Perché il pensiero non deriva dal linguaggio

Allora, qualche giorno fa ho scritto un articolo (questo) in cui esprimevo alcune opinioni sul concetto secondo cui il modificare la lingua permette di modificare la percezione di un fenomeno e l’atteggiamento verso alcune minoranze, manifestando a proposito il mio scetticismo. L’articolo è abbastanza piaciuto mi sembra ma al contempo ha generato qualche perplessità, alcune delle quali mi sono state scritte in privato, per questo motivo ho deciso di scrivere un secondo articolo in cui approfondisco la questione.

La teoria

Nello specifico stiamo parlando dell’ipotesi di Sapir-Whorf, linguisti statunitensi che formarono la teoria secondo la cui il pensiero sia determinato dalla lingua utilizzata.

Celebri e ormai nella cultura di massa sono ad esempio gli studi sugli Inuit che hanno diverse parole per dire neve. Questo secondo Whorf, modificava la visione e la percezione del mondo degli Inuit rispetto ad un anglofono… ma è davvero così?

Alcune considerazioni

Innanzitutto bisogna dire che, nonostante nell’autodeterminismo che va di moda attualmente, anche questa teoria sia tornata in auge, in ambito accademico l’ipotesi sia abbastanza controversa, tanto che in molti nemmeno la considerano un’ipotesi ma bensì un assioma.

La prima considerazione da fare ritengo sia rispetto a quei momenti, vissuti da ognuno di noi, in cui “si ha una parola sulla punta della lingua” come si suol dire. La sensazione in questione presuppone che noi sappiamo ciò che vogliamo dire, ma che non troviamo, per un momentaneo lapsus di memoria, la parola da usare per descriverla; già questo dovrebbe mostrare come la parola e il concetto che la parola esprime, non siano interdipendenti fra loro, ma solo reciprocamente associati dalla memoria.

Allo stesso tempo la questione degli Inuit non dimostra di fatto assolutamente niente di più se non che la lingua è una questione di efficenza. Gli Inuit hanno, ad esempio, una parola per descrivere la neve fresca, una per la neve ghiacciata, una per la neve mista ad acqua che va sciogliendosi. Questo però non dimostra che la mente degli Inuit sia diversa, significa semplicemente che il mondo in cui vivono gli Inuit sia effettivamente diverso per il semplice fatto che è un mondo ricoperto per gran parte dell’anno dalla neve e che quindi, per comodità, piuttosto che ricorrere alle perifrasi che usiamo in italiano per descrivere i diversi tipi di neve, loro hanno sviluppato una parola per ciascuna. Per lo stesso motivo in arabo ci sono tre parole, se non erro, per dire “deserto” che indicano più o a meno il deserto sabbioso, quello pietroso e quello stepposo. Sempre per lo stesso motivo in italiano abbiamo decine di parole per descrivere i vari tipi di pasta che, in inglese, vengono tutti e comunque inseriti nella categoria “maccheroni”.

Alcuni popoli ne sanno di più su certi argomenti

Allora, ne avevo già parlato in questo articolo ma ci spendo comunque due parole. Che sia per ragioni ambientali, vedi Inuit e neve o Arabi e deserto, o culturali come Italiani e pasta, alcuni popoli su certi argomenti ne sanno più di altri ed è quindi naturale che, su quell’argomento, abbiano un vocabolario più ricco.

Perché i termini relativi a tecnologia vengono tutti dall’inglese? Perché che ci piaccia o no loro hanno fatto scuola in quest’ambito e hanno creato quindi un vocabolario specifico alle loro necessità, che è stato poi adattato dalla comunità internazionale che si è approcciata al settore. Per lo stesso motivo di contro in alcuni ambiti quali quello culinario, musicale (pensiamo alla lirica ad esempio), artistico diverse parole italiane sono diffuse nel mondo. Allo stesso tempo questo vale anche per le microcomunità, gli appassionati di enogastronomia ad esempio avranno un ricco vocabolario per descrivere vini e cibi, ma questo non implica che la loro mente sia diversa, implica semplicemente che, per necessità e comodità, hanno imparato un vocabolario utile alla loro passione.

La percezione di un fenomeno

Prendiamo ad esempio la prostituzione. Nella società italiana moderna non è chiaramente ben vista, figli di una morale Cristiana Cattolica che negli anni si è abilmente mascherata da femminismo, la prostituta che negli anni ha assunto molti nomi (meretrice, puttana, troia, accompagnatrice, escort, cortigiana etc…) subisce una discreta quantità di disprezzo sociale.

Il punto è: la prostituta è disprezzata perché è descritta con una brutta parola o perché, per ragioni religiose e culturali, è considerata immorale? Ovviamente qui siamo nell’ambito delle pure opinioni ma secondo me è la seconda.

Mi si opporrà, come argomentazione, che la parola più moderna, nello specifico “Escort” non sia all’orecchio così offensiva come, ad esempio “puttana”, ma neanche la vecchia parola prostitua lo è. E qui posso essere d’accordo, ma ciò implica semplicemente che ci siano delle sfumature di significato interno alle parole e che quindi esse non siano perfettamente sinonimi. La parola puttana è diventato ad esempio nella cultura italiana un insulto fine a sé stesso, spesso slegato dal significato originale, un po’ come il “cornuto” gridato all’arbitro di una partita di calcio, non gli stai davvero dicendo che sua moglie lo tradisce, gli stai dicendo che non sa arbitrare. Il motivo per cui alcune parole sono meno offensive quindi, è perché non hanno su di sé tutto il significato di un altra parola, il punto però è che se tu la parola la sostituisci, se vuoi sostituirla in toto, la nuova parola assumerà pian piano tutti i significati della vecchia in mancanza di questa, e quindi anche quelli offensivi (un esempio è la parola minorato che negli anni è diventato, inabile, disabile, diversamente abile etc…).

La neolingua

Non è un caso se parlando di questo argomento cito Orwell, ci aveva discretamente azzeccato, mi azzardo a dire.

Come abbiamo visto ad esempio, la sostituzione della parola prostituta o puttana che sia non va davvero a vantaggio delle prostitute, così come la sostituzione della parola “negro” (che in italiano non aveva accezione razzista fino a quarant’anni fa) con “nero” prima e “di colore” poi non va a beneficio dei neri o la sostituzione della parola “barbone” con “clochard” non va a beneficio dei barboni… tant’è che in genere queste categorie nemmeno vengono interpellate quando bisogna cambiare la parola che li indica (fidatevi che nessuno ha fatto un’intervista ai barboni chiedendogli se preferissero clochard); allora a vantaggio di chi va?

Sapete dove nascono gli eroi? Nascono nelle battaglie, perché è nelle battaglie che servono, ma cosa succede agli eroi se una battaglia non c’è? Cosa succederebbe ai generali degli eserciti se tutte le guerre finissero oggi, di punto in bianco? Perderebbero il lavoro.

Il punto è che c’è uno scheletro di accademici (o nell’era dei social, semplicemente di utenti che cercano popolarità e approvazione sociale) che, nel corso degli anni, si sono posti come i cavalieri senza macchia a tutela della giustizia sociale (i social justice warrior del precedente articolo). Queste persone, in maniera più a meno consapevole, creano problemi dove non ce ne sono o ingigantiscono quelli già esistenti per il semplice fatto che la loro posizione sociale o addirittura il loro lavoro è legato alla presenza di battaglia da combattere.

Ciò inoltre porta alla situazione paradossale che, come nella storia di “al lupo! al lupo!” le vere battaglie o i veri problemi non abbiano la giusta attenzione e che quindi ciò vada addirittura a detrimento delle categorie deboli che si vorrebbe aiutare. Questa concentrazione e sforzo immane che si sta mettendo nella rieducazione linguistica dei popoli forse, e dico forse, sarebbe meglio spesa in dibattiti su questioni reali (ad esempio sarebbe meglio iniziare a parlare di barriere architettoniche piuttosto che della parola migliore per i disabili, o di avere un serio dibattito sulla situazione legislativa della prostituzione invece di disquisire sulle “escort”).

I tuoi sentimenti non sono affare pubblico

Ultimo punto, di cui di nuovo ho già parlato (qui) e su cui quindi non mi soffermerò molto, ma che ci tenevo a citare. Se ti senti offeso da qualcosa che non voleva essere offensivo, non è tutto il resto del mondo che deve cambiare per tutelare i tuoi sentimenti.

Se, ad esempio, io incontro una donna che fa sesso in cambio di denaro e le dico che è una prostituta, senza volontà di offesa ovviamente dato che, personalmente, non ho alcun pregiudizio ne disprezzo verso il lavoro più antico del mondo, lei può anche offendersi perché l’ho chiamata così, e io posso anche chiamarla con altre parole che lei trova meno offensive, come escort, ma ciò comunque non cambia il suo lavoro, non cambia ciò che fa e se io non volevo essere offensivo ma lei si offende comunque, non vedo perché dovrei essere io a modificare il mio linguaggio.

Quest’infantilizzazione delle persone e ipertutela dei sentimenti mi sembra, a dirla tutta, ridicola. Soprattutto perché si chiede alla legge di fare la parte della polizia del pensiero e di tutelare le emozioni delle persone come se esse fossero bambini.

Ciò che credo sfugga, è che la parola è solo un suono, solo una vibrazione diffusa nell’aria non è intrinsecamente buona o cattiva, offensiva o non offensiva. L’offesa se c’è, si trova o nell’intenzione di chi parla, o nell’orecchio di chi ascolta e, se non era quindi nell’intenzione, forse dovresti chiederti se non sei tu che ci stai costruendo sopra qualcosa, basandoti tu che ascolti su un tuo pregiudizio.


Con questo spero di aver concluso esaustivamente l’argomento. Spero che mi scusiate fra l’altro se ultimamente pubblico meno frequentemente del solito e impiego più tempo a rispondere ai commenti ma con l’inizio della sessione universitaria e con qualche altro progettino di cui vi renderò partecipi a giorni sono oberato di cose da fare.

Ciao a tutti.

Perché sono contrario ai Social Justice Warrior all’americana

Devo dire che, recentemente, inizio a maturare l’idea che gli Stati Uniti siano un paese di gente così poco istruita che, come vasi vuoti, accettano acriticamente ogni singola cosa che gli viene riversata sopra.

Insomma, non voglio essere troppo polemico, troppo aggressivo, ma dopo aver visto in quel paese nascere i testimoni di Geova, Scientology, il terrapiattismo, l’antievoluzionismo e, ultimi ma non per importanza i social justice warrior (SJW) permettetemi di essere scettico sulla grande america.

SJW, chi sono?

Allora partiamo da questo, da un po’ di storia e di osservazioni per evitare di trattare il problema per partito preso.

Gli Stati Uniti hanno una storia di discriminazioni interna molto pesante, molto più pesante della nostra italiana. Lo schiavismo, l’apartheid, i recessi del puritanesimo che si scaricavano sugli omosessuali, le politiche del don’t tell don’t ask dell’esercito e via dicendo. Come spesso accade però quando una situazione è molto sbilanciata in un senso però, il risultato di questo non è stato tanto raggiungere un punto d’equilibrio, ma bensì cadere negli anni successivi nell’estremo opposto, ed ecco i social justice warrior.

Per SJW s’intende generalmente un gruppo politico che negli stati uniti si ritrova ad essere molto interessato all’uguaglianza sociale e alla tutele delle minoranze, ma lo fa estremizzando la cosa al ridicolo. Per fare un esempio, Prada, che è stata recentemente accusa di razzismo perché vendeva un accessorio, una scimmietta, che per qualcuno ricordava vagamente la caricatura di un africano; il fatto che secondo alcuni i bianchi negli stati uniti non dovrebbero farsi le treccine perché è “appropriazione culturale”, il fatto che ci siano state delle espulsioni nelle scuole per ragazzi che avevano detto che i generi non sono più di due. È un esempio il movimento “metoo” che, inizialmente, era partito con l’intento, secondo me giustissimo di tirare fuori quel sommerso di ricatti e abusi sessuali a cui le donne, o anche gli uomini, possono essere costrette anche nella vita di tutti i giorni, ma che poi è decaduto in una sostanziale gogna senza processo per gli uomini accusati fino ad arrivare a situazioni paradossali come quella di Asia Argento che, prima invoca la fine del garantismo, poi nel momento in cui è lei stessa l’accusata, chiede tutele.

La polarizzazione dell’opinione

Né ho già scritto in passato, ma questo è un grosso problema della società che credo che i sjw stiano aumentando, questo perché spesso e volentieri, la loro politica è del tipo o con me o contro di me (dove il contro, nel panorama politico americano, è l’alt right); eppure io ad esempio sono a favore di quasi tutte le loro battaglie. Sono favorevole ai matrimoni omosessuali, sono favorevole a pari diritti per uomini e donne, bianchi e neri e via dicendo. Questo gruppo però va molto oltre.

Va alla censura, il voler censurare comici, personaggi pubblici o dell’internet (generalmente e fortunatamente non riuscendoci) come PewDiePie, Jordan Peterson, Luis CK, Rick Gervais. Va alla vittimizzazione, trattando ogni questione, anche la più piccola incomprensione, alla stregua di un genocidio, vedasi ad esempio il casino accaduto per la scimmietta di Prada che ha costretto l’azienda a ritirare il prodotto e a fare pubbliche scuse e sinceramente io ho letto troppo Orwell perché cose del genere mi possano piacere.

La modifica del vocabolario

Ma per cosa combattono questi guerrieri della giustizia sociale? Molto semplice, per sentirsi moralmente superiori e vi spiegherò perché.

Negli ultimi anni, gli strascichi di questa battaglia culturale che sta avvenendo negli USA stanno arrivando anche da noi e, ne abbiamo avuto un rimo contatto con quei tentativi di alcuni esponenti politici come Laura Boldrini, sul sostituire alcune parole perché offensive: ad esempio “barbone” andrebbe cambiato in “clochard”, “prostituta” in “sex worker” e via dicendo… ora permettetemi di fare alcune considerazioni.

Le parole non sono mai offensive di per sé, le parole sono solo suoni che veicolano concetti, i concetti possono essere offensivi, possono esserlo nelle intenzioni di chi parla, o nell’orecchio di chi ascolta. Il punto è che… ok barbone è offensivo, ma è offensiva la parola o il concetto che veicola? Cioè se io chiamo qualcuno barbone questo qualcuno si offende per la parola che ho scelto di usare o perché lo sto accusando di essere un poveraccio? Se io chiamo qualcuna puttana si offende per la parola o perché si sente giudicata nella sua condotta sessuale?

Ovviamente voi mi potete dire: ok, ma in realtà clochard o sex worker, a primo acchito, non suonano così offensive come le loro controparti, al colpo d’orecchio almeno… e questo è vero, ma considerate che queste parole non sono usate. Nel momento in cui infatti, le nuove parole andassero a sostituire in toto le parole vecchie, senza però cambiare la cultura dietro a quelle parole, allora le nuove parole assumerebbero anche tutti i significati delle vecchie, comprese le accezioni offensive.

A questo punto quindi, qual è il punto di cambiare il vocabolario? Perché, detto fra noi, non credo che i barboni che vivono al freddo per strada di punto in bianco si accorgano di essere clochard e sono subito super felici per questo, non credo in realtà che gliene freghi niente, hanno problemi più gravi di questo. Il punto è solo questo, far sentire le persone che usano le nuove parole come se fossero moralmente superiori senza che in realtà stiano facendo alcunché di pratico.

È lo stesso concetto se volete che si è sviluppato con la parola “negro” (tra l’altro, non so se lo sapete, ma in America è sostanzialmente vietato, a livello sociale, per bianco, usare questa parola in qualsiasi contesto). In Italia era usata, dalle vecchie generazioni, in maniera assolutamente neutra e non offensiva, era semplicemente la parola che definiva gli africani subshaariani, poi qualcuno ha iniziato a dire che era razzista ed è stata sostituita un po’ alla volta, ma non è che questo abbia in alcun modo combattuto il razzismo o la percezione che il popolo italiano aveva dei neri, l’unica utilità è stata quella di far sentire un gruppo di persone moralmente superiori per il semplice fatto di fare una differenza semantica.

La vittimizzazione

E arriviamo all’ultimo punto, questo fare le vittime per qualsiasi cosa, per qualsiasi battuta, per qualsiasi piccola critica od osservazione.

Come abbiamo detto prima infatti, l’offesa sta nel concetto di chi parla, o di chi ascolta. Il punto è che se tu ti senti offeso per qualcosa, questo sentirti offeso sta a te, non è un problema di chi parla se lui non voleva essere offensivo, non puoi pretendere che tutti tacciano per non rischiare di urtare le tue emozioni.

Nelle università inglesi e statunitensi si stanno ad esempio diffondendo i “safe space” spazi ovvero in cui una persona che si sente offesa da qualcosa può nascondersi per tutelare i propri sentimenti e, lasciate che lo dica, credo sia davvero qualcosa di ridicolo.

Il punto è che non puoi comportarti continuamente da vittima e poi voler essere trattato da pari. Il mondo non è bel posto, non lo è per moltissime persone e bisogna essere forti contro gli eventi della vita perché se ti comporti da debole, sarai trattato da debole.

Se frigni per ogni cosa ridicola, come di nuovo la scimmietta di Prada, quando ci sarà davvero una battaglia da combattere quella non avrà magari la giusta attenzione perché oramai la gente si sarà stancata. Se dai del razzista a chiunque solo perché usa un vocabolario diverso dal tuo, ma senza intenti razzisti, tu puoi anche credere di star combattendo il razzismo, ma forse lo stai addirittura rinforzando, dando dei punti d’argomentazione ai tuoi oppositori politici e detto fra noi, se io fossi un politico di estrema destra, sarei molto felice di avere dall’altra parte qualcuno in stile SJW.

A questo punto solo un ultima osservazione. La prossima volta che vi sentite offesi da qualcosa, prima di chiamare la psicopolizia, fermatevi un attimo e pensate: era nelle intenzioni di chi parlava offendermi o ci sto costruendo qualcosa io nelle mia mente? Solo poi, agite.