediatamente come stupidi, ignoranti e razzisti, o che magari li configura pure come tali ma che chiamarli in tal modo di certo non li convincerà a cambiare idea, non li convincerà a votarti ma anzi, probabilmente li porterà ad estremizzarsi ancora di più.

La morte del dialogo

Quello che credo che i politici non si rendano conto così come anche i giornalisti (o che peggio se ne rendano conto e cavalchino quest’onda proprio perché, si sa, la gente che urla fa più audience di quelle che parla) è che il parlare continuamente di quanto la parte avversa sia stupida, ignorante, razzista, buonista, etc… non porterà mai alcune di queste persone a voler cercare di capire il tuo punto di vista, ma al contrario, la farà sentire attaccate nel personale, la farà chiudere nel proprio guscio ideologico e, probabilmente, le spingerà ad attaccare a loro volta su questa linea creando una sorta di ping-pong.

Io attacco te dandoti del razzista, tu ti chiudi un po’ e ti sposti verso un polo; tu attacchi me dandomi del “radical chic”, io mi chiudo un po’ e mi sposto verso un polo e così via fino a che tutto quello che resta del dibattito sono un gruppo di persone urlanti ed impaurite le une dalle altre e che si lanciano il corrispettivo internettiano degli escrementi.

A questo punto io posso anche capire un’obiezione abbastanza ovvia a questa considerazione: ovvero che è difficile rispondere nel merito di questioni con gente che le tratta all’acqua di rose in maniera ideologica e di fatto lo è, sono d’accordo, è estremamente difficile. È però vero, e credo sia innegabile, che rispondere con altri insulti e altre ideologie a qualcuno che si comporta così non lo farà mai cambiare idea, ma, al contrario, lo allontanerà sempre di più da noi, danneggiando e non aiutando la posizione che sosteniamo.

Quando cerchiamo il dialogo quindi, e non la sopraffazione, la prima domanda da porsi quindi dovrebbe sempre essere: qual’è il mio obiettivo? Perché se vuoi passare per il più figo del tuo gruppo prendendo in giro l’avversario, attaccandolo personalmente e via dicendo, allora fallo; ma se invece vuoi convincere qualcuno prima lo devi capire, devi capire cosa lo ha portato a sbagliare se vuoi correggerlo, e per capirlo devi imparare ad ascoltarlo, anche se non ti piace, anche se non sei d’accordo con lui.

A questo punto l’ultima domanda che resta in sospeso è… questo circolo vizioso della polarizzazione, questo ping-pong che sta fagocitando giornali e politica si può spezzare?

Lascio a voi l’arduo compito di dare una risposta.