Il mio libro: Dio della Polvere

Buongiorno a tutti, l’articolo di oggi sarà un po’ diverso dato che tratterà di un autore e di un libro di cui difficilmente qualcuno di voi avrà sentito parlare, ovvero me.

Il libro che ho scritto, e di cui troverete il link più in basso sia per la versione cartacea sia per l’e-book si chiama “Dio della Polvere” e si tratta, dopo alcuni racconti brevi, del primo romanzo in assoluto che ho tentato di scrivere.

Ad essere sinceri il libro è pronto da un po’ e da un po’ è disponibile negli store di Amazon, piattaforma sul quale l’ho pubblicato, ma sinceramente avevo un po’ di paura a renderlo davvero pubblico, ad esporre così un pezzo di me stesso perché, diciamocelo, che sia bella o brutta tutta l’arte racconta qualcosa del suo autore ed è in una qualche misura come aprire a qualcuno una finestrella sulla propria anima.

Allo stesso tempo essendo un libro scritto da me non posso essere davvero oggettivo nel giudicarlo, potrebbe essere bello o brutto, se lo riscrivessi adesso dopo un paio di anni forse sarebbe diverso ma personalmente mi ritengo fiero del mio lavoro e soddisfatto del risultato finale.

Il romanzo è un distopico, un po’ noir, che narra le vicende di Zero, un uomo rinchiuso in un mondo in cui l’essere umano si è evoluto, è progredito ad uno stato tale da sembrare una divinità, lasciando però delle persone indietro, i disgiunti, uomini e donne che si ritrovano rispetto al cospetto del nuovo essere umano rappresentato dal Collettivo come insetti impotenti e schiacciati, continuamente vessati per rinunciare alla propria libertà in cambio del dono della sostanziale onnipotenza promesso dai nuovi dei del mondo.

Dato che non voglio che quest’articolo sia troppo una marchetta (e dato che, come ho detto, non sono bravo a giudicare il mio stesso lavoro) non vi descriverò i motivi per cui dovreste comprare il mio libro ma vi lascio qui sotto il primo capitolo come estratto, giudicate pure voi. In caso quel che leggete vi dovesse piacere qui sotto potrete trovare il link Amazon per acquistare la vostra copia e vi ringrazio tutti in anticipo per l’attenzione e per il supporto, sia di chi magari arriva qui per la prima volta, sia di chi legge e commenta spesso questo mio piccolo blog. Grazie a tutti e non vi preoccupate, continueranno ad arrivare altri articoli in futuro

Dio della Polvere

Nota: questa è la versione cartacea; nello store di Kindle è disponibile anche la versione e-book che può anche essere scaricata gratuitamente per i possessori di Kindle unlimited.




Capitolo 1

Il vento urlava forte quella mattina mentre le prime luci dell’alba gettavano i loro raggi sulla città grigia. 

Come ci era arrivato là sopra? Zero non ricordava nemmeno di essersi alzato quel giorno, forse aveva camminato nel sonno o forse si era semplicemente mosso senza proprio rendersene conto. Gli faceva un po’ male il braccio sinistro che gli formicolava, ma per il resto stava bene.

Guardò verso il basso, l’edificio in cui si trovava, e in cui abitava, era un vecchio caseggiato che doveva avere almeno un secolo e mezzo, era uno di quei palazzi dell’età post-industriale senza infamia e senza lode: aveva, o almeno aveva avuto, le comodità minime degli standard del tempo e nulla più: uguale a cento altri palazzi di quelle zone di periferia che nell’insieme davano a tutto il paesaggio una sensazione imperante di deja-vu che faceva sembrare tutto il mondo una pallida fotocopia di sé stesso e un’ancora più misera parodia di ciò che avrebbe potuto essere.

“E avrebbe potuto esserlo se non fosse stato per quei mostri che ce lo hanno strappato.”

Una folata di vento più violenta delle altre minacciò quasi di farlo cadere di sotto. Zero si strinse più forte al parapetto guardando nel vuoto davanti a sé dove la luce cominciava ad illuminare le strade, abbastanza intensamente da permettergli di vedere chiaramente le vie completamente vuote, che, se non fosse stato per qualche sporadico cubo della punizione sparso qua e là, sarebbero sembrate quasi normali. 

Il vento autunnale continuava a soffiare dandogli quella sensazione d’aria fresca e pura sulla pelle che gli piaceva nonostante il freddo. Doveva essere più o a meno ottobre a giudicare dalla luce e dalla temperatura, o per lo meno, doveva essere il periodo che nel tempo prima del Collettivo era stato chiamato ottobre e che oramai era stato cancellato assieme ai calendari. Alla natura però quello non importava e continuava a mandargli quella sensazione di aria fra i capelli assieme all’urlo del vento fra i palazzi, Zero adorava quel periodo, gli dava l’impressione che esistesse ancora qualcosa di selvaggio in quel mondo, di incontaminato. 

“Quindi c’è ancora qualcosa che sfugge al loro controllo, qualcosa che combatte con le unghie e con i denti, qualcosa che sopravvive senza piegarsi”pensò, senza però crederci davvero.

Il suo orologio da polso iniziò a suonare. “Sono già le sette?” Si alzò gettando un’ultima occhiata all’alba e si diresse verso la porta che permetteva l’accesso al terrazzo su cui si trovava. 

L’interno del caseggiato era volutamente deprimente: chiuso in una decadenza che un tempo sarebbe stata quasi imbarazzante. 

Originariamente quel palazzo avrebbe dovuto ospitare almeno una decina di famiglie, ma ora era deserto a parte lui, per lo meno per quanto ne sapesse. Non che, in realtà, come cosa fosse un male dato che non ci poteva più fidare che le poche persone che di tanto in tanto si potevano incontrare nelle strade, al lavoro, o da ogni altra parte fossero davvero persone. Zero scese le scale sporche e piene di polvere fino a raggiungere il suo appartamento al secondo piano. Entrò chiudendosi la porta alle spalle.

L’interno era abbastanza sudicio e disordinato, non diversamente da tutto il resto della città e del mondo dopotutto. 

Andò nella stanza da letto e raccolse alcuni dei vestiti che aveva abbandonato sulla sedia della sua scrivania un paio di giorni prima, l’ultima volta che era uscito per andare al lavoro, e si cambiò lasciando la vecchia tuta logora che utilizzava come pigiama buttata sul letto.

Dovette rimuovere alcune fogli dal tavolo per prendere i buoni che gli servivano, parzialmente nascosti da cartacce e da una scatoletta di frutta liofilizzata vuota che aveva abbandonato lì la sera precedente.

Quella lattina faceva parte oramai delle sue ultime razioni di viveri, considerando che erano ormai almeno due settimane che non passava agli uffici per prenderne altre. Diede un’occhiata a quella che erano le sue scorte: aveva ormai accumulato una buona dozzina di buoni e avrebbe fatto meglio a muoversi se voleva raggiungere gli uffici della carità prima che si formasse la solita fila che avrebbe limitato i viveri costringendoli al razionamento e costringendo lui a tornare in un’altra occasione.

Li piegò e se li ficcò in tasca, prendendo poi i tubetti rosa di Felix che aveva dimenticato sul tavolo e andando a infilarli nel suo piccolo nascondiglio: un buco nella parete coperto da un piccolo quadro di un vaso con dei fiori che Zero aveva trovato già lì quando era stato deportato nella città circa sei anni prima. 

Controllò la sua piccola riserva nascosta: dal suo ultimo scambio aveva accumulato ormai circa trenta dosi della droga, corrispondenti più o a meno a trecento millilitri. Si appuntò mentalmente che avrebbe fatto meglio a scambiarla con qualcosa che fosse legale prima di rischiare il sequestro all’ispezione seguente.

Si diede una rapida sistemata in bagno pulendosi il viso e sistemandosi i capelli, più per una questione legata ad una vecchia abitudine piuttosto che gli importasse davvero del suo aspetto. 

Zero si asciugò guardandosi nello specchio: non aveva sempre avuto quell’aspetto. “Non riesco più neanche a riconoscere il mio stesso volto”, pensò. 

Come molti altri durante il primo anno dell’Epurazione si era fatto rifare i connotati e aveva distrutto i suoi vecchi documenti in modo da non essere riconoscibile. L’uomo che aveva davanti ora non era né brutto né particolarmente bello, i lunghi capelli neri erano i suoi unici tratti somatici originali, mentre gli occhi azzurri, il naso e la mascella erano stati modificati chirurgicamente per rendersi irriconoscibile. 

Uscì dal bagno e si mise la giacca preparandosi per uscire e assicurandosi accuratamente che tutte le luci fossero spente: l’elettricità, come ogni altro bene, era razionato fino all’osso per chi ancora non faceva parte del Collettivo e poteva accadere che se si dimenticava una luce accesa per mezza giornata poi essa sarebbe stata tagliata per un paio di giorni, cosa che avrebbe poi portato parte del cibo nel frigorifero a deteriorarsi costringendolo così a turni supplementari di lavoro. 

Uscito dall’appartamento scese fino al pianerottolo deserto al pian terreno e guardò l’orologio: 07.58. Doveva aspettare ancora due minuti prima di uscire in modo che scadesse il coprifuoco. 

Da quattro anni a quella parte il Collettivo vietava ai disgiunti di uscire per le strade fra le ore ventuno e le otto.  

Mentre camminava per le vie della città Zero notò altre persone uscire dai caseggiati, mosse come uno sciame d’api che esce dall’alveare. Ai lati della strada, fermi come statue, gli assorbiti fissavano la folla che via via riempiva la via principale, li trapassavano con lo sguardo come un lupo che aspetta la sua preda. 

Era solo quello che molti di quei mostri facevano: fissavano. Gli assorbiti restavano in piedi, senza compiere nessun movimento a parte il semplice girare la testa per seguire qualcuno con gli occhi, il loro era un sguardo fisso e penetrante, inquietante nonchè imbarazzante allo stesso tempo; uno sguardo che trasmetteva un senso di altezzosa superiorità e commiserazione. C’è ne erano almeno tre di loro fermi ai lati della strada per ognuno che camminava, e, considerando che anche fra questi ultimi si poteva legittimamente supporre che almeno la metà, se non di più, fossero assorbiti in incognito, rendeva la loro presenza ancora più schiacciante. Dopo tanti anni ancora non si era abituato a quella sensazione.

“Non possono farmi niente”,si ripeté, “assolutamente niente.”

A volte, inoltre, gli assorbiti si mettevano a seguirti, a volte per qualche minuto o altre per giornate intere fino a casa, sempre e solo fissandoti, senza provare a parlare o ad interagire in qualche modo e delle volte potevano continuare così per giorni, aspettandoti in piedi davanti a casa di notte da soli o in gruppo, senza mai fare una pausa per nessuna ragione o mostrare segno di disagio o stanchezza.

C’era qualcosa di profondamente disumano ed inquietante nella sensazione costante di avere occhi piantati su di sé, qualcosa che risaliva ai tempi delle prede e dei predatori. Zero passava e loro lo fissavano: immobili come ragni che aspettano una mosca, non spostavano il peso da una gamba all’altra, non ondeggiavano leggermente le braccia o davano segno di respirare, non battevano nemmeno le palpebre, semplicemente giravano il collo e la testa al tuo passaggio per seguirti con lo sguardo.

“Non devo fare questi pensieri.”

Zero cercò di calmarsi concentrandosi sul respiro. “Inspira, espira. Non è saggio fare pensieri negativi quando si era fuori casa.”

Era risaputo e ampiamente osservato che membri del Collettivo avessero una strana capacità di percepire le emozioni e in particolare fossero attratti dal dolore, che fosse esso fisico o psicologico, e più ne sentivano più loro si concentravano sulla persona da cui esso aveva origine creando uno strano circolo vizioso: più loro ti fissavano più aumentava il disagio e più aumentava il disagio più loro ti fissavano, perforandoti con lo sguardo.

Alcuni dicevano che gli assorbiti potessero leggere il pensiero e che fosse così che riuscissero sempre a concentrarsi sulle persone più vulnerabili, lui però non ci credeva, o perlomeno non credeva che lo leggessero nella vecchia accezione della letteratura. 

Credeva piuttosto che essi potessero sentire l’insieme di segnali chimici che creavano le emozioni nel cervello capendo così se eri triste, felice o depresso, anche se, doveva ammetterlo, poteva essere che fosse tutta una sua speculazione.

Finalmente Zero raggiunse l’area degli uffici della carità: un grande spiazzo libero che probabilmente era stato creato dalla deflagrazione di una bomba durante la Guerra Atomica, grande circa cinquecento metri di diametro. I tre uffici si trovano rispettivamente nelle parti nord, nord-est e nord-ovest dello spiazzo e nonostante Zero abitasse relativamente lì vicino e fosse uscito di casa subito, c’era una lunga fila di almeno trenta persone davanti alla porta dell’ufficio centrale, l’unico aperto in quel momento; di lì a pochi minuti la coda sarebbe raddoppiata.

Zero si mise nella coda guardando in basso e cercando di evitare lo sguardo degli assorbiti che formavano due seconde file rispettivamente a destra e a sinistra di quella in cui si trovava… era sempre meglio fare finta di niente con loro, reagire in qualsiasi modo era inutile se non controproducente. Fece un passo avanti quando il tizio davanti a lui lo fece, tenendo la testa bassa.

«Ciao Zero.»

Di riflesso, sentendosi chiamare, alzò gli occhi fino ad incontrare quelli di Christine che aveva parlato. 

Zero conosceva, o meglio aveva conosciuto la donna fino ad un mese prima quando era sparita e fino ad allora aveva sperato fosse stata semplicemente deportata, o che al limite, avesse rinunciato ai privilegi di lavoratrice per trasferirsi nel ghetto, purtroppo non era stata così fortunata.

“Lei non è più davvero lei, lei se n’è andata.”

La donna non aveva nulla di diverso nell’aspetto rispetto ad un mese prima: una signora di mezza età bassa e un po’ tarchiata con dei capelli grigi che avevano invaso la chioma un tempo nera. L’unica vera differenza stava nell’espressione.

Ora aveva quel tipico sguardo che avevano gli assorbiti che loro chiamavano “scout”, ovvero quelli che andavano attivamente fra le persone cercando di convincerle ad entrare nel Collettivo, passando principalmente da tutte le persone che avevano conosciuto. Era un misto di estasi e pace zen con una punta di superiorità e condiscendenza, una facciata studiata alla perfezione in modo da far cadere i più deboli psicologicamente. Lei però non era davvero Christine, la sua vecchia collega era morta e ne restava solo il corpo oramai.

«Non ricambi il saluto Zero? È educazione ricambiare il saluto, siamo amici ricordi?»

Ignorarla non avrebbe funzionato bene come con gli osservatori, in genere la tecnica migliore con gli scout era accettare i loro tentativi d’interazione in modo passivo aspettando che passassero a qualcun altro. «Noi non siamo amici.»

La donna fece un’espressione di shock talmente melodrammatica da essere quasi comica. «Ma come no!? Abbiamo lavorato assieme per un intero anno! Io sono ancora la stessa Zero, ho solo trovato la Verità, io ti amo. Noi tutti ti amiamo, se solo tu accettassi di vedere la luce!»

Noi…Non si era mai abituato a quella tendenza degli assorbiti di parlare al plurale, lo faceva rabbrividire, come se la mente-alveare del Collettivo fosse in grado di annullare tutto ciò che di personale c’era nelle persone.

Tutt’ora, dopo quasi sei anni, né Zero né nessun altro era stato in grado di definire quella forma di controllo. Era schiavismo? Lavaggio del cervello? 

Loro dicevano di essere felici era vero, ma quelle non erano più davvero le loro parole, qualcos’altro le controllava… questa era l’unica cosa di cui tutti erano certi. 

Christine, ciò che era stata, ammesso che ancora esistesse, era ormai sepolta sotto quella solida facciata, sotto quella tecnologia parassitaria che controllava i suoi gesti e le sue parole come burattini, e così erano tutti gli altri.

Abbassò lo sguardo e fece un passo avanti. «Si Christine, come dici tu.»

La donna gli lanciò uno sguardo pieno di commiserazione e pietà, del genere che si può lanciare a qualcuno troppo stupido o folle per comprendere l’immenso dono che lui stava rifiutando. Gli mise una mano sulla spalla. «Sento il tuo dolore amico mio, un giorno sarai con noi e troverai la vera felicità.»

Improvvisamente tutti gli osservatori si voltarono nella loro direzione, parlando con una tale perfetta sincronia da far sembrare le loro un’unica voce. «L’Unione è vita, l’Unione è pace, l’Unione è amore.» 

Gli osservatori si voltarono poi di nuovo a fissare gli umani che avevano davanti e Christine lo lasciò per proseguire con il suo giro. «Noi ti amiamo Zero», disse con un sorriso. «Ricordalo.» 

Fece alcuni passi avanti recuperando la strada che aveva perso. “Sto attirando l’attenzione, non è un bene.”

Si sentiva su di sé lo sguardo di molti osservatori, aveva bisogno di rilassarsi e pensare ad altro. “Non possono farmi niente”, pensò. “Non possono farmi niente che io non voglia, non possono farlo a nessuno.”

Mancavano ancora poco più di venti persone prima che fosse il suo turno quando la campana dell’ufficio della carità suono un lungo squillo che indicava che le scorte erano momentaneamente finite. Un tizio, l’ultimo ad essere entrato, uscì dall’edificio con una borsa piena di viveri e una grossa saracinesca scese a chiuderne l’entrata appena questi fu fuori. 

Quello era il momento in cui bisognava essere pronti per cogliere l’occasione, Zero si preparò allo scatto.

Una seconda campana annunciò l’apertura dell’ufficio di nord-ovest e tutti scattarono all’unisono verso l’entrata. Zero aveva ventinove anni e non era in eccezionale forma atletica, ma riuscì comunque a guadagnarsi una buona posizione: dodicesimo in fila. Gli assorbiti si spostarono velocemente per seguirli e sedare le zuffe che si stavano formando per un posto, non fu difficile per loro considerando che ognuno sembrava avere la forza di dieci uomini. 

L’ufficio aprì la saracinesca, facendo entrare il primo, un ragazzo di poco più di vent’anni che doveva aver aspettato pazientemente quel momento in modo da correre ad essere il primo ad arrivare.

Non c’era un vero schema in effetti con cui i tre uffici della carità si alternavano. A volte lavorava solo lo stesso edificio per dieci giorni di seguito, a volte si alternavano cinque volte in un solo pomeriggio, quello era solo uno dei molti modi che il Collettivo usava per alimentare la sensazione di essere schiacciati da una forza molto più grande di sé. 

“Nulla di ciò che fanno è casuale. Ogni cosa è stata attentamente studiata da un punto di vista psicologico fin nei minimi dettagli.”

Non aveva dubbi che il nome stesso degli uffici fosse stato accuratamente scelto e studiato a quello scopo. Zero aveva lavorato duramente per i buoni che gli sarebbero serviti per le provviste, definire quello scambio carità era sminuire il suo lavoro e il tempo che aveva impiegato per farlo. 

Lui sapeva, come tutti, che il Collettivo non poteva arrecargli assolutamente alcun tipo di danno fisico. La Polvere, la tecnologia che aveva reso possibile la loro mente-alveare gli impediva anche di danneggiare un qualsiasi essere umano, da ciò che aveva capito era una specie di vincolo di programmazione, non potevano ferirti in modo più o meno diretto.

Ad ogni modo questo nel tempo aveva portato il Collettivo a sviluppare una serie di sottili mezzi psicologici per fare in modo di assorbire o togliere di mezzo sempre più persone, e, per quanto essi si declinassero in una moltitudine di modi, questi potevano essere riassunti in una semplice procedura: dare una speranza e poi toglierla.

Era una strategia semplice, nemmeno troppo nascosta in realtà, e anzi, spesso e volentieri del tutto manifesta. Col tempo si imparava la semplice realtà che tutto, ogni singola cosa che nella propria vita che avrebbe potuto essere bella o piacevole era una bugia che sarebbe stata strappata via a tempo debito, ovvero nell’istante esatto in cui avresti sentito di non poter vivere più senza. Quello era infatti il momento in cui, togliendotela, tu cedevi e loro ti prendevano, o in alternativa in cui la facevi finita buttandoti da un tetto o ingurgitando una dose di veleno. In ogni caso loro vincevano.

Zero procedette nella fila, era quasi il suo turno. “Questa è l’unica forma di ribellione che può ancora esistere, andare avanti, sopportare. In un mondo dove ai leoni erano strappati i denti e gli artigli, portati via dai loro affetti e schiacciati, giorno dopo giorno, ora dopo ora, il sopportare diventa un atto di coraggio.”

Col tempo si sviluppava l’abilità di essere resilienti, di non affezionarsi a niente e soprattutto di non amare niente, mai, lasciando che la vita scorresse via come sabbia fra le mani, ogni affetto, ogni piccola dipendenza che fosse fisica o emotiva, ti avrebbe prima o poi fatto a pezzi e distrutto lentamente, nel modo più doloroso possibile.

Alzò gli occhi per guardare le altre persone in fila. Una buona metà di loro probabilmente non erano nemmeno persone, erano assorbiti in incognito, di quelli che di nascosto e, imitando alla perfezione il comportamento umano, diventavano il tuo migliore amico, il tuo confidente, la tua amante e piano piano ti convincevano a lasciarti andare e a unirti o, se fallivano minacciavano di abbandonarti e isolarti in un doloroso distacco che spesso portava la vittima al suicidio.

Ciò che restava di questa lotta era quindi la totale assenza di fiducia, quella fobia che avevano sviluppato tutti gli ultimi veri umani rimasti e che li portava a chiudersi in un buco abbastanza profondo e dimenticare e dove fare finta di niente e nascondersi dal mondo esterno dando te stesso all’oblio in modo da non cedere alla pressione e al disagio che derivava dal non potersi fidare assolutamente di nessuno. 

Per quanto ne poteva sapere in effetti, era perfettamente possibile che lui fosse l’unico vero umano presente sulla Terra.

Era il suo turno, Zero entrò nell’edificio cercando di dimenticare gli occhi piantati nella schiena. 

L’interno dell’ufficio della carità era caldo e tranquillo con una musica da camera a basso volume e un delicato profumo di cioccolato che veniva da chissà dove, un insieme di particolari che creava una differenza strana e profonda con l’ambiente esterno, una piccola oasi di calma e pace col marchio del Collettivo, studiata per farti sentire a tuo agio. 

Non era molto grande in realtà, una piccola stanza di dieci metri quadrati con un solo scout seduto davanti ad una grande scrivania in legno, dietro al quale c’era una porta che dava al magazzino.

L’assorbito alla scrivania, un uomo di circa sessant’anni con i capelli bianchi e l’aria rilassata che non aveva mai visto, gli sorrise non appena lo vide arrivare. «Benvenuto Zero, siediti pure» disse indicando la sedia vuota davanti alla scrivania.

Zero ormai si era abituato al fatto che persone che apparentemente non avesse mai incontrato lo conoscessero in modo praticamente perfetto; quell’uomo condivideva la stessa mente e gli stessi ricordi di Christine e della moltitudine che lo fissava ogni minuto in cui era fuori casa, si sedette tirando fuori i buoni dalla tasca e allungandoli sul grande tavolo di mogano scuro.

L’uomo gli sorrise di nuovo. «Ah, dritto al punto vedo. Bravo, così si fa Zero, è per questo che sei uno dei nostri preferiti. Noi ti amiamo molto Zero, lo sai questo?»

Annuì cercando di tenere gli occhi bassi e gli passò i buoni facendoli scivolare sul tavolo.

«Ah ecco qui. Ben dodici! Complimenti Zero hai lavorato molto di recente. Sai, è appena arrivata la notizia che non dovremmo dare più di sette razioni per volta a causa dell’esaurimento delle scorte, ma al diavolo, per te faremo volentieri un’eccezione Zero. Tu sei davvero speciale, per questo ti amiamo, lo capisci questo, vero?»

Improvvisamente la porta del magazzino si aprì lasciando uscire un tizio con una grossa sacca nera che doveva contenere le sue provviste, l’appoggiò sul pavimento davanti a lui, sorridendogli. «Ecco a te Zero» disse continuando il discorso dell’anziano come se fosse stato lui a parlare fino a quel momento. «Spero che te le godrai mentre pensi ai benefici dell’Unione, perché ci stai pensando, vero?»

L’anziano riprese a parlare. «Offriamo molto con essa Zero: la pace, l’immortalità…»

«E non chiediamo nulla in cambio se non la tua eterna felicità» concluse il magazziniere con un’inquietante sorriso a trentadue denti.

“Niente pensieri tristi, niente emozioni, niente dolore che loro possano sentire e usare.”

Zero si alzò e prese la sacca sollevandola con una smorfia, era pesantissima. «Si» disse cercando di non fissarli negli occhi. «Ci sto pensando.»

 Uscì dall’edificio barcollando un po’ sotto il peso della borsa e la saracinesca si chiuse immediatamente alle sue spalle segnalando così la chiusura dell’ufficio. Alcune persone lasciarono scivolare su di lui sguardi carichi d’odio, ma solo per un istante. Tutti si stavano preparando per lo scatto.

Questa volta toccò all’ufficio a nord-est ad essere aperto e le persone si mossero rapidamente per mettersi in fila e guadagnarsi una buona posizione. Questa volta ci furono più baruffe rispetto a poco prima e gli assorbiti intervennero per mantenere l’ordine. 

“Non possono ferirci” ricordò a sé stesso. “Questo non vuol dire che non possano farci niente”.

«Non è giusto, ero primo!»

Zero si voltò verso il fondo della fila, dove un tizio sulla quarantina stava spintonando la donna davanti a lui litigando per il posto. In pochi istanti gli assorbiti gli furono attorno, separandolo dalla donna e accerchiandolo.

«Non avete alcun diritto! Mostri, siete solo mostri!» L’uomo si infilò una mano nella pesante giacca tirando fuori una vecchia pistola automatica, una di quelle che erano andate di moda negli anni post-industriali e che oramai sarebbe stata bene in un museo di storia militare. Alzò la pistola e sparò un colpo all’assorbito davanti a lui, dritto in mezzo agli occhi, facendolo crollare a terra di peso.

Gli assorbiti che gli erano attorno parlavano con una sola voce. «Johna ti prego, il tuo comportamento è del tutto inappropriato.»

L’uomo che doveva chiamarsi Johna sparò altri colpi agli assorbiti, tutti alla testa con una mira che fece credere a Zero che l’uomo un tempo avrebbe potuto essere un soldato o comunque un tiratore. Scaricò su di loro tutto il caricatore e gli assorbiti caddero a terra come pesi morti.

Poi, così come si erano aperte, le ferite nella pelle degli assorbiti si richiusero e i proiettili uscirono dalle loro teste cadendo quindi a terra e tintinnando. Passarono solo pochi secondi e il primo a cui l’uomo aveva sparato si era già rialzato in piedi, ripulendosi il sangue dalla fronte con un fazzoletto bianco. «Johna ti prego, noi ti amiamo.»

L’uomo fissava gli assorbiti con un misto di stupore e terrore, poi di scatto si strinse la testa fra le mani. «No, no, no!» 

Buttò il caricatore e ne mise un altro da otto colpi nella pistola, scaricandone sette tutti addosso allo scout che aveva davanti, crivellandolo nella testa e nel petto. 

Tempo un minuto e l’assorbito era di nuovo in piedi con solo alcuni buchi nei vestiti a testimonio delle pallottole che aveva preso.

«Johna ti prego, stai soffrendo molto, perché non vieni con noi? Smetterai di soffrire» disse.

«Smetterai di soffrire.» Ripeterono in coro gli altri mentre poco a poco si stringevano attorno a lui.

L’uomo si prese di nuovo la testa fra le mani, aveva le lacrime agli occhi, e la mano in cui teneva l’arma tremava vistosamente. «NO!»

«Johna è inutile non hai ancora capito? È tutto inutile.»

L’uomo guardò l’assorbito per un lungo istante, poi girò la pistola puntandosela alla sua stessa testa. «Lo so» disse, e premette il grilletto.

La differenza fra fantasy e fantascienza

Fantasy e fantascienza, due generi per certi versi molto simili fra loro e che spesso vengono confusi l’uno con l’altro, ma quali sono le differenze fra queste due tipologie di romanzo e le rispettive peculiarità?

Il fantasy

Partiamo dal fantasy, il più vecchio dei due generi, nonché uno dei più antichi generi letterari in assoluto e che, in quanto tale, nel corso della storia ha sviluppato una lunga serie di sottogeneri; se ci pensate di fatto alcuni dei più antichi testi di narrativa della storia, quali l’Iliade o l’epopea di Gilgamesh, ricadono all’interno del fantasy e più nello specifico nel sottogenere “epico” dello stesso. Attraverso la storia poi il fantasy ha continuato ad evolversi adattandosi alle più molteplici situazioni e simbolismi, dalle metamorfosi di Ovidio, all’ ”Orlando furioso” di Ariosto il fantasy ha accompagnato la letteratura occidentale per millenni senza mai essere però essere davvero definito come genere fino all’epoca moderna con il “Signore degli Anelli” di Tolkien.

Questa grande varietà di temi, stili e sottogeneri rende però molto difficile delimitare i confini del fantasy e definirlo in maniera soddisfacente. È un genere che contiene favole per bambini e l’epica classica passando per “Harry Potter”.

È difficile definirlo anche perché c’è un certo pregiudizio verso questo genere, qualche lettore ad esempio potrebbe aver storto il naso avendo letto che considero l’Iliade un fantasy, ma di fatto se ci riflettete dovrete ammettere che se l’iliade fosse pubblicata oggi, contendo magie, superuomini e forze ed esseri sovrannaturali questo libro sarebbe inserito a tutti gli effetti nella sezione fantasy di ogni libreria.

Ciò che definisce il fantasy come genere è per l’appunto questo, la presenza di elementi inesistenti nella realtà, impossibili ed immaginari. Questo lo rende un ottimo strumento per tutti quei casi in cui si vuole dare ad un romanzo una valenza simbolica o tastare i limiti dell’immaginazione umana. Ma questo non si potrebbe dire anche della fantascienza?

La fantascienza

La fantascienza è un genere per ovvie ragioni molto più moderno che, come il fantasy, si caratterizza per la presenza di elementi insistenti e d’immaginazione ed è per questo che i due generi sono spesso confusi.

In un certo senso in effetti, se immaginiamo un futuro abbastanza lontano, una scienza abbastanza avanzata, magari una dimensione parallela, in questo caso la tecnologia presentata potrebbe essere, ai nostri occhi, qualcosa di relativamente simile alla magia. Noi potremmo immaginare ad esempio un antefatto di Harry Potter in cui si spiega di come una razza aliena sia scesa sulla terra diffondendo una tecnologia che viene controllata da parole in latino e strane bacchette di legno da persone speciali.

Cosa distingue quindi fantascienza e fantasy?

Io credo che la differenza sia per l’appunto la presenza di un’ambientazione o un antefatto che sia, in qualche maniera, legato a ciò che sappiamo essere possibile (per quanto magari anche improbabile) e da quanta importanza sia effettivamente data a questa parte all’interno della storia.

Prendiamo un caso secondo me emblematico, Star Wars, come esempio; è un fantasy o è fantascienza? 

L’universo di Star Wars se ci pensiamo, assomiglia ad un universo fantascientico, ma di fatto praticamente nulla al suo interno è scientifico o è costruito per sembrarlo. Se tu prendi le sparatorie dei film western e sostituisci le rivoltelle con le pistole laser senza cambiare nient’altro, se prendi i duelli di spada in stile samurai e ci metti le spade laser, se prendi la magia e la chiami forza tu non hai creato un film di fantascienza, hai creato un film fantasy a tema fantascientifico.

La differenza fra fantasy e fantascienza sta nel fatto che nel secondo caso si cerca di creare un cosmo che sia razionalmente coerente e limitato dalle conoscenze fisiche e scientifiche; la forza ad esempio potrebbe anche essere considerata scientifica se però fosse spiegata, se fosse spiegato come funziona il perché solo un essere vivente può controllarla e non si può, ad esempio, costruire una macchina alimentata a forza o cose simili. Il punto è che c’è la fantascienza e c’è quindi il fantasy a tema fantascientifico, e queste sono cose molto diverse fra loro.

Un altro esempio potrebbero essere tutti quei film di supereroi usciti in questi anni. 

Tu puoi prendere Thor dalla mitologia norrena, presentarlo come un alieno, presentare il suo martello come una tecnologia iperavanzata etcetera, ma questo non lo rende un personaggio fantascientifico, non se non spieghi come funziona quella tecnologia, se non spieghi come fa il suo corpo ad essere così forte e resistente e via dicendo. Puoi dire che Spiderman ha ottenuto i suoi poteri attraverso l’ingegneria genetica, ma la genetica nei fatti della scienza non funziona proprio così, puoi dire che Dottor Strange ha ottenuto i suoi poteri dalle “energie transdimensionali”, ma sempre magia rimane.

Il tema fantascientifico viene quindi aggiunto al fantasy per dargli più profondità e realismo soprattutto quando questo ha ambientazione moderna, ma si distingue da esso per la mancanza di aderenza a delle basi scientifiche reali.

I punti di forza e le debolezze

Parliamo infine di quelli che, nella mia opinione, sono i rispettivi punti di forza e di debolezza di ciascun genere.

Il fantasy come già detto, ha la forza di offrire all’amore il massimo grado di libertà e creatività, si può creare ogni cosa, ogni ambientazione per quanto assurda e ogni situazione, questa è però allo stesso tempo forse la sua debolezza, la mancanza di regole infatti può danneggiare la tensione delle opere e il rischio di risolvere tutto con il solito deus ex machina è concreto.

La fantascienza invece è più limitata, offre ambientazioni che, se non sono reali, sono perlomeno teoricamente realistiche e che quindi possono coinvolgere forse meglio il lettore o lo spettatore. Il suo problema più grande forse è che invecchia in fretta, l’evoluzione tecnologica è spesso infatti così rapida e caotica da rendersi imprevedibile e far perdere di credibilità al lato scientifico dell’opera.

Alcuni consigli pratici per formattare un romanzo in Word

Allora, articolo informativo che scrivo nella speranza di evitare a qualcuno il casino che ho fatto io cercando per la prima volta di editare il mio primo romanzo. Il processo di editing, soprattutto con Word, è qualcosa di relativamente semplice e alla portata di tutti, ma chi non vi sia mai approcciato infatti potrebbe ritrovarsi un po’ perso, quindi ecco qui.

  • Ricorda che l’editing dipende dalla lunghezza del libro. Se il libro è di 60.000 parole infatti, non avrebbe molto senso usare una gabbia grande 15×22 cm perché il risultato sarebbe un libro estremamente sottile di centocinquanta pagine ma alto e largo, non proprio il massimo a vedersi, ugualmente non sarebbe piacevole vedere un libro con una gabbia piccolina però di settecento pagine.
  • La gabbia; in word la puoi indicare nella sezione layout aprendo la sezione “margini personalizzati” e “imposta pagina”, oppure andando direttamente su file e “imposta pagina”.
  • I margini esterni (ovvero quello alta, basso, destro e sinistro) ricorda di lasciare 7-8 mm al meno dal bordo delle pagine, in particolare, se vuoi inserire un’intestazione (ad esempio il titolo del capitolo sopra la pagine) e/o un piè di pagina (ad esempio vuoi inserire i numeri di pagina), ti conviene lasciare un po’ di più se no i programmi automatici di piattaforme di publishing come quello di Amazon potrebbero tagliarlo.
  • Il margine interno (ovvero quello che si trova all’incollatura di ogni pagina, si trova a destra per le pagine sinistra e a sinistra per quelle destre) invece è un po’ più complicato. Innanzitutto ricorda d’impostare le pagine in modo simmetrico o in formato libro se la tua versione di word lo possiede, per il resto la dimensione ottimale del margine interno dipende dal numero delle pagine; ad esempio Amazon chiede 12,7 mm fra le 151 e le 300 pagine, 15,9mm fra le 301 e le 500, 19,1mm fra le 501 e le 700. Se sei in fase di stesura e non sai ancora quanto lungo uscirà il tuo libro, ma vuoi comunque avere un idea di come si presenterà, potresti mettere un margine medio sui 15mm ricordandoti di correggerlo in seguito (Trovi tutti i margini nella sezione inserisci).
  • Che li metti sopra la pagina (intestazione) o sotto (piè di pagina) devi mettere i numeri di pagina, possibilmente, dispari a destra e pari a sinistra (trovi entrambi nella sezione “inserisci”).
  • Imposta l’allineamento giustificato (sezione “home”) e la sillabazione (il taglio delle parole troppo lunghe con il trattino, per far andare le ultime sillabe alla riga successiva, sezione “layout”). Attenzione che se imposti la sillabazione automatica il programma potrebbe farti uscire cinque, sei, sette righe di fila tutte tagliate con la sillabazione, cosa esteticamente non proprio bellissima. Imposta quindi un limite massimo di righe di fila che possono essere sillabate (indicativamente due o tre) e ricontrolla il testo manualmente per verificare che non ci siano righe ove la giustificazione abbia lasciato troppo spazio bianco. (li trovi
  • Inserisci le interruzioni di pagina alla fine di ogni capitolo (sezione home). Questo è molto importante da fare anche in fase di stesura in quanto se cambi pagina semplicemente inserendo spazi con “invio”, ad ogni taglio o aggiunta rischi di far saltare la formattazione di tutti i capitoli successivi.
  • Inserisci le pagine bianche ove necessario per rendere il tuo libro esteticamente migliore (ad esempio potresti volerne lasciare qualcuna all’inizio in modo da far iniziare il primo capitolo del tuo libro sulla pagina di sinistra).
  • Gioca coi caratteri ma non troppo. Scegli un carattere facilmente leggibile e comune per il corpo del testo (anche Helvetica va bene) e se vuoi gioca un po’ con le intestazioni, con l’introduzione, i ringraziamenti o altri elementi.
  • Se il tuo stile comprende parti in corsivo (alcuni autori ad esempio lo usano per i pensieri al posto di metterli fra virgolette alte), usa un carattere dove il corsivo si riconosca facilmente e sia piacevole (in “Lucida sans tipewriter” ad esempio il corsivo sembra grassetto ed è orribile).
  • Imposta l’interlinea singola che è abbastanza larga da essere facilmente leggibile ma non troppo larga (sezione home).
  • Invece di usare semplicemente un carattere più grande, imposta i titoli con la funzione “imposta titolo” che trovi nella sezione “home”, in questo modo potrai anche ad esempio inserire il titolo del capitolo nella parte alta della pagina (intestazione).
  • Se vuoi pubblicare il tuo libro usando una piattaforma di self-publishing come quella di Amazon o Lulu, ricorda che i loro programmi saranno impostati sul formato PDF e che quindi, se carichi il romanzo direttamente da word potrebbe farti saltare la formattazione. Per sicurezza ti consiglio quindi a fine formattazione di esportarlo in PDF selezionando l’opzione “formato stampa”, in questo modo potrai verificare che la formattazione si sia mantenuta nel passaggio e non avrai sorprese.

Racconti: Apotheosis

Ecco qui per voi il racconto del martedì, spero che vi possa piacere.

Apotheosis

1

L’ultimo giorno inizia nella luce e nell’oscurità termina, pagato nel sangue e nell’amore è il pedaggio per l’eterno.

Fu con questa frase, stampata nella mente, che Thiara si alzò quella mattina del suo ultimo giorno, aprendo gli occhi sulla volta alta della grotta sacra dalla cui sommità, un delicato raggio di sole scendeva. La ragazza si alzò in silenzio, muovendosi nello stesso modo in cui si era mossa ogni mattino dell’ultimo anno, si diresse verso la fonte santa, una grande pozza circolare di acqua azzurra illuminata da un lucernario altrettanto circolare nell’alto della grotta; si spogliò e s’immerse nell’acqua.

Ricordava ancora il suo primo bagno solo un anno prima, il gelo che le penetrava nelle ossa, ma ora non provava più il freddo, né il caldo, né tantomeno dolore, lei era oltre tutto ciò, incamminata sul sentiero degli Antichi. Nuda nell’acqua, il fluido stesso della vita sembrava parte di lei, esso si muoveva alla sua volontà come un muscolo nuovo, tutto l’universo lo faceva, tutto l’universo era un fluido eterno in un caotico vorticare, vita e morte coesistevano in lei.

Uscì dall’acqua già asciutta, camminando sulla sabbia bianca e fine che circondava la pozza e si diresse verso il limitare di essa, dove la grande statua degli Antichi eterna giaceva, più vecchia del tempo e del mondo stesso. 

S’inchinò sulla sabbia, abbassando la testa e baciando il terreno dinnanzi alla scultura immortale: la statua sembrava di vivo argento ad occhi profani, ma in realtà nessuno ne conosceva la lega, essa era indistruttibile, inamovibile e incorruttibile, neppure una singola particella di polvere mai, o una sola macchia ne aveva intaccato la superficie. Essa raffigurava il grande uomo con la testa di toro, nell’atto di strappare le fauci al leone.

Davanti alla statua Thiara, sempre in ginocchio, iniziò a pregare, entrando presto in Danli, lo stato sacro di trance, ponte fra i mondi degli uomini e quelli degli dei.

Attorno a lei tutto svanì e tutto ricomparve, un fiume in piena di minuscole parti in un vortice, e per un istante avrebbe potuto guardare un singolo insetto e vedere nel tempo tutto il suo cammino e così quello dei suoi figli, della sua discendenza e di ognuna della miriade di minuscole parti che secondo i sacerdoti e la seconda vista compongono ogni cosa.

Cos’era quindi la vita? E cos’era per lei ora la morte? Se ognuno è un corpo e una mente, in ogni istante il corpo si disperde in infinite parti per ricomporsi con parti nuove, in ogni istante la mente che nulla è se non memoria, dimentica mentre nuove cose assorbe, dov’è la persona che eri solo lo scorso istante? Esiste forse ancora? Essa è morta quindi, e con lei tutto il mondo, tutte le stelle e l’universo intero, in ogni istante essi muoiono e a nuova vita nascono, nello stesso istante.

Mentre meditava nella trace del Danli, la mente di Thiara per un momento passò nello spazio fra gli spazi, i mondi degli dei. Attraverso i suoi occhi interni vide la grotta invecchiare e cedere, vide formarsi stalattiti che poi si sgretolarono, vide la grotta stessa sgretolarsi e poi il mondo, vide le stelle brillare e poi spegnersi, nascere per poi morire ancora, vide l’universo diventare freddo e toccare l’unica vera, ultima morte: l’equilibrio.

2

Thiara camminava nella foresta accompagnata dai sacerdoti, chiusi attorno a lei in un cerchio e poi dal popolo più indietro. Nella luce fioca del tramonto che penetrava fra gli alberi, sembrava che strane forme prendessero vita per un istante fra le ombre per poi scomparire.

Non aveva mangiato quel giorno, né bevuto, né si era vestita per uscire, non aveva più bisogno di nessuna di queste cose. Dove i suoi piedi nudi toccavano il terreno, fiori viola e rossi crescevano e quando i suoi capelli biondi si muovevano nel vento da essi nascevano rosse scintille di fiamma, ombre luminose della divinità che l’accompagnava.

Cento uomini camminavano con lei seguendo il suo gruppo di sacerdoti, ognuno portava una torcia del fuoco azzurro dal tempio, che faceva luce senza bruciare. Poco distante inoltre, cento donne con altre cento torce accompagnavano Dei’to e il suo gruppo di sacerdotesse.

Erano pochi gli animali che passavano quella sera e al loro passaggio anche essi si fermavano in segno di rispetto, gli uccelli fermavano il gracchiare adagiati su alti rami degli alberi e perfino prede e predatori si bloccavano nella loro corsa e si fermavano insieme a guardare. Camminarono tutta la sera per raggiungere in tempo l’altare, mentre il grande sole rosso scompariva all’orizzonte.

3

L’altare era lontano dal villaggio ma non troppo, situato al centro di una grande radura nella foresta e il grande tavolo era  della stessa lega della statua e sembrava crescere dalla terra.  In ginocchio sull’altare, sotto una coperta di stelle, Thiara a Dei’to pregavano gli Antichi nella fine del loro ultimo giorno, porgevano ringraziamenti per la loro ascensione e chiedevano consigli per i loro successori.

Il tempo divenne liquido mentre cadevano nel Danli e tutto divenne chiaro mentre le stelle sopra di loro sembravano brillare sempre di più e pulsare di vita propria.

Uscirono dalla trance e guardarono le stelle, di nuovo al loro posto nel cielo, poi si alzarono mentre tutti attorno a loro erano riverente silenzio, inchinati in un cerchio con occhi bassi verso la stessa terra dove duecento torce blu erano incastonate. Entrambi si mossero senza esitazione e senza dubbio: Thiara si mosse dal nuovo prescelto, aiutò il ragazzo ad alzarsi mentre le sue mani tremavano e lo calmò ponendogli una mano sul viso: in quell’istante mostrò al prescelto ciò che l’anno prima era stato mostrato a lei, la lotta eterna che avviene al di fuori di ciò che gli umani possono vedere.

Anche Dei’to fece lo stesso, prendendo una ragazza, la nuova prescelta, e mostrandole la verità al di là delle parole.

Gli dei nuovi Thiara e Dei’to si mossero quindi di nuovo per la radura, forme luminose che perdevano scintille nella notte salirono sull’altare insieme e nudi, e lì si baciarono intrecciando poi i loro corpi.

L’amplesso durò al contempo un istante e l’eternità intera, un momento e una vita di pura energia e verità con l’universo intero come testimone silente, e quando giunsero all’apice perfino le stelle sembrarono pulsare per poi spegnersi tutte assieme in un momento, in segno di rispetto agli dei nascenti.

Thiara e Dei’to ora giacevano nudi sulla dura superficie dell’altare tenendosi per mano; dopo poco il gran sacerdote e la gran sacerdotessa li raggiunsero, poi, estrassero i coltelli.

«L’ultimo giorno inizia nella luce e nell’oscurità termina, pagato nel sangue e nell’amore è il pedaggio per l’eterno» dissero insieme i sacerdoti, poi calarono le armi sui corpi dei giovani, trafiggendogli i cuori.


Grazie per la lettura, se il racconto ti è piaciuto fai un salto alla Libreria per leggerne altri o per le recensioni letterarie di opere di altri autori.

Le tre fregature in cui uno scrittore rischia d’incappare

books school stacked closed

Articolo che si ricollega a quello di ieri sullo squilibrio di potere fra editori e artisti e che vuole trattare le tre fregature tipiche che uno scrittore esordiente (ma in realtà in diverse forme anche altri tipi di artisti) può incorrere nel suo primo tentativo di farsi pubblicare da una casa editrice.

Cosa fa una casa editrice?

Capirlo è molto importante per non farsi fregare, e secondo me il problema è che molti proprio non lo sanno, non capiscono che una casa editrice del ventunesimo secolo non fa le stesse cose di una casa di inizio novecento.

1. Le case editrici non editano.

Una volta le case editrici svolgevano lavoro di editing del testo, d’impaginazione e via dicendo, ma lo facevano quando i manoscritti erano battuti a macchina da scrivere. Oggi nell’era del computer, ci vogliono un paio d’ore si e no ad editare un libro di trecento pagine anche a qualcuno che non lo ha mai fatto prima, ed è sufficiente per farlo scaricare da internet un programma gratuito come quello di kindle.

Ovviamente nell’editing non ci sta solo l’impaginazione, ci stanno anche altre cose come la correzione bozze o la creazione della copertina; cose che di nuovo qualsiasi autore potrebbe comunque, armato di tempo e pazienza, fare per conto proprio (o al massimo affidandosi a qualcuno solo per la copertina.)

2. I costi di stampa sono molto minori di quanto vi aspettiate

Allora i costi di stampa esistono ovviamente e costituiscono anche una parte discreta del prezzo finale di un libro. Il punto è che molte persone si aspettano che stampare una singola copia o una decina di copie di un libro abbia costi in proporzione esorbitanti che s’ammortizzano solo stampandone migliaia di copie assieme… ecco questo non è proprio vero.

Se volete verificarlo voi stessi potete andare sul sito dell’autopubblicazione con Amazon e vedere quanto potrebbe costare la stampa della singola copia di un libro (per trecento pagine con copertina flessibile, circa otto euro), noterete che il prezzo è ovviamente alto, ma non poi così tanto, considerando magari che il libro viene venduto a undici euro contiene comunque margine di guadagno.

Questo perché nonostante una volta mettere in moto un apparato di stampa industriale era un lavoraccio, nell’era digitale i costi sono stati abbattuti all’osso e, seppur ovviamente stampare un libro nell’ordine delle migliaia o decine di migliaia di copie possa diminuire di moltissimo i costi unitari, anche il costo della copia singola non è certo esorbitante.

3. Le case editrici fanno lavoro di promozione e distribuzione

Principalmente oramai è questo che fanno, ed è sempre per questo che resta conveniente pubblicare con loro che in self-publishing. Se sei uno sconosciuto nello store di Amazon chi leggerà proprio il tuo libro? Ma se invece esso è nelle vetrine di tante belle librerie forse hai delle possibilità in più.

Ovviamente si sta semplificando molto perché gli editori seri comunque seguono molte fasi della stesura, della pubblicazione, della stampa del testo. Ma è importante considerare che, nel ventunesimo secolo, il ruolo principale della casa editrice è proprio quello di distributore su larga scala e di promotore, e che tutto il resto costituisce una minima parte di ciò che può dare ad uno scrittore (e di cui questo ha bisogno).

L’editoria a pagamento

Arriviamo allora alle fregature e partiamo con la prima, quella più odiata dalle tre che però, secondo me, infondo è la più onesta.

L’editoria a pagamento consiste proprio in quello che dice. Tu paghi la casa editrice, lei edita e distribuisce il tuo libro.

Questa è un po’ una fregatura perché salassa i conti dell’artista gettandogli un po’ fumo negli occhi, non basta infatti che una casetta sconosciuta ti editi e piazzi il suo nome in copertina perché il libro venda; infondo però non è nemmeno così poco onesta, ti dice le cose come stanno: “io non credo nel tuo libro, se vuoi che ci spenda tempo pagami”. In questi termini è anche comprensibile come attività-

L’editoria gratuita con vincolo d’acquisto

Arriviamo quindi alle fregature vere e proprie. Non volete pubblicare a pagamento? Non c’è problema, potete pubblicare GRATIS (il maiuscolo, il sottolineato e il grassetto non sono casuali), proprio così gratis. Queste case editrici ci terranno a sottolinearlo: gratis. Non è la brutta e cattiva editoria a pagamento perché loro ti pubblicano gratis. Con la piccolissima postilla di dover acquistare tu stesso un centinaio di copie del tuo stesso libro a prezzo pieno… ma ehi, è gratis.

Questa è una vera e propria fregatura ovviamente, ti illudono con la gratuità della pubblicazione, nascondendo poi questa nota nel contratto. Paghi comunque per pubblicare, solo in modo diverso.

L’editoria a bassa tiratura

Questa è la più insidiosa di tutte e la più facile in cui cadere.

Le persone che cercano di propinarti questo tipo di editoria ti proporranno di pubblicare GRATIS, e ci terranno anche a specificare che loro non fanno vincolo d’acquisto ma… stamperanno si e no un centinaio di copie del tuo libro.

Ora voi potreste dire: “e qual’è la fregatura?” Molto semplice, cento copie in una libreria nemmeno ci arrivano, chi credete che li compri quei cento libri? Voi, i vostri parenti e i vostri amici e basta, nessun altro che già non vi conosca ne saprà nemmeno l’esistenza.

Come abbiamo detto prima infatti, i costi di stampa anche di poche copie sono molto bassi rispetto al passato e queste case editrici cercano di ricevere quindi un margine di profitto stampando poche copie per autore da vendere ai suoi amici e parenti e facendo molti autori. A questo punto però e, dato che come abbiamo detto prima il ruolo di una casa editrice oramai è più che altro quello di distribuzione su larga scala, capirete che non ha alcun senso affidarsi a realtà simili che gettano solo fumo negli occhi degli scrittori cercando di lucrare sulle loro speranze; piuttosto se volete vendere solo ad amici e parenti, autopubblicatevi.


 

Ho voluto scrivere questo articolo perché anche a me è stato proposto di pubblicare da due case editrici del terzo tipo (una delle quali era anche affiliata con uno dei più grossi gruppi editoriali italiani e di cui non faccio il nome, ma che credo sia indicativo del panorama editoriale italiano di oggi) e ho seriamente rischiato di caderci, perdendo tempo, soldi e fatica.

Tra l’altro queste stesse fregature sono simili anche a quelle che avvengono in altri ambienti artistici anche se ovviamente rapportati ai diversi apparati di produzione di ognuno. In generale, rapportatevi sempre alle cose chiedendovi cosa vi possano dare nella pratica senza saltare in braccio al primo che vi dice due belle parole e, se qualcuno sottolinea troppo il fatto di essere GRATIS E ONESTO o cose simili, state attenti il triplo che le persone davvero oneste non hanno bisogno di ripeterlo ogni due minuti,

Spero quindi di poter essere stato d’aiuto a qualcuno.

Ciao a tutti.

Racconti: Suoanok della tempesta

lightning on the sky

Oggi pubblicazione diversa da solito, uno dei miei racconti, spero vi possa piacere.

 

Suoanok della tempesta

Nell’istantanea luce danza l’eternità.

 

Affacciato alla finestra della sua vecchia casa, il vecchio Suoanok osservava il temporale lontano, le cui nubi nere, sorte dal mare, si avvicinavano sempre più.

“Boom” era il suono del tuono, del martello divino che batteva su di un’incudine ventosa e che giungeva lento seguendo la luce del lampo fratello.

Il vecchio guardava e osservava, quanti temporali erano passati nel corso dei suoi lunghi anni? Troppi da ricordare, ma troppo belli perché anche dopo l’ennesimo la meraviglia sparisse. Quando tutti andavano senza tornare: quando morivano, quando partivano, il temporale sempre solo tornava accompagnato dai suoi alti tamburi.

E ora, solo, Suoanok lo guardava, vedeva il vento scuotere e la pioggia cadere sul mare mentre la folgore forava divina l’aria e sempre, alla fine, il tuono chiudeva ciò che il fulmine aveva iniziato e poi, ciò che restava, era solo buio e silenzio.

Quale uomo, seppure il più vecchio, seppure il più stanco, non torna bambino davanti al temporale? Chi, dinnanzi ad esso, non vede magnifiche e strane forme nascere e perire nell’istante; vive, solo nell’ombra del lampo e cantanti nel ruggito sommesso che precede il tuono?

E non era quello forse l’ultimo dei temporali? Non era quella sua l’età di tutte le ultime cose? In verità Suoanok non poteva dire di aver rimpianti della sua vita: essa era stata comune, calma e, in fondo felice. Eppure quello gli mancava… quello solo per un istante lo avrebbe ancora voluto, essere fermo in quel momento che passa fra il lampo e il tuono; quel momento di assoluta libertà in cui tutto il mondo si ferma, attendendo il battito del cielo, quella furia sommessa e dolorosa che, generosamente, la natura elargisce e che, gelosamente, l’uomo nasconde sotto il nome di libertà.

Il temporale si avvicinava e Suoanok mise una mano sul vetro freddo, esso tremolava leggermente sotto la spinta del vento. Dall’altra parte le nubi coprivano ormai tutto il cielo e il mare in tempesta fremeva sotto i colpi di un dio più alto.

In quell’istante, accadde qualcosa: un lampo più forte degli altri cadde tanto vicino da accecarlo e sotto la sua mano Suoanok sentì il vetro andare in frantumi. Il vecchio sentì la pelle ardere, come bruciante di viva fiamma, ma nessun tuono seguì l’esplosione, nessun suono seguì quella luce.

Suoanok di nuovo aprì gli occhi e mai avrebbe potuto descrivere tale meraviglia.

Camminava il vecchio sulle alte nubi e il forte vento era il suo araldo, luce divampava dal suo corpo e scintilla era il suo sguardo. Un passo portava Suoanok fra i cieli e di brillante lampo era il suo cavallo. Non più vecchiaia o umana carne, ma assoluta e totale libertà, la violenta purezza della natura.

Era ora freddo ed era buio e ora rovente luce, la corsa selvaggia fra i cieli del mondo; silenziosa, come la neve che cade ma con un ruggito sommesso che strisciava nel profondo.

Ah l’altare umano dove la purezza è stata sacrificata alla norma, che ne sapevano loro della divina folgore!? Che ne sapevano del tuono!? Che ne sapevano dell’urlo che nel buio incalza e di rabbia e felicità urla il suo dominio!?

E Suoanok dall’alto rideva correndo nel vento e fra le fate e gridava fra neri demoni d’acqua e angeli di bianca fiamma. Né limiti mortali né divini, né di una mente che sta sotto o sopra al cielo, ma di un giullare ridente che fra bene e male corre, spinto dal vento dell’unica vera libertà, quella pura e animale follia della tempesta, frenesia del cosmo e dei sensi; bellissima violenza nel suo più puro stato di natura.

E urla quindi Suoanok! E ridi nel lampo e nel vento! Nell’istante che dura un’eternità… Tu, immerso, fra vita e morte balli nel cielo, nel punto selvaggio dove angeli e demoni s’incontrano e nel vuoto dell’aria amano e allo stesso tempo si combattono con spade.

Quindi corri Suoanok! Libero nel freddo e nel caldo, fra buio e luce senza più paura, senza più dolore, senza nulla che nell’umano limiti il tutto. Come un animale d’aria e di fiamma, recuperi ciò che l’uomo che ha perso, la purezza totale dell’abbandono all’invisibili onde che vibrano nel cielo!

Non più corpo, ma spirito in attesa nel silenzio, nell’attesa e nella fuga dal tuono, che lì, coincide, con la furia ridente del temporale. E qui un’eternità passa, e mille terre scorrono sotto la nube e mille genti e mille mari. Quante volte hai visto il Sole sorgere e ritirarsi? Quante hai corso nel cielo seguendo la Luna? Quante… che gli astri ora ti chiamano amico e compagno!

Corri Suoanok, corri nel cielo, e non fermarti, non lasciare che il tuono ti raggiunga. Esso è l’ultimo tamburo divino.

Balla fra le nubi, grida fra esse, libero fino a che ancora hai da dare e da prendere dal cielo, perché solo l’ultimo suono attende oltre quel tempo!

E così corse Suoanok, e vide l’infinito, vide la meraviglia dei colori dell’aurora e della bufera in montagna. Nubi di cenere nella bocca del vulcano e vorticante sabbia nel deserto arso.

E alla fine… stanco e pronto, dopo la corsa dell’infinito, dopo essersi perso nei sentieri celesti dell’eternità, si fermò Suoanok, in un posto che nella sua memoria risiedeva lontano, ma che ancora nel suo cuore batteva.

Cori di angeli e demoni attorno a lui lo implorarono allora di tornare alla corsa selvaggia, di lasciare quel posto mortale per abbracciare di nuovo i forti venti. Lui però non rispose, ma sorrise e attese, in piedi, davanti al vetro infranto, nessun rimpianto albergava in lui.

Il tuono lo raggiunse, un vecchio tuono in attesa di un vecchio lampo e in quel battito celeste il suo ultimo battito accorse e Suoanok, il vecchio e ormai antico Suoanok della tempesta, nella tempesta e con un sorriso, cadde infine.


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