Attentato in Nuova Zelanda, cosa c’entrano i videogiochi?

Come immagino tutti saprete, alcuni giorni fa un avvenimento tragico ha devastato la Nuova Zelanda quando il terrorista Brenton Harris Tarrant ha aperto il fuoco sulla moschea di Christchurch uccidendo 50 persone e ferendone molte altre.

Ovviamente a seguito di questo fatto sono iniziati i vari dibattiti, dibattiti sulla facilità di accedere ad armi da fuoco, alla radicalizzazione di estrema destra, sul razzismo, sulla responsabilità morale e, in ultimo, sui videogiochi e sugli youtubers.

Il manifesto

Avrei voluto riuscire a trovare il manifesto originale e leggerlo per portare qualche informazione in più, ma non sono riuscito a trovarlo, quello che sappiamo però è che il killer ha scritto 87 pagine di manifesto in cui spiegava le sue ragioni diffondendole su 8chan, un sito internet libero da censura e che per questo nel tempo ha sviluppato comunità di persone che sarebbero state bannate in ogni altro posto.

A quanto pare Tarrant voleva più di ogni altra cosa però che il suo gesto non passasse inosservato, voleva che il suo messaggio risuonasse e rimbalzasse per i media di tutto il mondo, voleva ricevere attenzione.

È probabilmente per questo che a diffuso in diretta streaming il suo attentato su Facebook gridando una frase prima di iniziare, un meme ormai famosissimo fra i giovani di tutto il mondo: “subscribe to PewDiePie”.

La battaglia di T-Series

Ora per quelli di voi che non seguono l’ambiente di YouTube è d’obbligo qualche spiegazione.

PewDiePie è uno youtuber svedese naturalizzato inglese che, da cinque anni a questa parte, è anche lo youtuber con più iscritti al mondo (ad ora ne ha quasi 90 milioni, in pratica più di una volta e mezza l’intera popolazione italiana). I suoi video sono storicamente di gaming, ovvero consistono in lui che gioca ai videogiochi e li commenta anche se negli ultimi anni ad essi si sono aggiunti video di commenti all’attualità e le meme review, ovvero recensioni di meme. Per darvi un idea delle dimensioni della fama di PewDiePie considerate che Elon Musk, il multimiliardario proprietario della Tesla e della Space-X, ha accettato di co-presentare con lui una puntata del meme review sul suo canale.

Diversi mesi fa però un canale YouTube indiano, T-series, che è sostanzialmente un aggregatore di musica di vari artisti indiani ed asiatici, è cresciuto precipitosamente in iscritti minacciando la prima posizione di PewDiePie, cosa a cui lui ha risposto con una canzone ironica “Bitch Lasagna” dando inizio ad un meme che ha catalizzato l’attenzione di molti utenti di YouTube e di altri social media per mesi.

Le accuse a PewDiePie

Vi starete quindi chiedendo cosa centra tutto questo con l’attentato in Nuova Zelanda; la risposta breve è fondamentalmente niente, però a quanto pare ogni occasione è buona per alcuni giornali ed utenti social di dimostrare che il diritto di voto universale forse non era proprio questa grande idea.

Il punto è che, come abbiamo detto, l’attentatore ha voluto massimizzare l’impatto mediatico di quello che faceva. È per questo che ha citato il meme di “subscribe to PewDiePie”, per cercare di raccogliere l’attenzione di quei 90 milioni d’iscritti dello youtuber svedese.

Ciò è saltato ulteriormente all’occhio in quanto nel suo passato PewDiePie ha subito accuse di razzismo e di vicinanza all’alt right, conseguentemente ad aver avuto ospite Ben Shapiro, un commentatore politico di destra come ospite nel suo canale e ad alcune battute di black humor. Inoltre diversi dei suoi video come abbiamo già detto sono di videogiochi, molti dei quali sono sparatutto violenti e per questo la gente è insorta contro di lui su twitter, accusandolo di responsabilità morale della strage.

La ricerca dea via semplice

Ora, non voglio perdere nemmeno tanto tempo sottolineando quanto queste accuse siano ridicole ed infondate, considerare quello che è sostanzialmente un comico (che per inciso ha raccolto milioni in beneficenza nel corso degli anni) come responsabile delle azioni di un fanatico è offensivo sia per lui tanto per le vittime stesse, ma volevo soffermarmi un attimo su questa tempesta mediatica.

Cioè davvero siamo arrivati al punto di accusare i videogiochi violenti e gli youtuber per le azioni di un violento esaltato? Credo che cose del genere siano il sintomo di una società che è talmente incapace di analizzare una questione complessa che semplicemente se ne frega e punta il dito contro la prima cosa che vede.

Un uomo, dopo aver scritto un manifesto di 87 pagine, dopo aver passato mesi a progettare un attacco, dopo aver discusso su forum su internet della sua ideologia malata commette un atto orribile, quante considerazioni potremmo fare su questo?

Potremmo parlare della depressione che avanza nella società che porta alla radicalizzazione di gruppi di uomini, del modo in cui il mondo occidentale e quello musulmano stanno reciprocamente cercando di adattarsi l’uno alla presenza dell’altro e degli effetti che questo fenomeno, ormai inevitabile, sta avendo sulla popolazione. Però non lo facciamo giusto?

No, le persone devono politicizzare e scandalizzare anche questa tragedia, creando ulteriore divisione, creando ulteriori danni oltre a quelli già creati dall’attentato stesso. Il motivo per cui lo fanno è ovvio, perché è la strada facile, è più facile puntare il dito alla prima cosa che ci si para davanti, i videogiochi in cui si spara, il divo di internet reo di aver ospitato un politico sul suo canale una sola volta oltre un anno fa. Soffermarsi a ragionare è difficile, pensare è difficile, ma accusare la prima cosa che ti si para davanti è facile.

È la cosa più assurda è che in tutto questo si sta facendo il gioco dell’attentatore, il suo obbiettivo: dividere, creare caos e devastazione non solo non viene opposto ma viene sospinto, complimenti.

Come Israele getta le basi del prossimo olocausto

Ah i temi controversi, quanto è bello parlarne? Soprattutto perché non parla mai nessuno. L’argomento controverso di oggi sarà una questione estremamente interessante perché tocca alcuni temi filosofici di estrema importanza quali la guerra, la morale, i rapporti causa ed effetto nel tempo, l’odio e il terrorismo, ma non vi preoccupate cercherò di non dilungarmi troppo.

La vittima

Questo è il primo punto di cui vorrei parlare, un punto estremamente importante che, come sempre accade coi punti importanti, è trattato all’acqua di rose: il concetto di vittima e quello del “se l’è andata a cercare” mettiamola così, ovvero in parole povere di vittima e colpa.

C’è un po’ una tendenza, come in tutto, alla polarizzazione. C’è chi dice che la colpa degli eventi non sia mai della vittima, chi dice che ognuno è sempre e comunque responsabile di sé stesso. Io credo che, come diceva Machiavelli, una persona intelligente si riconosca dalla sua capacità di ridurre al minimo i rischi per il suo futuro nei momenti di tranquillità e di resistere a questi rischi nei momenti di caoticità.

La spiego in maniera più semplice. Se tu attraversi la strada con attenzione, sulle strisce pedonali, e poi vieni comunque investito per una qualsivoglia ragione quale potrebbe essere un automobilista che, in contravvenzione alle strisce pedonali non frena e ti tira sotto, la “colpa” di questo evento è dovuto sostanzialmente in toto all’automobilista, tu sei quindi vittima di cause esterne e a te e incontrollabili e la ragione in questo incidente ti spetta. Se tu però ti metti una benda sugli occhi e ti metti a correre in autostrada, nel momento in cui vieni investito, tu sei comunque vittima, sei vittima di un incidente stradale e questo è un fatto, è stata l’auto ad investirti dopotutto, ma la colpa degli eventi è tua che con il tuo comportamento hai aumentato enormemente il rischio per te stesso.

Allo stesso tempo anche nel caso tu abbia ragione, la sconsideratezza non è consigliabile. Se, come nel primo caso, attraversi sulle strisce pedonali e vieni investito, che tu abbia guardato o no bene a sinistra e a destra prima di attraversare la ragione è comunque tua, perché sulle strisce tu hai la precedenza che guardi oppure no. Ciò non di meno avere ragione all’obitorio è ben magra consolazione e, forse, è meglio avere torto una volta in più piuttosto.

L’odio

Ne avevo già parlato in questo articolo, ma una breve parentesi non si toglie mai.

L’odio è un’emozione forte che, di certo, ha una sua utilità per lo meno nell’ottica di una guerra o di un qualsivoglia conflitto.

In una certa misura si riconosce, nell’ambito militare, un buon condottiero perché egli è in grado di instillare odio nei suoi amici e amore nei suoi nemici. Se il mio popolo odia gli avversari infatti, sarà unito, sarà coeso, sarà spietato che esattamente la forma mentis che in ambito di guerra cerco di ottenere. Parimenti se il nemico mi apprezza, mi rispetta o rispetta e apprezza il mio popolo, sarà meno propenso a combattermi o, addirittura si rifiuterà di farlo (per ovvie ragioni poi, instillare odio è più facile che instillare amore, ma questa è un’altra storia).

Se succede il contrario invece, e il mio popolo prova amore o rispetto per gli avversari e gli avversari provano solo odio per il mio popolo col tempo il sostegno interno alla guerra sciamerà e al contrario l’insorgenza dei nemici potrà solo che aumentare.

La guerra di pace

Arriviamo quindi all’argomento dell’articolo, la guerra Israelo-palestinese.

Sapete qual’è la differenza fra una guerra, all’epoca di Giulio Cesare ad esempio e una dei giorni nostri? Che ai tempi di Cesare era meno ipocrita.

La gente moriva come muore oggi, gli scontri erano ugualmente orribili ma le parti in causa non fingevano che il conflitto fosse qualcosa che non era, ovvero una lotta per la supremazia e il dominio.

Cesare commise un vero e proprio genocidio in Gallia, ingiustificato e non provocato fra l’altro, utile molto più a Cesare personalmente (che aveva bisogno di aumentare il suo prestigio in attesa del colpo di stato) che a Roma. Eppure i romani non finsero che quella guerra fosse qualcosa di diverso da una conquista, ammettevano semplicemente una verità del mondo, tanto vera quanto spiacevole, ovvero che i forti se vogliono schiacciano i deboli e prendono ciò che vogliono.

Ora pure i forti schiacciano i deboli, la differenza è che fingono che questo sia a beneficio dei deboli stessi. Le guerre sono diventate missioni di pace, gli Usa e Europa in Afghanistan ne sono un esempio.

Il punto è che tu una guerra la puoi giustificare, a ragione o torto che sia, con tutte le buone intenzioni del mondo. Puoi dire che stai altruisticamente aiutando un popolo ad avere democrazia (sistema che per la civiltà occidentale è stato il risultato di millenni di evoluzione culturale, ma a quanto pare basta impacchettarlo come un paio di scarpe per esportarlo nel mondo a popoli che evidentemente non erano pronti per essa). Oppure puoi conquistare un territorio dicendo che quella era la terra dei tuoi antenati di duemila anni prima e che quindi è tua di diritto. Quello che non puoi fare però, è pretendere che quelle persone che attacchi si bevano la tua narrazione in questo modo, o che non ti odino.

E questo è il grosso paradosso delle guerre di pace, paradosso che deriva dalla loro ipocrisia. Le vecchie guerre erano fatte per eliminare i nemici, per cancellarli dalla faccia del pianeta, ma nell’era dei mass media questo non è più possibile in quanto l’opinione pubblica insorgerebbe. Le guerre sono quindi una lenta logorazione che spera o tenta, in genere senza riuscirci, di rieducare il nemico spingendolo ad amarti con la forza.

Il terrorismo islamico

Questo però non succede mai ed è la cosa che quegli stati ricchi e tecnologici come Israele e gli Usa non sembrano capire. Non esiste una quantità di soldi o di tecnologia che possa comprare il cuore delle persone.

Tu puoi pagare una prostituta per scopare, ma non c’è una quantità di denaro che comprerà il suo amore.

Gli Usa in Afghanistan ad esempio si pubblicizzano dicendo che costruiscono ospedali, strade e scuole. Ospedali che però si riempiono delle vittime civili dei loro attacchi, strade percorse dai loro carroarmati e scuole che protraggano la propria propaganda, e si stupiscono se per questo non vengono ringraziati.

Israele ha conquistato una terra già occupata, dicendo di aver trasformato un deserto in un oasi verde in pochi anni, ma forse chi già c’era preferiva il deserto.

Lungi da me giustificare in qualche modo il terrorismo, una vittima di un attentato è una vittima innocente e tale rimane, ma… non giustificare una cosa non significa rifiutarsi di capirla e credo che al contrario siano proprio le cose più esecrabili che vadano capite.

Il punto è che un musulmano ventenne di oggi nato in Afghanistan o in palestina, è nato e cresciuto coi suoni delle bombe nelle orecchie. Ha visto morire attorno a sé, parenti e amici civili sotto il nome di “vittime collaterali” degli attacchi americani o israeliani. Vedono gente coi carroarmati che gli dice che li stanno aiutando a portare la pace, vedono una nazione che dopo aver conquistato un territorio immenso e aver deportato i vecchi residenti poi pretende diritti anche su una città sacra. Come si può essere così miopi da pensare che gente del genere non sviluppi un odio profondo e viscerale?

E questa è una cosa che va al di là del concetto di diritto, di giusto o di sbagliato o di sovranità ma è semplicemente una questione di causa ed effetto. Tu puoi uccidere un leone, come si faceva nelle vecchie guerre e prendere il suo territorio, puoi lasciarlo stare e accontentarti di ciò che hai, ma non puoi pungolarlo per anni o addirittura decenni e poi stupirti se quello ti sbrana.

Ci ricolleghiamo quindi al discorso della vittima di prima. Se poni le basi per il tuo pericolo e quel pericolo si concretizza forse hai ragione forse torto, ma in ogni caso aver ragione al cimitero non è il massimo.

Il prossimo olocausto

Forse sono catastrofista quindi ma guardiamola in un ottica di potere e di tempo.

Il potere, ciò che ha dato la vittoria ad Israele sulla palestina in primo luogo è dato da un insieme di fattori: primo il popolo israeliano era unito, secondo aveva sostegno internazionale, terzo il popolo palestinese era diviso. Ciò che avviene col tempo però è che Israele è sempre meno unito e il movimento per la contrario alla linea dura è in costante crescita, secondo il sostegno internazionale cala sempre più per le stesse ragioni, terzo l’unità del popolo palestinese e musulmano in generale aumenta di anno in anno tenuto insieme dall’odio.

Inoltre consideriamo altri fattori. I musulmani sono la religione in crescita più rapida di tutte e presto supereranno i cristiani in termini numerici senza contare che probabilmente in tutti i paesi occidentali andranno a formarsi nei prossimi decenni movimenti politici di stampo musulmano a seguito dell’onda migratoria infatti, le comunità islamiche fuori dai paesi tradizionali sono aumentate e aumenteranno ancora anche per semplice spinta demografica, loro fanno mediamente infatti più figli degli europei secolarizzati.

L’ultimo fattore è poi quello del desiderio. Voi potete immaginare quanto profonda debba essere una convinzione e l’odio annessa per spingere qualcuno ad un attentato suicida? Io no.

Una convinzione del genere non puoi neanche combatterla, come fai? Come fai a combattere qualcuno a cui non importa di vivere o morire tanto è radicalizzato? Tu puoi combattere un esercito, ma come fai a combattere una persona che si confonde con la popolazione e nasconde del tritolo sotto la giacca al centro di una piazza pubblica? Il momento in cui arrivi a questo punto hai già perso, hai già fallito qualcosa.

Sono quindi troppo catastrofista se dico che è l’occidente stesso, guidato dagli Usa, che sta gettando le basi per il terrorismo in Europa e che è Israele stessa che getta le basi per il suo prossimo olocausto? Quanto a lungo la tecnologia ad ora superiore di Israele la sosterrà contro i cuori di un popolo che giorno dopo giorno la odia sempre di più?

Tutte quelle piccole discriminazioni che Israele fa contro i musulmani residenti nel territorio, tutti quegli attacchi, ogni singolo giorno in continua ad occupare Gerusalemme, ognuna di queste cose crea un nuovo radicale e fa perdere ad Israele un sostenitore e, al di là di chi sia stata, sia, o sarà la vittima, alla fine il conto arriverà e allora poco importerà chi avrà avuto il diritto o la ragione.