Qual è il destino della società?

Le società nascono, crescono, a volte si riproducono generando e perpetuando la propria cultura e, alla fine muoiono. Nell’arco dei secoli si evolvono poi, modificano sé stesse adattandosi alla mutabilità delle condizioni. Sotto molti aspetti, la società umana può essere vista sostanzialmente come un essere vivente a se stante o, per lo meno, ci assomiglia.

Le domande a cui vorrei rispondere oggi quindi, se avrete voglia di accompagnarmi in questa piccola elucubrazione mentale, sono se la società possa essere vista come un essere vivente, una sorta di animale collettivo, e se, in questo caso, possiamo riuscire a prevederne il futuro.

Cos’è un essere vivente?

Per capire se la società possa essere considerata tale bisogna quindi prima definire cosa sia un essere vivente. Direi che una buona definizione potrebbe essere: “è un organismo derivante dall’espressione di una programmazione mirata a protrarre sé stessa” dove la programmazione è, negli esseri biologici generalmente rappresentata dal codice genetico.

Nell’animale collettivo però questo codice potrebbe semplicemente essere diverso. Prendete per esempio le idee, i rituali, le religioni e le morali dei popoli, tutte queste cose non sono codificate geneticamente, ma sono comunque un informazione, informazione che è codificata mentalmente all’interno delle menti dell’individuo.

Se voi raccogliete poi tutta quest’informazione presente nei vari individui di una stessa società noterete probabilmente una coerenza di fondo, delle tendenze più o a meno marcate attorno alla quale queste norme sociali si aggregano. Prendendo ad esempio la sola morale, è ovvio che essa sia qualcosa di fortemente personale, ma se ci pensate in fondo più o a meno tutta la cultura occidentale e gli individui facenti parte condividono dei parametri simili. Ad esempio alcune persone saranno a favore o contro la pena di morte, qualcuno può essere a favore o contro all’uccisione per legittima difesa e può venire discusso quali sono i limiti di questo, ma queste sono in fondo differenze minime rispetto alla coerenza di fondo ovvero che tutti, o quasi, concorderanno che l’omicidio è un atto in sé immorale.

Allo stesso modo ad esempio vi è la pedofilia. Ogni nazione ha le proprie leggi che determinano l’età del consenso (ovvero l’età alla quale un ragazzo o ragazza può ufficialmente dare consenso valido ad un rapporto sessuale) e oltre alle leggi ogni persona ha le proprie personali opinioni secondo le quali giudicherà la moralità di un rapporto sulla base della differenza d’età dei praticanti. Nonostante queste differenze però, che vanno generalmente da un età di quattordici e diciotto anni e sono quindi in realtà minime, la società occidentale condivide un metro morale comune che considera la pedofilia immorale.

A questo punto potremmo definire quindi di fatto come se la società fosse un essere vivente definito da un programma che non è genetico, ma mentale, rappresentando quella coerenza comportamentale interna ad ogni popolo. Questo essere vivente ha tutte le caratteristiche di quelli biologici, nasce, si sviluppa, cerca di espandersi se possibile colonizzando altre menti, è soggetto alla selezione naturale in quanto i sistemi sociali fallimentari collassano in fretta (prendete ad esempio il comunismo sovietico) lasciando posto a quelli più efficienti, si riproduce (pensate come le norme sociali moderne siano figlie della cultura scientifica e da quella cristiana di origini medievali, la quale a sua volta è figlia di quella greco-romana ed ebraica), e alla fine muore nell’atto che in genere viene chiamato “rivoluzione” lasciando il suo posto a qualcosa di nuovo.

L’animale collettivo nella società di tecnologica

Avendo definito la società come essere vivente sarebbe interessante provare a capirne e ad osservarne i comportamenti per cercare di prevederne il futuro.

Anticamente le società umane sono sempre state in prevalenze rurale e, quindi, a bassa densità di popolazione. L’evoluzione della tecnologia ha però posto le basi per un diverso ordinamento della società, basato su agglomerati urbani di dimensioni enormemente superiori a quelle antiche e con densità di popolazione enormemente superiore.

Ciò ha richiesto all’uomo moderno una discreta dose di adattamento per inserirsi nella società da lui stesso creata (ne parlavo anche in questo articolo) e come prezzo per il benessere fisico, ha generalmente sacrificato quello psicologico.

Il punto è che un uomo del medioevo difficilmente viveva una vita che oggi potremmo definire bella. Era una vita caratterizzata da lavoro duro, nessun agio, lo spettro continuo di violenza, guerra e malattia, eppure non cadeva in depressione quanto l’uomo moderno, eppure non sviluppava i disordini di personalità dell’uomo moderno. Questo credo fondamentalmente perché l’uomo moderno è sottoposto continuamente ad una fonte incredibile di stress per essere un buon individuo sociale.

Il nostro metro morale odierno è estremamente esigente se ci pensate: parole che non si possono dire, emozioni che non si possono provare, istinti che non si possono avere; è forse sotto certi aspetti più esigente di quello di diverse teocrazie del passato ed è un metro che si rende necessario a sopportare la densità della popolazione. È infatti risaputo che troppe persone chiuse in poco spazio svilupperanno violenza e insofferenza reciproca, per mantenerle a loro posto quindi è necessaria una fortissima morale che indirizzi il comportamento reciproco di ognuno, la pressione di sottoporsi a questa morale genera però stress che genera infelicità.

Allo stesso tempo è richiesto un numero sempre maggiore di nicchie sociali in modo da scaricare e dare un ruolo alle persone nella macchina sociale. Per fare ciò è necessario che le persone siano sempre in uno stato di desiderio, lo stesso stato in cui si trovava un uomo primitivo rispetto al cibo l’uomo moderno che di cibo ne ha fin troppo lo deve scaricare su prodotti secondari e voluttuari, per generare ciò il marketing bombarda l’uomo moderno di pubblicità per fargli desiderare il prodotto, in questo modo l’uomo comprerà facendo funzionare l’economia e nutrendo così l’animale sociale. Il prezzo di ciò è però di nuovo lo stress, l’insoddisfazione e quindi l’infelicità.

Ciò inoltre va a generare una lunga serie di co-dipendenze all’interno della società. Se un tempo l’essere umano era semi-autonomo, ora ogni più piccolo compito è diventato così specialistico da richiedere qualcuno di specifico e ogni persone diventa così dipendente dalle altre, dando così forza all’animale sociale a scapito però dell’individuo che non si sente realizzato e non si sente libero. Se infatti è vero che all’apparenza l’uomo moderno goda, rispetto a quello antico, di una libertà estremamente alta in moltissime nicchie come quella sessuale, di espressione e parola, è anche vero che nella pratica i dati (qui un articolo del corriere che tratta l’argomento) ci dicono che le generazioni più giovani fanno ad esempio meno sesso di quelle precedenti e, nonostante gli sia garantita la libertà di parola, la loro voce è persa nel fiume dilagante dell’informazione di massa. La società quindi, spegne tutte le luci e poi dà a tutti la libertà di guardare ciò che vogliono.

Anche l’appariscenza e il bisogno di essa è ad esempio una dipendenza. La necessità imperante di postare ogni cosa sui social e di dare su essi un’immagine migliorata di noi stessi deriva fondamentalmente dal tentativo di sopprimere una serie di fobie sociali che la società dei social stessi ha creato, generando un circolo vizioso di dipendenza da essi.

Se dovessi quindi, basandomi su queste osservazioni cercare di fare una previsione sul futuro della società direi che non è troppo difficile prevederlo. L’animale sociale avrà sempre più bisogno, per essere coeso, di sopprimere le differenze fra le persone a favore della coesione comune, avrà sempre più bisogno quindi, di sopprimere la libertà della persone (attraverso un processo che, come abbiamo visto col sesso, non sarà coercitivo, ma più un blando indirizzamento).

L’unica domanda interessante da chiedersi a questo punto è se quindi questo processo si rivelerà efficiente oppure no, se, alla fine, la società tecnologica riuscirà nel suo intento è anche possibile che sul lungo termine riesca anche a sopprimere quelle emozioni d’infelicità che attanagliano l’uomo moderno che ne fa parte. L’alternativa è ovviamente che collassi, che muoia lasciando posto a qualcos’altro.

L’essere umano può sopportare la civiltà?

Nel 1962, uno scienziato statunitense, tale John Calhoun, creò un esperimento per dimostrare i danni dell’aumento della popolazione osservando ciò che sarebbe poi stato definito come: “estinzione da utopia” o la “fogna del comportamento”.

L’esperimento: universo 25

Vennero prese quattro coppie di topi, selezionati fra i migliori in termini di salute e di genetica e vennero posti all’interno di un grande granaio in campagna. Il granaio era stato costruito per essere un vero e proprio paradiso per topi: venivano forniti cibo e acqua in abbondanza, ogni mese l’ambiente veniva pulito, erano presenti 256 nidi ognuno in grado di ospitare almeno quindici topi, per un totale di 3800 e diverso spazio per muoversi.

Come prevedibile, i topi iniziarono a riprodursi, arrivando in fretta ad un punto “esponenziale” arrivando a raddoppiare in numero ogni due mesi circa; i primi problemi arrivarono però quando il numero dei topi raggiunse i circa 600 esemplari.

Nonostante la presenza di cibo ed acqua in abbondanza infatti, alcuni topi iniziarono a mostrare disturbi comportamentali. Alcuni topi divennero violenti, alcuni maschi alpha iniziarono a rifiutare il proprio ruolo di protezione delle femmine e queste fuggirono rintanandosi in nidi più nascosti, si verificarono addirittura episodi di cannibalismo pur in presenza di cibo.

Lentamente la situazione degenerò fino a raggiungere gli oltre duemila esemplari (ricordo comunque che, potenzialmente, cibo e acqua erano sufficienti per oltre tremila esemplari). A questo punto ogni ordine sociale che era connaturato ai topi era scomparso: nei nidi inferiori esplosioni di violenza e cannibalismo erano intervallate da lungo periodi di inattività in cui i roditori rimanevano semplicemente fermi. Le femmine per sfuggire dalle violenze scapparono in dei nidi-ginecei uccidendo anche i loro stessi figli o scacciandoli per mantenere l’omeostasi di quei luoghi mentre un terzo gruppo, che Calhoun definì “i belli” si allontanarono da tutto e da tutti passando le giornate a lisciarsi il pelo e basta.

La mortalità infantile era vicina al cento per cento e, così, la popolazione calò sempre di più, quando tornò ai livelli iniziali inoltre, neppure gli individui ancora sani riuscirono a riprodursi avendo perso “la capacità sociale” di farlo, la comunità si avviava quindi all’estinzione, un ‘estinzione da utopia.

L’interpretazione, cosa c’insegna l’esperimento?

La vecchia teoria era che il problema della sovrappopolazione fosse la mancanza delle risorse, Calhoun dimostrò però che così non era, la sovrappopolazione era un problema di per sé.

La responsabilità dei danni psicologici dei topi fu data all’esaurimento delle nicchie sociali e all’eccesso d’interazioni.

La mancanza di nicchie libere spingeva infatti i topi ad essere ipercompetitivi in ogni ambito. Nel momento in cui infatti, un maschio alpha si trovava a dover compiere moltissimi scontri ogni giorno contro i molteplici pretendenti alle femmine, lo stress derivante dal ruolo deve aver, ad un certo punto, superato la gratificazione derivante dallo stesso spingendo questi maschi a ritirarsi dalla propria nicchia sociale. Ciò portò le femmine a fuggire per evitare violenze fisiche e sessuali.

La mancanza di nicchie portava così ad una lotta fra i giovani topi e i vecchi che competevano per uno stesso mansione, una lotta violenta ed esauriente per entrambe le parti nonché esasperata dall’eccesso d’interazioni a cui ogni topo era sottoposto non potendo fare nulla da solo ma essendo in costante contatto con altri individui. Ciò portò alla caduta dei sistemi sociali che regolavano il comportamento reciproco dei roditori.

Gli umani

Osservo nella nostra e ancor più in altre società l’avvento nell’universo 25 di Calhoun.

Uno dei grossi problemi in Italia e, generalmente nelle società occidentali è infatti la mancanza di posizioni per i giovani, di nicchie che le nuove generazioni possano occupare.

Ciò è dovuto ad una molteplicità di fattori economici, storici e demografici ma riconoscerete che rispetto a qualcuno nato nella generazione degli anni 30 ad esempio, ove ognuno aveva un occupazione e una casa, o uno degli anni 60 in cui comunque si riusciva in qualche modo, ad emergere. La generazione anni 80 e 90 si è trovata in un ambiente sostanzialmente già saturo ove anche i lavori storicamente fatti dai giovani, come il fattorino, sono occupati da individui più vecchi.

Il risultato di ciò è stata una fuga della società verso l’iper-specializzazione e l’iper-scolarizzazione. Se il problema sono infatti la mancanza di nicchie la soluzione sembrerebbe essere quella di creare nuove nicchie specializzandosi il più possibile su un singolo campo, ciò però richiede tempi di studio sempre più lunghi che non permettono ai giovani di rendersi indipendenti economicamente in tempi brevi.

Allo stesso tempo è interessante rapportare il fenomeno dei topi dell’universo 25 ad alcuni fenomeni sociali odierni quali: depressione, autolesionismo, incel (su di loro andrebbe scritto un articolo a parte) e gli hikikomori (per chi non lo sapesse, sono ragazzi che si chiudono in camera per anni, rifiutandosi di uscire all’esterno, problema nato in Giappone, guarda caso società iper-competitiva ad altissima densità di popolazione, recentemente è stato osservato in crescita anche in Italia; anche su di loro servirebbe un articolo intero.)

Era infatti frequente fra i topi di Calhoun casi estremi di violenza contro sé stessi dovuti probabilmente allo stress enorme che quel tipo di società imponeva ai suoi membri e ai danni che questo generava. Allo stesso tempo non è difficile considerare gli hikikomori, persone che rifiutano il contatto sociale, come espressione di ciò.

E che dire invece dei belli, ovvero di quei topi che, nell’esperimento, si tirarono fuori da ogni violenza non tentando nemmeno di riprodursi, occupando le loro giornate a lisciarsi ossessivamente il pelo? Forse il paragone è forzato, me ne rendo conto, ma a me viene in mente facilmente la nostra società focalizzata sull’immagine data attraverso i social network.

Quindi la società è condannata?

No, credo di no. Nello specifico credo che forse abbiamo schivato un proiettile senza rendercene conto. La popolazione infatti, è ormai sostanzialmente stabile e nonostante siamo in un sostanziale periodo d’assestamento sociale, vendesi i discorso dei prima sui giovani, sono relativamente fiducioso sul futuro.

Ma… c’è un ma. Questa cosa del collasso sociale, come dimostrato da Calhoun non dipende tanto dalla popolazione in sé, ma dal rapporto fra essa e le nicchie sociali disponibili, ciò implica che, nell’ambito di una società umana, in essa c’è anche una responsabilità politica, vanno quindi create nicchie, che nella nostra società dipendono principalmente dal lavoro. È quindi importante ricordare che, nonostante il proiettile sia stato schivato, ci vuole un attimo, una crisi economica di troppo, perché uno nuovo ci esploda in faccia.

Allo stesso tempo è importante ricordare di come, non debba essere l’uomo ad evolversi per combaciare con la società ma deve essere la società che, sviluppandosi, resti a misura d’uomo, perché se non lo fa, se l’uomo e la società sono in competizione, ad un certo punto, uno dei due ucciderà l’altro, e non so voi ma non è una guerra a cui io voglio assistere.

La chimera: introduzione

Da oggi volevo iniziare qualcosa di nuovo qui sul blog, volevo tentare di creare un saggio che verrà pubblicato a puntate (cercherò di pubblicarne almeno una a settimana, impegni personali permettendo), tentando di creare una così una trattazione più approfondita di quanto generalmente la forma del blog permetta.

Premetto che il saggio, un po’ per tempo un po’ per personale sfida, sarà sostanzialmente scritto di volta in volta, sentitevi quindi liberi, se ne avete, di aggiungere appunti o consigliare temi che preferiste essere approfonditi.

Il saggio sarà suddiviso per argomento e creerò una pagina che lo contenga in modo che, quando saranno pubblicate più parti, sia facilmente leggibile. Ogni parte dal canto suo sarà la trattazione completa di un singolo aspetto, quindi, sarà leggibile anche senza la lettura dell’intera opera, che però consiglio di comunque di leggere nell’ordine in cui sarà scritta.

Introduzione

Cos’è un essere umano? Esso non è altro che il risultato della somma di una comunità di individui inferiori che chiamiamo cellule. Ogni essere umano, ognuno di noi, si trova quindi nel duplice stato di essere sia individuo, nell’accezione in cui si considera nell’insieme delle parti di cui è costituito, sia una comunità, nell’accezione in cui si considera l’insieme stesso.

A sua volta è interessante notare come le nostre cellule stesse siano, a loro volta, costituite dall’unione organizzata di parti. È noto infatti attraverso un’accredita teoria biologica che gli organuli cellulari come i mitocondri derivino da un ancestrale processo di simbiosi avvenuto dalla fagocitazione di una grossa cellula di una forma primitiva di cellula mitocondriale.

Fra tutte le materie e fra tutte le discipline, ritengo sia raro trovarne una trattata in maniera tanto ideologica quanto lo studio della masse umane. Concetti quali l’arbitrio, il bene e il male, la giustizia e la morale, l’ordine e il disordine che non dovrebbero avere posto all’interno di un’analisi scientifica, sono invece ampiamente utilizzati in modo più o a meno tacito e più o a meno esplicito e, ne sono certo, se fosse la mente dei sociologi fosse stata più libera da pregiudizi la figura della Chimera sarebbe stata nota, nonché chiara a tutti già da tempo.

Quello che io dico e che sosterrò nei capitoli di questo saggio, è che come l’essere umano è sia individuo che comunità d’individui organizzati esso è sua volta parte di una comunità più grande costituita dall’insieme di esseri umani organizzati nel senso biologico del termine.

Proprio come il comportamento di un essere umano è indipendente dal moto, dalla volontà e dal comportamento della singola cellula, allo stesso modo il comportamento dell’essere collettivo è indipendente dal moto, dalla volontà e dal comportamento dell’individuo. Allo stesso tempo però, ignorare le caratteristiche delle singole cellule, nel cercare di compiere una descrizione sarebbe miope, in quanto le caratteristiche dell’insieme non sono altro che il risultato dell’interazione delle singole parti.

Attraverso i capitoli cercherò di esprimere e di descrivere le dinamiche comportamentali quindi non della massa umana ma bensì dell’essere vivente che è costituito dall’insieme degli esseri umani (distinzione questa che sarà spiegata meglio in seguito) e dell’evoluzione del concretizzazione di questo essere vivente nella figura del Predatore.

La comprensione della figura dell’essere collettivo inoltre, ci permetterà inoltre di dare avere un nuovo punto di vista su quelle dinamiche che, rispetto all’essere umano, appaiono difficilmente spiegabili in quanto ad esso sono superiori. Pensiamo ad esempio ai sistemi religiosi, all’organizzazione del potere, alla guerra, ogni cosa che muove enormi masse è infatti molto difficile da descrivere in quanto si tenta di descriverle partendo da un costituente inferiore.

Per intenderci immaginate la difficoltà se doveste descrivere la corsa di un atleta osservando però solo le singole cellule dello stesso, o se doveste descrivere il moto di un fiume basandovi su quello delle singole molecole d’acqua che lo costituiscono. Lo studio di un essere superiore invece, ci permetterà di avere una visione più ampia delle questioni e quindi, spero, più corretta.


Per le altre parti vai a questa pagina.


Come la produzione artistica esprime la vera essenza di un popolo

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Che cosa ha fatto un popolo? Quali sono stati i suoi successi, le sue sconfitte, le sue battaglie? Com’è nato, come si è sviluppato e perché si è sviluppato in un modo e non in un altro? Queste sono tutte domande molto importanti a cui la Storia, cerca, coi suoi studi, di dare una risposta, ma alla domanda “cosa un popolo è?” chi è che risponde? È sufficiente conoscere i nomi dei sette re di Roma per comprendere la cultura romana? È sufficiente conoscere le battaglie fra le città del Peloponneso per conoscere quelle greca?

In questo ci viene d’aiuto quindi lo studio di un’altra disciplina, quella disciplina in cui ogni popolo e, nello specifico anche ogni individuo, inserisce in modo più o a meno cosciente sé stesso, inserisce i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, la propria visione del mondo. Questa è l’arte.

Storie di dei e di lupi mannari

Partiamo dalla letteratura e, in particolare, dalla narrazione mitica e prendiamo ad esempio quattro popoli: gli antichi Greci, i Romani, e norreni.

Iniziamo parlando del rapporto fra i popoli e le proprie divinità. I greci e i romani erano un popolo di agricoltori e pastori innanzitutto e a capo del loro Pantheon c’era quindi un dio della pioggia, erano popoli di navigatori e un’altro dei loro dei più importanti era il dio del mare. Per quanto concerne i romani nello specifico agli inizi furono semplici pastori di collina che via via si militarizzarono sempre di più, fino a diventare una società altamente militare (indicativo di questo, è il passaggio di Marte, originariamente divinità dell’agricoltura, a dio della guerra, oltre alla diffusione di molti altri dei protettori dell’arte militare come Bellona, Mitra o, in una certa misura, Giano bifronte).

Al contrario i Greci erano forse meno militarizzati, al meno a livello professionale, ma avevano una forte cultura dell’eroismo. Molti dei loro miti rappresentano un uomo solo contro le avversità come Ercole o, addirittura e pensiamo ad Ulisse, contro gli dei stessi.

I greci furono poi i creatori della tragedia, l’arte della catarsi delle passioni che mostrava agli uomini una certa filosofia e, d’altro canto, filosofi erano i greci. I romani dal canto proprio erano forse meno filosofi ma più politici, meno retori e più avvocati e crearono il genere dalla satira.

E cosa dire invece dei Norreni? Popoli che, essendo nati in un ambiente ostile, vivevano di razzia a capo del loro Pantheon c’era un dio della guerra. Un popolo che quindi dava ai guerrieri e ai coraggiosi e a loro soltanto l’onore dei loro paradiso. Allo stesso tempo un popolo, similarità questa con i greci, che credeva fortemente nell’ineluttabilità del destino, un destino che in Ragnarok avrebbe decretato la morte degli dei stessi.

Prendo d’esempio un’altro mito molto comune in molte culture, quello della metamorfosi animale. I greci, un popolo che guardava al cielo e all’etereo, avevano come popolo una certa repulsione della natura, pensiamo a miti come la morte di Pan, agli eroi come Ercole o Teseo che lottano contro mostri in parte animali (i semi-animali, a parte rari casi come chirone, sono quasi sempre personaggi negativi). Il mito di Licaone in questo è indicativo, un uomo reo di cannibalismo punito da Zeus ad essere trasformato in un lupo.

Nei romani il rapporto è un po’ diverso invece. Un popolo che nasceva come pastorale aveva per gli animali e i lupi nello specifico una sorta di rapporto ambivalente, un timore reverenziale comunque tendenzialmente negativo. Se nel mito di Romolo e Remo è proprio una lupa a salvare i gemelli, i lupercalia erano ad esempio una festa d’esorcismo delle paure dell’attacco dei lupi dal bestiame e, nel Satyricon (primo secolo) la licantropia è descritta come maledizione.

Ciò cambia radicalmente nei Berserker nordici. In questi guerrieri scelti la metamorfosi rituale diventava la fusione spirituale con un animale totemico che donava forza, insensibilità al dolore e vigore in battaglia. Ciò anche dovuto al rapporto molto stretto che questi popoli avevano con il selvaggio, con il naturale.

Le arti

Ovviamente se volessimo questo stesso discorso preso ad esempio si potrebbe fare con qualsiasi popolo e qualsiasi arte. Prendiamo gli Egizi e il pantheon estremamente vasto ma anche molto gerarchico, piramidale come la loro società, diviso non fra bene e male ma fra ordine e caos.

Prendiamo ad esempio la poesia in tempi anche molto più recenti, che passa dall’essere religiosa in epoca medievale, ad essere nella società industriale una malinconica fuga dal grigiore delle città. Prendiamo la musica, i canti contro l’invasore o lo straniero che si sviluppano in tempo di guerra e che via via in epoca di pace diventano più leggeri fino a diventare in quest’epoca in cui sembra che la depressione sia, nei paesi occidentali, uno dei principali mali della società, puro intrattenimento spesso privo di messaggio ma che permette così alla gente, per un po’, di non pensare e di rilassarsi (ovviamente questa è una mia visione non mi aspetto che tutti siate d’accordo).

Pensiamo alla cultura delle droghe e non credo di dire nulla di scandaloso se sostengo che spesso gli artisti ne sono stati influenzati. Pensiamo al vino, sacro per i greci e per i romani al punto da dedicargli un dio o ai funghi allucinogeni d’amanita usati dai berserker nei loro riti. Pensiamo a come questa cultura sia stata osteggiata dal cristianesimo prima e dal perbenismo americano poi, per risorgere nel dopo guerra fra i giovani. Fino ad arrivare alla sostanziale accettazione delle droghe leggere nell’età moderna.

Pensiamo alla pittura, che prima tende sempre di più verso il realismo e poi, con l’avvento della società industriale e della fotografia fugge, muovendosi verso l’espressione dell’emotività. Pensiamo alla fotografia stessa che nasce nel ritratto e poi, nell’era della cultura della pubblicità diventa espressione della società consumistica (ricordate Andy Warhol e ai fagioli Campbell).

Pensiamo a quanto, nella società di oggi, le nostre arti parlino di un ritorno alla natura e alla fantasia. Di quanto vadano di moda romanzi fantasy e medievaleggianti.

Pensiamo se no quanto la fotografia sia diventata fondamentale nella cultura dell’apparenza, nella cultura del se non posti non esisti, di quanto tutte le foto che pubblichiamo esprimano non tanto la vita che abbiamo ma quella che vorremmo avere. Nessuno posta foto della pasta che mangia sei giorni su sette, ma del sushi che mangia la settima, nessuno posta foto delle discussioni col o con la partner che magari si fanno quotidianamente, ma tutti postano quelle dell’unico momento allegro. Anche questo esprime molto del tipo di società che siamo.

L’arte è espressione

Il punto è questo alla fine, la storia esprime cosa fai, ma è l’arte che produci o che semplicemente apprezzi da spettatore, che dice chi sei.

Perché la filosofia, anche nella società moderna, è fondamentale

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C’è stato un tempo in cui essere un filosofo significava essere considerato un punto centrale della vita pubblica, un tempo in cui i filosofi muovevano le masse ed i governi. Al giorno d’oggi però è con reticenza e addirittura un po’ d’imbarazzo che una persona s’azzarderebbe a definirsi tale.

La società d’altronde è cambiata, si è mossa verso la conoscenza e l’istruzione scientifica (che è assolutamente fondamentale e importante), ma siamo così sicuri di voler già rinunciare a questa disciplina che è stata fondamentale per lo sviluppo intellettuale umano?

Cos’è la filosofia?

Prima di discutere sulla sua importanza, bisognerebbe almeno riuscire ad inquadrarla in una definizione, cosa già di per sé quasi impossibile data la molteplicità di significati che questa parola ha assunto.

Dalla ricerca del corretto modo di vivere degli stoici, alla ricerca dei valori dei cristiani, passando per lo studio metodologico della realtà aristotelico. Dovendo però dare per forza una definizione all’attività filosofica, una definizione ampia e abbastanza valida nelle disparate situazioni in cui la parola è usata, direi che la filosofia è l’arte di dare definizioni alle cose.

Questo perché, in fondo, siamo tutti schiavi della semantica. Tutti noi sappiamo cosa abbiamo in testa, ma per comunicare fra noi, abbiamo bisogno di parole e queste parole hanno bisogno di essere definite attraverso altre parole che vanno a loro volta definite fino a che non si giunge al punto il cui discorso non è più ambiguo e le due persone arrivano davvero a comunicare.

L’arte di dare definizioni

Per spiegare meglio questo concetto e allo stesso tempo per spiegare quale sia l’importanza della filosofia vi faccio un esempio. In quanti di voi sono mai, nella vita, stati malati? Credo tutti, chi non lo è stato? Seconda domanda: sapreste darmi una definizione oggettiva di malattia?

Ho degli amici che studiano medicina o psicologia e a cui ho posto questa stessa domanda e nessuno ha saputo rispondermi, non prima di consultare il cellulare almeno; curioso dato che le loro intere discipline di studio si fondano sul concetto di malattia e di malessere.

La definizione da dizionario, presa dritta dritta da Wikipedia recita così: “una malattia (o patologia) è una condizione anormale di un organismo, causata da alterazioni organiche o funzionali che compromettono la salute del soggetto”.

Ora, facciamo un paio di considerazioni rispetto a questa definizione.

Innanzitutto un’alterazione che compromette la mia salute potrebbe essere la rottura di un braccio, sono malato se mi rompo un braccio?

Il concetto di anormale anche potrebbe essere interessante, soprattuto se consideriamo che la parola malattia ha anche risvolti psicologici. L’omosessualità ad esempio è stata spesso nel passato considerata una malattia sulle basi del fatto che fosse un comportamento deviato del “normale” istinto alla riproduzione umano e che quindi ne avrebbe inficiato la salute riproduttiva.

Allo stesso tempo da un certo punto di vista anche una gravidanza potrebbe essere considerata una condizione anormale che compromette la salute, ma mai nessuno si azzarderebbe a definirla una malattia.

E cosa dire di alcune malattie genetiche come la talassemia? Per chi non lo sapesse la talessemia è una forma di anemia molto diffusa in Sardegna; essendo una forma anemica, al giorno è considerata una malattia (nello specifico genetica) ma il motivo per cui è così diffusa è che, nel danneggiare i globuli rossi, li rende anche immuni alla malaria e quindi secoli fa quando la malaria era diffusa in Sardegna, la talessemia, che ora è una malattia, al tempo era addirittura un vantaggio evolutivo.

Pensate se no alle battaglie dei transgender per non essere considerati malati o a quelle, meno mediatiche ma che vanno via via sorgendo, di alcune associazioni Asperger che preferiscono il termine neurodiversità al fine di sottolineare come non siano “malati” ma che il loro cervello sia solo diverso e così via, è un discorso che potrebbe andare avanti all’infinito.

L’importanza

Questa lunga digressione, serviva per mostrare come, di fatto, le intere scienza medica e psicologica si basino in una certa misura sulla filosofia. La definizione di cosa sia malato infatti e di cosa sano dà alla medicina una direzione in cui svilupparsi, dà delle priorità, dei limiti etici.

Lo stesso discorso vale ovviamente per sostanzialmente ogni singolo campo. Pensate alla definizione di “vita”, può sembrare una semplice parola ma dietro a questa si cela un groviglio di dilemmi etici che toccano molti temi attuali: dall’aborto, all’eutanasia, passando per l’accanimento terapeutico.

E ancora cosa vuol dire “essere umano”? Può sembrare una domanda banale ma ancora essa tocca il tema dell’aborto, in passato quello delle leggi razziali e della discriminazione di genere.

Che ce ne accorgiamo o no, di fatto, ogni singolo settore, ogni prodotto, ogni legge, ogni ideologia, è l’espressione di una determinata filosofia che ha dato al mondo e alla realtà, al giusto e allo sbagliato una determinata definizione. La comprensione della filosofia si pone quindi come fondamentale per comprendere i diversi punti di vista dei diversi gruppi umani e per sviluppare fra questi, un dialogo (cosa che mi azzardo a dire, in questo periodo in cui sembra abbia voce solo chi urla più forte, si rende estremamente necessaria).

Logica e filosofia

Questo è un punto che voglio chiarire in merito ai reciproci rapporti fra scienze e la filosofia. Ora non ho intenzione di fare una pappardella storica su come le scienze, in un modo o nell’altro, derivino dalla filosofia stessa, ma vorrei soffermarmi più sul concetto di logica.

La logica è ciò su cui si fonda, di fatto, il metodo scientifico. Essa è costituita da un insieme di regole coerenti che permettono di rendere minimo o addirittura nullo l’errore all’interno di un sistema dato.

Esempio: la matematica, la regina delle scienze, all’interno di un ambiente dato da alcune semplici regole elementari ed assiomatiche, la matematica diventa esatta e assolutamente certa, incontrovertibile grazie alla logica.

Il punto è che la logica, di per sé, è priva di significato. Tutte le norme matematiche sono infatti valide all’interno di un insieme di assiomi creato dalla pratica intellettuale filosofica, e benché le scienze si sviluppino grazie alla logica, la direzione stessa verso cui le scienze sviluppano è dettata dalla filosofia… la differenza fra queste è sostanzialmente la differenza fra il “come” e il “perché”.

Come si è sviluppata l’industria bellica nel ventesimo secolo? Grazie alla logica. Perché si è sviluppata? Filosofia dovuta alle condizioni sociali. Come funziona la manipolazione genetica e la clonazione e come la telefonia cellulare? Le risposte ve le daranno la logica sviluppata nelle rispettive scienze. Perché negli ultimi cinquant’anni la telefonia è evoluta molto più in fretta degli studi sulla clonazione? La risposta la dà la filosofia.

Ciò rende le due attività intellettuali, scientifica-logica e filosofica, non opposte ma bensì complementari. Il metodo scientifico senza filosofia è uno strumento senza mano che lo indirizzi, non sa da che parte andare e svilupparsi; al contempo la filosofia senza applicazione rimane solo un’arroganza autoconclusiva da salotto, una versione moderna del sofismo.

Se pensate di meritarlo, quindi (e qui potrebbe partire un altro lungo articolo su chi lo meriti nei fatti… ma per ora lo lascio a voi) non abbiate paura di assumere l’onere del titolo di filosofo. Di gente che sa pensare c’è ne ancora bisogno non preoccupatevi.

 

 

 

La filosofia della società: fra William Holding e Aldous Huxley

adventure-fog-guy-6720.jpgUn’altro insieme di recensioni letterarie/ consigli di lettura dopo quelli di settimana scorsa su Frank Herbert e Stanislaw Lem.

Come la volta scorsa, quello su cui più vorrei soffermarmi, non è tanto la trama del libro in sé che potete trovare ovunque, quanto una riflessione su quello che secondo me è l’aspetto più importante di questo tipo di romanzi, ovvero il profondo significato filosofico espresso fra le righe.

Oh mirabile mondo nuovo

Andiamo in ordine cronologico (rispetto alla data di nascita degli autori) per parlare del capolavoro di Aldous Huxley: “Il mondo nuovo”.

Cosa rende una società perfetta? Cosa rende una società perfettamente stabile, perfettamente in pace, perfettamente felice? Come si può creare un mondo in cui tutti amano quello fanno e fanno quello che amano? La risposta data da Huxley è tanto semplice quanto terrificante, basta eliminare alcune piccole cose: la libertà, l’amore, la famiglia e la verità.

Nel mondo descritto da Huxley la famiglia non esiste, tutti gli esseri umani crescono in dei grandi uteri artificiali e sono già in fase embrionale suddivise in cinque caste denominate dalle prime cinque lettere dell’alfabeto greco (alfa, beta, gamma, delta, epsilon), con le ultime tre classi, che costituiscono la bassa manovalanza, fatte riprodurre per clonazione in gruppi di decine e decine di gemelli identici.

Il motivo di questa divisione è presto detto, in un’ipotetica società composta tutta da esseri superiori, da alfa, l’insoddisfazione regnerebbe sovrana in quanto un uomo intelligente e altamente istruito avrebbe sempre cercato di raggiungere posizioni superiori. al contrario determinando fin dall’embrione che solo una ristretta parte della popolazione avrebbe raggiunto ruoli di comando e responsabilità (gli alfa) e di tecnici specializzati (i beta) questa competizione interne si spegne e l’umanità procede ordinata.

Tutte le classi sotto gli alpha sono create attraverso il meccanismo del semi-aborto, ovvero tramite la riduzione controllata dell’ossigeno dato all’embrione che genera via via umani fisicamente più bassi e di minore quoziente intellettivo (ciò è particolarmente evidente nelle ultime tre classi).

Fin dalla più tenera infanzia, o addirittura dall’embrione, inoltre ogni singolo individuo è condizionato ad amare il ruolo che avrebbe occupato nella società, attraverso meccanismi di rinforzo positivo e negativo. I bambini delle caste inferiori sono, ad esempio, condizionati tramite scosse elettriche a disprezzare i libri mentre gli viene insegnato ad amare lo sport all’aria aperta in modo che acquistino attrezzi e usino i mezzi di trasporto facendo girare l’economia e tenendoli occupati.

Allo stesso tempo a tutti quanti è insegnato a ricercare il piacere immediato e fin da piccolissimi i bambini sono introdotti a giochi erotici e alle droghe, in modo da eliminare ogni sentimento negativo col piacere. La droga diffusa nel mondo nuovo è il soma, uno stupefacente perfetto e senza effetti collaterali, anti-depressivo, allucinogeno ed euforico, distribuito dal governo stesso.

Credo che ciò che rende davvero straordinario questo romanzo, sia che è assolutamente realistico, ve ne accorgerete leggendolo se lo farete. Se penso ad una società come quella del più famoso 1984 di Orwell ad esempio, dico che il libro è bello, dico che anche il significato è profondo, ma non lo trovo realistico, una società basata sulla coercizione non può che collassare.

La società di Huxley è però diversa, è una società dove le persone sono tenute schiave dal piacere e dalla felicità, gli schiavi devono essere felici della loro schiavitù, è così che si crea un sistema stabile, un sistema che non può essere rovesciato perché nessuno tenta o vuole rovesciarlo. Perfino il più infimo degli epsilon nel mondo nuovo è felice del suo ruolo, gli è insegnato ad essere felice, gli è insegnato ad amare la sua posizione d’inferiorità e a ringraziare il governo mondiale per essa.

Questa è la profonda pronazione del libro che emerge fra le righe del romanzo. Diciamo che si possa creare una società perfetta, siete così sicuri di volerla? Siete così sicuri di desiderare l’utopia? Anche se per raggiungerla, ironicamente, si dovesse rinunciare a tutto ciò che ritenete essere un valore?

Pubblicato per la prima volta nel 1932, il romanzo non è particolarmente lungo ed è di semplice lettura, scritto con uno stile incalzante e ricco d’avvenimenti. Incentrato nella prima parte maggiormente sulla descrizione del mondo nuovo e lasciando alla seconda lo sviluppo delle vicende.

A chi fosse interessato ad acquistare il libro, lascio qui di seguito il link dell’edizione che vi consiglio; scritta nel 1952 sempre da Huxley a questa versione chiamata “ritorno al mondo nuovo” è aggiunta un appendice in cui lo scrittore, vent’anni dopo, confronta le previsioni del suo romanzo con gli eventi della seconda guerra mondiale e con le scoperte scientifiche avvenute, oltre che a trattare diversi temi sociologici in maniera più approfondita. Ritorno al mondo nuovo

Il signore delle mosche

Altro romanzo molto famoso nel mondo anglosassone, ma che in Italia credo non sia abbastanza conosciuto.

Cosa accadrebbe se dei bambini, persone tipicamente considerate pure e non ancora “traviate” dalla società finissero su un isola deserta senza nessun adulto a controllarli? Che tipo di società creerebbero in un mondo senza regole?

Questa è la storia del signore delle mosche. Precipitati in un incidente aereo, gli studenti pre-adolescenti di una scuola inglese finiscono su un isola deserta. All’inizio tutto sembra andare bene, ancora memori delle vecchie norme infatti si danno delle regole, una forma di governo democratico, delle prime leggi.

Piano piano però la situazione degenera, si creano gruppi, faide fra i cacciatori e chi gestisce il fuoco per il potere, lotte per la supremazia. Allo stesso tempo iniziano a crearsi fra i bambini dei miti dovuti agli eventi dell’isola, rituali praticati dai cacciatori o da chi governa e, su tutti, si affaccia l’ombra della presenza di un mostro che forse abita la foresta, il signore delle mosche.

In aperto e ostentato contrasto col mito del buon selvaggio che voleva l’uomo come un essere di per sé buono e traviato dalla società, Huxley descrive lo sviluppo e la nascita di una società tribale con il suo sistema di potere, la sua religione e la sua morale.

Il libro, dal punto di vista stilistico, è raccontato dal punto di vista dei bambini, cosa che ritengo sia uno dei motivi del suo successo. La presentazione di eventi che sembrerebbero naturali agli occhi di un adulto e del lettore, vengono invece visti attraverso gli occhi dei piccoli come magici o mostruosi ed è proprio questa estrema fantasia dei bambini a creare il signore delle mosche.

Dal ritmo più lento del mondo nuovo, ma comunque estremamente accattivante, vi lascio qui di seguito quindi il link del libro in caso qualcuno fosse interessato ad acquistarlo. Il signore delle mosche.


Se siete arrivati a leggere fino a qui vi ringrazio dell’attenzione e, in caso voleste leggere altre delle mie recensioni, vi lascio il link della Libreria dove le ho raccolte.