Legittima difesa: come l’era in cui tutto è spettacolo distrugge la politica

Guardate mai un programma televisivo o comunque un video provando un leggero senso di disgusto? Magari non tanto per le opinioni espresse le quali possono essere più o meno condivisibili, ma per i modi: tutti urlano, s’insultano a vicenda sbraitano come scimmie in un degrado del dibattito e dell’informazione che ormai è diventato tanto profondo, tanto connaturato nell’ambiente in cui viviamo che a malapena ce ne rendiamo conto.

Da quando la televisione è entrata nelle vite di ciascuno infatti, e poi da quando è entrato internet, possiamo dire che in un certo senso sia iniziata una nuova era della società occidentale, l’era della spettacolarizzazione, l’era in cui tutto deve fare audience, scandalo, divertimento.

Il ruolo dei media

Hanno sempre influito sull’opinione pubblica, anche ai tempi dei giornali e, da quando la democrazia a suffragio universale ha reso l’opinione pubblica sinonimo di governo, hanno influito enormemente su ogni aspetto della vita pubblica.

Allo stesso tempo però in epoca dei giornali c’erano dei meccanismi che evitavano che tutto cadesse nello spettacolo fine a sé stesso, che l’informazione degenerasse. Ad esempio c’era il fatto che le persone fossero in genere abbonate ai giornali, il giornale ti veniva consegnato a casa (o al bar dove lo leggevi) e i giornalisti non avevano quindi bisogno di titoli clickbait e sensazionalistici per attrarre le persone (o al più lo si metteva come titolo di copertina).

Con l’era d’internet però questo è morto, i singoli articoli si diffondono nel web seguendo i fili dorati dei complicati algoritmi dei social network che in genere premiano le interazioni, ovvero quanti cliccano l’articolo, quanti commentano, quanti condividono e ciò porta a premiare quegli articoli che non generano informazione, ma bensì emozione, che essa sia pietà o indignazione poco importa, basta che si diffonda.

E poi l’avvento della televisione, così descritta dallo scrittore Neil Gailman nel suo romanzo “American Gods”: sono la scatola scema. Sono la Tv. Sono l’occhio che tutto vede e il mondo del tubo catodico. Sono la grande sorella. Sono il tempietto intorno a cui si riunisce la famiglia per pregare.

La televisione ha radicalmente cambiato il modo in cui percepiamo e recepiamo l’informazione per il semplice fatto che, una persona seduta ad ascoltare due politici che parlano per mezz’ora di complicati e tecnici argomenti di economia e geopolitica si annoia, cambia canale. Ma una persona che è seduta a guardare due politici sbraitarsi contro l’un l’altro lanciandosi i peggio e più fantasiosi epiteti invece sarà divertita, sarà eccitata e, se il programma è proprio buono, sarà coinvolta. Si sentirà quindi partecipe di uno o dell’altro politico, sentirà ogni insulto come un attacco personale, ogni osservazione o argomentazione come una sfida.

Ciò sui Social Network raggiunge la massima potenza. Ogni piccolo evento è campagna elettorale, è uno spettacolo per smuovere la pancia delle folle, cosa che viene fatta sia a destra che a sinistra ma che sia la destra che la sinistra accusano l’altro di fare.

E così l’opinione diventa sempre più polarizzata come se la politica fossero gli spalti di una partita di calcio in cui si fa il tifo per questo o per quello, senza fermarsi a pensare di volta in volta al senso, alla fattibilità e al realismo delle proposte, senza arrivare, magari attraverso la discussione a comprendere il punto di vista dell’altro ma cercando di annientarlo e sommergerlo con un fiume di post, sagaci battute e insulti.

Legittima difesa

Vi faccio un esempio pratico di quello che intendo: la legge sulla legittima difesa appena passata in parlamento e in attesa dell’approvazione in senato, sapete cosa cambierà con quella legge? Più o a meno nulla, a parte il fatto che ad un imputato che a processo sia riconosciuto di aver agito per difesa è garantito il patrocinio di stato (ovvero il non dover pagare le spese legali) e ad un leggero aumento di pena per alcuni reati.

Per intenderci la vecchia legge è stata modificata aggiungendo il particolare che la difesa sia “sempre legittima”: cosa che di fatto però era sottintesa nella vecchie legge, nonché nel concetto stesso di “difesa”. Se però qualcuno ti da uno spintone e tu gli tiri venti coltellate alla schiena, questa semplicemente non è più difesa, non lo era prima e non lo è adesso. La zona di confine fra difesa e offesa è ovviamente poi un po’ vaga e il compito di tirare una linea spetta ai singoli tribunali (questo è il ruolo del potere giuridico) e fondamentalmente continuerà a farlo, ora come allora.

Quando un ladro entra in casa di qualcuno adesso, e quel qualcuno gli spara, poi quel qualcuno finisce sotto indagine, magari anche sotto processo, e i media utilizzano questa cosa per fare i loro titolini clickbait in modo da infiammare l’opinione pubblica; quello che nessuno scrive però, e non lo scrive perché fa meno notizia, è che alla fine raramente la persona viene condannata e che, di fatto, le indagini dovessero essere fatte come sempre lo devono essere quando ci scappa un morto.

Il punto è che ora, con la nuova legge, non cambierà sostanzialmente niente. Le persone continueranno ad essere indagate se uccidono qualcuno anche in casa propria e le indagini e il giudice decideranno se l’omicidio sia stato o meno per legittima difesa.

Allora perché tutto questo casino? Perché c’è il circo mediatico.

I giornali infiammano l’opinione pubblica e la polarizzano e i politici cavalcano queste onde. Da un lato Salvini e la Lega che creano una legge sostanzialmente inutile per risolvere un problema che non c’era e che comunque che se c’era in una qualche proporzione ora non è stato risolto, dall’altro la frammentata sinistra italiana che se possibile fa qualcosa di perfino più inutile che promulgare una legge inutile, ovvero gli fa ostruzionismo, si fa pubblicità con allarmismi infondati sull’Italia che diventa un Far West iper-militarizzato nonostante, di nuovo, non sia cambiato quasi niente rispetto a prima.

Tutta questa battaglia quindi, sia a livello prettamente politico sia a livello sociale, è solo fumo negli occhi, ma un fumo sentitissimo da tutti. Introducete l’argomento coi vostri amici e vedrete che ne uscirà sempre una discussione infiammata e probabilmente la gente inizierà a citare di questo e quel caso in cui tizio è stato indagato dopo aver sparato al ladro, l’altro di come statisticamente avere un’arma in casa sia più pericoloso di non averla etcetera etcetera; un sacco di discussioni che gireranno attorno all’argomento senza però approfondirlo perché la verità è che nel profondo la questione non esiste, è solo uno spettacolo di superficie per muovere le masse.

E così via via l’opinione si fa più polarizzata, il cittadino si sente sempre di più un soldato in trincea contro il mostro di quel partito avversario e tutti sono più tesi, più arrabbiati, più infervorati sul nulla, tutto perché un qualche giornalista doveva campare estremizzando, spettacolarizzando e stravolgendo una notizia di cronaca, siamo messi bene.


Macron: sic transit gloria mundi

“Così passa la gloria del mondo”, dopo le proteste dei gilet gialli, Macron cala a picco nei sondaggi e a nulla valgono le mancette elettorali che promette per placare gli animi ormai bellicosi dei francesi. Tornato sui propri passi in maniera assolutamente plateale, il presidente promette ai suoi cittadini delle cose che, molto probabilmente, non è in grado, economicamente, di permettersi; credo che valga la pena spendere un paio di parole su questo fenomeno che negli anni a venire avrà ripercussioni sull’Europa tutta.

I partiti tutelano sé stessi

Allora, iniziamo a parlare di questo. È ovvio che un partito metta al primo posto il consenso dell’elettorato, ancora prima del bene del paese, i partiti dopotutto esistono per questo, per rappresentare la volontà di parte della popolazione.

Generalmente possiamo osservare che la tendenza del potere, in qualsiasi forma esso si trovi (monarchica, aristocratica o democratica), sia quella di tendere, come tutto del resto, all’auto-conservazione e alla sopravvivenza. Ciò deriva dalla natura stessa dell’essere umano che gestisce quel potere dopotutto, in quanto è l’essere umano stesso a tendere alla propria conservazione.

Questa caratteristica dell’essere umano viene così trasmessa al sistema di potere, quale esso sia e, nella democrazia, sistema ove la sopravvivenza coincide con la popolarità, si concretizza in una ricerca spasmodica di mantenere popolarità da parte di chi ha il potere, di distruggere popolarità da parte di chi vorrebbe il potere.

L’alternanza

Il punto è che è molto più facile distruggere la popolarità che mantenerla. Questo avviene perché all’interno di un sistema chiuso per ogni cosa che dai a qualcuno devi togliere qualcosa a qualcun altro e tendenzialmente le persone dimenticano molto velocemente i doni ricevuti ma molto lentamente i torti subiti.

Se abbasso le tasse o aumento i fondi per qualcosa come la sanità ad esempio, la notizia avrà più o a meno risonanza, ma vi assicuro che non l’avrà mai come se al contrario aumentassi le tasse e tagliassi i fondi, questo perché le persone danno per scontato ciò che gli viene dato e per estorto ciò che gli viene tolto.

Questo porta alla continua alternanza dei governi propria del sistema democratico. Essendo più facile guadagnare popolarità mentre ci si trova all’opposizione e più facile perderla quando si è al governo è quasi fisiologico che questo avvenga. L’attività di un buon politico sarà quindi quella di cercare di guadagnare la maggiore popolarità possibile nel mentre si trova all’opposizione, e di perderne quanta meno possibile nel momento in cui si trova a governare.

La rivolta dei gilet gialli

Ma torniamo dopo questa breve digressione alla realtà che ci sta letteralmente esplodendo davanti nella vicina Francia. Cosa sta accadendo coi gilet gialli?

Alcuni commentatori hanno bollato la questione come una semplice rivolta verso l’aumento di una tassa sulla benzina, ma è un po’ più complicato di così. Se è vero infatti che è la goccia che fa traboccare il vaso sarebbe miope dare la “colpa” alla goccia dello straripamento, quanto piuttosto sarebbe meglio darlo a ciò che lo ha fatto arrivare al colmo.

La Francia è uno stato diverso dall’Italia, è una nazione completamente centralizzata a Parigi sotto ogni punto di vista: amministrativo, economico, culturale, politico. Immaginatevi per farvi un idea che la borsa venga spostata da Milano a Roma, che il turismo venga a sua volta dirottato verso Roma, che alle regioni, alle provincie o addirittura ai comuni venga tolto potere a favore del governo centrale di Roma. Ora io non penso che il sistema francese sia necessariamente né meglio né peggio di un nessun altro, l’accentramento così come al contrario la delega del potere, alla fine sono solo forme politiche, il loro successo o insuccesso dipende da come esse vengono gestite.

Se non hanno carburante che vadano a piedi!

Si dice (anche se in realtà è un falso storico) che l’ultima regina di Francia, quando le fu riferito che il popolo non aveva pane, rispose: “se non hanno pane, che mangino brioches.”

Il vero problema della Francia è molto più a monte delle tasse sul carburante, sta nel fatto che i cittadini francesi si sentano “sudditi” di Parigi.

Il punto é che l’aumento delle tasse, pur con motivi nobili alla base (dopotutto se vogliamo proteggere l’ambiente qualcosa va sacrificato) , non va a colpire tutti allo stesso modo. I cittadini delle campagne, quelli che sono obbligati ad usare l’auto, è su di loro che cade la tassa non sui parigini che vivono in una città servita da ogni sorta di mezzo pubblico.

Il ritorno sui propri passi

A questo punto quindi la protesta è esplosa, quei cittadini che, a ragione o a torto (sinceramente non conosco così bene la questione da commentarla più approfonditamente) si sono sentiti calpestati si sono ribellati a Macron e, dopo aver mantenuto per un po’ la sua freddezza, quando la situazione era ormai esplosa, il presidente ha fatto una cosa molto francese, si è arreso.

Nell’arrendersi ha anche fatto promesse, promesse che avranno un costo che sono curioso di sapere se riuscirà a mantenere (io ne dubito onestamente).

Quello che sta accadendo é un buon esempio quindi di come funziona il potere. Macron è già condannato, non vincerà un altra elezione (probabilmente la vincerà Le Pen, segnatevela questa) questo contentino che sta dando al popolo lo sta dando per salvare il salvabile della popolarità del suo partito, prima che il partito stesso decida di fargli le scarpe così come si asporta un arto in cancrena per salvare il corpo.

Chi beneficerà della manovra?

Questa è una bella domanda, sul breve termine i francesi, sul lungo termine? Forse nessuno. Per quanto non ci piaccia sentirlo infatti, un aumento del debito per dare un contentino ai cittadini sul lungo termine è proprio sui cittadini che va a gravare perché quel debito dovrà essere pagato da qualcuno ad un certo punto.

Quello che sta facendo Macron promettendo cento euro in più ai francesi è la stessa cosa che fece Renzi con gli ottanta euro ad esempio. Prova a comprare popolarità pagando i cittadini coi loro stessi soldi e generando debito.

Chi ci perderà dalla manovra?

Questa invece è una domanda semplice… l’Europa. Macron per forza di cose dovrà incolpare qualcuno per garantire la propria sopravvivenza e quella del partito, ciò implica trovare un capro espiatorio per le proprie mancanze e per essere stato un cattivo lettore degli animi dei francesi, e sarà sull’Europa che cercherà di scaricare il tutto.

L’esempio

Conoscere una cosa senza capirla é inutile, capirla senza trane esempio é folle.

Il fallimento di Macron ritengo possa essere utile a mostrare come viene gestito il potere in un sistema partitico. Il potere non è mai a beneficio dei deboli, ma é solo un mezzo di sopravvivenza dei potenti stessi che quindi, volgono le proprie orecchie all’ascolto degli inascoltati solo quando si sentono personalmente in pericolo nell’origine del proprio potere, ovvero nella popolarità.

Allo stesso tempo ci mostra come per un governatore sia quindi estremamente pericoloso ignorare i sentimenti delle persone ed affidarsi solo alla logica nelle decisioni (logicamente infatti, tassare il carburante era la mossa perfetta per risolvere un problema collettivo, ovvero l’inquinamento), ciò perché le persone non agiscono seguendo logica, ma agiscono seguendo le emozioni.

Incomprensione questa, il non ascoltare le emozioni di parte della popolazione che viene ritenuta ignorante, che mi azzardo a dire sia un po’ il problema di molte sinistre Europee (e lo dico da uomo di sinistra), nonché uno dei principali motivi che fanno vincere partiti reazionari ed estremisti (come vi ho già detto, segnatevelo che alle prossime elezioni in Francia vincerà Le Pen che sta facendo fiorente campagna sull’ondata di anti-Macronismo in Francia).


P. S. Ad ogni modo guardiamo il lato positivo, la prossima volta che sentirete un francese prendere in giro l’Italia per la sua politica, potrete ricordargli che loro sono quel popolo che riesce a fare una guerra civile ogni quindici minuti.

Qual è il grosso problema della democrazia

art colors conceptual country

Si dice che il primo passo per risolvere un problema sia ammettere la sua esistenza, compiere quel piccolo e necessario atto d’umiltà che ci permette di non chiuderci a riccio ad ogni accusa ma di accettare che qualcosa, anche se vogliamo fingere che non sia così, proprio non vada.

L’avvento dell’oclocrazia

Fu Erodoto per primo a descrivere le tre forme ottime di governo identificandole nella monarchia (governo di uno), nell’aristocrazia (governo dei migliori) e democrazia (governo del popolo), allo stesso tempo per ognuna di queste segnalò l’esistenza di una forma degenerata, rispettivamente: tirannide, oligarchia e oclocrazia.

Ma cos’è esattamente l’oclocrazia, la forma degenerata di democrazia? Per l’esattezza, oclocrazia significa il governo della massa, indica quindi quel momento in cui il governo di un popolo è trascinato dalla volatilità dei sentimenti della folla, spesso una folla manipolata e trascinata da uno o da pochissimi uomini che ne tirano i fili al fine di seguire i propri personali interessi.

Questo è il grande rischio e problema della democrazia, il momento in cui il dibattito viene meno, il momento in cui tutto diventa una discussione da curva da stadio fatta per partito preso, il momento in cui i partiti stessi iniziano a fare i propri interessi e non quelli dello stato, demagocizzando le masse ed aumentando la polarizzazione dell’opinione, quello è il momento in cui la democrazia stessa, sistema che ha garantito la pace per decenni, collassa.

Il sistema partitico

La nostra democrazia potrebbe essere definita in un certo senso “partitica” in quanto ad essere eletti dal popolo sono dei gruppi di persone che, almeno in teoria, dovrebbe essere ideologicamente coerente e identificativo e rappresentativo di una porzione di popolo. Il punto è… i partiti hanno davvero interesse a fare il bene delle stato? Provate a seguirmi.

Cos’è il bene dello stato innanzitutto? Già questa è una domanda bella difficile dato che in essa si scontrano una moltitudine di fattori. La ricchezza totale ad esempio è uno, ma anche come la ricchezza è distribuita lo è, la credibilità internazionale è un altro fattore, così come l’avere e lo stipulare solidi accordi che assicurino la pace, il fatto che i cittadini siano felici, il fatto che le future generazioni abbiano delle possibilità, il fatto che l’ambiente sia salubre e così via.

Il punto è che, concettualmente, il sistema partitico si dovrebbe basare su di un meccanismo di controllo del popolo sui partiti al governo. Se, ad esempio, il partito Pinco sale al potere e nel suo mandato fa un sacco di casini, si suppone che il popolo lo debba destituire per sostituirlo con un partito più valido e capace.

Il problema, spesso questo non succede e sapete qual’è il motivo, che se il partito Pinco fa un sacco di casini, ma allo stesso tempo da una mancetta al popolo (ne parlavo anche in questo articolo), il popolo di quei casini, non se ne accorge proprio.

Esempio: Abbiamo detto che fra i fattori che concorrono al “bene dello stato”, vi è il concetto che le future generazioni debbano avere delle possibilità e che, quindi, non debbano essere indebitate dalle vecchie. Eppure in quasi tutto il mondo occidentale e in Italia in particolare questo non succede, la generazione dei più giovani si è trovata a crescere in un mondo dove non c’è lavoro, dove guadagnerà mediamente meno dei propri genitori. Questo avviene perché le persone non votano seguendo il raziocinio, ma votano bensì di pancia, votano la persona che gli offre più cose subito, nell’immediato e il partito ha quindi interesse a solleticare questo negli elettori.

Immaginiamo un partito che arriva e prometta tagli alle tasse, prometta più pensioni, prometta addirittura un reddito di cittadinanza ai non abbienti (sì lo so che è difficile da immaginare, ma provateci), dove pensate che andranno a gravare queste riforme? Sul debito pubblico. E chi dovrà ripagarlo? Le future generazioni, future generazioni che, però, non votano, e che quindi i partiti non hanno interesse a tutelare.

Lo stato non ha soldi

Il punto è che, credo, le persone non hanno il concetto che qualunque cosa gli venga data dallo stato, verrà tolta a qualcun altro. Vi faccio un esempio: in Italia è molto dibattuta la questione della tampon tax, ovvero che gli assorbenti siano ivati al 22 per cento, percentuale che alcuni partiti vorrebbero (e io sarei anche favorevole, in fondo di fatto sono beni necessari) portarli al cinque per cento come i beni di prima necessità. Il punto è che questi partiti fanno campagna dicendo: “diminuiremo le tasse degli assorbenti!” e non “aumenteremo le tasse da qualche altra parte per coprire i soldi che non prenderemo più diminuendo quelle degli assorbenti” (non suonerebbe bene come slogan eh?), eppure se mai passerà questa legge sarà questo che accadrà, quei soldi, qualcuno li dovrà pagare e non ci sarà quindi davvero una detassazione, ma solo uno spostamento di tasse da una parte all’altra.

Di nuovo, il momento in cui la sopravvivenza di un partito diventa indipendente da quanto bene lavori ma legata solo a quanto è bravo a “vendersi” a livello mediatico, è il momento in cui la politica diventa solo un grosso stadio e che il dibattito un insieme di cori e di prese di posizioni ideologiche che nascondono solo la lotta fra i partiti e interna ai partiti per la supremazia.

Il meglio per il cittadino, non è necessariamente il meglio per lo stato

Nel 1973 il governo Rumor (Democrazia Cristiana) propose in campagna elettorale le baby pensioni, pensioni date a lavoratori pubblici di alcune categorie addirittura nei loro trenta o quarant’anni. Vinse così le elezioni prendendosi i voti di queste categorie pubbliche ma, quei soldi, sarebbero andati a gravare nelle tasse delle generazioni successive e nell’aumento continuo dell’età pensionabile di questi.

Questo della compravendita di voti è una cosa molto tipica dell’Italia (ottanta euro di Renzi, reddito di cittadinanza, bonus cultura, flat tax…) il punto è che di nuovo, mentre le categorie interessate in positivo, in genere una minoranza (come nel caso Rumor i dipendenti pubblici) votano in massa chi gli offre soldi, gli altri, quelli da cui i soldi verrano presi, neanche se ne accorgono spesso e quindi magari non votano quel partito o magari sì, ma in genere questo non sarà tanto determinante per la scelta del loro voto quanto per quello di chi invece ha da guadagnarci una pensione a trent’anni.

Ciò avviene per una caratteristica insita nel sistema della tassazione e della percezione della stessa. Diciamo ad esempio che io voglia comprarmi i voti di duecentomila persone dandogli ottanta euro a testa (sì lo so, è difficile immaginare che nella realtà qualcuno cada in un tranello tanto ovvio, ma fate uno sforzo d’immaginazione), per coprire questo costo ho bisogno di sedici milioni di euro. Ora, diciamo che in Italia i contribuenti siano venti milioni, ciò implica che a me basterà alzare le tasse di ottanta centesimi a testa per coprire quei costi e comprare così i voti… e chi si accorgerà di un aumento di venti centesimi all’anno? Nessuno mai e così il partito si compra l’elezione a spese dello stato; una minoranza di cittadini ottiene una mancetta elettorale e vota in massa il mio partito e gli altri nemmeno si accorgono che quella mancetta è stata pagata con le loro tasse e quindi magari mi votano pure loro.

Immaginiamoci se no, che in un certo paese ci sia un forte movimento ideologico in ascesa tipo i no-vax. La caratteristica tipica dei movimenti ideologici è che sono monotematici, vedono solo una cosa e la seguono a testa bassa e voteranno in massa chi gli propone quella cosa. Così se un partito propone di levare l’obbligo vaccinale (sì, di nuovo, molto difficile da immaginare) quelle persone lo voteranno in massa e se quel partito arriverà al potere, o verrà meno alle promesse fatte, o farà un danno enorme allo stato. Allo stesso tempo però un pro-vax, una persona favorevole ai vaccini, difficilmente toglierà il voto a quel partito solo per questa posizione, per lo più perché, probabilmente, la questione non gli interessa più di tanto.

La democrazia è più fragile di quanto pensiate

Questo è un altra cosa importante e di cui ho già parlato qui ma sui cui spendo due parole.

Ci siamo nati, ci siamo cresciuti, sembra impossibile che un sistema del genere collassi vero? Sbagliato. Tutti i sistemi finiscono prima o poi, spesso in modo rapido, con uno strappo e proprio in questo anni sta accadendo attorno a noi in giro per il mondo. Turchia? Erdogan ha fondamentalmente creato il suo principato. Brasile? Bolsonaro, pur essendosi insediato da poco ha avuto apprezzamenti per il regime militare che ha dominato il suo paese fino agli anni 80. Cina? Il capo del partito comunista ha accentrato su di sé negli ultimi anni una quantità enorme di potere. (E in caso consideriate ancora questi stati come terzo mondo ricordate che il primo è praticamente da anni con un piede dentro l’Europa,  uno è la prima economia del sud-America e uno la seconda economia del pianeta.)

Cosa fare?

Tendenzialmente finisco così i miei articoli d’opinionismo, con qualche considerazione che mi dia l’illusione di essere l’intellettuale che non sono ma a questo giro ammetto davvero di non saperlo.

Io vedo ogni giorno, sui social, sulla televisione e sui media, un dibattito sempre più polarizzato, sempre più lontano dalla quella che dovrebbe essere il cuore del democrazia, ovvero la comprensione reciproca, e sempre più volto alla demonizzazione dell’altro in un tentativo di aizzare le folle contro il nemico ed è una cosa che vedo in tutti i partiti, tutti quanti nessuno escluso: nella destra, nel centro e anche nella sinistra che mi dicono dalla regia esistere ancora.

Quindi… non lo so cosa fare, sono sincero. Voi avete idee?

L’Italia e quella cultura del condono che, alla fine, presenterà il conto

gray concrete building

Se siete stati su internet negli ultimi due giorni, “condono” è probabilmente la parola che avete visto di più, forse perfino più degli insulti alle madri altrui e delle foto dei gattini in posizioni strane.

Per chi fosse stato su Marte invece faccio un brevissimo riassunto dei tre temi del condono di cui si parla ultimamente: quello edilizio per il centro-sud, quello economico per niente ipocritamente chiamato “pace fiscale” e quello che tocca personalmente il vice-premier Luigi di Maio e in particolare la casa di suo padre e in cui il politico è cresciuto (abusivamente costruita nel 1966 e poi sanata).

Il condono fiscale

Partiamo da quella che secondo me è la questione più semplice (e che semplice comunque non è) ovvero quella del condono fiscale.

Allora… è una questione comunque complessa in cui credo tutte le campane abbiano almeno qualche punto a proprio favore. Da una parte c’è chi sostiene che la pressione fiscale italiana sia, in alcuni casi, tanto alta da “costringere” le persone ad evadere almeno una parte di tasse e che, quindi, il condono sia giusto. Dall’altra c’è che pensa che sia meglio un uovo oggi che una gallina domani e che, quindi, prendere una parte di quelle tasse subito sia meglio che il “forse recuperarle” chissà quando e pensa quindi che il condono sia un male necessario e dall’altra c’è chi dice che se la pressione fiscale è alta è proprio per colpa di chi evade e che il premiarli o comunque rinunciare a punirli sia di per sé ingiusto.

Sta di fatto che questo decreto fortemente voluto dalla Lega non è certo il primo nella storia italiana e, probabilmente non sarà l’ultimo, sta di fatto che è una questione più complicata della fede politica e di cui vedremo gli effetti nei prossimi anni. (Sta anche di fatto che a me questa cosa sa tanto di mancetta elettorale ma il commento vero e proprio lo farò alla fine dell’articolo).

Il condono edilizio

Veniamo a quella che, se possibile, è una questione ancora più complicata, ovvero  quella del condono edilizio (quello generico intendo, questa volta non sarà trattata la questione personale del padre di Di Maio principalmente perché penso che, al netto dei tabloid e delle accuse d’ipocrisia sui social, la questione non sia poi così rilevante).

Forse è un pregiudizio dovuto al fatto che sono un polentone del nord e al fatto che i media diano una certe percezione del sud. Ma la mia impressione è che sostanzialmente l’abuso edilizio sia il modo principale con cui sono costruite le case nel mezzogiorno con grande guadagno delle mafie, enormi costi per la collettività ed ancora più colossali rischi per la popolazione.

Sì, rischi, perché la questione del condono edilizio, a differenza di quello fiscale, non è una mera questione economica, ma anche e soprattutto di sicurezza in aree spesso a rischio terremoti o, addirittura e vedesi il caso di Napoli, di eruzione vulcanica.

Ora, questo è un tema dove sono meno propenso ad ascoltare altre campane e vi spiegherò il perché: la questione che si sente spesso del “eh ma si fa così per la povertà” o “eh ma una volta fatta la casa e una volta che una famiglia ci abita dentro non puoi buttarla giù”, queste secondo me sono stupidaggini.

Sono stupidaggini perché, sorpresa sorpresa, ad un terremoto, ad un dissesto idrogeologico o ad un vulcano che si trova lì da centinaia di migliaia di anni e che anche i bambini di otto anni che studiano l’impero romano alle elementari sanno essere pericoloso, del fatto che lì ci viva una famiglia, non frega niente. E quando quel terremoto ci sarà, quando ci sarà quell’eruzione o alluvione (e ci sarà un giorno lo sappiamo tutti) poi sarà inutile andare a piangere da mamma stato che, anche se magari porterà aiuti, i morti non li farà certo resuscitare.

La cultura del condono

O più in generale quella in Italia potremmo chiamare la cultura della furbizia. Quella cultura che ci fa sogghignare quando riusciamo a fregare lo Stato.

Quello che mi pare gli italiani non capiscano e che, il fatto che una cosa sia stata condonata, non fa sparire i problemi per magia. La “pace fiscale” ad esempio, non farà scomparire il debito che lo stato ha contratto per via di gente che non paga le tasse, quei soldi, prima o poi, qualcuno li dovrà comunque pagare e saranno le persone che le tasse le pagano a farlo. Una casa costruita in un posto non sicuro, con materiali scadenti o con tecniche comunque non a norma, non diventa sicura grazie ad un condono, diventa solo legale e c’è un oceano di differenza fra queste cose.

Il fatto che il governo italiano sembri piegare continuamente la testa, mostrandosi nei fatti debole davanti a queste continue infrazioni della legge, credo inoltre che contribuisca ad espandere e legittimare questa cultura, contribuisce a creare quel clima di “massa dai siamo in Italia, una scappatoia c’è sempre” e sono sempre quelli che fanno le cose onestamente che ci rimettono.

Sì perché ad essere colpito e ad essere in un certo senso derubato da chi evade le tasse, non è lo Stato, lo Stato non ha soldi, gestisce i soldi di altri, sono i contribuenti che ci rimettono con più pressione fiscale che dovrà coprire i costi del condono. A rimetterci dell’abuso edilizio sono, oltre che, in caso di disastro, gli occupanti, anche quelle aziende edili che magari lavorando onestamente si sono trovate fuori dalla concorrenza e di nuovo quei contribuenti le cui tasse andranno a ripagare i soldi spesi per una ricostruzione che magari non sarebbe servite se le case fossero state costruite in primis nel modo corretto.

Il punto è che in Italia siamo tutti su una stessa barca con risorse limitate e mi sembra che nessuno lo capisca. Siamo tutti su una stessa barca e, soprattuto, bisogna entrare nell’ottica che nel momento che su questa barca qualcuno fa il furbo non sta rubando le risorse della barca, ma quelle di tutti gli altri e credo che chi questa barca la governa dovrebbe, invece di dare una pacca sulle spalle a chi a fatto un danno alla comunità intera, dare un segnale forte che, su questa barca che è l’Italia, bisogna iniziare a seguire le regole, o prima o poi ci ribalteremo tutti assieme.

 

P.S.

Sembra che Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane perculino l’urbanistica di Napoli dalla tomba.

Se se arrivato fin qui e l’articolo ti è piaciuto, se ti va puoi seguirmi su Facebook o WordPress o puoi anche solo farti un giro per le altre pagine.

 

 

Ma sono l’unico che si ricorda che l’Italia è ancora in guerra in Afghanistan?

Afghan National Army takes charge at Observation Post Mace

Ok, dopo gli articoli più leggeri degli ultimi due giorni torno a farne uno un po’ più impegnato.

Premessa: quest’articolo non sarà un opinione tanto sulla guerra in sé, ma sul fatto secondo me stranissimo che, semplicemente, non se ne parli.

La guerra

Come tutti sapete è iniziata sotto il governo Bush nel 2001 (la guerra continua quindi da diciassette anni) da parte di USA e UK a seguito dell’attentato delle torri gemelle;  il fine della guerra era di tenere basso il costo del petrolio ed evitare l’avvicinamento del medio-oriente alle influenze Russe portare la pace e la democrazia nel paese sconfiggendo il terrorismo.

I risultati di questi diciassette anni sono sostanzialmente un mare di civili morti, feriti e mutilati, soldati anch’essi morti e feriti, una marea di migranti (forse non li stiamo aiutando a casa loro nel modo migliore dopotutto). Oltre a ciò un paese distrutto, ancora profondamente instabile, con un economia a pezzi e da cui proviene gran parte dell’oppio mondiale (da cui si ricava la maggior parte dell’eroina mondiale).

Oltre a tutto ciò ovviamente anche una pessima figura degli Stati Uniti, la prima potenza militare del mondo che per la seconda volta nella sua storia dimostra di non saper tenere testa a dei gruppi di contadini.

In Italia

Bene a questo punto ci aspetteremmo tutti che questa guerra sia al centro del dibattito pubblico no? Specialmente in un paese come il nostro che è sempre, costantemente sotto elezioni. Questo perché questo è esattamente il tipo di tema su cui un qualsiasi politico di un qualsiasi schieramento potrebbe lamentarsi all’infinito.

C’è la questione dello spreco di soldi di cui ad esempio potremmo parlare, abbiamo speso miliardi per sostenere uno sforzo bellico, quello americano, che non ci ha portato alcun vantaggio e ce li fa spendere ancora, anche adesso mentre scrivo. C’è la questione umanitaria dei civili uccisi e dei nostri militari uccisi. C’è la questione dei migranti molti dei quali sono proprio profughi di guerra Afghani. C’è la questione della droga, l’eroina, e gran parte di quella che gira nelle strade italiane ed europee viene proprio da là, dall’Afghanistan dove prima del 2001 nemmeno si coltivava (la coltivazione è iniziata quando i talebani hanno avuto bisogno di fondi per la guerra).

C’è infine anche una questione più sottile che però avrebbe potuto solleticare le corde del governo attuale, ovvero il fatto del sostanziale abbandono dello sforzo bellico da parte di altri paesi europei come Francia nel 2012 e il fatto che l’Italia sia, dopo gli USA, una delle nazioni più presenti sul territorio, e quindi più caricate in termini di costi economici e umani, dell’intero conflitto.

Eppure tutto questo evidentemente non basta ad aprire il discorso perché, mi sembra, a nessuno frega niente.

Perché è importante parlarne

Allora, io sono personalmente contrario alla guerra ma come già detto, non è articolo tanto sulla guerra in sé, tanto su quello che mi sembra stia diventando il dibattito pubblico in questo paese. Sia che siate pro, contro o indecisi, questa è una situazione estremamente importante sotto una tonnellata di punti di vista, punti di vista che sarebbe bene mettere un po’ in discussione.

Perché non parlare dell’imperialismo USA e delle conseguenze di questo sulla stabilità mondiale, del terrorismo, della differenza fra attacco e legittima difesa, dei costi, dei benefici, delle conseguenze, del giusto o dello sbagliato.

Perché non parlare magari del fatto che i presidenti degli Stati Uniti, in campagna elettorale si dicano continuamente contrari, Trump lo era ad esempio e Obama lo fu addirittura due volte, in entrambe le sue campagne, ma che poi arrivati al potere questo essere contrari sparisca e che si rimangino sempre le parole.

Perché non parlare di come in un clima così antimigratorio e di “aiutiamoli a casa loro” stiamo sostanzialmente creando noi, in primis, profughi di guerra.

Questo dell’Afghanistan potrebbe essere ad esempio uno di quei temi su cui la sinistra italiana, quella sinistra che non fa opposizione e che sembra scomparsa nel nulla, potrebbe tornare a farsi sentire, a dire la sua, magari riunita da una battaglia comune.

Potrebbe essere una battaglia di destra perché no? Contro gli sprechi dello stato, dei lobbisti americani, delle vite dei soldati italiani uccisi mentre la Francia se ne lava le mani, ma, di nuovo, silenzio.

Perché non si parla di quanto diritto possa avere uno stato d’imporre una forma di governo e quindi di cultura ad un altro, sia pure la forma democratica? Perché non parlare del senso di continuare una guerra che, dopo diciassette anni, non ha portato risultati? Perché non parlare della moltitudine abnorme di civili uccisi nel conflitto? Perché non parlare dei legami fra queste “morti collaterali” e il terrorismo islamico di questi ultimi anni (perché, spoiler, i fratelli e i figli di quei civili uccisi dubito passino le serate abbracciati ad una copertina a stelle e strisce… o tricolore).

Perché non parlare dell’ipocrisia di continuare a chiamare le guerre missioni di pace, o di far credere che tutto il conflitto si porti avanti per buon cuore? (Perché si, gli Stati Uniti sono famosi per non agire mai seguendo secondi fini economici e giochi di potere).

Ripeto, io sono contrario, l’ho detto e credo si sia letto fra le righe, ma sono anche aperto alla discussione, sono aperto ad opinioni contrastanti o ad opinioni in generale che, però, non sembrano esistere.

E il problema del dibattito è proprio questo, proprio qui. Davvero vogliamo essere i cittadini di quella nazione che s’indigna e discute per quasi due settimane di una bottiglietta d’acqua ad otto euro e che non parla di una guerra dove sono già morti oltre tremila italiani e oltre centomila civili? È davvero così miserabile quello che è diventato il dibattito pubblico in Italia? Che ne è stato dell’apparato di diffusione d’informazione e di opinion leading?

Non lo so… io spero sinceramente sia solo una parentesi quella che sta vivendo l’informazione in Italia in generale che mi sembra sempre più fagocitata da un sistema social in cui la discussione è monopolizzata da eventi estremamente semplici e ridicoli (vedasi appunto, acqua Evian della Ferragni) perché discutere su argomenti più complicati è, per l’appunto, difficile e servono dati e ricerche e non basta sparare la prima cosa che passa per la testa. Io spero che questa situazione faccia un’inversione di marcia ma, sinceramente, ho il timore che invece questo iper-concentrarsi sulla futilità ignorando le questioni importanti andrà sempre peggio.

Lascio a voi eventuali opinioni e commenti così almeno, forse, qualcuno ne discuterà.

P.S. Attenti quando fate benzina che se il vostro serbatoio è capiente e fate il pieno gli USA potrebbero decidere che avete bisogno di democrazia.

 

Quell’atteggiamento della sinistra che le fa perdere voti (e che fa vincere la destra)

matteo_renzi_2Ok, ok, forse arrivo un po’ in ritardo alla festa. Di articoli sul perché la sinistra italiana abbia perso vertiginosamente popolarità e credibilità ne sono stati scritti a bizzeffe, ma volevo comunque dare una mia versione concentrandomi su uno degli aspetti che credo siano stati decisivi: l’arroganza.

L’anti-elitarismo

Se avete capito cosa vuol dire il titolo del paragrafo, mi dispiace per voi, significa che siete professoroni della casta (pagati probabilmente dai poteri forti).

Il punto è che, nel mondo, si va sempre di più rafforzandosi, un movimento che potremmo definire anti-accademico e anti-elitario, dove le persone che ne sanno su un argomento sono tacciati di vederlo solo dall’alto del loro trono senza conoscere i problemi veri della gente. In parte, la colpa di questo è anche di un certo tipo di giornalismo clickbait, in parte di un cozzare culturale fra alcune battaglie tipicamente di sinistra (penso a questioni LGBT ad esempio) e il tradizionalismo religioso che ancora pervade molte società e quella italiana in primis.

Questo atteggiamento è, credo, del tutto palese, non vi sto dicendo nulla che qualcuno che non abbia aperto un social network negli ultimi cinque anni non sappia già. Quello su cui mi vorrei soffermare però, è il modo in cui la sinistra ha risposto a questo anti-elitarismo, ovvero diventando ancora più elitaria.

Il moralismo

Non so se ve ne siete mai accorti ma, ogni volta che c’è un dibattito fra qualche esponente di destra e di sinistra, va sempre a finire che il politico di destra insulta quei ladri, incapaci, inetti e abbietti politici di sinistra amici delle banche e nemici della gente, allo stesso tempo, il politico di sinistra finisce per dare all’elettorato di destra (nota bene: all’elettorato, non al politico, o magari ad entrambi) dell’ignorante, del razzista, del cattivo (nota bene: non ovviamente con queste esatte parole, ma più o a meno con questo senso diciamocelo).

Questo è ad esempio un aspetto che ho visto moltissimo nel dibattito PD-Lega. Tutti noi sappiamo quanto duro Salvini abbia picchiato su politici come Matteo Renzi o Laura Bordini, ma mai una volta, nemmeno una, avrete sentito Matteo Salvini attaccare l’elettorato di sinistra e lo sapete perché? Perché contrariamente a quello che viene spesso pensato dalla sinistra stessa, quell’uomo non è affatto stupido: voleva quei voti e a pensato bene a come ottenerli.

Allo stesso tempo ho sentito politici di sinistra che sottolineavano spesso quanto nel paese ci fosse, ad esempio rispetto all’immigrazione, un’ ignoranza nel popolo italiano sulla questione che lo portava a mal interpretare i dati sulla presenza di migranti, cosa che magari è anche vera, ma… sorpresa, non ti farà guadagnare voti, così come non te li farà guadagnare il porre te stesso su un piedistallo morale, e, invece di argomentare con dei dati che probabilmente sarebbero pure dalla tua parte, ridurre il tutto ad una questione di giusto e sbagliato in stile #restiamoumani.

Le sagaci battute

Avete presente quanto Luigi di Maio sbagliava i congiuntivi e metà del popolo dell’internet, seguendo a ruota alcuni politici lo prendeva in giro? Che io sarei dannato se me lo dimenticassi.

Bene, ora quello stesso uomo è a capo del primo partito del paese e, io la butto lì, forse sarebbe stato meglio rispondergli a tono che sfotterlo perché se vuoi passare per quello intelligente della situazione e non per un bulletto, forse dovresti dire qualcosa di intelligente. Tra l’altro, evidentemente non hanno imparato la lezione dato che anche recentemente si passa più tempo a fare battute su Salvini ignorante che a rispondergli e a fare la seria opposizione che in Italia non c’è (tweet).

Il blasting

Un altro modo in cui si configura quest’arroganza è nel meccanismo social noto come in inglese come “blasting”, ovvero dare una risposta forte a qualcuno sui social sbattendogli in faccia la sua stupidità. È questa una cosa che vedete con alcuni personaggi social come Enrico Mentana o Roberto Burioni.

Ora… di sicuro Mentana è un ottimo giornalista, di sicuro Burioni è un ottimo medico, ma posso essere scettico sui risultati che la loro attività social stanno portando? Voglio dire, sì, nessuno mette in dubbio che siate più intelligenti e capaci della persona media che crede che i vaccini provochino l’autismo ma insultare queste persone non gli farà di sicuro cambiare idea (ne chiamarli webeti, ad esempio), ed è questa la differenza fra essere bene informati ed essere buoni divulgatori d’informazione. Forse bisognerebbe a volte fermarsi e chiedersi… qual’è il mio obbiettivo? Autocompiacermi della mia intelligenza o vincere quella che si configura sempre più come una vera e propria battaglia culturale?

L’arroganza

Altro punto super-iper citassimo e discusso e su cui, quindi, dirò solo due parole, ma che credo riassuma bene tutto il resto del mio articolo essendo stato un gesto di una tale stupidità e, per l’appunto, di una tale arroganza che credo rimarrà negli annali del come non fare politica per secoli.

Ovviamente sto parlando di come Renzi ha gestito il referendum costituzionale.

Allora, sei uno dei politici più impopolari di sempre che sta per proporre la riforma in assoluto più importante del tuo intero mandato nonché, se fosse passata, fra le più importanti della storia italiana recente e cosa fai? Leghi il successo del referendum alla tua carica e alla sopravvivenza del governo stesso (sì Matteo, vai così, grande idea.)

Non so se ve lo ricordate, ma la campagna d’opposizione contro il referendum fu, come ci si poteva aspettare, molto più contro Renzi che contro il referendum stesso nel merito. Lo slogan era “Renzi a casa” e non “abbasso la riforma costituzionale” e quest’atto che probabilmente nella mente del politico doveva sembrare un’idea geniale in stile: “ora vedranno che tengo più al paese che al mio posto in politica” gli si ritorse rapidamente contro.

In conclusione credo che, se la sinistra italiana vuole risorgere da quelle ceneri in cui è bruciata e in cui mi sembra ancora sguazzi (dato che di opposizione non ne vedo), penso che un buon punto d’inizio sia scendere dal piedistallo su cui si è messa, magari anche entrando in discussione con sé stessa. Deve iniziare a combattere battaglie che la gente sente vicino, iniziare a criticare il governo nel merito delle questioni senza fare battute da terza elementare su twitter, o sarà così, o andrà sempre peggio.

 

La TAP e il ciclo di nascita, vita e morte di un governo italiano

flag italy

In questo meraviglioso mondo che è la Terra ci sono alcune cose estremamente longeve. Pensate, ad esempio, alle sequoie che vivono oltre tremila anni o alle testuggini che superano il secolo, allo stesso tempo però ce ne sono di estremamente effimere: come le farfalle che vivono solo qualche giorno… oppure come i governi italiani che spesso e volentieri sembrano impegnarsi a durare anche meno, seguendo un ciclo vitale che è più o a meno sempre lo stesso, ogni singola volta.

Stadio uno: l’eroe

Così come le farfalle vivono sì poco in quanto tali, ma prima passano una lunga fase vitale in quanto larve, così anche governi italiani hanno una fase che precede la formazione del governo stesso. Questa è la fase d’opposizione, la fase in cui l’uomo che sarà destinato a prendere in mano le redini del paese si trova ancora nel lato minoritario del parlamento.

Questo è il periodo in cui ogni problema è colpa dell’amministrazione attuale, della sua incapacità, della sua lontananza dai “problemi veri del cittadino” (marchio registrato da Silvio Berlusconi all’età di soli ventidue anni nel 1862). In questa fase, il futuro Premier pone sé stesso come un eroe, come l’uomo del cambiamento, l’uomo che, arrivato al potere, cambierà tutto con un veloce colpo di mano (qualcuno dice manina).

Era così quando Letta doveva ricreare il governo di un Italia in crisi, quando Renzi doveva raccattare i pezzi di una coalizione allo sfascio, era così quando… no in effetti di Gentiloni non è mai fregato nulla a nessuno, ma era così quando Di Maio tuonava contro la casta, contro la politica vecchia e contro le trivelle prima e la TAP poi.

In questa fase l’Eroe raccoglie molti consensi, puntando generalmente più ad indurre le persone a votare contro il vecchio governo che a votare per sé. Ed è in questa fase che il personaggio di turno cerca di raccogliere consensi in modo estremamente ampio restando su posizioni generaliste in modo da raccattare voti nel bacino più ampio possibile, aprioristicamente critiche verso ogni proposta del governo “vecchio” e spesso inserendo qua e là una mancetta elettorale (ottanta euro, restituzione IMU, flat tax, reddito di cittadinanza etc…)

Stadio due: il principe

Salito al governo l’uomo nuovo, l’eccitazione del popolo ed elettorato è alle stelle, tutti sembrano pensare che questa volta sarà diverso, che basti cambiare governante perché tutti i problemi del paese scompaiano in una nuvoletta di fumo. È in questa fase che i giornali prima critici al governo di turno in genere si ammorbidiscono, che i consensi salgono e che machiavellicamente ogni parola del nuovo leader è studiata per accontentare al massimo lo spesso diversissimo e variegato elettorato.

Al contempo però sorgono le primissime incrinature qua e là dovute al fatto che fino a che si resta nell’opposizione non ci vuole nulla a rifiutare tutto, ma nel momento in cui ci si scontra con la realtà e bisogna fare una legge, bisogna necessariamente prendere una posizione, essere propositivi, e questo sconterà qualcuno.

E così Renzi che in campagna elettorale era contro i matrimoni gay per accaparrarsi i voti dei democristiani diventa pro in parlamento, di Maio che tuonava contro l’obbligo vaccinale raggiunge posizioni più miti cinque minuti dopo l’insediamento (si perché diciamocelo dai, non è Conte ad essere al governo.)

Fase tre: il traditore

Il duro scontro della realtà con un paese ricco di problemi (e di debiti) cade come un macigno sulla testa del nuovo governo. Forse non era così facile risolvere tutto eh? Non bastava la buona volontà.

Ed è così che un giovane governo a cinque stelle che faceva campagna contro la TAP (per chi non lo sapesse un gasdotto, criticato per l’ipotesi di rischio ambientale), davanti ai numeri di bilancio, si trova obbligato a rimangiarsi le parole. Il malcontento degli elettori che credevano che l’eroe facesse scomparire debiti e problemi per magia, sale.

In questa fase le critiche al governo aumentano un poco alla volta mentre di proposta in proposta, sempre più elettori si sentono traditi e le opposizioni si fanno più forti: all’interno del partito al potere si formano quindi delle correnti (capacità portata al massimo dal PD) che, piano piano, cercano di allontanarsi da chi sta di fatto al potere per evitare i danni della sua deflagrazione imminente e accaparrarsi un po’ degli elettori scontenti, per lo stesso motivo, anche gli alleati di coalizione iniziano a diventare più critici e ad allontanarsi.

Fase quattro: il demone

Un po’ alla volta, ogni presa di decisione del governo viene osteggiata sempre di più sia fuori che dentro al parlamento, sia fuori che dentro il suo stesso partito. I problemi che si credeva sarebbero stati risolti in uno schiocco di dita permangono e, con la delusione che sale, gli elettori si spostano o alle opposizioni, o ad altre correnti della coalizione (che iniziano quindi ad avere interesse a far cadere il governo), motivo per cui la coalizione stessa inizia a scricchiolare.

In questa fase il governo andrà assumendo i tratti del mostro, di tutto ciò che di sbagliato c’è in Italia. L’elettorato stesso lo disprezza, la coalizione si allontana, l’opposizione lo incalza… lo abbiamo visto con Berlusconi, con Monti, con Renzi, quello che era nato come eroe, di punto in bianco, si è trasformato in un demone.

Toccato un tema di troppo, una battaglia sbagliata, il governo cade.

Fase cinque: l’eterno ritorno

Nessun problema gente, in Italia c’è un nuovo politico, un vero eroe, lui risolverà tutto, lui è la speranza, il cambiamento di cui questo paese ha bisogno, questa volta sarà tutto diverso… fidatevi.

Come le promesse elettorali comprano i voti e distruggono il paese

adult art conceptual dark
Photo by Pixabay on Pexels.com

Nel 1973 il governo Rumor guidato dalla Democrazia Cristiana, inaugurò quelle che furono chiamate le “baby-pensioni”, pensioni date a lavoratori di poco più di trent’anni d’età il cui costo, come ogni cosa, sarebbe ricaduto sulle spalle dei contribuenti delle generazioni future in un paradosso italiano che si ripresenta in continuazione ad ogni campagna elettorale.

Lo stato non ha un centesimo

C’è una cosa che mi lascia spesso interdetto, una modalità della trattazione degli argomenti economici in questo paese, una modalità che si fa sempre più rumorosa in campagna elettorale, ovvero il fatto che molta gente sembra ignorare il fatto che i soldi dello stato, sono in realtà i soldi dei cittadini… sono soldi anche tuoi.

Quello che mi sembra che la gente, a volte, non capisca, è che un politico in campagna elettorale, ti può promettere anche la Luna, ma non è detto che abbia poi i fondi per pagartela e che se poi te la paga, i soldi li andrà necessariamente a prendere da qualche altra parte, di certo non li pagherà di tasca propria.

Volete la pensione a trentacinque anni di Rumor? Il reddito di cittadinanza di Di Maio? La flat-tax di Salvini? Gli ottanta euro di Renzi? Va bene, va bene tutto, ma credo che prima di osannare prima questo e poi quel politico, prima di dare il nostro voto a chi ci offre questi soldi, dovremmo fermarci un attimo e chiederci… “questi soldi, esattamente, da dove verranno presi?”

Perché la verità è che lo stato non ha un centesimo e che tutto quello che ci da, ogni singolo euro, lo toglierà a qualcun altro. E, quando poi ad un certo punto dovrà trovare un modo per pagarlo, magari lo farà aggiungendo qualche micro-tassa qua e là, o magari aumenterà il debito pubblico scaricando di fatto il problema sulle generazioni future (e poi via a lamentarsi di quanto siano sfaccendati i giovani).

Sta di fatto però, che quei soldi, prima o poi, qualcuno li dovrà pagare e a poco vale lamentarsi delle leggi dure che arrivano ad un certo punto, come la legge Fornero, perché esse sono solo il risultato di una serie di politiche miopi e cronicizzate nel corso di decenni che, invece di tentare di risolvere un problema, lo hanno spazzato sotto al tappeto fino a che quel tappeto non è diventato una montagna troppo grande per essere ignorata.

Il voto di scambio

Quando il sopracitato Rumor in campagna elettorale propose quelle baby-pensioni, davvero secondo voi non si rendeva conto dell’enorme buco (che tutt’ora stiamo ripagando) che questo avrebbe creato? Certo magari quella fu solo innocenza e ingenuità, oppure… pensate che possa mai essere che alla mente di un politico italiano passi, forse per un fugace istante, l’idea di proporre dei soldi a una parte del popolo per comprare il loro voto e lasciando così un grosso debito sulle spalle degli altri? No, certo che no, in effetti di certo fu semplice innocenza, sono sicuro che l’obbiettivo era far ripartire l’economia.

E arriviamo quindi allo slogan eterno di ogni campagna elettorale: “questi ottanta euro/ flat-tax/ reddito di cittadinanza” li vogliamo dare perché sappiamo sarà un investimento, un beneficio per tutti, perché faranno ripartire l’economia”… ma esattamente come? Perché, non so se qualcun altro se n’è accorto, una promessa di questo tipo arriva puntualmente da quasi ogni singola forza politica ad ogni girone elettorale e ogni volta mentre tutte le proposte degli altri sono solo uno spreco di soldi, la propria è invece l’unica vera salvezza del paese e non, ricordiamolo, una mancietta per comprare l’elettorato.

Ed ecco quindi il problema delle promesse elettorali in Italia, vengono presentate come se fossero soldi regalati, quando in realtà sono soldi che verranno poi ripagati dai cittadini stessi. Sono offerte fatte dalla politica, ma a vantaggio non della collettività ma bensì della politica stessa che si erge a caritatevole quando sta solo dando una mancia ai padri accendendo un mutuo sulle teste dei figli. E tutto questo perché, ricordiamolo, il conto di tutto quello che lo stato dà, prima o poi, arriva.